UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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martedì 29 dicembre 2015

LA CANZONE CHE TI FA SUICIDARE E LA CITTA’ CHE MORI' DAL RIDERE



Dopo la prima guerra mondiale, e i lutti del conflitto, una tragica epidemia di suicidio colpì Budapest. La cosa strana è che molti credevano alla storia che fosse tutto causato dalle influenze di una canzone popolare molto in voga all’epoca: Gloomy Sunday (titolo originale ungherese: Szomorú vasárnap) scritta dall'ungherese László Jávor e musicata da Rezső Seress nel 1933 in cui si fa riferimento esplicito al suicido (ascoltatele in fondo al post).
 
Secondo la più accreditata versioni il brano nacque durante una cupa domenica parigina. Seress era triste a causa di un litigio con l’amata, dovuto ai suoi ripetuti (e vani) tentativi di sfondare nel mondo della musica.  La canzone, contrariamente alle altre da lui prodotte fu un successo, ma tre anni dopo (1936) iniziò a circolare la voce che il brano avesse un effetto deprimente o inducesse al suicidio, come parevano testimoniare diversi casi apparentemente legati al suo ascolto: una giovane commerciante berlinese impiccatasi lasciando ai suoi piedi uno spartito di Szomorú vasárnap; una segretaria di New York che, asfissiandosi con il gas, avrebbe chiesto che il brano fosse eseguito al suo funerale; una donna inglese avvelenatasi per mezzo di barbiturici mentre nel suo appartamento andava un fonografo automatico che riproduceva la canzone; un fattorino romano che si sarebbe gettato nel fiume dopo averla udita da un mendicante.
Nel 1941 Sam Lewis riarrangiò il brano per Billie Holiday; consapevole della sua tetra fama, il compositore decise di aggiungere una terza strofa, assente nella versione originale, nella quale chi canta spiega di avere in realtà solo sognato la morte della persona amata, e di averla trovata al proprio fianco al risveglio, viva e innamorata. Nonostante questo accorgimento la BBC decise di non trasmettere la versione di Billie Holiday, ritenuta troppo triste in un momento in cui Londra si trovava sotto i bombardamenti tedeschi. Questo divieto fu sollevato solo nel 2002.  Seress morì nel 1968, gettandosi da una finestra del suo appartamento a Budapest.


Ma torniano alla cura che Budapest pensò per debellare il problema, creando un “Club del sorriso” inaugurato nel 1937. Uno scherzo creato dal professor Jeno e da un ipnotizzatore di nome Binczo, che però prese piede. Gli organizzatori aprono una scuola per insegnare il sorriso Roosevelt, il sorriso Mona Lisa, il sorriso Clark Gable, il sorriso Dick Powell, il Loretta Young…
Ma non si fermando a questo, nacque la moda di fare “Le feste del Sorriso”, di disegnare sui muri bocche sorridenti, di farsi fotografare in modo buffo, di farsi ricamare i maglioni, convinti che l’allegria fosse contagiosa. Addirittura di creare mascherine per girare in città. E anche il cinema, in anni che si stanno colorando di buio, viene spinto a produrre film comici, compresi quelli italiani, realizzati fino al 1942, nel segno della collaborazione italo-ungherese. 


Come storia io la trovo divertente. Voi? No? Ah, ah, ah, ah…




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