Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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lunedì 4 gennaio 2016

LA DONNA CHE BALLAVA CON I PUPAZZI




Tra la fine del XIX sec e l’inizio del XX secolo era quasi il doppio il numero delle donne alle quali veniva diagnosticata la follia rispetto agli uomini. Ma non si trattava di un problema clinico o statistico. Semplicemente, per farle rinchiudere, bastava rilevare un atteggiamento ribelle in casa o refrattario alle regole imposte dal marito di turno. 
Le donne, non venivano considerate anche in tante altre cose. Non potevano votare, e parlare di poltiica era disdicevole. Laurearsi era quasi impossibile. E non si pensava, ad esempio, che potessero produrre vere opere d’arte, relegando la loro creatività al mero settore della decorazione e dell’artigianato femminile. Nella scuola italiano, ad esempio, si insegnava negli istituti femminili la materia "lavori manuali e donneschi". Anche per questo negli Istituti di Cura che hanno conservato e catalogato con attenzione molte opere d’arte realizzate da pazienti maschili non hanno quasi mai archiviato opere realizzate da pazienti donna. Quasi nulla è rimasto così dell’opera di Katharina Detzel (1872-1941), tedesca. Messa in istituto di malattie mentali ad Heidelberg nel 1907 dopo essere stata accusata di aver immaginato e architettato un attentato ferroviario come protesta politica, trascorse il resto della vita in carcere prima di essere eliminata, nel 1941, nel progetto Nazista di miglioramento della razza che portò all’esecuzione di migliaia di alienati mentali e portatori di handicap.
La sua storia venne però raccolta dal dottore e storico dell’arte Hans Prinzhorn (1886-1933).
Katharina disegnava, scriveva, tanto da riuscure ad inscenare una commedia, protestò per il trattamento dei pazienti e cercò di creare una casa di accoglienza per bambini. Realizzava anche sculture e composizioni con materiali di fortuna, come il pane, che lei stessa ammorbidiva con la saliva. Nel 1917 confezionò anche una bambola di sesso maschile a grandezza naturale realizzata con pezzi di materasso e di paglia dal suo letto. Dormiva con lui, lo prendeva a pugni quando arrabbiata, ci ballava quando si sentiva felice. Altro non sappiamo.

Calchi di alienati mentali, Heidelberg
alienata con pupazzo, Stati Uniti



 

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