UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha trasformato gli artisti in prodotti, facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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domenica 10 maggio 2015

TAPISSERIE. IL DIVANO DI SIGMUND FREUD.

Le icone del ‘900 si contano sulle dita di una ventina di mani. Il divano di Freud è una di quelle. 



Nel 1938, a causa delle persecuzioni naziste a danno degli ebrei Sigmund Freud fu costretto a lasciare la sua vecchia casa di Vienna, al numero 19 di Berggassee, e a trasferirsi con la sua famiglia a Londra, al n.20 di Maresfield Gardens, lasciando le sorelle, che saranno poi gasate.
A Londra Freud trascorse l'ultimo anno della sua vita, durante il quale, seppure vecchio e malato di cancro, continuò a scrivere e lavorare. E a utilizzare il suo divano.

La storia vuole che il sofa coperto da un tappeto persiano shiraz, secondo una moda etnica molto cara a Freud che era circondato anche da statuette africane di cui era collezionista – descritto dai pazienti come estremamente confortevole – sia stato usato per la prima volta nel 1890 (o forse 1900) da Madame Benvenisti, che gliene fece dono. Nel 2013, rimasto nella casa divenuta museo, cadeva però pezzi, tanto da richiedere una sottoscrizione di 5000 sterline per il suo restauro. 
La storia dice che il lettino venne usato da Freud per motivi “tecnici”, come fornire una posizione di neutralità all'analista o impedire di essere continuamente osservato dai propri pazienti e dover controllare per tutto il tempo la propria mimica e la propria condotta non verbale.
Oggi il lettino è usato soltanto da pochi terapeuti a orientamento psicoanalitico, e spesso limitatamente ad alcuni pazienti o in circostanze particolari. La maggior parte degli psicoterapeuti, infatti, ha ormai da lungo tempo abbandonato l'uso del lettino, preferendo il colloquio "vis à vis", cioè stando seduti di fronte al paziente.

Ma perché Sigmund Freud a un certo punto ha voluto che i suoi pazienti si venissero ad adagiare su un divano? Siamo certi che sia solo per motivi pratici?

La soluzione a questo mistero è stata suggerita ed esposta in una Mostra organizzata nel vecchio appartamento di Freud a Vienna, per il 150° anniversario della sua nascita. Si tratta di una raccolta di antichi testi di bon ton, che vanno tutti in una direzione: "Se un visitatore è annunciato, mai riceverlo sdraiati sulla chaise longue" avvertiva Konstanze von Franken nel suo manuale di buona forma & belle maniere, pubblicato a Berlino. Anche stare seduti in posizione non eretta su un divano era visto di mal occhio. "Un Signore non si dovrebbe mai sdraiare sul divano" dichiara Her Schramm nel suo libro del galateo, buona forma & corretto portamento (Berlino, 1919).

Ottimo motivo per fare esattamente il contrario, ricordandosi come da ragazzo le confessioni degli amici e dei parenti, magari in gita, venivano fatte quando si era sdraiati, cioè in una posizione non normale nella condivisione sociale.
Tecnica che veniva già ampiamente usata nell’ipnosi, anche perché la parola divano, divano (dal francese cher) non significa solo per sdraiarsi; significa anche mettere un'idea in parole.



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Pyotr Konchalovsky, Ritratto di Vsevolod Mejerhol'd, 1937 / Пётр Кончаловский, Портре



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