UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




domenica 31 maggio 2015

CASUALITA' DEL MERCATO DELL'ARTE


Guardate questo quadro. Roma, quartiere Trieste, 2002 circa. 100 x140, se ricordo bene. Un amico mi chiama e dice: "Ho visto un quadro bellissimo, anni '30, non è firmato, l'antiquario l'ha trovato in una casa. Chiede 3 milioni di lire... ti va di dividerlo?". 
Vado a vederlo. E' bellissimo e indecifrabile. Classico. Moderno. Sembra un Piero della Francesca.
Proviamo ad acquistarlo, l'antiquario è indeciso, lo appena preso in una casa pagandolo un paio di milioni (c'erano le lire). Sale a 5 milioni di lire... Non sa che fare. Dice che vuole fare delle ricerche. Boh. Ciao.


Tre mesi dopo viene quotato da aste Babuino 13.000 euro e venduto a 80.000 euro (la lira è divenuta euro).
Quattro mesi dopo o poco più lo rivedo al Palazzo della Permanente di Milano, con la assegnazione a Franco Gentilini, prezzo di vendita 100.000 euro.
Mi mordo il labbro. poi, ne ho perso le tracce. Questa è la storia. Buona notte.


GRAN FINALE
Ora si intitola "Composizione con figure", (1935-1944), olio e tempera su tela applicata su tavola, cm 135x101,5, autentica di Franco Gentilini. La figura centrale è un autoritratto dell'artista negli anni Trenta in una metafora poi letta come opposizione al regime. Il quadro era bellissimo. Amen.

giovedì 28 maggio 2015

FRANK ZAPPA, INSIGHT.


Questa è la creatività. O hai una intuizione immediata, parliamo di nanosecondi, o devi lavorare duro, come un minatore che spacca pietre sperando di trovare un diamante tra le rocce e la mmerda degli altri minatori. Utilizzi tutti i trucchi del mestiere. Conosci le falde e cerchi di interpretare i segnali. Di solito un minatore trova solo pietre. Qualche volta, poche volte nella vita, diamanti.    
L’intuizione si chiama “insight” nel linguaggio del marketing e della percezione.


Questo è quello che è successo all’artista underground Neon Park quando Frank Zappa lo convoca, gli porge la copertina di settembre 1956 di Man’s Life Mans che raffigura un uomo attaccato e divorato dalle donnole e gli dice: “This is it.! …Cosa si può fare peggio di questo?".
Neon accetta la sfida, prende la rivista e se ne va.

La risposta due giorni dopo. Adatta il soggetto a una pubblicità del 1953 per il rasoio Scick. Questa è la storia di Weasels Ripped My Flesh è il nono album di Frank Zappa (il settimo con le "sue" Mothers of Invention), uscito nel 1970.
Questo è il genio, di entrambi. Forse è casualità. Sicuramente insight.


Mothers of Invention sono stati un gruppo musicale formatosi nel 1964 sulle ceneri dei Soul Giants, una band che si esibiva nei pub e nei locali da ballo californiani. Il chitarrista e compositore Frank Zappa, assunto come sostituto di uno dei membri originali, ne assunse presto la guida.
I Mothers of Invention si distinsero dai gruppi dell'epoca per le influenze musicali eterogenee (dal free jazz alla musica colta) e per la carica dissacratoria ottenuta sia con i testi che con espedienti teatrali mutuati dal dadaismo nelle esibizioni dal vivo. Frank Zappa lasciò definitivamente il gruppo nel 1969.
Frank Zappa continuò ad usare la denominazione di Mothers o Mothers of Invention sino al 1975, dopodiché prese a denominare le formazioni che lo accompagnavano come "Zappa Band".
P.S. Zappa era un Genio, migliore anche della sua musica.

martedì 26 maggio 2015

REALISMO, IDEALISMO, UTOPIA, POLITICA. UNA LETTERA INEDITA DI RENATO GUTTUSO A ENRICO ACCATINO.


Caro Accatino,

grazie della tua lettera. Essa è una prova del tuo animo generoso e del tuo amore per la pittura. Se almeno tra noi c’è civiltà e rispetto e reciproca fiducia e stima, ciò ci dà la forza a resistere contro i tanti cani arrabbiati che urlano contro il lavoro umano e contro le opere dell’ingegno.
Perciò la tua lettera mi giunge assai cara e mi commuove. Vorrei vederti più spesso e se credi di farmi vedere la grande pittura che stai facendo te ne sarò grato. Abbiamo bisogno, per questa grande battaglia di rinnovamento dell’arte italiana, di tutte le forze nostre migliori. Una nuova forza è incominciata, superato il momento della polemica e della confusione dei termini. Perciò “realismo” significa ormai qualcosa di più profondo e vasto del “neo-realismo”, come noi (pochi) abbiamo sempre voluto e chiesto, e come nel lavoro di ci siamo impegnati a testimoniare.
Già si vede chi ce la fa e chi non ce la fa. Ora noi facciamo un giornale per il quale vorremmo sforzarci di segnalare il meglio che c’è in questa corrente, al di fuori di ogni settarismo politico, ma solo per l’arte italiana reale ed umana, comprensibile e profondamente legata ai nostri sentimenti, alle azioni, alla vita del nostro popolo e alle sue tradizioni nelle stesso tempo culturali e popolari, di lavoro, di lotta e di genio.

Ti abbraccio. Renato Guttuso

Renato Guttuso, 1950
Enrico Accatino 1949



Siamo tra il 1947 e il 1949. Renato Guttuso è un pittore di successo, di casa alla Biennale di Venezia, nei collettivi, nei salotti e nelle redazioni di tutta Italia. Ha circa 40 anni, e comunista della prima ora, si gode ora il privilegio di essere uno che, in fondo, ha già vinto. Uno che viene supportato dal partito, che vende bene. Un rivoluzionario che si potrebbe sedere.

Ma è proprio così? Non sembra in questa forte e illuminante lettera inedita che ci piace condividere per la prima volta e che svela la forte tempra morale e idealista che caratterizza il primo Guttuso, e che unisce per alcuni anni due artisti con storie e approdi fortemente diversi.

Nove anni di differenza sono niente quando si è adulti. Un abisso quando hai 29 anni e stai debuttando nel mondo dell’arte. Questa la condizione di Enrico Accatino (Genova 1920-Roma 2007), giunto a Roma dopo un lungo andirivieni tra Italia (ha fatto persino il tonnarotto alle mattanze di Carloforte) e Francia, al quale Renato Guttuso al vernissage della sua prima mostra a via Margutta decide di comprare i suoi primi due quadri, complice Roberto Melli, che li ha presentati e che con entrambi condivide le merende sulla terrazza della sua casa popolare a Testaccio e l’aver visto in un ragazzo senza arte né parte ripercorrere i suoi stessi soggetti. Quello che li unisce è un’attenzione per le persone umili, il lavoro dei campi (molte opere hanno nomi simili: zappatori, vangatori, spaccapietre…) delle persone più semplici. Ci arrivano per due strade diverse, politica per Renato, etica per Accatino dando vita tra il 1946 e il i primi anni ’50 a opere molto simili. Ma nasce una stima che durerà per anni, sino a quando il rifiuto di Enrico di schierarsi in maniera militante, e la sua conversione all’astrattismo, che nel 1957e il 1958, porterà alla definitiva rottura tra i due. 

Enrico Accatino
Renato Guttuso
Enrico Accatino, 1948 . contandini
Renato Guttuso, 1951, contandini
Fichi d'India, Renato Guttuso
Fichi d'India, Enrico Accatino 

Oggetto della lettera, il realismo (contro il neo-realismo modaiolo subito imperante). Tema che Guttuso affronta in vari articoli su "Vie Nuove", "L'Unità" e "Rinascita", che presuppone una pittura popolare e accessibile alle masse. “Pur non potendo negare le affinità con il realismo socialista sovietico, Guttuso sostiene che la propria ideologia artistica scaturisce da convinzioni profondamente sentite e non imposta da alcun sistema politico.“
Qualche volta, bisognerebbe risalire alle fonti.



10 ANNI DOPO - 1960

ENRICO ACCATINO, COMPOSIZIONE, 1959






GUTTUSO, RITRATTO DI DONNA,  1960













domenica 24 maggio 2015

KAI HORNA. LA SURREALISTA ANARCHICA.


1937. spagna. la scala del convento. fotomontaggio

Kati Horna (1912-2000), fotografa ungherese, proveniente da una famiglia aristocratica ha abbandonato una vita agiata e tendenzialmente provinciale per compromettersi con il mondo. Questo è uno dei segreti della vita, scegliere di cambiare vita, identità, radici. Alternare il surrealismo con la crudezza della vita (fotografa carceri, guerre, handicap). Rischiare, forse vincere. Forse no, sapendo comunque di aver mischiato le carte.


... Paradises Kati Horna. Untitled, série Oda a la necrofília

Ha partecipato alla guerra civile in Spagna e aderito a gruppi anarchici come Mujeres Libres o Tierra y Libertad, caratterizzandosi per uno stile del tutto autonomo. Emigrata in Messico nel 1939, ha fatto parte della cerchia surrealista, sia a Parigi che a Città del Messico, insegnando fotografia presso la Scuola Nacional de Artes Plásticas e presso la Universidad Iberoamericana.

Le sue immagini di donne anziane, bambini, madri e bambini sono strazianti sia nella loro immediatezza e visionario sia nella scelta della materia e immagini come la donna al seno nel campo profughi di Madrid presenterà la dignità e la forza delle donne sotto assedio.” Pazzesche, anche per violenza e originalità, le visioni surrealiste realizzate in Messico, molto apprezzate da Luis Bunel. Uno sguardo magico e quotidiano che punta a cercare il magico e l’onirico anche nella realtà più cruda. 

Kati Horna nello studio di József Pécsi Budapest, 1933 


Il suo nome originale era Kati Deutsch. Da giovane apprende le tecniche di fotografia a Budapest, dove lavora nello studio del prestigioso fotografo ungherese Josef Pécs. Da lui conosce Robert Capa, con il quale sarà per breve tempo anche socia.

Nel 1932 si trasferisce a Parigi, dove completa la sua formazione iniziando a collaborare con l'agenzia francese Agence Foto. Entrata in contatto con il gruppo surrealista che si riuniva in Montparnasse al Café des fleurs  ne subisce la seduzione. E insieme al suo amico, l'artista Wolfgang Burger (un giovane rifugiato tedesco, discepolo di Max Ernst), sviluppa tra il 1935 e il 1937 una serie di immagini, che criticano la situazione politica europea, ridicolizzando in particolare la figura di Hitler. Il clima di rottura e di utopia in cui Horna vive a Parigi, contribuisce a rafforzare la sua ideologia libertaria.



Partita per documentare gli orrori della guerra civile spagnola, si innamora del suo futuro marito, il pittore e scultore José Horna (del quale prenderà il cognome) con il quale si recherà insieme a Parigi, quando l’invasione nazista la fa fuggire di nuovo, questa volta in Messico, come tanti artisti e dei rifugiati in generale, tra cui Tina Modotti. Frequenta un ambiente fervido e stimolante, compreda Frida Khalo e Leonora Carrington, imprevedibile scrittrice e pittrice britanninca, trapiantata in Messico.


Leonora Carrington, Kati Horna, Remedios Varo, Mexico, 1957.
Il Messico sarà la sua patria definitiva. Kati Horna morirà nell'ottobre 2000. Anche il nuovo secolo si è riuscita a vedere. Incontentabile…


 

sabato 23 maggio 2015

JANO GOEBEL. COME ATTRAVERSO UN VETRO.




Targe Jeno Goebel (Budapest, 4 giugno 1896 - Budapest, 23 novembre 1944) è un pittore ungherese. Dopo aver studiato presso la locale scuola di design arte della vetrata prosegue gli studi presso l'Accademia di Belle Arti. Dimostra un talento precoce e grazie a una borsa di studio può recarsi a Parigi, dove avverte fortemente l’influenza di Paul Cézanne e di Giorgio de Chirico. Dipinge e opera a Barbizon per poi iniziare a confrontarsi con la cultura delle avanguardie, tornando in patria, membro del KUT e del Munkácsy Gilda. La sua pittura, in effetti, sembra ricordare proprio la luce che filtra dal vetro colorato.


La sua pittura, inizialmente solare e positiva inizia a riempirsi di segni sempre più enigmatici e surreali, che lo accompagneranno per tutto il periodo bellico. Morirà a soli 48 anni nel 1944.

Bánáti Sverák József (1897-1951) 1926, ritratto dei pittori Jeno Goebel
 a sinistra e Jenő Barcsay (1900–1988), membri fondatori di Szentendre Art Colony (1926)


Vörös Géza, il magiaro magistrale

autoritratto
Prendete appunti, perché non si trova su di lui un testo se non in ungherese: Vörös Géza (1897-1957).  Pittore e grafico ungherese di nascita, internazionale nella testa quanto relegato nell’ambito di un’avanguardia solida, quanto ignorata dal mondo occidentale. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti, per 40 anni resterà a Szentendren della quale divenne uno dei fondatori della Szentendre Art Colony (1926 – 1934). Bellissimi i suoi autoritratti degli anni '20 e '30 che ho scoperto capitando per caso mentre surgavo sul web.

nudo nello studio, autoritratto, 1930
autoritratto
il pittore e la modella, 1927

Bánáti Sverák József (1897-1951) 1926, ritratto dei pittori Jeno Goebel a sinistra e Jenő Barcsay (1900–1988), membri fondatori di Szentendre Art Colony (1926).


mercoledì 20 maggio 2015

ARTURO NATHAN. CONCENTRAZIONE. CONCENTRAMENTO.

-->
Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi
o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro,
a respirare la mia aria mefitica.
Sylvia Plath

Autoritratto a occhi chiusi, 1926
Arturo Nathan nasce a Trieste a Piazza Oberdan nel 1891, deportato a Bergen Belsen per le sue origini ebraiche, morirà di fame nel campo di concentramento di Oflag V-B Biberach nel 1944.
Perché qualcuno debba soffrire e morire perché appartiene a qualcosa, o crede in qualcosa, non per quello che fa, ma per quello che è, non riuscirò mai a comprenderlo. Ma questo, è un altro discorso.

Fragile emotivamente, simbolista, rarefatto per stile espressivo, cosmopolita per formazione e visione, Arturo Nathan è stato accostato a De Chirico e alla Metafisica, aree d’influenze che lo avevano fortemente colpito nel suo soggiorno romano e al Realismo Magico di matrice europea. Nella sua vita ha prodotto poche opere - oggi ne sopravvivono solo una ottantina - mentre molte sono andate disperse nel bombardamento a Trieste, verso la fine della guerra, della casa e dello studio.
E’ un artista ondivago, cerebrale, ostico, che predilige scene poco commerciali di rovine e naufragi, che non ha prodotto, a mio parere, sempre opere di livello assoluto. Correggo, non ha prodotto opere sempre di un livello espressivo e formale pari ai suoi due autoritratti, di tristezza e intensità siderale: Autoritratto con gli occhi chiusi 1925, e l’Asceta, 1927, sintesi di grande pittura, delle letture filosofiche di tutta la vita e della frequentazione, in anni precocissimi, con la psicoanalisi (entrò in analisi nel 1919) in un tessuto sociale, a Trieste, che lo fanno essere più europeo che italiano.  
Immagini, però, che, alla luce della sua storia personale, chiamano a letture ancora più dense.


E’ figlio di un solido commerciante Italiano vissuto da giovane in India e in Cina dal quale eredita la cittadinanza inglese. E’ alto quasi un metro e novanta, magro, allampanato, vestito in maniera lontana dai canoni del tempo, insomma, in città è considerato un tipo bizzarro. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si rifiuta di combattere e, sfruttando la sua doppia cittadinanza, presta servizio militare come Obiettore di Coscienza a Porstmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra.
Quando torna a casa appare depresso e privo di forze. Passa le giornate a letto, e alla sorella Daisy non fa che dire: "La vita xe una fogna".
A Trieste, Edoardo Weiss, amico e seguace di Freud, il medico che introduce la psicoanalisi in Italia, lo prende in cura e lo incoraggia a dedicarsi alla pittura per combattere il suo disagio, un po’ come al suo concittadino Zeno/Svevo il Dottor S. consiglia di scrivere un diario come strumento della terapia. Forse lui stesso, come Zeno Cosini, il protagonista del romanzo,  “…proviene da una famiglia ricca, vive nell'ozio e in un rapporto conflittuale con il padre. Nell'amore, nei rapporti con familiari e amici prova un costante senso di inadeguatezza, di "inettitudine", che interpreta come sintomi di una malattia. In realtà, solo più tardi, scoprirà che non è lui a essere malato, ma la società in cui vive..”
Weiss studiò scrupolosamente il “disordine dell'Io” di coloro che chiedevano un consulto, spesso reduci della Grande Guerra e che, per potere incontrare i loro cari, dovevano prima essere sottoposti ad esami clinici presso l'Ospedale psichiatrico perché spesso sofferenti da “psicosi belliche” e nevrosi isteriche.
Il Caso Nathan viene sottoposto allo stesso Freud in una lettera: “..in quel tempo stavo analizzando un giovane pittore sofferente di una depressione non-melanconica che si esprimeva anche nei soggetti dei suoi quadri: rovine e cadaveri animali… “ Il pittore risultava insomma un ragazzo introverso, tranquillo, studioso rivolto più al "mondo interno" e incapace di affrontare la praticità della vita. La sua personalità si scontra con quella del padre, commerciante dedito ai suoi affari, e con quella della madre, donna comprensiva e accogliente con la quale ebbe un legame profondo destinato a cambiare continuamente.
Freud non ebbe dubbi e rispose così: “Dalla eccellente descrizione teorica del Suo paziente posso solo dedurre che può trattarsi di una “depressione semplice” […] direi che si tratti di una semplice fissazione materna.”

Ma torniamo in presa diretta.
Arturo si laurea in filosofia e da autodidatta, anche se frequenta i liberi corsi dell’Accademia del Nudo, inizia a dipingere e a legarsi ad ambienti culturali come quello de la rivista Trieste e poi La Voce di Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini. Conosce e frequenta Umberto Saba, Leonor Fini, Carlo Sbisà, pittore anche da lui riscoprire, e lo stesso Italo Svevo.
Nel 1921 apre lo studio, e in pochi anni riesce a farsi apprezzare tanto da esporre alla Biennale di Venezia già nel 1926. Vi esporrà ancora nel 1928, nel 1930 e nel 1932.
L'opera “l'incendiario” viene acquistato per la collezione del Museo d'arte Moderna di Mosca, e si trova oggi all'Hermitage di San Pietroburgo. Espone poi alla Galleria Milano di Vittorio Barbaroux, e viene notato da Giorgio de Chirico. Partecipa anche a due edizioni della Quadriennale di Roma.

Verso la fine degli anni Trenta, con l'emanazione delle leggi razziali, Nathan come tanti ebrei italiani subiscono soprattutto uno choc culturale e avvertono un forte senso di tradimento. Smette di dipingere a olio e si dedica solo a disegni e a brevi composizioni poetiche.

In quanto ebreo e inglese viene inviato al confino, nelle Marche, dove esegue solo pastelli, preziosi e luminosissimi. Da lì sarà incarcerato a Carpi, forse c’è ancora modo di salvarlo.
Racconta la sorella Daisy: … avevamo un amico nella polizia fascista che per salvarlo si era offerto di falsificare i documenti, ma Arti (Arturo) si rifiutò, non lo trovava dignitoso. Nel 1944 venne deportato in Germania, prima nel campo di sterminio di Belsen, poi a Biberach, dove è morto di fame il 25 novembre 1944 (ma anche per gli esiti di una gangrena a una gamba, ferita mentre è ai lavori forzati n.d.R.).
Quando sono arrivati gli alleati, al primo cucchiaio di minestra, è spirato. Mia madre, invece, era nascosta all'ospedale di Trieste, ma qualcuno deve aver fatto la spia, così l'hanno presa e portata ad Auschwitz, dove è morta. Io sono l'unica a essersi salvata.”

E' incredibile quanto poco si sappia sulla morte delle persone, se non un luogo e una data.


 

L'esiliato, 1928

















mercoledì 13 maggio 2015

LA STORIA DEL QUADRO MALEDETTO...paura, eh?

Tenete a largo i superstiziosi, perché questa è una vicenda abbastanza incredibile. E incrociamo le dita anche noi.
Nel 2000 è accaduto un episodio singolare sul canale di vendita online Ebay: comparve un titolo che enunciava la vendita di un Haunted Painting (dipinto maledetto).

 

La descrizione del quadro sosteneva che durante la notte i personaggi dipinti potessero uscire dalla loro “cornice” ed interagire nel luogo che li avrebbe accolti.
La pagina conteneva anche diverse fotografie in cui il personaggio femminile (una specie di bambola senza occhi) impugnava una pistola per intimidire il protagonista maschile. L’inserzione includeva addirittura un esonero di responsabilità dei venditori per eventuali danni subiti dall’acquirente. L’annuncio si trasformò in poco tempo in un fenomeno epidemico che toccò più di 30.000 visite. La potenza di suggestione fu così alta che alcuni giurarono di essersi sentiti male alla sola vista dell’immagine. Il quadro, apparentemente privo di valore, ricevette oltre trenta offerte e fu venduto per 1.025 dollari alla Perception Gallery, in Michigan. L’artista del quadro, Bill Stoneham, si dimostrò alquanto meravigliato delle voci bizzarre che circolavano attorno al suo dipinto, anche se poi raccontò di strani episodi che lo coinvolsero prima della vendita online: il proprietario della galleria in cui il quadro fu esposto per la prima volta e il critico che per primo recensì il quadro, morirono dopo essere entrati in contatto con l’opera. Certo è che il quadrò contiene sicuramente un’aurea enigmatica e inquietante. Una bambina, dall’aspetto di una marionetta, trattiene, con aria triste e malinconica, una batteria; accanto a lei un ragazzino poco più alto, dotato di una testa sproporzionata, guarda dritto l’osservatore con aria severa e interrogativa. Dietro di loro si scorg0e una porta vetrata da cui si intravedono delle mani avvolte nell’oscurità. Le notizie che circolano ancora adesso attorno a questa leggenda sono piuttosto curiose e in rete ne troverete molteplici assaggi. Fatto sta che dietro ogni mistero, maledizione o pericolo, emerge come sempre una certa dose di attrazione e fascino. (ref. Daily Best)


IL PRIMO OGGETTO CONOSCIUTO DI CONTENUTO ARTISTICO E' UN SASSO.


Lo so, rimarrete di sasso, ma il Ciottolo di Makapansgat, Sud Africa, tre milioni di anni fa è il primo oggetto conosciuto, definito di Contenuto artistico.
Fu trovato nel 1925 accanto ai resti di un Australophithecus. Le analisi geologiche posizionano la pietra originaria di una zona piuttosto lontana, e si è avanzata l'ipotesi (Garner) che l'Australophithecus l'abbia ritrovata durante una marcia, notata e poi accentuata la rassomiglianza con un viso, l'abbia portato con sè fino alla morte. Avrebbe cioè dato a un sasso una valenza estetica e non funzionale.


Sul retro del ciottolo c'è una seconda immagine, che assomiglia al volto di un australopiteco. Questo ciottolo a due facce dagli studiosi è ritenuto casuale, ma è stato usato da un australopiteco, come se fosse una scultura, e quindi si deve ritenere la prima forma conosciuta di PRE-ARTE, cioè l'uso del trovato fatto prima della fabbricazione di sculture antropomorfe o zoomorfe per riti di culto. 

Reperita da W.I. EITZMAN nel 1925. Misure forse circa 7 cm. di altezza. Provenienza: Makapansgat (Valley of the Northern Province, South Africa) Datazione assoluta: 3.000.000 anni (Dart) e 2,5 - 2,9 milioni anni (Bednarik) Reperto studiato da Raymond Dart, Mary Leakey, Robert G. Bednarik