UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 17 marzo 2019

LINDSEY B. IL LIBERTY DEGLI ANNI ’80.


Negli anni ’80 gli anni ’80 non sembravano poi così fighi, a meno che non ti sentissi figo tu o avessi pessimo gusto. 
Ora si “riscoprono”, così ho avuto modo di riscoprire anche io (e apprezzare) Lindsey Balkweill, un designer iconico di manichini e espositori degli anni '80, oggi letteralmente sparito nel buio.

  
Nato presumibilmente negli anni ’50 si forma in graphic design alla St Martins School of Art di Londra. Dopo un fortuito incontro con John Taylor, il principale scultore di Adel Roostein Mannequins - che ha modellato famosi manichini di top model come Donyale Luna e Sara Kapp - inizia a collaborare con lui.

Si concentra sulle forma 3D, sperimentando per anni tecniche e materiali per sviluppare uno stile che suscitasse oltre che l'apprezzamento dei negozianti, entusiastici consensi della critica. 
Nel 1983, con l'introduzione di una serie di sculture decorative in ceramica, gesso e resina, viene costituita la ditta di LINDSEY B. La collezione viene esposta per la prima volta a Londra e New York e, successivamente, distribuita in tutto il mondo. Accanto al suo lavoro decorativo, Lindsey sviluppa anche una linea di figure ornamentali da interno e display, vasi e arazzi.

Tutti gli originali vengono scolpiti da Lindsey B nei suoi Fulham Studios, mentre le finiture decorative vengono create in collaborazione, con un stile che sembra una evoluzione dell’art nouveau e del modernismo.

Ogni pezzo di Lindsey B è realizzato a mano individualmente e solitamente firmato nello stampo. Le sculture includono pezzi come: - Ruby, Peking, Rick e Rachel, Luba, Brian, Brunnhilde (un busto fatto appositamente per i negozi di ottica, con gli zigomi alti e profondi per l'esposizione degli occhiali), Blackpool, Garcon, Bud, Bonnie, Ted, Agatha, Mantis, Lillah, Tex, Pearl, Irmgard, Flick e Wick e Rio. Ma anche statue, come quella del cameriere (le garcon).
La moda degli anni ’80 nel ’90 svanisce, probabilmente la sua velleità artistica e i prezzi alti rispetto alla concorrenza finisco per penalizzarlo, e la ditta è costretta chiudere. E Lindsey sparisce nel nulla (se avete notizie, datele). 
Forse è morto. Forse ha aperto un chiringuito a Formentera.          





martedì 12 marzo 2019

L’ARCHITETTO SOTTERRANEO: HENDRIK WIJDEVELD

Hendricus Theodorus Wijdeveld (1885-1987) è stato un architetto e artista grafico olandese. Un bambino prodigio, che a 14 già inizio il suo percorso formativo nell’architettura. Si considera regista del mondo come un teatro totale, un palcoscenico per i suoi progetti: è architetto, redattore capo e tipografo della rivista "Wendingen", nonché designer di libri, scenografie teatrali e costumi, mobili e utensili. E architetto veramente.
Non si può negare che Wijdeveld fosse un visionario, tendenza che aumenta negli ultimi anni, concentrandosi su progetti utopici su larga scala alla ricerca di un rapporto e di una relazione tra l'uomo, la natura e la cultura. Nasce così il progetto 15 Miles into the Earth realizzato nel 1944.




Un centro internazionale di ricerca geologica concepito in un pozzo scavato per profondità di 15 miglia. Progettato durante il rigido inverno del 1944 e del 1945 alla fine della seconda guerra mondiale, quando cibo e scorte erano scarsi, questo progetto vuole essere un appello per la collaborazione internazionale e per mettere la scienza e la tecnologia in un uso pacifico.

A quel punto nel tempo, si conosceva poco degli strati più profondi della terra. Wijdeveld prevede nuove scoperte, un '"epoca dell'uranio".
Allo stesso tempo, il progetto è un "teatro mondiale". Con una scena rituale che si svolge alla base del pozzo, descrive il mondo che si sta formando come la forza primordiale della natura e il potere creativo dell'uomo si scontrano in un'esplosione di energia.












"Sì, sono un artista decorativo che molti chiedono con uno sguardo sciatto: "ma tu sei un architetto, vero?. "
H. TH. Wijdeveld

lunedì 11 marzo 2019

LA TRAMA PERFETTA SECONDO HITCHCOCK. FORSE...


Il 13 agosto 1962 un regista francese trentenne, François Truffaut, incontra un regista inglese che quel giorno compie 63 anni: Alfred Hitchcock. In quell'irripetibile libro intervista (Il cinema secondo Hitchcock) che non potete “non” leggere se amate il cinema, e che nel 2015 è diventato anche un film, racconta una storia semplice e straordinaria, che mi ha aiutato in tanti momenti del mio lavoro di creativo. E che, secondo me, vi piacerà molto.


Un suo amico, sceneggiatore, ogni volta che si addormentava si trovava a vivere storie e trame meravigliose, avvicenti, folli. Degne di una grande pellicola. Un capolavoro che, si disperava, non avrebbe mai potuto scrivere. Quando si svegliava, non le ricordava più. 
E di questo si lamentava nelle sessioni di sceneggiatura con Hitchcock, perché gli sembrava come di essere defraudato di un'incredibile opportunità nata dalla sua stessa mente...
Un amico medico gli consigliò allora una tecnica ben nota alla psicanalisi, quella di provare cioè a mettere sul comodino una penna e un foglio, così da potersi appuntare la trama appena svegliato. Perché, come aveva detto il suo dottore, se ci si sveglia mentre si sta ancora sognando, c'è l'80% di probabilità di ricordare quello che si stava sognando.  
Così fece. E notti dopo, quando la trama gli sembrò fantastica, si sforzò di svegliarsi, accese la luce, scribbacchiò qualcosa sul foglio, e poi si riaddormentò. Dissolvenza.
La mattina dopo, immemore dell'azione notturna, va a lavorare, ma una volta giunto agli Studios si ricorda di essere finalmente riuscito a bloccare il sogno sfuggente. Rimonta in macchina e corre  di nuovo verso casa come un pazzo. Si scapicolla sui gradini e una volta entrato nella sua camera, eccitatissimo afferra il foglio.  
Sul foglio c'è scritto: "Un uomo ama una donna”.



P.S.
Ho condiviso questo post a memoria.  Il libro l’ho letto anni fa. Sarebbe interessante capire se  -  e in che modo - ho modificato il ricordo.






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sabato 9 marzo 2019

LIBERTÀ DI COPIARE. LA STATUA DELLA LIBERTÀ E I PADRI ITALIANI

 Il segreto della creatività è nel non rivelare               le proprie fonti.
Albert Einstein

Ora si copia direttamente googlando. Magari cercando in lingue strane. Una volta ci si affidava alla memoria, al blocchetto degli schizzi, e alle incisioni. E magari potevi pizzicare idee sperando di farla franca. Così, probabilmente, la Statua della Libertà, regalata dalla Francia agli Stati Uniti realizzata dal francese Frédéric Auguste Bartholdi nel 1870, con la collaborazione di Gustave Eiffel, che ne progettò gli interni, qualche padre/madre italiano lo aveva. E anche un po’ islamico, se è vero che avevo già schizzato qualcosa di simile per  Isma'il Pascià, d'Egitto, per progettare un faro in forma di una popolana egiziana fellah (contadina), con una torcia in mano, all'ingresso settentrionale del canale di Suez.
 
Bartholdi versus Pacetti


Poi però emergono due statue praticamente identiche.           La prima è addirittura sul duomo di Milano, Si chiama “La Legge Nuova”, scolpita da Camillo Pacetti (Roma, 1758 – Milano, 1826), intorno al 1810. Si trova sopra al portone Maria Nascendi, e nella mano destra ha una fiaccola, in quella sinistra una croce. In testa ha una corona stellata e, come abito, una tunica greca.
Sicuramente più aderente di un'altra statua nota al tempo, l
a scultura della “Statua della Libertà della Poesia”, sul monumento funebre di Giovan­ni Battista Niccolini nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Sempre che non abbiamo fatto un mishmash con “La libertà” di Eugène Delacroix.

Dite voi. Ne avete la massima libertà.

Nicolini




lunedì 4 marzo 2019

MARIO BROGLIO. IL CRITICO CHE DIPINGEVA CON/COME MORANDI-

Critico, straordinario collezionista, ma anche un pittore raffinato che andrebbe studiato e valorizzato al meglio, anche per il suo legame con la scuola romana e con Giorgio Morandi, del quale arrivò a possedere decine di dipinti, e la cui produzione era regolata addirittura da un contratto. In una perenne lotta tra l’arte fatta, l’arte scritta e l’arte posseduta, che dimostra un amore infinito per l’arte e il suo senso di inadeguatezza. Un legame che torna nelle sue nature morte, basate come Morandi su pochi oggetti, sempre quelli e sulla ricerca della “pittura” come oggetto della rappresentazione.



Nato a Piacenza nel 1891 studia all’Accademia di Belle Arti di Roma ed esordisce nell’ambiente delle Secessioni. Tra il 1918 e il '23 fonda e dirige la rivista "Valori Plastici", una delle pubblicazioni più importanti del ‘900 italiano, e organizza l'attività espositiva del gruppo in Germania e in Italia. Attraverso la rivista elabora un vasto programma di ridefinizione dei valori del passato, schierandosi in difesa della metafisica, fino allo studio dei quattrocentisti e dei "primitivi" italiani. Attira artisti e crea la collezione dei "Valori Plastici", che impone le opere di De Chirico, Carrà, Morandi, Martini, collaborando al progetto con Flaminio Martellotti e Vittorio E. Barbaroux.

Insieme alla moglie Edita, pittrice di grande qualità, russa di nascita (Walterowna zur-Muehlen), dopo la fine della rivista, avvia l'importante casa editrice che pubblica opere fondamentali come " Piero della Francesca" di Roberto Longhi e "Giotto" di Carrà.

Colori chiari e semplice armonia compositiva legano gli oggetti nei dipinti di Mario Broglio, e il recupero della tradizione e del “mestiere”, la precisione formale che governa le sue nature morte ricorda il carattere della pittura toscana del Quattrocento. La sua azione di uomo di cultura è sotto certi aspetti analoga a quella della sua pittura: volontà di ritorno all'ordine; apertura all'Europa (l'influsso avuto sulla nuova oggettività, ad esempio. Espone gruppi di opere alla II e III Quadriennale di Roma (1935 e '39); la XXV Biennale di Venezia gli dedica una mostra postuma, presentata da Carlo Carrà (1950).
Muore a 57 anni a
San Michele di Moriano, il 22 dicembre 1948



natura morta con compostiera e frutta, 1934 c.a.



Mario Broglio e Giorgio de Chirico (1926) - Parigi
autoritrtatto


 la moglie, la pittrice Edita Walterowna 
zur-Muehlen /Edita Broglio  
EDITA BROGLIO E LE SUE OPERE
(Smiltene, Russia, 1886-Roma, 1977)
sfuggita alla Rivoluzione Russa, maestra del Realismo Magico


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LA RIVISTA VALORI PLASTICI

domenica 3 marzo 2019

REMEDIOS VARO, LA SURREALISTA

Remedios Varo nasce a Anglés (Girona) nel 1908 e fin da giovanissima mostra un talento precoce. A soli 15 anni entra all'Accademia di San Fernando a Madrid, poi si trasferisce a Parigi e quindi a Barcellona, prima pittrice spagnola ad approdare al surrealismo grazie a Paul Eluard e André Breton.
Durante la guerra civile spagnola, torna a Parigi, dove rimane fino all'invasione nazista. Emigra in Messico dove si stabilisce, poi si reca in Venezuela per partecipare a una spedizione scientifica. Nel 1949 torna in Messico e stringe una forte amicizia con altri intellettuali in esilio, in particolare con la pittrice surrealista Leonora Carrington.

In questi anni raggiunge la maturità pittorica, con uno stile molto personale e conosce il successo della critica e del pubblico internazionale. Muore nel 1963 a Città del Messico.
 
"Creazione degli uccelli" (1957)


Nel lavoro di Remedios Varo, figure umane stilizzate sembrano voler eseguire compiti simbolici, con elementi onirici e atmosfere mistiche. "Creazione degli uccelli" (1957) mostra un ibrido di una donna-uccello con la faccia di un gufo che porta uno strano pennello collegato a un violino posto sul suo petto. Nell'altra mano regge una lente d'ingrandimento triangolare che rifrange la luce di una stella sulla pagina in cui un uccello appena creato sta per volare. 

 
Remedios Varo in a Mask by Leonora Carrington  
      







Modernidad, 1936