UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 4 gennaio 2016

LA DONNA CHE BALLAVA CON I PUPAZZI


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Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale.
Edgar Allan Poe

 

Roba da pazzi. Tra la fine del XIX sec e l’inizio del XX secolo il numero delle donne alle quali veniva diagnosticata la follia era quasi doppio rispetto a quello degli uomini. Si trattava di un problema clinico?

Gli storici della medicina lo escludono. Semplicemente, per fare rinchiudere una donna, bastava rilevare un atteggiamento ribelle in casa o denunciare un comportamento refrattario alle regole imposte dalla società, dal marito, da fratelli o famigliari di turno. Comprese le relazioni extraconiugali, che potevano essere utilizzate come simbolo di disagio e di degrado morale.

Una cosa “tra maschi”, insomma, visto che il 99% dei medici erano uomini, 100% gli autori delle pubblicazioni sulle quali studiavano i medici, così come uomini erano i funzionari che ne avrebbero dovuto convalidare le decisioni. La pazzia, poi, andava di moda. Sembrava la soluzione per tutto. Basti pensare che nel 1914, solo in Italia, risultavano censiti 54.311 matti, l’1,5% della popolazione, con un livello di assistenza, tranne poche eccezioni, di livello miserabile.
Di fatto se il Romanticismo identificava il disagio mentale come il meccanismo che a volte rivela la natura più profonda dell’individuo, il Positivismo cambia l’immagine della follia: non esiste più il "genio", ma il “folle”, irrazionale, e quindi un pericolo sociale.



Le donne poi, tanto per cambiare, erano considerate esseri diversi anche in questo settore.

A dirla tutta, si pensava che i loro genitali, utero e clitoride potessero portare nella maggior parte dei casi a disturbi della personalità. Lo avevano scritto gli egizi, lo aveva ribadito Ippocrate, che aveva coniato il termine “isteria”, da “histeron” ovvero utero.  Lo pensavano i medici vittoriani che, per praticare il massaggio dei genitali, di questa malattia diffusa soprattutto nelle classi borghesi, ordinavano di praticare il massaggio dei genitali con conseguente “parossismo isterico” (non denominato orgasmo, ovviamente) sino a proporre “massaggiatori meccanici” e vibratori come strumento di cura. 

In questo contesto si credeva, così, che le donne non potessero produrre vere opere d’arte, relegando la loro creatività al mero settore della decorazione e dell’artigianato femminile. Anche per questo negli Istituti di Cura che hanno conservato e catalogato con attenzione molte delle opere d’arte realizzate da pazienti maschili reclusi per malattie mentali non hanno quasi mai archiviato opere realizzate da pazienti donna.

Quasi nulla è così rimasto dell’opera di Katharina Detzel (1872-1941), tedesca. Internata in un istituto di malattie mentali a Heidelberg nel 1907 dopo essere stata accusata di aver immaginato e architettato un attentato ferroviario come protesta politica, trascorse il resto della vita in carcere prima di essere eliminata, nel 1941, nel progetto nazista “Progetto Action T4”, di miglioramento della razza che portò all’esecuzione di migliaia di alienati mentali e portatori di handicap.

La sua storia venne però raccolta e raccontata dallo psichiatra e storico dell’arte Hans Prinzhorn, tra i primi a studiare i dipinti e i disegni dei malati mentali, fondando quella disciplina che è detta arte psicopatologica, dando vita a una fondamentale collezione di arte irregolare, ora conservata presso la clinica psichiatrica dell'Università di Heidelberg - Sammlung Prinzhorn.

Katharina che disegnava e amava scrivere, tanto da riuscire a mettere in scena una commedia insieme agli altri degenti dell’istituto. Anzi ne divenne addirittura la rappresentante sindacale organizzando una protesta per migliorare le condizioni di vita, lanciando poi il progetto di creare una casa di accoglienza per bambini.

Realizzava anche sculture e composizioni con materiali di fortuna, come il pane, che lei stessa ammorbidiva con la saliva.

Nel 1917 confezionò una bambola di sesso maschile a grandezza naturale realizzata con pezzi di materasso e con la paglia ricavata da vecchi materassi. Dormiva con lui, lo prendeva a pugni quando era arrabbiata, ci ballava insieme quando si sentiva felice. Altro non sappiamo.


Hans Prinzhorn (Hemer, 1866 – Monaco, 1933) prese questa manifestazione informe la chiamò arte e alienazione e iniziò a dargli per la prima volta identità, rivalutando anche la produzione delle artiste alienate.

Un’intuizione che nasce dai casi della vita, quando si trova ad accostare la sua Laurea in Storia dell'Arte con la successiva specializzazione in Medicina e Psichiatria, per analizzare e descrivere le opere artistiche dei malati mentali. Il libro L'attività plastica dei malati mentali, traduzione dell'originale Bildnerei der Geisteskranken (1922), nasce dopo aver prestato servizio presso la clinica psichiatrica tedesca di Heidelberg, dove si occupò dei disegni dei pazienti.

Contemporaneo e seguace del padre della psicoanalisi, Freud, e di artisti “degenerati” quali Chagall, Kandinsky, Klee, Munch, Prinzhorn cercherà di spiegare la produzione artistica dei malati mentali comparandola con quella degli artisti espressionisti, Van Gogh compreso.

Prinzhorn individua così un sottile legame tra sentimento dello schizofrenico e la costruzione dell'artista moderno, dimostrandone comuni quali il rifiuto del reale, il desiderio di svelare la verità che le convenzioni non permettono di dire e il ritorno all'io. Come si legge nel bel saggio di Daniele Cencelli, fondamentale nel pensiero prinzhorniano è il concetto di Gestaltung (creazione), interpretabile come un nucleo essenziale e sovraindividuale di colui che crea e bisogno psichico di tradurre plasticamente contenuti interni. Rifiuta, inoltre, la disparità tra arti maggiori e minori, poiché frutto di uno stesso impulso artistico.



Grazie a Prinzhorn questo tipo di produzione artistica dei malati mentali si libera dal giudizio puramente estetico, per dare spazio alla loro capacità di comunicare e trasmettere emozioni profonde. Gli schizofrenici, essendo incapaci di comunicare utilizzando codici razionali abbattono la barriera tra l'io e l'esterno mediante, appunto, produzioni plastiche, liberi di esprimere paure, sogni, desideri e pulsioni.



L'analisi degli scarabocchi dei malati mentali fu il primo approccio che Prinzhorn ebbe nella clinica di Heidelberg, per poi analizzare, l’horror vacui, che porta ad annullare gli spazi vuoti, e infine i disegni figurativi, che per incertezza del tracciato o i tratti apparentemente infantili venivano di solito interpretati come sintomo del malessere, ma che in realtà non riconducono obbligatoriamente a processi patologici. Del resto lo stesso Picasso aveva detto: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino.”



Una frase, nella parte finale del libro, sintetizza il suo pensiero: “Ci troviamo di fronte ad un fatto sorprendente: l'affinità tra il sentimento del mondo schizofrenico e quello che si manifesta nell'arte contemporanea può essere descritta con gli stessi termini”, e ci porta a comprendere il sottile limite che si interpone tra la cosiddetta Art Brut e le produzioni artistiche contemporanee.



L'importanza dell'opera di Prinzhorn è considerevole non solo perché fu il primo a liberare la dignità dei malati, e un pioniere nella valutazione delle manifestazioni patologiche, ma anche per essere riuscito a leggere e confrontare due mondi che solitamente venivano considerati inconciliabili.

Ha aperto la porta di una cella e vi ha visto dentro, semplicemente, un essere umano.

Calchi di alienati mentali, Heidelberg
alienata con pupazzo, Stati Uniti



August Natterer, Hexenkopf - The Witch's Head,1915, collection Prinzhorn

 

 


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