UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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mercoledì 20 maggio 2015

ARTURO NATHAN. CONCENTRAZIONE. CONCENTRAMENTO.

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Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi
o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro,
a respirare la mia aria mefitica.
Sylvia Plath

Autoritratto a occhi chiusi, 1926
Arturo Nathan nasce a Trieste a Piazza Oberdan nel 1891, deportato a Bergen Belsen per le sue origini ebraiche, morirà di fame nel campo di concentramento di Oflag V-B Biberach nel 1944.
Perché qualcuno debba soffrire e morire perché appartiene a qualcosa, o crede in qualcosa, non per quello che fa, ma per quello che è, non riuscirò mai a comprenderlo. Ma questo, è un altro discorso.

Fragile emotivamente, simbolista, rarefatto per stile espressivo, cosmopolita per formazione e visione, Arturo Nathan è stato accostato a De Chirico e alla Metafisica, aree d’influenze che lo avevano fortemente colpito nel suo soggiorno romano e al Realismo Magico di matrice europea. Nella sua vita ha prodotto poche opere - oggi ne sopravvivono solo una ottantina - mentre molte sono andate disperse nel bombardamento a Trieste, verso la fine della guerra, della casa e dello studio.
E’ un artista ondivago, cerebrale, ostico, che predilige scene poco commerciali di rovine e naufragi, che non ha prodotto, a mio parere, sempre opere di livello assoluto. Correggo, non ha prodotto opere sempre di un livello espressivo e formale pari ai suoi due autoritratti, di tristezza e intensità siderale: Autoritratto con gli occhi chiusi 1925, e l’Asceta, 1927, sintesi di grande pittura, delle letture filosofiche di tutta la vita e della frequentazione, in anni precocissimi, con la psicoanalisi (entrò in analisi nel 1919) in un tessuto sociale, a Trieste, che lo fanno essere più europeo che italiano.  
Immagini, però, che, alla luce della sua storia personale, chiamano a letture ancora più dense.


E’ figlio di un solido commerciante Italiano vissuto da giovane in India e in Cina dal quale eredita la cittadinanza inglese. E’ alto quasi un metro e novanta, magro, allampanato, vestito in maniera lontana dai canoni del tempo, insomma, in città è considerato un tipo bizzarro. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si rifiuta di combattere e, sfruttando la sua doppia cittadinanza, presta servizio militare come Obiettore di Coscienza a Porstmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra.
Quando torna a casa appare depresso e privo di forze. Passa le giornate a letto, e alla sorella Daisy non fa che dire: "La vita xe una fogna".
A Trieste, Edoardo Weiss, amico e seguace di Freud, il medico che introduce la psicoanalisi in Italia, lo prende in cura e lo incoraggia a dedicarsi alla pittura per combattere il suo disagio, un po’ come al suo concittadino Zeno/Svevo il Dottor S. consiglia di scrivere un diario come strumento della terapia. Forse lui stesso, come Zeno Cosini, il protagonista del romanzo,  “…proviene da una famiglia ricca, vive nell'ozio e in un rapporto conflittuale con il padre. Nell'amore, nei rapporti con familiari e amici prova un costante senso di inadeguatezza, di "inettitudine", che interpreta come sintomi di una malattia. In realtà, solo più tardi, scoprirà che non è lui a essere malato, ma la società in cui vive..”
Weiss studiò scrupolosamente il “disordine dell'Io” di coloro che chiedevano un consulto, spesso reduci della Grande Guerra e che, per potere incontrare i loro cari, dovevano prima essere sottoposti ad esami clinici presso l'Ospedale psichiatrico perché spesso sofferenti da “psicosi belliche” e nevrosi isteriche.
Il Caso Nathan viene sottoposto allo stesso Freud in una lettera: “..in quel tempo stavo analizzando un giovane pittore sofferente di una depressione non-melanconica che si esprimeva anche nei soggetti dei suoi quadri: rovine e cadaveri animali… “ Il pittore risultava insomma un ragazzo introverso, tranquillo, studioso rivolto più al "mondo interno" e incapace di affrontare la praticità della vita. La sua personalità si scontra con quella del padre, commerciante dedito ai suoi affari, e con quella della madre, donna comprensiva e accogliente con la quale ebbe un legame profondo destinato a cambiare continuamente.
Freud non ebbe dubbi e rispose così: “Dalla eccellente descrizione teorica del Suo paziente posso solo dedurre che può trattarsi di una “depressione semplice” […] direi che si tratti di una semplice fissazione materna.”

Ma torniamo in presa diretta.
Arturo si laurea in filosofia e da autodidatta, anche se frequenta i liberi corsi dell’Accademia del Nudo, inizia a dipingere e a legarsi ad ambienti culturali come quello de la rivista Trieste e poi La Voce di Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini. Conosce e frequenta Umberto Saba, Leonor Fini, Carlo Sbisà, pittore anche da lui riscoprire, e lo stesso Italo Svevo.
Nel 1921 apre lo studio, e in pochi anni riesce a farsi apprezzare tanto da esporre alla Biennale di Venezia già nel 1926. Vi esporrà ancora nel 1928, nel 1930 e nel 1932.
L'opera “l'incendiario” viene acquistato per la collezione del Museo d'arte Moderna di Mosca, e si trova oggi all'Hermitage di San Pietroburgo. Espone poi alla Galleria Milano di Vittorio Barbaroux, e viene notato da Giorgio de Chirico. Partecipa anche a due edizioni della Quadriennale di Roma.

Verso la fine degli anni Trenta, con l'emanazione delle leggi razziali, Nathan come tanti ebrei italiani subiscono soprattutto uno choc culturale e avvertono un forte senso di tradimento. Smette di dipingere a olio e si dedica solo a disegni e a brevi composizioni poetiche.

In quanto ebreo e inglese viene inviato al confino, nelle Marche, dove esegue solo pastelli, preziosi e luminosissimi. Da lì sarà incarcerato a Carpi, forse c’è ancora modo di salvarlo.
Racconta la sorella Daisy: … avevamo un amico nella polizia fascista che per salvarlo si era offerto di falsificare i documenti, ma Arti (Arturo) si rifiutò, non lo trovava dignitoso. Nel 1944 venne deportato in Germania, prima nel campo di sterminio di Belsen, poi a Biberach, dove è morto di fame il 25 novembre 1944 (ma anche per gli esiti di una gangrena a una gamba, ferita mentre è ai lavori forzati n.d.R.).
Quando sono arrivati gli alleati, al primo cucchiaio di minestra, è spirato. Mia madre, invece, era nascosta all'ospedale di Trieste, ma qualcuno deve aver fatto la spia, così l'hanno presa e portata ad Auschwitz, dove è morta. Io sono l'unica a essersi salvata.”

E' incredibile quanto poco si sappia sulla morte delle persone, se non un luogo e una data.


 

L'esiliato, 1928

















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