UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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giovedì 31 agosto 2017

UN CAPOLAVORO. RUHR STRUGGLE (Ruhrkampf) - BARTHEL GILLES – 1930

La Germania, civiltà proto-industriale ha sempre avuto a partire dall’800 una forte componente di opposizione dura e socialismo attivo per la difesa dei diritti dei lavoratori (Marx, in fondo, era tedesco) tanto che negli anni ’20  nella zona industriale del Bacino della Ruhr i lavoratori radicali e l'esercito e la polizia si fronteggiarono in numerosi scontri armati, con barricate e occupazioni.
I lavoratori, che avevano aderito allo sciopero soffrivano terribili repressioni tanto che a un certo punto scatto una reazione furente e si sfiorò la guerra civile. Furono centinaia le vittime tra gli operai.
Dieci anni dopo, a Ruhrkampf, Gille Barthes, rivela una verità poco conosciuta all’epoca e rimossa dai media di regime.
 



La sua opera, per essere ancora più potente si ispira a modelli leonardeschi (battaglia di Anghiari), e risulta di una straordinaria drammaticità.
Gilles era un membro del Partito Comunista Tedesco (KPD) e anche a causa di questa opera gli sarà vietato dal govero nazista di dipingere o esporre pubblicamente il suo lavoro, che appare come il più realista degli espressionisti.

Straordinario per affinità anche il quadro “Guerra di strada” di Otto Dix del 1927, andato smarrito nel 1946, e del quale esiste solo una riproduzione in bianco e nero.


 "Self Portrait with Gasmask" - Barthel Gilles. Oil on canvas, 19.5 × 15.5 inches. 1930

 
Barthel Gilles, Der Kunsthändler Alois Faust mit Maske, 1949

 
self-portrait with homunculus by barthel gilles 

martedì 29 agosto 2017

IO MICA LO SAPEVO CHE SAREI DIVENTATO QUELLO CHE SAREI DIVENTATO…

Lo stile non si possiede, si crea, si trova, s’inventa. E, spesso, finisce per diventare non solo un campo di ricerca, una esplosione creativa che improvvisamente illumina la strada a lungo ricercata, ma una vera e propria prigione dorata. Qualcuno nasce grande artista, qualcuno lo diventa attraverso l'applicazione di una tecnica o di una idea, qualcuno vi ci siede dentro e la usa come foglia di fico. Una grande intuizione, a volta solo una scorciatoia. Non c'è una regola. 
Per questo mi piace andare a ricercare le prime opere di artisti famosi, rimasti poi ancorati (o identificati) a uno stile preciso e a una tecnica immediatamemte riconoscibile, per scoprire la loro evoluzione. Non si nasce mai subito impressionisti o poppartisti. Spesso si tratta di opere giovanili, del tutto gustificate (vedi Picasso, che già a 9 anni era un mostro). Alcune di queste sono anticipatrici e rivelatrici, altre risentono del passagio storico tra figurativo e astratto o delle influenze del momento. Altre volte sono però una spia. E, come sempre, le sorprese non mancano e le valutazioni, tutte personali permettono di confermare geni o di vedere il re in mutande.
Bisognerebbe tornare a vedere e a giudicare con le proprie sensazioni.

Jackson Pollock – Going West – 1934

Lucio Fontana, Il fiocinatore, 1933-34
 

Andy Warhol, 1950


Mark Rothko, Entrance to Subway. 1938

Alberto Giacometti – testa 1926


Pablo Picasso 1897 (aveva 16 anni...)
 

Piet Mondrian, Notte d'estate, 1906

Pino Pascali, Arlecchino, pubblicità 1962


 Wassily Kandinsky Okhtyrka, autumn, 1901 -


Amedeo Modigliani, 1901


Francis Bacon 1931


 Rene Magritte mather, 1925
 

Giorgio Morandi, Bagnanti, 1915
 

 Alberto Burri, Processione del Cristo Morto, 1946
 

Giuseppe Capogrossi - Piena sul Tevere, 1934
 

Alexander Calder - Elephant, 1930
 

Landscape with watermill, Joan Miro, pencil charcoal on paper drawing, 1906 
 

Christo Pencil-on-paper drawing - his father reading 1949



Mimmo Rotella, gouache 1948  

Salvador Dali - Port Of Cadaques (Night), 1919
 


Edward Hopper: The Boy and the Moon, 1907



Adolf Hitler, sulla spiaggia, 1912
 
  
 

QUESTA TECNICA AVREBBE POTUTO CAMBIARE LA TECNICA DEL RITRATTO. NON LO HA FATTO

Si chiamava photo-multigraph e si trattava di un brevetto ideato da James B. Shaw ad Atlantic City, New Jersey, intorno al 1890, applicando la tecnica degli specchi inclinati.
L’innovazione piacque e venne fornita dagli studi fotografici itineranti, sino agli anni 20 ma non giunse mai in Italia, tanto che non venne replicata negli esperimenti di fotofrafia simultanea di Bragaglia e degli altri fotografi futuristi.




Anton Giulio Bragaglia fotodinamica



marilyn how-to-marry-a-milionnaire di jean negulesco, 1953
 
 1950


venerdì 18 agosto 2017

We Can Do It! - ICONE SI DIVENTA.


Nel 1942, l'artista di Pittsburgh J. Howard Miller viene assunto in piena guerra dalla Comitato di coordinamento della produzione della Westinghouse per creare una serie di manifesti per lo sforzo bellico. Tanto per fare capire come una volta anche i grafici venivano assunti…
Uno dei manifesti che nacque fu il famoso "We Can Do It!" per invitare le donne a candidarsi per lo sforzo bellico, un'immagine che negli anni successivi sarebbe diventata "Rosie the Riveter". Ispirazione nata modificando una foto della United Press International (UPI), foto della fattora Geraldine Doyle del Michigan, o come emerso più tardi, di tale Naomi Fraley Parker della California.
I manifesti all’inizio non vanno molto oltre una fabbrica Midwest Westinghouse per due settimane nel mese di febbraio 1942.
Fu solo più tardi, intorno anni 19782 che il manifesto venne ripescato dall’Archivio militare e abbinato al movimento per la liberazione della donna. Nulla più si seppe di J. Howard Miller, che è morto nel 2004.









giovedì 17 agosto 2017

SARAH BERNARDT, DIVA E SCULTRICE

E’ stata, senza giri di parole, la più grande attrice dell’800 e della prima metà del ‘900. Ebbe una sfilza di amanti, famosi (Hugo, Doré, Rostand, Jean Richepin, D’Annunzio...) e non, ma si sposò una volta sola, disastrosamente, con un sedicente aristocratico greco che la tradiva, perdeva al gioco il suo denaro e morì drogato a 34 anni.
Ed era coraggiosa.
A 69 anni le venne amputata la gamba sinistra ampi (se veramente era nata nel 1844), per le complicazioni di un vecchio trauma alla rotula, aggravato quando, in una recita della Tosca - il fatidico tuffo da Castel Sant’Angelo non era stato attutito dal materasso, che qualcuno si era dimenticato di collocare. All’emergenza Sarah aveva reagito con caratteristica energia, esortando i medici ad agire subito. Il figlio la supplicava di ripensarci, lei rispose: «Scegli tu cosa devo fare, ma sappi che o mi opero o mi ammazzo».




Ma era anche una scultrice come con questo calamaio (Sphinx) che è in realtà un autoritratto. Si raffigura con ali di pipistrello, il corpo da grifone, la coda del pesce. E’ la sua professione di attrice.
Che con la piuma della penna diventa subito cocotte. In fondo è un calalamaio, una cosa da usare...
L’ha realizzata nel 1880, ha la combinazione fantastica della gioielleria contemporanea liberty, nonché per le immagini e le tecniche di bronzi manieristi del XVI secolo.
Sperimentò poi il marmo dimostrando talento e tecnica.



 
Alphonse Mucha - Sarah Bernhardt.