Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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venerdì 25 novembre 2016

ARNALDO BADODI UN ITALIANO MORTO IN GUERRA CONTRO LA STORIA

Arnaldo Badodi è nato a Milano nel marzo 1913 ed è morto a Kamenskoye, in Russia, nel 1943, a soli 30 anni, dopo essere stato ferito ed essere stato rispedito al fronte. Dopo aver combattutto da eroe una guerra che considerava ingiusta e stupida, fronteggiando proprio quell’armata messa a difesa di una ideologia che, probabilmente, osservava dall’Italia, da ragazzo, con interesse e partecipazione.
Destino curioso per un antifascista, o forse comune, a quei tempi a molti caduti in battaglia. Anche se non lo sapremo mai.


Badodi era un artista sensibile e colto, nato da una famiglia della piccola borghesia milanese. Da un punto di vista storico fa parte del movimento Corrente insieme a Renato Birolli, Aligi Sassu, Fiorenzo Tomea, Giacomo Manzù, Ennio Morlotti, Italo Valenti, Giuseppe Migneco, con il quale condivise lo studio. Ed ha la possibilità di esporre, giovanissimo, con altri maestri del calibro di Lucio Fontana e Renato Guttuso che Corrente riesce ad attrarre e coinvolgere.

Il movimento, attivo a Milano tra il 1934 e il 1937, nasceva intorno alla rivista "Vita giovanile" - poi "Corrente di vita giovanile" e infine "Corrente" - edita nel gennaio del 1938 dal diciottenne Ernesto Treccani, poi soppressa dalla censura nel 1940.
Arnaldo, che è il più giovane di tutti, vuole dipingere in un modo diverso in un'Italia “dove tutti dipingono uguale” e si trova a sua agio in una lettura ideologica che  si pone in contappposizione alla cultura ufficiale, puntando allo svecchiamento dell'arte italiana con una visione duale: antinovecentismo in estetica, antifascismo in politica.

Basti vedre la tela che nel 1939 gli fa vincere il premio Gavazzi di Brera: la Battaglia di Milazzo (oggi nel Museo del Risorgimento di Milano). Un dipinto caotico e pieno di passione, secondo me non uno dei suoi migliori, molto affine per spirito militante a quello che nel dopoguerra avrebbe dipinto Guttuso, memore delle sue frequentazioni: La Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio 1951/52, dedicato alle imprese garibaldine.



La sua pittura, in un conformismo formale di pose ieratiche, splendide linee nette e grandi cicli murali, diventa materia viva. Arnaldo preferisce le tonalita delle terre, vuole essere diretto al limite dell’ingenuo. Rende poetico persino un armadio, eleva a icona una poltrona coperta di vestiti, racconta vicende di omini al bar, di tavoli di casa, di persone comuni, le uniche, dirà, che vale la pena raccontare. Raffaele De Grada, presentando una sua personale alla Bottega di Corrente nei primi del 1941 lo definira "il più contenutista dei pittori di Corrente". Ma la sua pittura onirica e commovento lo avvicina a Scipione (Gino Bonichi) che morirà anche lui giovanissimo e a Mario Mafai. Ma anche all’ironia di Charlot, come individua il critico Marco Valsecchi: “…un’ironia charlottiana profondamente patetica, fatta di quell’incrocio indistinto fra sorriso e compatimento che Charlot espresse in maniera indimenticabile nella famosa danza dei panini nella Febbre dell’oro o negli ultimi fotogrammi del Circo, quando l’omino è solo sulla strada infinita”.

Allievo di Aldo Carpi all’Accademia di Brera, ne diventerà in seguito docente. Nel 1938 partecipa alla Biennale di Venezia, cosa impensabile oggi per un ragazzo di 25 anni, che può solo scrivere sui muri.
Nel 1941, oltre alla mostra alla Bottega di Corrente, produce due personali (Galleria di Genova - Casa degli Artisti di Milano) e al Premio Bergamo. Ma nel maggio del 1942 viene richiamato e pare per la Russia con il grado di tenente nel 3° Bersaglieri. Rimane ferito, e viene proposto sul campo per una medaglia al valore.
Dopo un'ultima lettera dell'11 dicembre 1942 non da più notizie. Viene dapprima considerato disperso, giunge poi la notizia che è morto di tifo, nel marzo del 1943, presso l'ospedale russo di Kamenskoye, dopo esser stato fatto prigioniero nella battaglia del Don. In quello che potrebbe essere considerato il buco del culo del mondo, un paesino della Kamchatka che vanta oggi 655 abitanti e un record di freddo di -55.

Molti degli artisti coinvolti nel movimento finiranno nella Resistenza, e inizieranno nel dopoguerra percorsi creativi totalmente innovativi.
La Biennale di Venezia dedicherà a Badodi nel 1948, una retrospettiva curata dal critico che maggiormente gli fu vicino, Raffaele De Grada.

Arnaldo Badodi Il suicidio del pittore, 1937


Badodi, 1939
Guttuso 1952
 


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