UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




martedì 31 agosto 2010

VLADIMIR LEBEDEV. RIVOLUZIONARIO E POETA (E AMICO DEGLI ANIMALI)


Il ‘900, al di là dei soliti nomi delle avanguardie storiche occidentali, ha nei grandi artisti russi l’esercito di visionari che manda l’800 a nanna e apre al nuovo millennio. Malevic (in assoluto uno dei più grandi pittori di tutti i tempi), Tatlin, Ivan Puni, Kazimir Malevich, Vladimir Mayakovsky, Rodcenko, Exter, Popova. E Vladimir Vasilyevich Lebedev (1891 – 1967), pittore e grafico.


Nativo di San Pietroburgo, vive 15 anni di straordinaria pittura rivoluzionaria. E’ un fuoco che brucia e che lo spinge a una creatività inarrestabile che lo pone tra i grandi, ma con l’umiltà di un ragazzo che a 18 anni, per vivere, faceva già il pittore di cartoline. 
Ma, una volta spenta la propulsione innovativa (di pari passo con il reazionario assetto dell’Unione Sovietica) Lebedev cambia pelle, divenendo uno dei grafici più raffinati (lo hanno accostato persino a Munari - si guardino le impostazioni grafiche di fondo pagina), come illustratore di libri di fiabe, eccezionale illustratore del poeta Samuel Marshak (Circus, Ice Cream, Talk about a foolish mouse) divenendo, come in questo ritratto appena accennato di gatto, uno dei migliori pittori di animali.


MADELEINE VIONNET. UN TAGLIO CHE AVREBBE FATTO STORIA.


Madeleine Vionnet (1876-1975) ha cambiato la storia della moda femminile per sempre. Anticonformista determinata, per riuscire a far sfilare le modelle a piedi nudi e senza corsetto, è costretta ad aprire nel 1912, la sua casa di moda al 222 di Rue de Rivoli.
Una elegante rivistazione dello stile di Madame Rochas

È però dal 1918, dopo una pausa forzata a causa della guerra, che conosce il successo. Nel 1923 ristruttura un hôtel particulier (abitazione lussuosa e di vaste dimensioni, quasi una villa ma situata in città) che diventerà presto un tempio della moda. Madeleine mette a disposizione dei suoi impiegati servizi sanitari e sociali: uno studio medico e dentistico in sede, permessi pagati e congedi di maternità molto più generosi di quelli a disposizione a quei tempi.


ALEXANDRA EXTER CUBISTA, AVANGUARDISTA, COSTUMISTA, ESPLORATRICE.

Io amo Alexandra Exter, che dalle foto dell’epoca non sembra neanche un granché. Ma mi piace in ogni cosa che fa, perché ne avverto la curiosità, e la passione. La sua onestà intellettuale e la continua brama di esplorare l’ignoto e la gioia di inventare cose che prima non c’erano.
Una delle grandi donne artiste (i cattivi critici uomini dicono che si contano sulle dita di due mani) capace di attraversare molte correnti delle avanguardie russe, rimanendo sempre se stessa. Un gigante poco conosciuto se si ci si allontana dagli specialisti e dai musei, dimostrazione lampante di come l’arte non esista di per sé, ma come prodotto di mercato.


Nata a Kiev in Ucraina nel 1882, una regione con una ricca tradizione di arte popolare, frequentò l‘Istituto d‘Arte di Kiev sino al 1907. Economicamente indipendente, le fu possibile dal 1908 in poi, compiere frequenti viaggi a Parigi e in altre città occidentali dove incontrò artisti come Picasso, Braque, Scheiber e i futuristi italiani. Exter divenne così un importante tramite delle ultime tendenze e degli eventi parigini, tanto da essere soprannominata “emissario dell‘arte francese in Russia” perché si adoperò instancabilmente a favorire l‘ingresso dell‘avanguardia artistica occidentale nel proprio Paese.



Pur continuando i suoi viaggi in Europa la pittrice si trasferì a San Pietroburgo nel 1912. Espose in varie mostre dell‘avanguardia a Kiev, Mosca e San Pietroburgo. Influenzata dal cubismo analitico e dal futurismo combinati all‘arte russa tradizionale, cominciò a dipingere paesaggi cittadini caratterizzati da colori vivaci, scomposizione delle forme e sovrapposizione di piani geometrici, esplorando la classica composizione cubista: la chitarra, la bottiglia, il bicchiere, il quotidiano. In questo periodo “Città" (1913) diventa così la perfetta metropoli cubista, con edifici cadenti lungo i bordi della composizione in una maniera che richiama molto i lavori di Delaunay. Dimostrando anche una straordinaria padronanza cromatica, con una tavolozza degna di un grande pittore (Rodcenko disse che sarebbe piaciuta a Vermeer).
Tra il 1912 e il 1916 si dedica ad una varietà di generi e stili fra cui collages e costruzioni spaziali. Nonostante il suo lavoro di disegnatrice di costumi teatrali, le sue opere diventano sempre più astratte. Influenzata da Malevich, partecipando alla mostra d’avanguardia "Tramvai V", raggiunse definitivamente la pittura non-oggettiva. Nel 1921, con la mostra "5x5=25", Alexandra Exter entrò a far parte del gruppo dei costruttivisti con Rodcenko, Vesnin, Stephanova e Popova: infatti il bozzetto eseguito l’anno dopo, per la scenografia mai realizzata di "Ballet Satanique"così innovativo, fu di grande importanza perché segnò la nascita del costruttivismo scenico.
Ai primi del Novecento gli intellettuali russi avevano iniziato a meditare sulla convenzionalità del teatro e molti artisti d’avanguardia lavorarono in varie fasi della loro carriera per il teatro e per il cinema. Molto importante fu la collaborazione della Exter con il teatro Anti-Realista e particolarmente con il direttore Alexander Tarionov,collaborazione che durò molti anni: dal 1915 al 1923. Per il suo Teatro da Camera di Mosca disegnò le scenografie e i costumi per "Salomè" di Oscar Wilde e per "Romeo e Giulietta" di Shakespeare.
Dal 1924 la pittrice si trasferì definitivamente a Parigi, dove visse fino alla morte, nel 1949, e insegnò presso l’Accademia d’Arte di Léger, pur continuando il suo lavoro di disegnatrice di scena.



PLINIO NOMELLINI, IL PITTORE CHE GIOCAVA CON LA LUCE


La tela prende vita. La materia diventa protagonista.
Plinio Nomellini (Livorno nel 1866, Firenze 1943), pittore e illustratore, è stato uno dei massimi esponenti della pittura macchiaiola e soprattutto divisionista, della quale diede una personale interpretazione sostituendo al puntinismo una pennellata filamentosa.

Allievo di Fattori, l’artista è conosciuto per i paesaggi, le marine, i dipinti di figura, quasi sempre donne, per i soggetti garibaldini e di impegno politico, nonché per composizioni a sfondo sociale e allegorico. 
Con il dipinto "Fienaioli" del 1888 conservato al Museo Giovanni Fattori, che fu suo maestro, raggiunse una sua personale concezione del colore e dello spazio, tale da suscitare scalpore e ammirazione all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, ponendolo come uno dei maggiori artisti della scena liberty europea.

Nel 1907 partecipa alla Biennale di Venezia, insieme Galileo Chini, De Albertis e Previati, allestendo la “Sala del Sogno”, si trasferisce quindi a Marina di Camaiore, e quindi a Firenze, dove morirà negli anni più bui della II guerra mondiale.

ETTORE XIMENES, LO SCULTORE GALANTUOMO.

E' una domenica d'estate. A Roma, ha bussato alle porte la II guerra mondiale, e a Viale Regina Margherita (anzi a Piazza Galeno), un gruppo di ragazzetti entra nel Villino Ximenes, da troppo tempo rimasto chiuso e privo di controllo. Ospita ancora lo studio del grande scultore e pittore Ettore Ximenes, morto da 15 anni, che quel villino aveva eretto e disegnato nel 1902. Tutto è rimasto intatto e immoto.
I ragazzi gironzolano per un po'. Poi incitatisi gli uni con gli altri, afferrate le mazzette da scultore iniziano a colpire statue e bozzetti, gessi e rilievi. Poi attaccano anche le opere in carta che vengono stracciate e disperse.
Scompare così per un atto di stupido vandalismo quasi tutta la produzione preparatoria di uno dei maggiori artisti "ufficiali" del primo '900. Un danno che contribuisce a far scendere su di lui un velo di silenzio, rilegandolo alle dovute citazioni nei manuali di Storia dell'Arte. 


Ettore Ximenes (Palermo, 11 aprile 1855 – Roma, 20 dicembre 1926) fu uno scultore e illustratore italiano. Frequentò all'Accademia delle Belle Arti di Palermo e a lui si devono importanti sculture, come il monumento di Garibaldi sul Gianicolo, il ritratto del re, molte statue dell'Altare della Patria a Roma e del Palazzo di Giustizia.


Ximenes fu così famoso da lavorare negli ultimi 15 anni solo su commesse estere, soprattutto a New York, Washington, San Paolo (Monumento all'Indipendenza). 
Una persona solare e mondana, che ci lasciato negli schizzi, il racconto della vita mondana della nobiltà romana, che lui frequento, rimanendo sempre uno spirito ribelle e indomito. 




LOTHAR SCHREYER - BAUHAUS MEISTER.

-->
 

Lothar Schreyer, nato a Blasewitz, vicino a Dresda nel 1886, morto ad Amburgo nel 1966, è uno straordinario esempio di quella visione di arte sincretica e trasversale che aveva immaginato e teorizzato l’avanguardia culturale in Germania a cavallo tra gli anni venti e gli anni trenta (in una curiosa simmetria con la cultura rinascimentale).

Pittore, drammaturgo, compositore, ma anche giurista, Lothar Schreyer è stato uno dei principali animatori della Bauhaus, la scuola di design e di arti applicate dove insegnò letteratura, sperimentando nuove tecniche di didattica insieme a Paul Klee (ad esempio, la possibilità di trasformare in forme e colori e forme, i sentimenti, le situazioni, o addirittura la traccia di una storia). Un docente imprevedibile e dirompente, che segnò fortemente l'indole artistica dei suoi studenti.
Ovviamente rimase anche lui vittima delle persecuzioni culturali di Adolf Hitler, finendo emarginato e con gravi problemi di sopravvivenza. Dopo la guerra, però, non riuscirà più a inserirsi nella vita culturale tedesca, vivendo in maniera appartata.
Rimane ancora oggi un esempio di rigore morale e di fantasia


domenica 29 agosto 2010

CARLO JACONO, IL MAESTRO DEL GIALLO.





Lo abbiamo tenuto tra le mani decine di volte, e ha accompagnato le estati di tutti i ragazzi dagli anni '50 agli anni '90 che cercavano di scoprire dalle sue illustrazioni indizi utili a scoprire spie e assassini. Come si diceva una volta "...ci ha spaventato, ci ha fatto ridere, ci ha fatto piangere...".

Stiamo parlando di Carlo Jacono (17 Marzo 1929 - 7 Giugno 2000) un famoso e prolifico disegnatore italiano, per 40 anni cover designer di tutte le copertine dei mitici "Gialli Mondadori", ma anche per i romanzi settimanali più venduti dell'epoca, per "Segretissimo" e per i primi 100 numeri di "Urania".
Uno di quei grandi autori sempre un po' considerati di seconda fascia, ma così importanti nel creare e influenzare gusti e tendenze. Di respiro realmente internazionale, visto che le sue creazioni sono state pubblicate su testate inglesi svedesi, norvegesi, americani, giapponesi.

Milanese, di famiglia siciliana, dopo aver frequentato con merito l'Accademia di Belle Arti di Brera, lascia il cavalletto del pittore per iniziare a realizzare lay-out per le prime agenzie pubblicitarie. Sino a quando nell'inverno del 1950 il grande Alberto Tedeschi gli affida la realizzazione delle copertine de il Giallo Mondadori, alla quali si aggiungono anche le prime 100 del nuovo settimanale di fantascienza Urania, che in pochi mesi raggiunge record di vendite.

Tra i molti lavori realizza la collana Emilio Salgari (dedicata all'omonimo scrittore) e collabora con i periodici sia della Mondadori editori come Sorrisi e canzoni, sia della Rizzoli Corriere della Sera come la storica Domenica del Corriere, L'Europeo ed anche Sette, il magazine allegato a Corriere della Sera.
Durante i suoi quasi 50 anni di Carriere, Jacono, "l'Uomo del Cerchio", come viene chiamato ancora oggi alla Mondadori ha lavorato e illustrato per tutte le più importanti case editrici italiane ed estere. Le sue copertine, di carattere rosa, poliziesco, bellico.

Negli anni '90, moltissime sue tavole originali (una volta si consegnavano direttamente quelle all'editore) a tempera e acquerello, sono state gettate nel cassonetto durante uno dei ripulisti dei magazzini Mondadori, e solo una parte delle 4000 tavole da lui realizzate sono ora ancora disponibili. Un destino che lo accomuna a quello di tantissimi grandi illustratori (ad esempio Biffignandi, Beltrame, Boccasile o Walter Molino) considerati semplici fornitori, e non veri artisti. Come in effetti erano.

BARTOLOMEO PINELLI. IL DESTINO DEI GRANDI, COSTRETTI A IMITARSI.



Ma cosa c'entra un pittore del '800 in un blog dedicato al '900? C'entra, c'entra....
Guardate questi disegni di scintillante spirito neoclassico. Ci sente il profumo di Ingres o di Angelica Kaufmann. Che direste se scoprissimo che sono opera di Bartolomeo Pinelli. Il più grande disegnatore dei costumi della Roma ottocentesca. Un grandissimo artista, che per campare si mise anche a lui a replicare, in originale, o in tiratura grafica le sue opere, tra le più ricerate del Grand Tour. Eppure è proprio lui, nei cicli dedicati un po' prima della metà dell'800 a Iliade, Odissea, Miti dell'Antica Roma.

Un artista, dunque, vittima di uno stereotipo. Lo stesso che vede oggi Fontana limitato ai suoi "tagli", Magnelli all'astrattismo. Ignorando quello che tanti altri grandi artisti (vedi Picasso) hanno fatto negli anni. Così potrebbe essere una sorpresa vedere le illustrazioni pubblicitarie di Boccioni o i quafri figurativi di Santomaso o di un gigante dell'astrattismo come Mar Rothko.


Umberto Boccioni, tavola pubblicitaria
Pinelli, secondo lo steretipo
Lucio Fontana, figurativo
Mark Rothko, figurativo


 

DECOR DESIGN ITALIANO ANNI'40


Lo Studio Gallieni, Lenci, Sadoun, Borsani. Nomi che spaziano dai tessuti in seta e decor alle inimitabile creazione di Lenci, brand finito per diventare parola. Uno stile, rafforzato dall'autarchia che poi scoppierà negli anni '50, dando vita al grande design italiano. 
Se inarrivabili sono i manufatti, toccanti sono i bozzetti, dalle copertina studiate da Bruno Munari, agli studi di tessuti dello Studio Gallieni, opere che, prima della stessa arte italiana, ripercorrono le sugestioni europee.




DIVAN TAFEL (SIDE TABLE) DI GERRIT RIETVELD. COME NASCE UN CAPOLAVORO DEL DESIGN.


Le idee non fanno rumore. Possono cambiare il mondo. A volte, più semplicemente, la storia del design. E quando si fermano su questa terra in molti casi lasciano un segno su un foglio. Spesso questi segni si perdono, a volte si ritrovano e ci raccontano molte cose. 


Quello che vedete è infatti il progetto per il Divan Tafel (side table), il tavolino che insieme alla poltrona cromatica avrebbe consegnato il genio di Rietveld al mondo e che Gerrit disegnò rivoluzionando le regole abituali. Perché ci sono oggetti che sembrano sempre esistiti, ma che in realtà hanno cambiato il senso delle cose. A volte senza saperlo.
Così un tavolino e una sedia hanno fatto di più per la storia del design di un esercito di mestieranti. E basta vederle esposte, al Moma o in qualche mostra di architettura, per capirne la differenza. Perchè se anche non sai descrivere la qualità, quando la vedi, la riconosci subito.






Verso il 1923 Rietveld cominciò infatti a lavorare al progetto e all’arredo della casa Schroder a Utrecht: una casa costruita a conclusione di una schiera di case del XIX secolo, destinata a divenire sotto molti aspetti una realizzazione del nuovo manifesto del De Stijl in 16 punti pubblicato da Van Doesburg verso la conclusione della costruzione della casa medesima. 
Un edificio che diventa la prova fisica che le idee di Mondrian avevano uno spessore, essendo elementare, economica e funzionale, non monumentale e dinamica, anticubica nella forma e antidecorativa nel colore.
 Il principale livello di soggiorno, al piano superiore, con la sua “pianta trasformabile”, esemplificava il postulato di Van Doesburg di una architettura dinamica, liberata dall’ingombro di pareti portanti e dalle restrizioni imposte da aperture nei muri.
In questa casa sino a 10 anni fa, mantenendola inalterata, ha vissuto la Signora Truus Schroder Schrader, compiendo ogni giorno la sua vita di sempre. Prendendo il te sul Divan tafel, sedendosi su una sedia mito. Convinta, a ragione, di essere una co-autrice del progetto.

Per questo è arrivata sino a noi, e ci racconta come qualcuno, tanti anni fa, aveva già capito dove saremmo andati. Nel 2000 la casa è stata inserita dall'UNESCO tra i patrimoni dell'umanità. Ma chi era Gerrit Rietveld?




Gerrit Thomas Rietveld (Utrecht 1888 - 2964 ibid) è stato un architetto olandese tra i maggiori esponenti del neoplasticismo nel campo dell'architettura. Architetto tra i più importanti del `900 si ispira alle idee elaborate dal pittore connazionale Piet Mondrian che Rietveld applica alle tre dimensioni lavorando sullo sfalzamento geometrico asimmetrico e sulla ricerca del dialogo formale tra volumi e colori primari, secondo i principi del movimento De Stijl. Un elemento formale che balza agli occhi non solo nelle sue realizzazioni, ma anche nei disegni e negli studi architettonici, che sembrano dare volume alle idee di Mondrian in pittura.

Lavora intensamente anche nel campo del design di arredi e mobili. Tra questi sono celeberrimi la poltroncina "Red and blue", quasi un disegno di Mondrian i cui tratti divengono assi di legno colorate che si adattano alla nuova dimensione spaziale, la sedia "Zig zag", il tavolo "Divan Tafel" delprogettato per casa Schroder a Utrecht. Tutte espressioni della scelta di lavorare per la creazione totale degli spazi, dal contenitore sino ai mobili e agli accessori.
Nel 1972 la famiglia Rietveld ha concesso alla ditta italiana Cassina il diritto, in esclusiva mondiale, di produrre e vendere i mobili e tutti gli oggetti di arredo progettati dal maestro.

 

ANNI '60. L'INVENZIONE DELLA TESSILITA'

Fortunato Depero
Negli anni '60 la cultura della tessilità e degli arazzi, in Italia, non esiste più.
Passata la moda liberty decorativa, che aveva dato impulso a piccole botteghe e atelier (a Roma il celebre laboratorio di Erulo Eruli criminalmente smembrato negli anni '90) passato l'impulso futurista, che aveva portato Fortunato Depero a realizzare mirabili opere tessili (cucite ma non tessute), la tecnica langue e il mercato non tira più. 
Sopravvive solo per modeste  forniture artigianali portate a ripetere all'infinito schemi e stereotipi, in Sardegna, in Abruzzo, nel Veneto, nel Lazio  e in Piemonte, ad Asti, grazie alla manifattura Scassa.
In questo panorama asfittico pochi degli artisti contemporanei credono nel mezzo, attratti più dal metallo, e dai nuovi materiali plastici che dalla lana e dal cotone, che appare un materiale antico.
Gli unici a farlo sono in Spagna (Joan Mirò, grazie all'attenzione della manifattura di Aubusson) e maestri francesi, (lo stesso Le Courbusier, Matisse, Manessier, Marc Saint-Saëns), tedeschi (Hans Hartung), o dell'est europa (soprattutto in Polonia e Jugoslavia - Serbia), come dimostra la partecipazione alla prestigiosa Biennale di Losanna, e il lavoro di ricerca della studiosa del settore Madeleine Jarry.

Joan Mirò
Henry Matisse

In Italia un artista affermato, vicino all'informale, immerso nell'arte astratta fino al midollo, avverte però che questa tecnica antica, manuale, fisica, è pronta per evolversi e guardare al futuro, offrendo nuovi linguaggi espressivi.Si chiama Enrico Accatino, ha poco più di 40 anni, ed è nel pieno della sua espressività. Ha vinto il premio Marzotto, all'epoca il maggiore riconoscimento italiano per le arti figurative, ha esposto nelle grandi rassegne del tempo, ma grazie alle centinaia di trasmissioni che conduce sulla Rai (Telescuola - Non è mai troppo tardi), è entrato in contatto con molte di quelle manifatture e ne ha intuito le potenzialità.

Enrico Accatino, a DX, negli anni '50 con lo scrittore Gino Montesanto (archivio Montesanto/Marino Moretti)

Enrico Accatino, arazzo e scultura, 1973

A partire dal 1965 (lo farà sino agli anni '80) inizia a sperimentare la tecnica, puntando negli anni a raffinare (e far raffinare) le modalità di tessitura, facendosi carico di formare le maestranze (anche attivando corsi per contro del Ministero della Pubblica Istruzione e del Ministero dei Beni Culturali) facendole avvicinare all'arte moderna.
Da questa esperienza e da questo confronto nasceranno le manifatture di Castelmassa e di Penne (insieme agli imprenditori Tonelli e De Nicola) in Abruzzo, e troveranno nuove vigore le scuole d'arte di molte regioni italiane (Puglia, Sardegna, Friuli, Veneto).


Le sue prime mostre stupiscono. La sua partecipazione di soli arazzi, alla Quadriennale di Rona del 1973 attira la curiosità dei critici (lo stesso Carlo Argan ne rimarrà conquistato) e ben presto altri artisti italiani di vaglia provano a cimentarsi con il mezzo: Corrado Cagli, Afro, Avenali, Capogrossi, Carlo Levi.


Gli anni '70, esplorano i temi della Fiber Art, forma espressiva che utilizza tessuti, filati naturali, fibre. Si concentra sui materiali e sul lavoro manuale coinvolti come parte del suo significato. Molte le mostre, anche internazionai, con in Italia una figura rappresentativa come Sveva Lanza. Nello tesso periodo, in Afghanistan, per una vicenda umana diversissima, ma in certi versi parallela, Alighiero Boetti iniziea proprio in quegli anni a far realizzare le sue bandiere, le sue scritte, le sue mappe mondiali, agli artigiani afgani. Sancendo di fatto un nuovo punto di contatto tra l'arte contemporanea e la tessilità.
Alighiero Boetti
Corrado Cagli

Afro
Oggi questo viaggio non si è concluso, anche se sembra essere tornato nell'ombra, in una zona costellata di sperimentazioni "private" non collegate tra loro.  
Ammirevole la serie di tappeti d'artista "Serie Menphis", ammirevole lo sforzo fatto negli anni '90 da Casa di Nepi, per proporre tappeti e arazzi di maestri contemporanei. Ma non molto di più, per un  settore che avrebbe bisogno di nuovi stimoli culturali. E di nuove sfide. 

Per questo ci piace ricordare le note di Diario, pubblicate negli anni '90, proprio da Enrico Accatino. E scoprire le motivazione di una scelta profonda e consapevole, consegnata al tempo. Che forse, oggi, è pronta a rinascere.
Enrico Accatino - Grande Diaframma, 1970

L’INVENZIONE DELLA TESSILITA’
Note di Diario - Enrico Accatino (1946 - 1990)

La progettazione e la realizzazione dei miei arazzi murali inizia all’inizio degli anni sessanta e si prolunga per oltre un decennio, inserendosi nella scia della tradizione della “pittura murale tessuta”.
Fin da giovane, infatti, ho fortemente sentito il fascino della parete come sede e supporto di immagini e colori. Ho poi scoperto il valore del tessuto come materia ideale per proporre un’assorbenza di luminosità del tutto particolare.
Come scrissi in una discussa “Proposta agli Architetti”, mi sembrava anzi, che la facilità di trasporto e la varietà di collocazione delle immagini realizzate in tessuto potesse essere utile nel nostro tempo, così come lo era stato nella vita di tanti nomadi, di molti continenti, di ogni tempo.
All’inizio fu molto difficile trovare maestranze preparate e dovetti io stesso formarle e motivarle, attraversando tutta l’Italia, dalla Sardegna all’Abruzzo, dalla Lombardia al Friuli Venezia Giulia, trasformando laboratori artigianali in atelier.  Spiegando, e fu quella la cosa più difficile, che tradizione non significa stereotipo, e che la tecnica poteva essere messa al servizio anche di nuovi mondi espressivi.

Enrico Accatino - Diaframma
Successivamente il concetto di “tessuto” si è trasformato in un nuovo concetto di “tessilità” dando vita ad applicazioni e sperimentazioni del tutto inedite, anche al di fuori del nostro paese.
Il filamento diventa protagonista dell’opera, la trama e l’ordito si scindono dimostrando di avere ognuno vita propria.
E’ da questa considerazione che hanno preso corpo i miei diaframmi, elementi sospesi sensibili ai moti dell’aria, alternanza di zone trasparenti (l’ordito) con zone compatte e opache (le zone tessute), con la possibilità di esaltare forme inedite e colori diversi. Una forma espressiva che prima non c’era, che mi piace immaginare possa avere nel futuro una vita propria, permettendo ad altri artisti, dopo di me, di esprimere il proprio mondo interiore.

Enrico Accatino - Vortice