UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 28 gennaio 2019

CHE BAMBOLA! KOKOSCHKA FETICISTA E SOGNATORE

E' inevitabile, quando soffri per amore fai cose strane, questo se sei una persona normale. Se invece, magari, sei Oskar Kokoschka (1886 – 1980), il maestro espressionista, finisci per fare cose che puoi trovare solo nel “Museo Immaginario”.
E questa è la storia di un suo amore sfortunato, quello per la Femme Fatale e fedigrafa Alma Mahler (1879 – 1964), artista, musicista e pittrice, più volte vedova (anche del compositore da cui aveva ereditato il cognome), amante a 18 anni di Klimt, bellissima, di sette anni più grande, che lo aveva sedotto e poi abbandonato dopo due anni, quando lui è costretto a partire per il Primo conflitto mondiale e lei, ape regina, passa da un amore a all'altro.
Ferito gravemente in battaglia sul fronte orientale, dopo una lunga convalescenza, Oscar viene congedato per instabilità mentale. Ed evidentemente avevano ragione.
Oskar dopo innumerevoli tentativi di riallacciare il rapporto, a 33 anni svalvola del tutto, e deciso a non rinunciare alla di lei pelle, "morbida e liscia come seta" ha una grande idea. Almeno lo crede lui. Decide di ordinare a Hermine Moos, un’artista artigiana che costruiva giocattoli, una bambola a grandezza naturale in grado di ricreare le fattezze di Alma fin nei minimi dettagli.

"Cara signorina Moss, ho inviato ieri dal mio amico Dr. Pagel una rappresentazione a grandezza naturale della mia amante, che vi esorto a imitare molto accuratamente e dovrete realizzare con tutta la vostra pazienza e la sensualità nella realtà."



La bambola sarebbe dovuta essere snodabile, in modo da poterla adagiare in tutte le posizioni, con uno scheletro interno, che si vede dalla foto, soprattutto interamente coperta di morbido pelo (d’orso polare bianco), in modo da riprodurre al meglio la sensazione di morbidezza che dava la pelle della vera Alma. E due tette turgide come due prugne al gelo mattutino.

ll lavoro tenne impegnata a lungo l’artigiana poiché Kokoschka era molto esigente, e pretendeva che la bambola fosse curata in tutti i minimi dettagli con assoluta precisione anatomica, come risulta dalle 12 lettere di corrispondenza. Quando gli venne consegnata nell'autunno del 1919, il pittore non fu del tutto soddisfatto (in effetti sotto il profilo artistico qualche problema il pupazzo ce l’aveva), e la pelle dell’orso non era proprio come quella di Alma. Ma decise comunque di tenere la bambola con sé. Iniziò così una curiosa convivenza tra i due. Oskar acquistò dei vestiti per l’Alma di pelliccia, iniziò a portarla alle feste e a passeggio. La relazione finì però questa volta per “colpa” del pittore che, una sera, probabilmente ubriaco, fece a pezzi la bambola in preda a una crisi di gelosia e la gettò nel giardino di casa propria. Scrive Hermine Moos:

"Lotte Pritzel e il dottor Pagel mi hanno riferito che Kokoschka aveva trascorso con la bambola una notte di orgia selvaggia, con un finale terribile. Tanto che al mattino dopo alcuni passanti avevano trovato il 'cadavere' in un letto di fiori con una testa strappata, il corpo coperto di sangue, bagnato con vino rosso.”

Le foto che vedete della bambola le scattò Hermine. Hermine Moos morirà suicida a 40 anni. Nulla altro so. Alla storia Andrea Cammilleri ha dedicato il romanzo "la creatura del desiderio"

Alma
Oskar Kokoschka, Self-Portrait, One Hand Touching the Face, 1918/19
Hermine Moos con lo scheletro della bambola

La bambola raffigurata in due dipinti di Oscar


La tela "La sposa del vento" di Oskar Kokoschka1914 , realizzato prima della guerra, è dedicato al suo amore per Alma.
 



venerdì 25 gennaio 2019

DAPHNE VAUGHAM CASORATI. PITTRICE.

Mica facile essere sposata a un genio, essere inglese, aver studiato in Francia e vivere in Italia, accanto a un tipo che ha dragato l'arte italiana in lungo e in largo.
Daphne Mabel Maugham, nipote dello scrittore inglese Somerset Maugham, nasce NEL 1897 nell'ambasciata britannica a Parigi dove il padre diplomatico presta servizio e dove inizierà a studiare pittura seguendo le lezioni dei Nabis all'Académie Ranson e del cubista André Lhote all'Académie Notre Dame des Champs.


Nel 1914 espone alla Académie Ranson, alla Galerie Druet di Parigi e nel 1921 una sua opera è accettata al Salon d'Automne, l'anno successivo, ritornata a Londra, si diploma presso la prestigiosa Slade School of Art. Seguendo sua sorella Cynthia, coreografa e danzatrice, impegnata con la compagnia di ballo dei coniugi Sakharoff, giunge a Torino dov inizia a studiare pittura presso la scuola che Felice Casorati ha aperto in via Bernardino Galliari. Espone più volte, compreso alla Biennale di Venezia, e intanto cresce un rapporto di amore e coinvolgimento con il grande maestro torinese che ha 14 anni più di lei. Sposatasi con lui, avrà il figlio Francesco, recentemente scomparso, ma non rinuncia a dipingere, esponendo a Pittsburgh (presente al Carnegie Institute sino al 1939e alle Quadriennali del 1935, 1939, 1943, 1948, 1959, 1965 e alle Biennali del 1928, 1930, 1932, 1934, 1936, 1938, 1940, 1948, 1950). Nel 1941 molti suoi lavori vengono distrutti durante l'incendio che devasta il suo atelier in via Mazzini a Torino, ma lei continuerà a dipingere, ricercando uno stile personale accanto a un colosso della pittura. Daphne Maugham muore a Torino nel 1982.

 



Felice Casorati, Daphne a Pavarolo (Daphne) - dett, 1934, olio su compensato, cm 151x121



sabato 19 gennaio 2019

MONTANELLI, DALI', GARCIA LORCA E I MAIALI NERI

Indro Montanelli incontra nel 1934 Garcia Lorca. Ecco il racconto che Lorca fa di un comune amico, Salvador Dalì, con il quale aveva avuto una lunga relazione, che Montanelli non pubblicò.
«La prima ed unica volta che vidi Federico García Lorca, un anno e mezzo avanti che morisse, lo trovai intento a dipingere. Il pastello era, col pianoforte, la sua passione; e qualcuno oggi dice che egli aveva un senso del colore da paragonarsi a quello di Matisse». Montanelli era venuto per incontrare il poeta, non il pittore. Nel corso della conversazione, si fa il nome di Salvador Dalí. «Allora García, - scrive Indro - sino a quel momento distratto e un poco, forse, annoiato dalla mia presenza, si animò d'improvviso; e, aperto un cassetto, ne trasse, per mostrameli, i disegni che il suo meraviglioso amico, come lui lo chiamava, gli aveva mandato da Cadaqués, e mi raccontò questo strano aneddoto di lui».

«Una notte si erano trovati, Federico e Salvador, in un villaggio di Estremadura. Non essendo riusciti ad addormentarsi, per causa delle cimici che infestavano il loro giaciglio, si erano alzati per veder sorgere l'alba su quel severo paesaggio, ancora avvolto nella bruma... Proprio allora, in quella solennità di luce e di sfondo, irruppe un montone, fuggito da una “tanca” lì presso. Si disponeva a brucare i rari fili d'erba che venavano esilmente di verde quella petraia, quando fra le rovine sbucarono una mezza dozzina di maiali neri che con furia selvaggia si avventarono su di esso e in un battibaleno lo divorano. A quello spettacolo, Salvador, impassibile, si mise a ridere come un ragazzo. Poi, cavato di tasca un album, si diede a ritrarvi con la matita la scena, imprestando al montone sbranato e agonizzante il volto del notaio Dalí, suo padre».



Indro Montanelli, 1935



"Portrait of My Father," by Salvador Dali |


venerdì 18 gennaio 2019

CARLO CORSI, IL BONNARD ITALIANO.

C’è un pittore italiano che oscilla tra le atmosfere di Bonnard e il colore di Ambrose Vollard. E’ nato a 5 km dalla casa del mio babbo, a Nizza Monferrato, ma per tutti è uno dei grandi pittori di Bologna, che lui scelse come città di adozione. Si chiama Carlo Corsi, e per una volta Vittorio Sgarbi è stato il motore di una bella rivitalizzazione. Opere dai colori pastosi, che ricordano il sole che filtra dalle finestre in estate, con opere intimiste e di grande poesia visiva, oggi contese tra collezionisti.

 



Carlo Corsi (Nizza Monferrato 1879 – Bologna, 1966) nasce  da una famiglia benestante, colta e propensa all'arte; "un ambiente di musicisti e cantanti",  dopo aver studiato a Torino trova in Bologna la sua casa, stringendo amicizia con assieme a Giovanni Romagnoli, Alfredo Protti e Guglielmo Pizzirani.

Nel 1912 viene invitato alla Biennale di Venezia (alla quale parteciperà più volte, anche nel dopoguerra, così come ha partecipato alle quattro edizioni della Secessione Romana), nel 1913 partecipa a delle mostre a Monaco, a San Francisco e alla I mostra della Secessione Romana, ma venne a lungo anche dimenticato, per poi essere amato da grandi intellettuali italiani.

Nel 1941 vince il Premio Bergamo riservato ai giovani (Carlo Corsi ha però 62 anni, ma evidentemente ha convinto di più e non si ricordano di lui). Il secondo premio va a Renato Guttuso che presenta l'opera Crocifissione. Nel 1953 vince un premio acquisto alla prima edizione del Premio Spoleto. Ha dipinto sino agli ultimi anni, sempre pronto a mettersi in gioco. Riposa nella Certosa di Bologna, portico ovest del Chiostro V o Maggiore, arco 39.

“Penso che della consapevolezza che ogni artista ha della propria attività sia elemento primario e inevitabile che l'arte sia mezzo di chiarimento delle condizioni umane. E ciò sia per la personale esistenza dell'artista, sia per il rapporto generale fra l'uomo e l'universo” (C. Corsi, 1949)
 



sabato 5 gennaio 2019

BEATRICE WOOD, DADAISTA E HIPPY

Beatrice Wood, morta hippy e femminista a 105 anni, icona californiana, conosciuta in Europa da pochi cultori, è stata una grande artista, sino alla morte, anche se, probabilmente, suoi anni più produttivi sono compresi tra gli 80 e i 100 anni. Ma è stata anche una delle pioniere del movimento Dada, tanto che venne chiamata "Mama Dada" ed è curioso che anche lei, al pari della storia della Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, che ho raccontato su Outsiders, e che probabilmente fu la vera ispiratrice dell’Orinatoio di Duchamp, è stata poi rimossa dalla storiografia ufficiale.

 
 Career Women (1990)

 


Beatrice (San Francisco, 1893 – Ojai, 1998) fu anche amante di Duchamp, che incontrò a New York nel 1916 e protagonista di un leggendario menage-a-trois con Henri-Pierre Roché che avrebbe poi ispirato il film francese di Francois Truffaut, Jules et Jim (1962). Ma è stata soprattutto colei che ha contribuito a dare forma al linguaggio Dada, anche se raramente elencata tra i pionieri del movimento. Ma nel 1917, sia lei che Duchamp presentarono delle opere alla prima mostra della Society of Independent Artists, che avrebbe raddoppiato l'arrivo di Dada. Mentre il contributo di Duchamp Fountain - in seguito sarebbe stato visto come un momento spartiacque nella storia dell'arte moderna, fu Wood's Un peut (peu) d'eau dans du savon che causò un putiferio pubblico all'epoca, con quel sesso a forma di cuore su una predella che sembra un ex voto.
 
Beatrice Wood, Career Women (1990).
Nata in una facoltosa famiglia di San Francisco nel 1893, visse gran parte della sua vita a Parigi, dove giunse per trascorrervi un anno in convento, come di consueto prima del debutto in società. Quando però, nel 1912, tutti i preparativi erano giunti al termine, la donna annunciò ai suoi che la festa del debutto non si sarebbe svolta, poiché era sua intenzione diventare un'artista. Ma ebbe anche esperienze d’artista, accanto ai nomi più belli del teatro.
Attraverso la mediazione di un amico, un compositore francese, conobbe Marcel Duchamp che la spinse a coltivare le sue doti artistiche e la introdusse nel mondo Dada della metropoli; Duchamp, inoltre, le presentò Roché, scrittore e collezionista d'arte, che, di lì a poco, sarebbe diventato il suo compagno.

Nel 1917 Beatrice espose le sue creazioni presso la mostra "Indipendents", suscitando scandalo per la modernità delle composizioni. L'anno successivo l'artista si recò a Montréal, prendendo parte a nuovi spettacoli teatrali e sposò il direttore del teatro presso cui lavorava, con il quale divideva una casa.

Tornata a New York, finito il matrimonio, la Wood venne introdotta nella Theosophical Society dal suo nuovo compagno Reginald Pole; nel 1933, dopo aver seguito un corso per la realizzazione di oggetti in ceramica presso la Hollywood High School, l'artista realizzò la sua prima opera ceramica, nel tentativo di creare una teiera che  si adattasse ad un servizio di porcellana che aveva acquistato durante un viaggio. Nasce così una ceramista geniale, da allora sempre all’avanguardia.

A partire dal 1947, le opere dell'artista furono esposte al Los Angeles County Museum e al MOMA. Stabilitasi nella città di Ojai, divenne insegnante di Ceramiche presso la Happy Valley School (oggi Besant Hill School) e nel 1974 fu invitata a spostare la propria residenza presso la Happy Valley Foundation,  dove visse fino alla morte.
Superata la soglia degli 80 anni, Beatrice cominciò a dedicarsi alla scrittura, pubblicando una serie di libri (il primo dei quali fu The Angel Who Wore Black Tights), talvolta utilizzando lo pseudonimo di Countess Lola Screwvinsky, viaggiando più volte l'India.

 
 Marcel Duchamp, Francis Picabia and Beatrice Wood, 1917.









sabato 29 dicembre 2018

OLIVE OATMAN. LA RAGAZZA DIVISA IN DUE,

Una foto che rappresenta un unicum e che  identifica il contrasto di due mondi, inconciliabili. Nel 1851, quando è appena quattordicenne Olive Oatman e la sua famiglia partirono dall’Illinois alla volta della California senza affidarsi alla sicurezza dei grandi convogli, che richiedevano però anche un costo per la protezione. Sono mormoni, ma si crea una divergenza di opininoi e il già piccolo gruppo si divide. Royce Oatman, sua moglie Mary, e i loro sette figli, di età compresa da tra un anno e i 17, spinti da un forte fervore religioso, scelsero di andare ancora più a sud, attraversando, o perlomeno costeggiando, il deserto di Sonora.
Lungo il tragitto la famiglia perde l’orientamento e giunge nei territori dell'odierna Arizona. Qui vengono assaliti e annientati dagli indiani Yavapai. Le uniche superstiti, grazie all'uso della tribù, che prevedeva di risparmiare le ragazze, furono lei e sua sorella Mary Ann di soli sette anni. Yavapai occupavano un territorio di circa 51800 km², che andava dal San Francisco Peaks a nord alle Pinaleno Mountains e le Mazatzal Mountains a sudest, al fiume Colorado ad ovest e quasi fino al Gila River. Le due sorelle furono imprigionate e schiavizzate dagli Yavapai per poi essere cedute ad una tribù Mohave. Presso tale tribù vennero tatuate con la polvere da terra pietre blu, come si vede nella foto.



 Mary Ann morì di fame, durante una grave siccità che decimò i nativi, ma Olive continuò a vivere con le persone Mohave, integrandosi fra di loro; tant'è che sposò uno di essi ed ebbero due figli.
Nel 1856, quando ha 21 anni un drappello rinvenne Olive e la ricondusse nella sua civiltà originaria, quella bianca. Olive fu nuovamente sconvolta psicologicamente dallo sradicamento dalla sua nuova vita nella tribù in cui era stata accolta. 
Si risposò senza figli, cerando sempre di coprire i tatuaggi con creme. Morì per un attacco di cuore il 20 marzo 1903. Le lettere trovate dopo la sua morte raccontano il disagio psicologico che soffrì anche per aver dovuto abbandonare i suoi figli.

In suo onore è stata chiamata Oatman una cittadina in Arizona, nelle vicinanze della Route 66, nei pressi del fiume Colorado, ossia nei luoghi che segnarono, nel bene e nel male, la sua adolescenza.

indiani Yavapai.
indiani Yavapai.



 

Il romanzo biopic che rese celebre la sua storia.

ciao, Olive.



venerdì 28 dicembre 2018

BEPPE DOMENICI. LA CERAMICA, ETERNA INVENZIONE.

Nato nel 1924, morto nel 2008 a Viareggio, Beppe Domenici è stato uno dei grandi protagonisti del ventennio d’oro della Ceramica Italiana che vide confrontarsi, ad armi pari, artisti e artigiani, presi dalla febbre di creare forme e composizioni sempre nuove, mai viste. Uno dei grandi fenomeni italiani, anche sotto il fronte del Made in Italy, che unì tradizione e innovazione, e che portò maestranze e artisti a conquistare il mondo. Domenici, diplomatosi a Lucca, ne viene affascinato. A soli 23 anni opera prima a Vallauris, in Francia (dove lavora anche Picasso), poi ad Albisola in Liguria, nella manifattura di Pozzo Garitta, località che divenne in quegli la capitale mondiale di una tecnica antichissima eppure assolutamente innovativa e dove diventa amico Lele Luzzati e Lucio Fontana, con cuoi condividè per anni forno ed esperienze.Una produzione plastica che spazia in ogni possibile applicazione, portata avanti tra gli anni ‘50 e ’70, quando il dopoguerra cambia completamente la concezione dello spazio domestico, rendendo accessibili le intuizioni che Gio Ponti aveva portato avanti con la manifattura Richard Ginori. Non è più pensabile una casa senza bagno, la cucina diventa “living”, gli edifici urbani richiedono decorazioni a parete capaci di durare nel tempo, la casa, oggetti e forme nuove. Ceramica e maiolica - artigianali o industriali - sono materiali perfetti, modellabili, di facile manutenzione. Nascono così vasi dalle fogge azzardate e dai colori luminescenti, tavolini, obelischi e fontane. Non c’è limite, e Domenici arriverà a rivestire persino pianoforti e barche da crociera, o la Fontana delle Quattro Stagioni (1959), che accoglie ancora oggi i bagnanti alla passeggiata a mare.
Domenici ha girato il mondo, dal Brasile all'Australia (dove rappresenta la Toscana alla Italian Fair), realizzando scenografie per il cinema e il circo (da Moira Orfei a Darix Togni con il mitico Florilegio) e per il Carnevale di Viareggio, del quale fu il primo negli anni ’50 a meccanizzare i carri, facendo ruotare, inserendo nuovi materiali accanto alla cartapesta. Pittore sensibilissimo a appreso i primi rudimenti da Norma Mascellani, l’allieva prediletta di Giorgio Morandi, e da Lorenzo Viani, esplorando all’inizio uno stile novecentista e purista, e poi suggestioni espressioniste e surrealiste. Con una vena ironica che, a volte, prende il sopravvento.
E' questa sua poledricità che conquista e commuove, e che racconta un uomo che non si è mai tirato in dietro, che non ha avuto paura di sporcarsi le mani, che ha amato "l'alto" e rispettato "il basso" perché ha compreso che la creatività non ha mai etichette.
bassorilevo nel bellissimo Blu di Montelupo


bozzetto per la fontana delle quattro stagioni


 
Beppe Domenici (a sinistra) con Arturo Dazzi

 Lucio Fontana e Agenore Fabbri in Spiaggia ad Albisola, primi anni 50