Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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sabato 12 dicembre 2015

W LA LIBERTA! W CHARLIE! W LA FIGA! ESSERE LIBERI VUOL DIRE FARE LE COSE LIBERAMENTE




(pubblicato su Huffington Post il 16-12-2015)
In un mondo nel quale tutti possono parlare - e io stesso posso firmare un blog su un media autorevole - non solo c’è poco da dire, ma il laccio del bavaglio stringe la bocca e fa colare un filo di saliva. Non basta strombazzare “Io sono Charlie” o “Libertè!” per poi tornare a postare gattini.
Occorre poter gridare le cose libere, impudenti, lerce, politicamente scorrette che dicevano un tempo Charlie & i suoi fratelli. Lo avete mai letto o visto un numero di 30 anni fa di Pilote, Hara Kiri o de L’Écho des savanes, le riviste dove scrivevano Claire Bretécher, Mandryka, Topor e i de-funti Charb e Wolinsky?
Una carica urticante e intelligente che oggi farebbe impallidire. Riferimenti sessuali espliciti, foto e titoli provocatori contro ogni cosa che cammina e anche fatta di solo spirito. A volte anche irritanti e non condivisibili. Eppure, fatevene una ragione, c’era più talento in una loro scoreggia che in tutti i redazionali usciti oggi in Italia. Questo compreso.

Avete riguardato in tempi recenti le strip di Pazienza, Tamburini, Liberatore? L’aggressività di Re Nudo o Frigidaire? Letto i fumetti underground di Robert Crumb, le fanzine della controcultura dagli anni ’70 e ‘90? Ogni pagina de Il Male sarebbe oggi impensabile. Immaginate le reazioni di Renzi nel vedersi raffigurato coperto di merda, del Papa rappresentato in forma di Scimmia (primate), e una fellatio che coinvolge l’entità suprema. Oggi le nuove leggi lo impedirebbero senza possibilità di difesa, tra accuse di blasfemia, vilipendio, razzismo, sessismo, incitazione alla violenza e all’utilizzo di droghe.
Cos’è rimasto della libertà di parola e di espressione in un mondo iconoclasta che bandisce parole e immagini, che ha paura di offendere tutti e non si accorge che sta offendendo la propria storia e la propria identità? Userò un’espressione risorgimentale: che offende “ i propri morti”? Che umilia la battaglia che hanno fatto laicismo, illuminismo e libertà di pensiero e di espressione per affermare, nei secoli, la propria autonomia.

Una religione si offende per qualche motivo?
Sti cazzi! direbbe Charlie. Non leggeteci.
Rispettiamo la religione. Ma se avessimo dovuto ascoltare la religione non si sarebbe evoluta neanche l’arte moderna e avremmo rinchiuso gli espressionisti in carcere. Non sarebbe esistito il divorzio e l’omosessualità sarebbe ancora una malattia.
Un politico si adombra? … e allora? 
Aveva più libertà Voltaire che un editorialista di Repubblica o del Post. Abbiamo avuto la rivoluzione industriale, il femminismo, Woodstock, la coscienza di classe, morti, milioni di manifestazioni, e ora Istagram ammette le tettine, ma non il capezzolo (che deve essere impecettato) e Facebook persegue ogni culetto… perché assai severa in fatto di nudo.
Gestisco un blog d’arte e ogni mese la pagina social viene censurata, non per foto esplicite (uno scatto di Tina Modotti anni ’20 da fare accapponar la pelle), ma anche per quadri figurativi: un espressionista tedesco… sicuramente un porco degenerato. Addirittura una foto di Mina in minigonna a Canzonissima è stata segnalata, impedendomi di postare per venti giorni. Senza appello, senza potermi difendere, senza neanche sanzionare lo stalker sessuofobo che mi perseguita. Così, se voglio continuare a pubblicare, devo evitare in maniera preventiva di postare le foto di Man Ray, gli artisti della pop art, Piero Manzoni che dipinge la modella, gli affreschi liberty che Sartorio ha realizzato per adornare l’Aula di Montecitorio… portando il livello della fruzione a quelli che oggi predica gran parte del mondo islamico meno progressista.
Accadrà, poi, che ognuno dimenticherà la libertà di poterlo fare, perché si è spostato indietro di 100 anni il limite del comune senso del pudore. Che sarò, d’ora in poi, la nostra prigione.

Stessa cosa per questa rubrica. Qual è il limite che mi è concesso dall’editore? Ho dovuto togliere la parola “figa” dal titolo originale un po’ provocatorio di un articolo sicuramente non volgare o scandalistico perché non consona alla linea “clean” della testata. Siamo certi che questo artificio letterario, così politicamente corretto, sia giusto? E’ giusto ufficializzare l’autocensura preventiva, o meglio, renderla norma, in luogo del buon senso?

Insomma, il mainstream dice una cosa.
Posso dissentire? Posso provocare? Posso usare la parola frocio, negro, mussulmano del cazzo, fascista di merda o aggettivare come credo se me ne assumo la responsabilità e la utilizzo per satira, per difendere le categorie in questione o anche solo per un post provocatorio?

Ormai siamo tutti come tag tracciate sul muro. Per strada, non esprimiamo neanche più la passione per la Roma o per la Vulva. Facciamo solo sapere che esistiamo.
Pensiamo di esistere. Ma non abbiamo più un cazzo da dire.







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