UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 21 novembre 2016

MARIO CAVAGLIERI. IL TALENTO DI ESSERE DANDY.

Ero poco più di un bambino quando mio padre, che esponeva anche lui alla X Quadriennale di Roma, mi portò all’ultimo piano del Palazzo delle Esposizioni per accompagnarlo a vedere la mostra di Mario Cavaglieri.
Correva il 1973. Non capivo molto, ovvio, ma mi ricordo queste grandi tele, questi interni di appartamenti ricchi e raffinati, superfici brulicanti di segni e il colore che vi si aggrumava, creando rigonfiamenti, bolle e strati che andavano ad accentuare la trama dei tappeti o delle tende. Il contorno degli abiti.
Una cosa così non la avevo mai vista prima, e mi colpì moltissimo.
Perché quello che percepisci quando vedi un’opera dal vivo, sono prima di tutto le dimensioni (che nel suo caso erano decisamente importanti) che i libri e la rete non sanno trasmettere. E la “materia” stessa della pittura. Così, magari scopri che pittori famosi, che amavi per la forma o l’idea, sono in realtà “pittori” meno virtuosi di quanto ci si aspettasse. Che il Guernica è lungo quasi 8 metri, e Vermeer solo pochi centimetri.


Non lo sapevo, ma quella era la prima antologica che era stata dedicata a Cavaglieri, che lo riproponeva al grande pubblico.
Da allora, altre rassegne si sono ripetute, ma non è mai riuscito a divenire un pittore noto e di massa. Anche se, non credo, che fosse proprio questo quello che gli interessava.
Eppure la sua pittura è affascinante e un po’ ruffiana, molto dandy e decadente. Soprattutto le tele degli anni 10’ e ’20, che gli fanno legare impressionismo e secessione, liberty e arte moderna, rileggendo e contaminando le ricerche parallele di Bonnard, Vuillard, di Matisse e dei Fauves
Mentre decanta una vita fatta di parole e gesti, che molto ignora degli stenti della vita quotidiana, in un mondo che sembra uscito da alcune scenografie di Visconti e Zeffirelli.

Mario Oddone Cavaglieri nasce a Rovigo nel 1887, la città meno veneta del Veneto, da una famiglia decisamente benestante, originaria di Venezia. Si trasferisce poi a studiare a Padova, dove diventa compagno di scuola di Felice Casorati, sotto le direttive del pittore Giovanni Vianello, che evidentemente deve essere stato un ottimo insegnante e un uomo fortunato.

Dal 1909 e nel 1912 figura con opere alle mostre a Ca’ Pesaro, a Venezia, per poi arrivare alla Biennale di Venezia, dove figurerà ininterrottamente fino al 1924. Ma la sua fortuna, da mondano, e da pittore, è quella di scoprire l’Europa, in Germania, e in Francia, per poi stabilirsi a Pavie-sur-Gers, presso Auch in Guascogna, in una bella villa al centro di una vasta tenuta di proprietà. In questa casa passò tutta la vita, alternando lunghi soggiorni a Parigi (esponendo quasi ininterrottamente al Salon d’Automne a Parigi) e in Italia, cercando poi si sfuggire le persecuzioni razziali della seconda guerra mondiale.



Il filo conduttore della sua esperienza è la presenza di Giulietta, che frequenta dal 1911, e che sposerà nel 1921 a Piacenza, alternando esposizioni e mondanità
In Francia il ritmo della vita cambia, Cavaglieri, scopre i temi agresti e i colori del tempo, perdendo in parte la sua linea di novità. Dipinge ogni giorno senza altro bisogno che dipingere, in un clima di spensieratezza che solo gli anni della guerra infrangeranno. Nella sua doppia identità di ebreo e di italiano, decide di partire per l’Italia, ove si crede protetto, ma dovrà presto ricredersi. Gran parte della sua famiglia viene deportata, mentre egli è obbligato ad errare di città in città. Tornato in Francia, invecchierà in silenzio in una quieta vita di campagna. Ada Masoero scrive: "Forse, oltre all'ascesa del fascismo, a indurlo al ritiro in Francia fu la consapevolezza della fine dell'epoca di cui era stato interprete così felice, cantore di quel mondo opulento che nell'alta borghesia europea perpetuò rituali e mode degli anni scintillanti della Belle Époque sino al primo dopoguerra.
Nel 1948, nel 1950 e nel 1952 fu presente alla Biennale di Venezia.
Nel 1953, per invito di C. L. Ragghianti, gli venne allestita una grande mostra alla “Strozzina” di Firenze.
Morirà a Pavie-sur-Gers il 23 settembre 1969, propro quando i Led Zeppelin finiscono di incidere il loro primo Album. Ma non si trattava sicuramente di qualcuno della nobile famiglia Von Zeppelin che Mario aveva conosciuto un bel po’ di anni prima. 



Autoritratto
Interessanti anche le influenze che probabilmente Mario ha generato, come questo bellisima opera
Pyotr Konchalovsky - Portrait of Vsevolod Meyerhold 1938 Immagini

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