UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 28 gennaio 2013

QUEL PITTORE E’ UNA BESTIA

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Congo mentre dipinge, anni '50
Una delle opere di Congo

Nel 1962 il best seller “The Biology of Art” di Desmon Morris lasciò il mondo dell’arte senza fiato. Raccoglieva l’esperienza e le opere di Congo, uno scimpanzé di 7 anni che, grazie alla guida e agli stimoli comportamentali ideati dall’etologo inglese, ed egli stesso pittore, avrebbe realizzato nel decennio 1954–1964 circa 400 opere astratte. 
Insomma, il primo animale della storia a riuscire non solo a dipingere in pubblico, ma ad esporre in una galleria d’arte, l’Istituto d’Arte Contemporanea di Londra. Prima forma di vita, considerata sino ad allora senza anima e senza coscienza di sé, capace di creare come l’uomo.

Una delle sue opere fu venduta a 25.000 sterline. Anche Picasso comprò una sua tela e Mirò si disse disposto a barattare un suo disegno con quelli del collega scimpanzé. Se Congo veniva privato degli strumenti per dipingere mentre era assorto nel suo lavoro, urlava e li pretendeva indietro. E quando dipingeva, sembrava essere felice.

Un approccio sensazionalistico che rischiò però di distrarre da una esperienza scientifica e artistica di grande interesse, che ci pone in maniera diretta il problema delle origini della creatività e dell’amore per il bello.


Desmond Morris e Congo


Altri pittori famosi in tempi più recenti, esponenti dell’espressionismo astratto, furono il gorilla Koko (andate a visitare il sito personale, dove è possibile acquistare multipli delle sue opere
-->http://www.koko.org) e Michael. Anche a loro fu dedicata una mostra presso la Terrain Gallery di San Francisco. I loro dipinti ritraggono l’amore, la rabbia (come comunicarono con il linguaggio dei segni ai loro assistenti), ma anche oggetti di vita quotidiana, compagni di giochi, come il cane Apple o i gorilla stessi. 3 di questi quadri furono venduti a 20.000 dollari.

Koko comunica con il linguaggio dei segni



Negli anni ’80, venne scoperto il talento artistico di Siri, una elefantessa del Burnet Park Zoo (New York). Scarabocchiava con un sasso sul pavimento della gabbia, venne così incoraggiata la sua dote artistica fornendole tele, colori e pennelli. Curioso fu quando alcuni quadri di Siri vennero inviati ad un famoso critico d’arte, Jerome Witkin, senza rivelare l’identità dell’artista: li definì «eccezionali, emana da questi quadri una forza positiva e ricca di tensione, così controllata da risultare incredibile. È un’opera così delicata, così intensa».  Non poteva mancare un cane pittore: Sam, un meticcio del Maryland. Un maiale a nome Smithfiel e un cavallo chiamato Cholla in Nevada.




La regola è una sola: l’opera deve nascere per una precisa volontà e azione dell’animale sulla tela, senza costrizioni o trucchi. Altri marchingegni, insomma, non funzionano, e non sono permessi. Così, quando il grande maestro giapponese Hokusai per vincere una gara di pittura decise di liberare una gruppo di anatre su un lungo rotolo di carta di riso, dopo avergli infilato le zampe nell’inchiostro, per poi chiamare l’opera “foglie di acero sul fiume”, in fondo stava solo barando...




giovedì 17 gennaio 2013

UGO CELADA DA VIRGILIO. REALE, MAGICO, METAFISICO.


Ugo Celada da Virgilio ti prende e non ti lascia più. 
Cosa mi piace? La sua capacità di utilizzare la pittura come un linguaggio muto in grado di trasformare la forma in messaggio, la rarefazione in sostanza. 
Mi spiego meglio. Mi coinvolge la sua capacità di bloccare, nel tempo e nello spazio, la realtà in una maniera che appare distaccata, analitica e scientificamente esatta (colore, riflessi, trasparenze) comunicando - al contrario di una totale irrealtà - un grande pathos narrativo.


Elementi che si impongono nei suoi ritratti ieratici, nei nudi, nelle nature morte. Come appare in questa splendida composizione degli anni ’30 o 40’, nella tensione dei rossi e dei colori freddi, della vita fuggita via di un pettirosso e di una gazza, a contrasto con la fredda presenza degli oggetti. E con quel riflesso rosso rubino, che sembra ipnotizzarti che unisce due elementi contrapposti, dando vita a una struttura ad X.
In questo senso (anzi, coinvolgendo tutti i sensi) Ugo Celada rappresenta la reale punta di congiunzione tra la Metafisica, il Realismo Magico, la Nuova Oggettività, il Novecento
Quattro movimenti apparentemente e geograficamente distanti, che in lui – e che dire solo in lui - si esaltano e si completano.
Ogni sua opera diviene così un quadro idealmente dipinto a tante mani, dove sembra di ascoltare le pagine di Bontempelli, le suggestioni di Cagnaccio di San Pietro e Donghi, i paesaggi immoti di De Chirico, la pittura dei maestri internazionali della Neue Sachlichkeit, come Dick Ket, o del precisionismo.




Un’identità anomala dunque. Una personalità complessa, che, come sempre avviene in Italia, finisce per venire penalizzata. Oggetto di culto per collezionisti e critica, ma poco presente nella storia dell’arte divulgata di questo paese. Nonostante la crescita di articoli e di rassegne che lo coinvolgono, a partire dalla bellissima mostra tenutasi alla Rotonda della Besana e a Palazzo Reale a Milano (2005), che accompagnò la sua forte impennata nei valori di mercato.


Ugo  Celada nasce nel 1895 Cerese di Virgilio (MN), da cui l’aggiunta al nome del toponimo, quasi a volersi identificare in un maestro antico. 
A undici anni si iscrive alla Scuola di Arti e Mestieri di Luzzara (Reggio Emilia) per passare poi alla Regia Scola d'Arte Applicata di Mantova. Grazie a una borsa di studio può infine frequentare l'Accademia di Brera di Milano partecipando ai corsi di Cesare Tallone.
Nel 1914 abbandona gli studi per arruolarsi come volontario. Tornato dalla guerra si trasferisce prima a Genova, e poi a Parigi, dove assimila a pieno le correnti e le suggestioni europee. Nel 1920 partecipa alla XII Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia dove sarà presente anche nel 1924, ma è solo nell'edizione del 1926 che la sua opera si impone alla critica, grazie al giudizio positivo del critico francese  Emile Bernard (pittore e biografo di Cèzanne) che segnalò Ugo Celada come unico tra gli italiani partecipanti, scatenando l'invidia tra i suoi colleghi. 
 
Dopo il ritorno dal soggiorno a Parigi, le mostre si susseguono numerose, dalla Quadriennale di Torino nel 1928 alla Permanente di Milano. Nel 1929 sposa Teresa Berniera la quale gli darà una figlia, Maria Grazia.
Nel 1930 espone alla Galleria Samadei insieme a molti rappresentanti del movimento "Novecento".
Ma è nel 1931 che avviene la rottura, firmando un manifesto antinovecentista, nel quale attacca il monopolio della cultura di regime. Viene emarginato, e mai più invitato alle grandi esposizioni pubbliche. Divenendo, nei fatti, uno dei pochi artisti di successo a non essere compromessi con la cultura fascista e con la sua celebrazione.
Ugo Celada si chiude di fatto in se stesso, vivendo grazie a importanti commesse della borghesia milanese, che lo adora. Con il dolore, nel 1943 in seguito ad un’incursione area, di vedere la distruzione del suo studio a Piazza 5 giornate,  e la scomparsa di molte delle sue opere degli anni ’30 e ’40, oggi tra le più rare.
Si trasferisce a Varese e n
el 1959 organizza presso la Galleria Cairola di Milano la Prima Mostra del Movimento dei Pittori Oggettivisti

Morirà a Varese nel 1995, centenario (ma le sue ultime opere risalgono agli inizi degli anni ’70). Solo 10 anni dopo la sua morte inizierà la riscoperta e la celebrazione per il suo straordinario talento. Il comune di Cerese di Virgilio gli ha dedicato un museo. E’ presente presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma.



 

lunedì 14 gennaio 2013

LA BARONESSA DADAISTA. UNA STORIA APERTA A MOLTE SORPRESE. Baroness Else von Freytag-Loringhoven

Una delle immagini più famose del movimento DADA. 
Nessuno però sa che la donna nella fotografia, e probabilmente anche il puppet, 
è la Baroness Else Freytag-Loringhoven.

La Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven (chiamata anche Else von Freytag-von Loringhoven - 12 Luglio 1874 - 15 dicembre 1927) è stato una protagonista dell’avanguardia dadaista, artista visiva, performer e poetessa, che ha lavorato per diversi anni nel Greenwich Village, New York City, anticipando di 50 anni mode e tendenze.
Nata povera. Vissuta come un pendolo oscillante tra gli agi e il disastro, ha avuto una vita avventurosa e caotica che aspetta solo di diventare un film. Prima di morire, in totale miseria a Parigi, per un incidente domestico da molti letto come suicidio.



La sua poesia visionaria e provocatoria è stata pubblicata postuma nel 2011 e Il New York Times ha inserito il libro nella lista dei più importanti volumi dell'anno. E le sue intuizioni, per quanto caotiche, e forse dettata da traumi psicotici e da uno stato border line, non sono state ancora del tutto comprese e studiate. Tanto da poter essere stata proprio lei ad influenzare alcune delle radicalizzazione del movimento DADA, orinatoio di Duchamp compreso. Ma partiamo dagli inizi, come conviene ad una storia – vedrete – ricca di colpi di scena.

Poesiva visiva, 1914
Freytag-Loringhoven nasce con il nome di Hildegard Else Plötz in Pomerania. Suo padre è un muratore violento e alcolizzato, accusato di aver trasmesso alla madre la sifilide e di averne causato la follia, che la maltratta e che abuserà sessualmente di lei sin dall’infanzia. 
Per altre ragazze sarebbe una via senza uscita.
Non per Else. Nonostante l’ambiente gretto e violento, scappa di casa, studia come attrice per poi debuttare come performer vaudeville a Berlino, Monaco e in Italia, caratterizzandosi per una vita sessuale intensa, aperta ad ogni esperienza, vissuto nella piena bisessualità.

Studia arte a Dachau, vicino a Monaco. E sono gli studi d’arte e le nuove frequentazioni che le permettono di frequentare ambienti borghesi e abbienti, sino a sposarsi nel 1901, a Berlino, con il noto architetto art nouveau August  Endell. Ricco, affascinante, impotente.


Auguste Endell

Else Endell viaggia in tutta Europa e frequenta la buona società, intrecciando un rapporto a tre mai del tutto chiarito con un amico del marito, il poeta e traduttore Felix Paul Greve. Nel luglio del 1910, mentre è in viaggio con loro sulla strada per Palermo, decide di abbandonare in maniera definitiva il marito e di fare di Greve il suo solo uomo. 

Felix Paul Greve
Anche Greve, accerchiato dai creditori, vorrebbe ricominciare una nuova vita. L’idea che hanno è radicale come le loro vite: inscenare, con la complicità di Else, un finto suicidio, per poi partire alla volta del Canada o degli Stati Uniti.
Quando Elsa, sbrigate le formalità lo raggiunge (lui si intanto è ribattezzato Frederick Philip Grove) si trasferiscono insieme una fattoria a Sparta, Kentucky dove lui inizia a fare il coltivatore. The end? Ma quando mai…

Grove, 15 mesi dopo, nel 1911 la lascia per andare a cercare l’oro e riscattare i diritti di una miniera. E poi, la fama, come intellettuale.
Else si rimbocca le maniche, si dimentica di quel bell’imbusto e non smette di pensare in grande.

Inizia così a modellare e dipingere, legandosi agli artisti di Cincinnati per poi andare a New York.

Nella Grande Mela si mantiene lavorando in una fabbrica di sigarette, ma finge di essere modella per artisti come Louis Bouché, George Biddle e Man Ray e finisce per farsi prendere sul serio anche dagli stessi interessati.

E’ grazie a queste frequentazioni che nel 1913 sposa il barone tedesco Leopold von Freytag-Loringhove. Bello e squattrinato. Ma che le permette di divenire "la baronessa dadaista" e una delle stelle riconosciute di New York.




Cathedral, 1918

E in questo periodo che inizia scrivere poesie e frammenti di un romanzo, divenendo un pioniere femminile della poesia sonora. Abbandona ben presto l’arte nei suoi aspetti formali. Tutto le sta stretto. Lavora così su sculture, pitture e  assemblages (dei quali sarà una delle prime interpreti) realizzati con spazzatura e rifiuti raccolti dalle strade. Elenvando gli oggetti che gli altri scartano o disprezzano in oggetto di culto.

Tanto che Duchamp, in una lettera alla sorella scritta nel 1917 le racconta eccitato che una sua amica ha avuto un’idea pazzesca e che “… ha mandato un orinatoio per la presentazione al Salone degli Indipendenti….”.

Aprendo la strada a una serie di congetture sulla reale intuizione di Duchamp e sulla paternità dell’idea che un giorno o l'altra, andrà dipanata.

January 10, 1922. New York.  Baroness e Claude McKay, 
Jamaican writer and a figure in the Harlem Renaissance




Sparito il marito (tornato in Germania, per combattere contro gli Stati Uniti) le sue mise diventano proverbiali. “…cucchiaini usati come orecchini, francobolli incollati sulle guance, una torta di compleanno, con tanto di candeline accese, al posto del cappello… i capelli rasati a zero e adorni di spazzatura…”.
E’ talmente al di sopra del normale che Duchamp e Man Ray la coinvolgono in un cortometraggio, intitolato The Baroness shaves Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici), di cui purtroppo sopravvivono solo pochi fotogrammi. Ma che già dal titolo prometteva di essere una bomba.


PORTRAIT OF BERNICE ABBOTT c. 1922-26 by Baroness Elsa Von Freytag-Loringhaven


Nel 1923 il gioco però si rompe. La bellezza è ormai sfiorita. Else è diventata tutta ossa (assomiglia un po’ a Renato Zero) e anche il fatto di barare sull’età di 10 anni, come ha sempre fatto, non è più credibile. Le mode stanno cambiando, e la sua vita torna ad essere difficile.



Forse illudendosi di sfruttare anche il roboante titolo nobiliare nel 1923, Freytag-Loringhoven torna a Berlino, in cerca di migliori opportunità.
Trova invece un’economia devastata dalla prima guerra mondiale, e un tessuto artistico che non la accoglie come avrebbe sperato. Indipendentemente delle sue difficoltà, rimane lì, senza un soldo, scivolando sempre di più sull'orlo della pazzia. Diseredata dal padre e ridotta in estrema povertà, finisce per vendere giornali sul Kurfűstendamm e per trascorrere un lungo periodo in una clinica psichiatrica, sempre implorando i vecchi conoscenti, fra cui Peggy Guggenheim, di prestarle del denaro. Di non abbandonarla. Di credere ancora in lei.

È Djuna Barnes, una delle amiche più fedeli (che abbozzerà anche una sua biografia) a pagare l’affitto dell’appartamento parigino in cui la baronessa si trasferisce nel 1926, nell’ultimo tentativo, disperato di rifarsi una vita. 
Qui, in rue Barrault, muore nel 1927, soffocata dai miasmi dal gas lasciato aperto. Aperto volutamente, o volutamente lasciato così da qualcuno. Suicidio, incidente, omicidio?
Nessuno potrà mai saperlo. Aveva 53 anni.





martedì 8 gennaio 2013

21 GRAMMI E L’ESTETICA DEL DOLORE

Nel 1934, il medico tedesco diagnosta Prof. Dr. Hans Killian pubblica un libro straordinario e agghiacciante, Facies Dolorosa: Das Schmerzensreiche Antiltz, 64 ritratti dei suoi pazienti morenti, in alcuni casi ripresi proprio nel momento del trapasso.

Si tratta di immagini documentali, pensate come un contributo scientifico di osservazione empirica, che nasce dalla teoria del Dr. Killian secondo la quale la diagnosi della malattia di base di una persona potrebbe essere letta nella tensione dei muscoli facciali e dalle espressioni presenti sui loro volti. La prima edizione di Facies Dolorosa è stata stampata con il processo di collotipia ed è estremamente rara. Oggetto di collezionismo, non tra i medici, ma tra gli esteti e i bibliofili. Ed è questo il primo paradosso.


 
L’operazione, pur essendo ammantata da una volontà clinica per certi versi ancora ottocentesca e positivista, almeno negli intenti iniziali, possiede infatti una bellezza travolgente e terribile. Una carica ipnotica, che emerge in questi volti, fotografati in primissimo piano, di forte influenza espressionista, costruiti con sapienza compositiva e tecnica raffinata.
Colti spesso in piani obliqui, i ritratti possiedono una forte carica disturbante.
Non vuoi guardare, e invece continui a farlo, ricercando in quegli occhi una risposta. E ti senti in colpa.
Il "volto del dolore" di Facies Dolorosa diviene, così, un ulteriore contributo a quell'estetica della sofferenza in bilico tra compassione e compiacimento che tanta parte ha avuto nella storia dell'immagine fotografica. Ma anche della storia dell’arte, o del cinema, nella volontà di mostrare gli ultimi atti del Cristo, dei santi, degli eroi, dei protagonisti. Con un dato certo. La morte, possiede in sè qualcosa di enorme e sacrale, ma è molto meno romantica e oleografica di come ci sforziamo di rappresentarla.

Barocco Spagnolo
Antonello da Messina
Gheddafi, ultime immagini in vita
Anton Van Dick


E’ forse proprio in quel momento che fuggono via, come vorrebbe una leggenda parascientifica, i 21 grammi dell’anima che il Dr. Duncan MacDougall individuò con scientifica certezza, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, dopo aver pesato i suoi pazienti, prima e subito dopo la morte?
Egli sosteneva inoltre che nell’istante stesso della morte l'anima dovrebbe agitarsi per poter uscire dalle ossa del cranio e quindi essere indicata come una macchia più chiara nella radiografia delle stesse.
MagDougall sosteneva anche che l'anima delle persone morenti avrebbe una luce simile a quella dell'etere interstellare e che analoghi esperimenti sui cani non avevano dato risultati. E che i cani, quindi, non avevano un’anima.

Bè, se dice che i cani non hanno un’anima, la sua teoria non è poi così credibile…


giovedì 3 gennaio 2013

DICK KET, IRONIA, TRAGEDIA, REALISMO MAGICO.

Vi ricordate il volto ironico e sofferente di Massimo Troisi che pedala, a picco sul mare, nel film Il postino? Gli straordinari autoritratti, molti dei quali inediti per l’Italia, di Dick Ket sembrano riportarlo alla mente. E ci fanno entrare, in punta di piedi, in una vita silenziosa, vissuta in pochi metri quadri. Una storia leggera e trasparente come una pelle di cipolla, che mi piace condividere, prima che voli via.
Dick Ket è stato un pittore e incisore olandese della prima metà del Novecento noto per le sue nature morte e per gli autoritratti con le “dita a bacchetta”, conseguenza della sua patologia. Ha prodotto in tutto centoquaranta dipinti, la maggior parte dei quali negli ultimi dieci anni di vita.

Di questi, quaranta sono autoritratti. E questo, qualcosa vorrà dire.

 



Cult per chi lo conosce, soprattutto in Olanda, sconosciuto ai più, Dirk Hendrick Ket nasce nel 1902 a Den Helder, piccolo porto all’estremo nord dei Paesi Bassi, con un difetto cardiaco grave, probabilmente la tetralogia di Fallot (detta anche sindrome del bambino blu), all’epoca incurabile, che gli provoca un insufficiente nutrimento di tessuti e organi. E le dita a mazza di tamburo o, come dicono i medici, dita ippocratiche.

È gracile, un lungagnone dagli occhi grandi e lucidi, e diviene subito vittima di bullismo in classe, anche perché, al seguito del padre militare, è costretto a cambiare frequentemente scuola e città e deve ogni volta lottare per farsi accettare.

Mentre frequenta il secondo ciclo di studi incontra però due insegnanti che ne comprendono il talento e lo incoraggiano.

Johan C. Kerkemeijer, suo insegnante di disegno, gli consiglia di valorizzare il suo talento artistico e lo indirizza verso le tecniche della pittura a olio. Un altro suo professore, Henri Adrien Naber, insegnante di chimica e fisica, teosofo convinto e autore di lavori scientifici nei quali vorrebbe dimostrare il rapporto tra geometria e misticismo, lo influenza profondamente nella visione della vita e delle cose.

Le teorie di Naber lo conducono così a ricercare un parallelismo tra leggi della fisica ed esistenza. A dare un senso al suo essere malato. Ma anche a pastrocchiare con gli elementi. E come risultato delle sue azzardate sperimentazioni tecniche, alcune sue tele, dopo mezzo secolo, non sono ancora completamente asciutte. Dopo gli studi d’arte alla Kunstoefening, l’accademia di Arnhem, tra il 1922 e il 1925, Dick non riesce più a viaggiare. Debilitato dalla stanchezza cronica indotta dalla sua malattia e da crescenti fobie, soprattutto l’agorafobia, finisce così per vivere appartato, con i genitori, a Bennekom, una piccola cittadina proprio al centro dei Paesi Bassi, lontana dal mare davanti al quale è nato. Se cercate su Street View il numero 70 di Prins Bernhardlaan, a Bennekom, vedrete una piccola fortezza di due piani, costruita con un ammirevole stile funzionalista che ancora oggi stride con le casette tradizionali che la circondano. È la dimora che Dick Ket si è progettato e dalla quale, dopo il 1930, non uscirà più.

Sarà l’evoluzione del suo volto, nei suoi autoritratti, a raccontare da questo momento, con spiazzante crudezza, l’avanzamento progressivo della malattia. Cianosi compresa. Morirà pochi giorni prima di compiere trentotto anni. Perplesso e malinconico, mai disperato, anche quando si ritrae in un trittico di memorie rinascimentali con una pezza in testa, occhi gonfi e in mano una ciotola che ha tutta l’aria di essere maleodorante.

Capace di esprimere nelle lettere – pubblicate postume – umorismo e autoironia, passione per le arti, per la letteratura, la musica, il cinema, ma anche per i giochi di parole e l’enigmistica. Perché i geni, a volte, sanno sorridere, anche nella tragedia.

Ecco il trucco. Non era necessario per lui dipingere un mare. Se vuoi esplorare il tema dell’acqua, è sufficiente spiarne la caduta da un rubinetto in una ciotola, il resto è solo scenografia.

Stessa cosa per l’umanità. Basta cercare il mondo in te stesso e nelle persone che fanno parte del tuo pianeta. Come Nel Schilt, la sua ragazza, che spesso ritrae, e suo padre, che considera il suo migliore amico.

Mentre i primi dipinti esplorano suggestioni postimpressioniste, dal 1929 appare fortemente influenzato dalla Neue Sachlichkeit e quindi dal Magischer Realismus, termine coniato dal critico d’arte Franz Roh in un celebre saggio del 1925, dove lumeggia una “terza realtà”, sintesi fra mondo concreto e la dimensione magica dei sogni e delle allucinazioni, movimento che Dick arriverà a conoscere solo attraverso riproduzioni, ma che sente come suo.

Nonostante l’isolamento, riesce comunque a esporre. Tra il 1932 e il 1940 sue opere figurano in mostre collettive di pittura olandese contemporanea, tra Amsterdam, Eindhoven e L’Aja, ma anche a Bruxelles, Venezia e Parigi. Si è assicurato una certa notorietà grazie a una mostra personale – la prima e l’ultima, purtroppo – tenutasi tra il 1933 e il 1934 alla Kunstzaal Van Lier ad Amsterdam, dove la sua pittura è stata apprezzata, non senza qualche polemica, e diverse opere sono state vendute.



Le sue meticolose nature morte presentano pochi elementi. Bottiglie, una ciotola vuota, uova, strumenti musicali, un grappolo d’uva, ritagli di giornale. Ket propone questi oggetti comuni con tagli angolari, visti ora dall’alto, ora in scorcio. Piegando la tecnica analitica alla volontà di comunicare emozioni.

Spesso sono presenti anche citazioni tratte da illustrazioni o dalle pubblicità del cioccolato Droste disegnate da Cassandre, al secolo Adolphe Jean Marie Mouron, celebre illustratore e pittore francese di origini ucraine, che figurano come elemento contemporaneo in uno scenario classico, all’antica. Ma è nell’interpretazione di se stesso che Dick apre una pagina tra le più toccanti della pittura. Come nell’Autoritratto del 1932. In una composizione che si diverte a evocare i classici della ritrattistica del Rinascimento tedesco e italiano, vediamo il suo aspetto bizzarro e sofferente, contraddistinto dalla strana pigmentazione della pelle e dalla forma delle dita “a bacchetta”, sintomatiche della malattia, che si colorano sempre più di grigio-blu. Ha la camicia aperta sul torace, a evocare il suo problema cardiaco. E stringe con forza il fiore nella brocca, per dire che la vita non gli sfuggirà senza lottare.




Ha un cavalluccio alle spalle, forse per alludere all’innocenza infantile del proprio sguardo sul mondo, e lo inserisce anche in altre sue composizioni. D’altronde, nella bassa parlata fiamminga, ket significa proprio “cavalluccio”, “ragazzino”. Nell’angolo in basso, a destra, ha dipinto capovolta la parola “FIN”, quasi a ricordare la morte che incombe. In una miscela di ironia e tragedia che lo rende, non solo come pittore, una grande figura del Novecento.

È morto il 15 settembre 1940, nel periodo più buio della guerra.
Mi sarebbe piaciuto averlo come amico.

 
The Three Bread Rolls, 1933  
 



 LA FAMIGLIA. GLI AMORI.
 
 







SOLO LUI POTEVA ANDARE SULLA COVER DI OUTSIDERS.
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storia di 34 sconosciuti, dimenticati, inappropriati artisti del ‘900. Un omaggio ai perdenti e alla creatività dispersa. Una esigenza nata anche per valorizzare il mio lavoro di creativo, mettendo accanto fotografi e pittori, illustratori e scultori. Storie da tutto il mondo, che volevo raccontare prima che svanissero. Qualcuno è stato piegato da difficoltà, guerre, malattie, perseguitati perché ebrei, folli, omosessuali. Qualcuno ha inseguito l’amore, altri hanno combattuto battaglie perse in partenza. Perché gli Outsiders sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato. 
Giunti Editore.