Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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venerdì 1 gennaio 2016

Monsieur De Staël - la morte arriva da una tela bianca



Nicolas De Staël (San Pietroburgo, 1914 – Antibes, 1955) è stato un pittore russo naturalizzato francese. A me piace pensarlo come il pittore della concretezza (della materia) e della rarefazione. Come concreto era il suo fisico da picchiatore e dolci e inquieti i suoi occhi. Animo inquieto, figlio del generale barone Vladimir de Staël-Holsteindella stessa famiglia del marito della celebre Madame de Staël, dopo la Rivoluzione si trasferisce in Polonia. Dopo la morte del padre deve andare con le sorelle presso una famiglia di Bruxelles che di fatto lo adotta. Studia arte, ma insoddisfatto dei risultati si arruola per 4 anni nella Legione straniera, tra il 1936 e il 1940.
In Marocco conosce Jeannine Guillou, anche lei pittrice, con la quale si stabilisce a Nizza, dove vive in grande povertà.
Nizza fa parte della zona libera e ospita molti artisti fuggiti da Parigi, come Hans Arp, Le Corbusier, Sonia Delaunay e Alberto Magnelli. E proprio grazie all’influsso del maestro italiano che De Staël passa dalla figurazione all´astrazione geometrica. 


Nel 1942 nasce la figlia Anne ma, nel 1946, la moglie muore di denutrizione e di stenti. Nicolas inizia a esporre e incontra i primi successi di critica, esaltando la riduzione degli oggetti e dei paesaggi in forme primarie e in contrasti di colore. E' bello, fisicato, affascinamente nevrotico.


Jeannine Guillou, poco prima della morte
Si sposa nello stesso anno in seconde nozze con Françoise Chapouton, ventunenne parente della moglie, dalla quale avrà tre figli e inizia ad avere successo internazionale. La sua pittura viene realizzata con campi di colore portati con la spatola. E’ colore e materia allo stesso momento.

Dalle composizioni cupe e tetre degli anni ’40, nel ’50 scopre il colore e sembra placarsi. Addirittura un episodio inaspettato lo fa riavvicinare al figurativo. Nel 1953 ssiste a un incontro di calcio allo stadio di Parigi "Parc des Princes"  e rimane talmente impressionato dallo spettacolo della partita e dalle forza delle imagini.



Nell’autunno del 1954 lascia la famiglia e va a vivere ad Antibes, sul mare.

Come scrive Francesco Castiglia: “Quello di Antibes è il più alto e poetico approdo del lavoro di De Staël, ma anche l´estremo. Il pittore, in una delle sue lettere datate il giorno del suicidio, confida infatti a un suo amico di non avere più la forza per finire i suoi quadri. Ha passato tutta la vita a liberarsi dalla materia scura e grumosa; con tenacia è arrivato a comprendere cosa sia la luce in pittura. Tuttavia, è una scoperta che lo sconvolge e lo impossibilita a continuare. Il suo percorso creativo tormentato e sofferto è arrivato al suo punto più alto, estremo e irreversibile. Un punto di non ritorno, un imperativo che lo obbliga a fondersi con quella luce che ha ricercato per tutta la vita.”



Inizia però a soffrire sempre più di crisi depressive e di insonnia, la malattia che lo perseguita sin da quando è ragazzo. Dopo un deludente incontro con un critico, la notte del 16 marzo 1955, ad Antibes si getta dal balcone della sua residenza atelier. Aveva 41 anni. Prima di morire aveva scritto a sua sorella: “Dio come è difficile la vita! Bisogna suonare tutte le note, suonarle bene …”.Io penso anche ai quattro figli. Ma queste cose, di solito, non si dicono nelle biografie.

una delle sue ultime opere
“Il suo suicidio ha lasciato tutti perplessi. – scrive Emile Cioran – “Come spiegarlo? Lo straordinario non ha bisogno di commento. Si può tuttavia fare un’ipotesi che sarà una risposta soltanto per coloro che hanno affrontato l’abisso delle notti in bianco. De Staël conosceva questo abisso da iniziato, da specialista della vertigine. Rimpiangerò sempre di aver ignorato la misura delle sue prove. Se l’avessi intuita sarei sicuramente diventato suo amico, giacché esiste una complicità fra gli insonni, fra questi maledetti puniti per reato di lucidità. Vegliare vuol dire essere coscienti al di là del sopportabile, non poter dimenticare, subire la continuità dell’intollerabile. Mentre quelli che dormono incominciano ogni mattina un altro giorno, per l’insonne oblio non è possibile, poiché giorno e notte egli affronta incessantemente lo stesso inferno. Fu al terzo tentativo che per de Staël l’incubo ebbe fine. Non si tratta dunque di un’improvvisazione ma di una necessità, di un compimento, insomma di una liberazione. Le sue opere degli ultimi anni testimoniano una febbre, un’apocalissi interiore che esigeva il coronamento della morte […] Le ultime lettere rivelano chiaramente i suoi dubbi sul proprio avvenire di pittore, come pure il suo terrore dinanzi al vicolo cieco. Egli non vedeva come avrebbe potuto evolversi, come avanzare ancora. […] incominciava a tormentarlo il successo sempre maggiore che incontravano le sue tele recenti, mentre le prime gli erano costate sforzi infinitamente maggiori. Vedeva in ciò una sorta di ingiustizia che aggravava le sue insonnie. Non si possono spingere impunemente gli scrupoli tanto oltre. E tutti questi scrupoli, così contraddittori, alimentati dal suo squilibrio, non potevano che accelerare la sua fine. Ancora giovane – aveva soltanto quarantuno anni, era giunto al termine di sé stesso. Dopo tutto avrebbe potuto rinunciare alla pittura, cessare senza dramma di puntare su sé stesso, e abbandonarsi a un nulla qualsiasi, dunque tollerabile. Ma non ha voluto sopravvivere a sé stesso, odiava la rassegnazione. Da vero artista, si è rifiutato di venire a patti con la mediocrità della saggezza.” (Emile Cioran, “Nicolas de Staël, la morte arriva da una tela bianca” Corriere della Sera, 13 maggio 1994)




La tomba di De Staël a Montrouge



1 commento:

  1. “Il suo suicidio ha lasciato tutti perplessi. – scrive Emile Cioran – “Come spiegarlo? Lo straordinario non ha bisogno di commento. Si può tuttavia fare un’ipotesi che sarà una risposta soltanto per coloro che hanno affrontato l’abisso delle notti in bianco. De Staël conosceva questo abisso da iniziato, da specialista della vertigine. Rimpiangerò sempre di aver ignorato la misura delle sue prove. Se l’avessi intuita sarei sicuramente diventato suo amico, giacché esiste una complicità fra gli insonni, fra questi maledetti puniti per reato di lucidità. Vegliare vuol dire essere coscienti al di là del sopportabile, non poter dimenticare, subire la continuità dell’intollerabile. Mentre quelli che dormono incominciano ogni mattina un altro giorno, per l’insonne oblio non è possibile, poiché giorno e notte egli affronta incessantemente lo stesso inferno.

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