UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha trasformato gli artisti in prodotti, facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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martedì 12 maggio 2015

GINO ROSSI. MATTO E’ CHI NON LO CONOSCE.


Gino Rossi in prigionia, 1926

“…la pittura di Rossi lo porterà dritto al manicomio.”
Arturo Martini 

Primavera in Bretagna, 1909
Contate sino a due e iniziamo il discorso.
UNO. La qualità di un artista non è sempre correlata al suo grado di notorietà.
E’ risaputo, ma conviene ripeterlo, perché lo dimentichiamo.
DUE. Follia e alienazione, con il loro fascino sinistro, odore di piscio e segatura, al pari del suicidio, delle tossicodipendenze e della bulimia sessuale, finiscono per modificare la percezione che abbiamo di un artista e della sua opera, offrendo di essa una lettura romantica e mediata. Cosa oggettivamente corretta, ma che applicata automaticamente finisce per semplificare la lettura critica, banalizzandola in un puro meccanismo di causa e effetto.

“La fanciulla del fiore” (1909)

Ora, se volete, possiamo iniziare a parlare di Gino Rossi (Venezia, 1884 - Treviso, 1947), uno degli artisti più importanti del ‘900 italiano, poco conosciuto, sempre meno ricordato e studiato. Tanto che il suo Catalogo Ragionato è stato accusato di avere in copertina addirittura un falso. Quando lo citai a un esame universitario a Nello Ponente, critico militante, mi guardò con aria bovina e mi disse annoiato “…Gino Rossi? Fffff….Non mi interessa.”
Peccato, perché era un Maestro. Un Maestro al quale la grave malattia neuropsichiatrica ha minato 35 anni di esistenza, causando cecità progressiva e disturbi della memoria, finendo per saldare vita e arte, offrendo una visione unica, artefatta, spesso inscindibile.
All’esordio dei sintomi gli fu diagnosticata una schizofrenia, alla morte una demenza da encefalopatia luetica. Un’infezione sessuale, la sifilide, contratta probabilmente a Parigi nel 1912, non capita e mai curata, caratterizzata da sintomi gravi e degenerativi, che si inserirono su una personalità fragile e complessa. Aggravata da traumi non confessati che emergono dalla storia familiare, dall’abbandono della moglie, da problemi economici, dalla permanenza coatta in un campo di concentramento, dal 1916 sino alla fine della Guerra.

Abbandoniamo la vita, e torniamo alla pittura.
Perché anche noi abbiamo avuto un Gauguin, per densità di segno e potenza coloristica. Gino nome, cognome Rossi. Come il bomber, sempre infortunato.
Solo che lo abbiamo nascosto e non riusciamo a guardarlo se non attraverso il diaframma dei suoi disturbi psicotici. Un Van Gogh dei poveri, per forza evocativa del segno che emerge in paesaggi parimenti sofferti e cosmologici che Vincent avrebbe saputo apprezzare.
Un pittore e incisore che ne contiene altri mille, fauve, cubista, avanguardista, classico. Italiano. Europeo. Capace di dare vita a opere emozionanti, e a un capolavoro, come “La fanciulla del fiore” (1909), che metterei tranquillamente tra i 100 quadri del ‘900. E fanculo a Nello Ponente.

E ora, la fredda cronaca, come direbbe un giornalista del TG3.
Gino Rossi, nome cognome che più banale non si può, nasce a Venezia nel 1884, a calle degli Orbi, nel circondario di San Samuele da famiglia benestante. Studia presso il Collegio degli Scolopi della badia Fiesolana, passando poi al liceo Foscarini, che abbandonerà nel 1898. Notizia che me lo rende ancora più simpatico.



Nel 1907 assieme all'amico scultore Arturo Martini si reca a Parigi, dove viene attratto dalla pittura di Gauguin (oltre a quella di Van Gogh e dei Fauves) che è stato appena riscoperto. Sulle orme del pittore di Tahiti, si reca quindi in Bretagna, che rappresenterà per lui i tropici e l’assoluto (come Salgari), ritornando con alcune opere tra cui il famoso dipinto “La fanciulla del fiore”, già citata, di vero respiro europeo.
E’ però alla Cà Pesaro che deve la sua affermazione e l’inizio dell’amicizia fraterna con il critico Nino Barbantini. Dal 1911 risiede a Burano e saltuariamente ad Asolo e Treviso, dove s’incontra spesso con Arturo Martini. A queste prime opere fatte di esaltante colore se ne contrappongono altre in cui l'artista denuncia una ricerca formale di rigoroso impegno costruttivo, in continuo oscillamento tra regola e anarchia.

Nel 1916 Gino Rossi è chiamato alle armi, ma viene quasi subito fatto prigioniero. Destino comune a tutti gli sfigati.
Nel campo di prigionia soffre profondamente tanto che al suo ritorno appare sconvolto. La prigionia lo ha cambiato per sempre, provocando un progressivo turbamento mentale.
Il ritorno in patria e i nuovi contatti con l'arte aprono a Rossi nuove visioni e nuovi indirizzi, che portano la sua pittura verso il Cubismo, risalendo fino alle origini della lucida lezione di Cézanne. Ancora trentenne inizia a manifestarsi la malattia, che nel 1926 lo condurrà dritto in manicomio, al Sant'Artemio in Treviso, dove morirà il 16 dicembre 1947 per miocardite. Straziante uno dei suoi ultimi quadri che rappresenta, tra segni espressionisti lo squallore del manicomio.

Drammatica la testimonianza nascosta in disegni di difficile interpretazione pittorica e la descrizione di coloro i quali osservavano l’ostinazione in composizioni di colore durante la sua lunga degenza in Ospedale Psichiatrico, quando era già quasi cieco:
…fu un gran giorno, quello in cui gli regalarono uno scatolone pieno di pezzi di carta variopinta. Lo visitai. Più che l’occhio, la lesione, causa della notevole diminuzione della vista, interessava la zona ottica occipitale. Destinato alla cecità, Gino Rossi godeva ancora del senso cromatico, Provava ancora, ed intensamente, il piacere della percezione dei colori. Si capiva, osservandone il lavoro, che egli stava musicando per se stesso una composizione cromatica della quale lui e lui solo comprendeva l’armonia e la bellezza….”

Amen.

Il cortile del Manicomio, 1926
 

1 commento:

  1. Gino Rossi un artista fino alla fine . Per capire quanto ha sofferto basta leggere il suo epistolario. Eppure le sue opere erano piene di serenità e di gioia ( non tutte )Forse per fare grandi cose ,si devono patire grandi sofferenze.

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