UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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martedì 9 luglio 2019

NATO DOPO. ROBERT HOPPE UN MAESTRO DELL’ART POST DECO


Cosa ci può essere più di bello dei poster dell’art deco? I poster in stile deco fatti negli anni ‘80 da Robert Hoppe, americano (1943 - 1989), morto per complicazione di AIDS a 46 anni a casa della sorella a North Hollywood. Nato troppo tardi, morto troppo presto.
 

L'artista, che viveva tra new York e Los Angeles, era stato incaricato di disegnare poster per il centenario di Hollywood e il 75 ° anniversario della Paramount Studios. Nasce così un ciclo memorabile.

Pittore, scultore e scenografo, Hoppe ha ricevuto un Desi Award in graphic design e un Emmy per il design scenico, realizzando il poster per il film "A Chorus Line".

Non imita semplicemente l’art deco degli anni ruggetti,  ma la esalta perché ne ha compreso la grandezza e  ne omaggia il mito. Con uno stile che, in effetti, contiene tutti gli stileli degli anni ’80.






 











giovedì 27 giugno 2019

RUDOLF WACKER. IL SILENZIO DEL LAGO

A Bregenz, sul lago di Costanza, dove in pochi metri si specchiano Germania, Austria e Svizzera, ogni anno si svolge il Bregenzer Festspiel, un festival visionario per il quale si erigono su un palco galleggiante gigantesche scenografie, appuntamento immancabile per gli occhi e per l’anima, iniziato nel dopoguerra, che sarebbe piaciuto da impazzire a Rudolf Wa- cker, nato nella città austriaca nel 1893. Ma Rudolf, come tanti artisti della sua generazione, non ha potuto vederlo, morto per un attacco di cuore dopo un interrogatorio della Gestapo. Un nome scivolato nel lago, dopo una vita intensa e sfortunata, che ancora oggi in Italia non ha pagine dedicate o citazioni.
 
Due teste
(1932), Vienna, Belvedere.

Figlio di un architetto, Rudolf vorrebbe fare il pittore, ma non viene ammesso alla Accademia di Belle Arti, e allo scoppio della prima guerra mondiale è arruolato e inviato sul fronte polacco. Catturato dall’esercito russo, passerà così cinque terribili anni di prigionia nel campo di Tomsk, in Siberia, racco tando la sua esperienza nei “diari”, andati dispersi.
Nel 1922 sposa Ilse Moebius, che ritrae numerose volte, e torna nella città natale, intraprendendo un suo percorso verso la Nuova oggettivi- tà (Neue Sachlichkeit), con uno sti- le assolutamente riconoscibile che porta le deformazioni visive espres- sioniste a ricomporsi in una forma “congelata” e “analitica” del tutto personale. Le sue opere, nature morte e ritratti, non incontrano alcun suc- cesso, tanto che si guadagna da vivere come può, facendo il grafico e l’illustratore. Nel 1926 è tra i promotori dell’associazione di artisti Der Kreis (Il cerchio), stringendo una forte amicizia con il pittore svizzero Adolf Dietrich. Ha un unico figlio, Romedius, e nel 1934 la sua carriera raggiunge l’apice quando partecipa alla 19. Biennale di Venezia. Il cielo diventa però cupo con l’avvento del Partito nazionalsocialista. Dal 1936 al 1938 lavora come docente di disegno dal vero presso la scuo- la professionale di Bregenz, ma gli è sempre più difficile esporre. Apertamente contrario alla politica culturale nazista, viene notato dalla polizia segreta durante una manifestazione pacifista. Appaiono sospetti anche il suo soggiorno in Russia e lo stile artistico che lo caratterizza.
Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938, Rudolf entra nel mirino della Gestapo. Nel corso di un rastrellamento ha il primo infarto, causato anche da una condizione fisica minata dagli stenti della prigionia. Convocato per un controinterrogatorio, e nuovamen- te percosso, ha il secondo attacco di cuore. Morirà poco dopo in casa dei suoi genitori a Bregenz.

 

Rudolf Wacker, Ilse Wacker with Mask, 1925


BREGENZ FESTIVAL

 

sabato 8 giugno 2019

INCONTRO SU ENRICO ACCATINO. CHIUDE LO STUDIO DI ENRICO ACCATINO. RIPARTE UN PROGETTO.

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea i Roma presenta un incontro dedicato a Enrico Accatino, occasione non solo per approfondire il percorso dell’artista ma anche per introdurre un dibattito su una questione delicata e attuale, ovvero il destino di un bene come quello di uno studio d’artista e le ragioni coinvolte nella sua tutela.


Chiude a Roma a Via Agri, al quartiere Trieste, lo studio del Maestro Enrico Accatino (Genova 1920 – Roma 2007) pittore, scultore, innovatore dell’arte tessile e teorico dell’educazione artistica in Italia, passato dal figurativo all’astrattismo negli anni Cinquanta, protagonista di una produzione durata quasi settant’anni. Una chiusura dettata da una serie di allagamenti e da un contenzioso legale che ha impedito agli eredi, lasciati soli dalle istituzioni, di proseguire il progetto culturale avviato alla morte del padre, non ha frenato loro dal farsi carico di aprire un nuovo spazio per la conservazione e la catalogazione delle opere. Da questo nuovo impulso, lo studio rinasce oggi con un progetto di valorizzazione in preparazione del 2020, ricorrenza del centenario della nascita dell’artista, all’interno del quale la famiglia Accatino condividerà con il museo parte dell’Archivio. Quando uno studio consegna le chiavi in segno di resa, si riaffaccia la circostanza giusta per fare il punto sulla situazione che accomuna ogni Studio d’Artista, eredità culturale che non sopravvive, tranne in casi eccezionali, ai propri artefici, e ritorna necessario parlare del riconoscimento di quello status di valore immateriale (universitas rerum) che, di fatto, non è ancora espresso nella realtà dei fatti.
Con la partecipazione degli storici dell’arte Giuseppe Appella e Claudio Strinati, già Soprintendente per il Polo Museale romano dal 1991 al 2009, di Marcella Cossu, storica dell’arte della Galleria, e del figlio Alfredo Accatino, autore del volume Outsiders, con il contributo video NERO del regista Mario Greco, che ha filmato la chiusura dell’atelier. 
Evocativo in questo senso è la pagina di diario che il figlio Alfredo ha trovato tra gli appunti di Enrico: “Cosa farò tra qualche anno? Quando sarò così vecchio da non potere più esprimere i miei sogni? Lo ignoro. Ma so che solo nel mio studio sono stato (e sarò) veramente a mio agio. Nella mia casa. E mi piacerebbe, come certi animali, rinchiudermi per sempre nella tana. O sparire, un giorno, allontanandomi dalla capanna, come certi sciamani.”

 

Enrico Accatino, nato a Genova nel 1920, è stato allievo di Felice Casorati prima di diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Roma e partire per la Francia. Figurativo, attivo su tematiche di etica sociale, e poi di rigorosa tematica espressiva, nel 1953 si aggiudica il Premio Marzotto e inizia il percorso di avvicinamento all’astrattismo, che esplorerà con ogni tecnica espressiva, divenendo il promotore dell’arte tessile in Italia. Teorico dell’educazione artistica, è stato autore di pubblicazioni fondamentali per la definizione della nuova disciplina, partecipando negli anni ’60 a circa 400 puntate di trasmissioni televisive come “Telescuola” e “Non è mai troppo tardi”. Due sue opere fanno parte della collezione della Galleria Nazionale.

ENRICO ACCATINO NEL SUO STUDIO NEL 2006, POCHI MESI PRIMA DELLA MORTE
ENRICO ACCATINO NEL SUO STUDIO NEL 1971, POCHI MESI PRIMA DELLA MORTE
 

  

 

giovedì 25 aprile 2019

MARIA BLANCHARD “LA STREGA”. DAL CUBISMO AL RITORNO ALL'ORDINE.


Provate a immaginare di prendere una colonna vertebrale e di incurvarla a forza in avanti, e poi, ancora, di lato, come se voleste strizzare un panno bagnato. E, poi, congelarla nel tempo.
Ecco, questo è quello che succede a chi viene colpito da un’alterazione morfologica chiamata cifoscoliosi. In mancanze di cure adeguate comparse solo negli ultimi decenni, camminare diventa penoso, avverti dolori in tutto il corpo e con l’avanzare dell’età iniziano problemi respiratori e cardiaci. Questa è la malattia che Maria si porta dietro di sé, come una condanna, sin dalla nascita, causata forse da una caduta accidentale della madre in gravidanza.
María Gutiérrez Cueto (1881, Santander), è spagnola da parte di padre, e franco-polacca da parte di madre, anche se trascorrerà metà della sua vita a Parigi, per divenire una grande, misconosciuta, protagonista delle avanguardie.
Un talento cristallino, superiore a quello di molti altri pittori cubisti della sua generazione, come Albert Gleizes, Auguste Herbin, Louis Marcoussis, Jean Metzinger. Sicuramente la maggiore interprete femminile rispetto alle altre donne del movimento come Sonia Terk Delaunay, Alice Halicka de Marcoussis, Marie Laurencin.



 


Sin da bambina è la vittima ideale dei compagni di scuola, che la bullizzano e che la chiamano “Bruja” (la Strega) per la basse statura, e perché, per camminare, è costretta a usare il bastone. Il dolore fisico e morale, sarà infatti una presenza costante della sua vita, ma sarebbe errato fermarsi a questo per cercare di inquadrarla, come emerge dalle sue lettere all’amico Andrè Lhote, cariche di ironia, grinta, voglia di vivere. E come sottolinea María Jose Salazar, Conservadora del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid nel catalogo della mostra che ha ripresentato al mondo la sua opera: “Anche se è vero che il suo aspetto è stato un fattore determinante nella sua esistenza, il suo carattere forte e ostinato le ha fatto guadagnare il rispetto dei colleghi, che la hanno sempre trattata alla pari, in un ambiente che all’epoca era comunque dominato culturalmente dagli uomini. Molti dei suoi contributi artistici sono stati però dimenticati per il fatto che alla sua morte, sebbene avesse rapporti con importanti gallerie in Francia e in Belgio, tutte le sue opere furono ritirate dalla famiglia d’origine. Così da rendere difficile diffondere il suo lavoro, condannandolo a un lungo periodo di oscurità.”

Il padre, giornalista e direttore del periodico Atlantico, che proviene da una famiglia dove arti e lettere sono di casa, nota la sua naturale predisposizione e la sprona a disegnare e a entrare nel 1903 alla “Real Academia de Bellas Artes de San Fernando” dove studia sotto Manuel Benedito ed Emilio Sala che le insegna la "precisione" e quell’“esuberante uso del colore" che saranno elementi caratterizzanti delle sue prime composizioni, tanto che di lei Diego Rivera, scriverà addirittura: "Nessun colorista del nostro tempo la supera.”
Il padre, che grande importanza avrà nella sua vita, muore purtroppo nel 1904 e solo grazie a una borsa di studio assegnata nel 1908 dal Comune di Santander che Maria può continuare la sua istruzione artistica all'Academie Vitti a Parigi, sotto gli insegnamenti di Kees van Dongen.
Siamo nell’anno precedente allo scoppio della prima guerra mondiale ed entra a far parte della “Section d'Or”, associazione di pittori e critici d'arte che si identificano in un ramo del cubismo noto come orfismo, termine coniato dal poeta francese Guillaume Apollinaire.
L’arte in un certo senso la affranca, le permette di escorcizzare le sue angoscie, ma anche di frequentare persone libere mentalmente, in uno dei momenti più straordinari del ‘900, stringendo amicizia con Diego Rivera (che probabilmente lei ama, non ricambiata), Jacques Lipchitz, André Lothe. Ma soprattutto Juan Gris, il pittore cubista spagnolo con il quale condividerà i principi estetici, il suo approccio analitico.

Nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, Maria lasciò Parigi per fare ritorno a Madrid, nella casa della madre, dove allestì uno studio che poi divise con alcuni degli artisti conosciuti in Francia. Nel 1915 le sue opere furono presentate a un'esposizione organizzata dallo scrittore Ramón Gómez de la Serna al Museo de Arte Moderno di Madrid, Los pintores íntegros (artisti verticali). Fu poi contattata per insegnare arte a Salamanca, ma delusa dall'esperienza dopo una serie di incomprensioni, nel 1918 decise di trasferirsi - definitivamente a Parigi, buttando il cognome Gutiérrez nella Senna per diventare per tutti solo Marie Blanchard.

Storici come Waldemar George e Maurice Raynal sottolineano tuttavia il forte carattere ispanico che emerge nell’uso dei toni del verde, del nero e del marrone, che prosegue nell’evoluzione del suo lavoro, dalle composizione figurative inziali, per poi passare alla fase cubista, sino al “ritorno all’ordine” del secondo periodo parigino, che la riporta verso uno stile figurativo in cui mantiene la grammatica analitica, mentre la composizione volumetrica e luminosa la avvicina alle opere di Cézanne. Anche se esprime con il passare del tempi, sempre più spesso la solitudine, la perdita, il desiderio, la frustrazione per l'impossibilità di essere madre, come nelle maternità, o nella toccante tela “Prima comunione” 1914-20.

A Parigi viene supportata economicamente dall’amico e mecenate Fank Flausch (1878-1926), ma dopo una serie di mostre tenute in Francia alla Galleria L'Effort Moderne e al Salon des Indépendants e la mostra promossa nel 1921 dal Society of Independent Artists a New York, la richiesta delle sue opere aumenta. Un successo illusorio, che dura pochi anni.
Nel 1926 muore Frank Flausch, l’anno dopo, a soli quaranta anni, l’amico Juan Gris per una crisi renale conseguenza di problemi cardiaci, e Marie cade in uno stato di depressione, per uscire dalla quale si riavvicina alla religione. Pensa addirittura di farsi monaca e di chiudersi in un convento. La sorella Carmen e i nipoti vengono a vivere con lei a Parigi, alleviando la sua solitudine, ma peggiorando la sua già fragile situazione finanziaria.
Riprende a dipingere, ma la salute subisce un ulteriore peggioramento causato dalla Tubercolosi, allonantandola questa volta per sempre dal lavoro.
Muore il 5 aprile 1932 a Montparnasse all'età di 51 anni.

Toccante il discorso “Elegia a Maria Blanchard” con cui Federico Garcia Lorca volle celebrarla all'Ateneo di Madrid nel 1932, a pochi mesi dalla morte:
»(...) La lotta di Maria Blanchard era dura, aspra, nodosa, come un ramo di quercia, eppure non mostrò mai risentimento, ma al contrario, fu sempre dolce, pia e vergine. Ha sopportato la pioggia di risate che ha causato, involontariamente, il suo corpo, da buffone d'opera, e le risate che le sue prime mostre hanno provocato…
»(...) Il combattimento tra angelo e il demonio è stato espresso matematicamente nel tuo corpo.       
 (...) Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale.
 (...) Ti ho sempre chiamato “gobba” e non ho detto nulla dei tuoi occhi belli e pieni di lacrime, con lo stesso ritmo con cui il mercurio sale attraverso il termometro, né ho parlato delle tue mani magistrali.
 (...) Gli uomini capiscono le cose poco e io ti dico, María Blanchard, come amico della tua ombra, che hai i capelli più belli che siano mai stati visti in Spagna. "

 














La artista con su alumna Jacqueline Rivière.MICHAEL HOUSEMAN

lunedì 22 aprile 2019

MELA MUNTER. UNA MELA AL GIORNO FA BENE AL CUORE.

Mela Muter è stata il primo pittore ebreo professionista in Polonia, anche se ha vissuto la maggior parte della sua vita in Francia e la sua pittura ricorda, ma non imita, a volte precede, il talento e il segno stilistico di Oskar Kokoschka, Fausto Pirandello e Lucien Freud. Che sembrano shakerati e ricostruiti sulla tela con uno stile, che una volta che impari a riconoscere, non ti sbagli più. Con alcuni artifici che lei porta a divenire il proprio personale “codice visivo”, disfacendo la materia sotto la luce, portando le figure a composizioni che appaiono sempre fuori asse, squintate, quasi mai ortodosse. E i suoi ritratti non ti guardano mai, con occhi che sembrano fatti di vetro trasparente. O che guardano al di là di te, e ti lasciano a disagio.





Muter è lo pseudonimo di Maria Melania Mutermilch (26 aprile 1876 - 14 maggio 1967), la figlia di Fabian Klingsland, ricco mercante ebreo di Varsavia, in una famiglia amante delle arti, che vede suo fratello Zygmunt Klingsland divenire diplomatico e critico letterario. Studia musica, si diploma al liceo e studia pittura, ma si sposa a 23 anni con Michał Mutermilch e ha un figlio. Con lui si trasferisce a Parigi nel 1901 continuando i suoi studi all'Accademia Colarossi e all'Académie de la Grande Chaumière. Nel 1902, inizia a esporre al Salon di Parigie al Salon des Independants, e infine anche in Polonia, riscuotendo successo. Muter diventa una famosa ritrattista a Parigi e collabora con la rivista francese Clarity, divenendo uno dei primi membri noti del gruppo La Scuola di Parigi. Il matrimonio con il marito va in crisi, ha una relazione con lo scrittore francese Raymond Lefebvre e alla sua morte si avvicina al cristianesimo facendosi battezzare nel 1923. Nel ‘24 muore anche suo marito, e cade in depressione, due anni perde anche lo scrittore Rainer Maria Rilke al quale era molto legata. Muter divenne cittadina francese nel 1927. Diventò membro della National Society of Fine Arts e della Society of Modern Artists Women.

Durante l'occupazione tedesca della Francia, Mute si nascose nel sud della Francia. A causa della progressiva perdita della vista smette prgresivamenbte di dipingere, e recpera in parte la vista grazie a un’operazione di cataratta nel 1965.         
Muter è morta nel suo studio a Parigi all'età di 91 anni nel 1967 ed è ora sepolta nel cimitero parigino di Bagneux.









Mela Muter, Portrait of the painter Leopold Gottlieb, c. 1908-

Portrait of Mela Muter with a group of Polish artists in Barcelona. From left to right: Witold Gordon Jurgielewicz, Elie Nadelman, Leopold Gottlieb