UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




domenica 1 gennaio 2012

MAIL ART, DA BALLA A SILVIO LOFFREDO.

Umetti un francobollo e spedisci. La mail art (arte postale) è tutto qui. Una forma artistica che usa il servizio postale come mezzo espressivo. Un'arte affidata alla rete, nata molto prima che nascesse la "rete". Condivisa con mani sconosciute in fase di spedizione, affidata al caso nel suo smistamento, completata dal timbro di navigazione.



Una cartolina che, a partire dalle avanguardie del '900, diventa strumento di comunicazione. "Social", ancora prima che di questa dinamica ne esistesse la premonizione.
Un fenomeno che trova la sua massima espressione nelle culture nel futurismo e  nel dada, con gli invii multipli di Ivo Pannaggi, Balla, Depero. E che troverà più tardi, la codifica del gruppo americano coordinato da Ray Johnson (1962) e le sperimentazione del gruppo Fluxus e di Guglielmo Achille Cavellini, meglio conosciuto come GAC (1914–1990).
Così l'Italia può oggi vantare addirittura l'istituzione di due musei. Uno reale (Museo Civico e della Mail Art di Montecarotto), uno virtuale (MAGAM, Mail Art Gallery And Museum di Fermo). Con gruppi dedicati su Facebook (www.facebook.com/groups/cavellini, quello che probabilmente ci diverte di più), oltre  a un validissimo blog  sul tema (http://archivioophenvirtualart.blogspot.com).





Cosa c'è da dire allora di nuovo? C'è molto.
Ad esempio riscoprire il progetto spontaneo prodotto ininterrottamente per 50 anni da un grande artista come il fiorentino Silvio Loffredo.
Metà francese e metà italiano, figlio lui stesso di artista, allievo di Oskar Kokoschka. Espressionista, ma così carico di ironia, da doverla rovesciare non solo nelle forme di arte più tradizionali come pittore e scultura,  ma soprattutto nella corrispondenza che invia ai suoi tanti amici, artisti e intellettuali (dal 1945 sino ai primi anni del 2000).


Ogni Cartolina diviene così un'opera d'arte. Disegni, schizzi, caricature, si intersecano a una scrittura fitta e quasi illeggibile, che alterna informazioni private con filastrocche, poesie, aforismi. Un mondo magico, dove qualche affiora una vene di malinconia. O una risata amara.
Sarebbe bello poter oggi raccogliere questo materiale, ed è un invito a promuovere una mostra a lui dedicata, ma soprattutto dedicata ad una forma espressiva anarchica, visionaria, azzardata, temeraria del quale ha saputo essere uno dei suoi massimi cantori.


Silvio Loffredo. Autoritratto su cartolina, 1945


Silvio Loffredo è nato a Parigi nel 1920 da genitori italiani. 
Fu proprio il padre Michele, pittore di robusta inclinazione figurativa, ad indirizzarlo nell’esercizio dell’arte e a dargli i primi insegnamenti. Nella capitale francese Loffredo frequentò corsi di disegno e di nudo. Nel frattempo aveva preso a lavorare ma, pur impegnato nel lavoro, il giovane artista non smise la pratica e lo studio della pittura e dell’incisione.
A vent’anni, Loffredo partecipa al conflitto mondiale. Ma dopo l’8 settembre scelse di militare nei reparti italiani affiancati all’VIII armata e, come italian pioneer (questo è appunto il titolo delle sue memorie di guerra), risalì l’Italia via via liberata dalle truppe alleate.
Dismessa la divisa decise di dedicarsi definitivamente all’arte e, per completare la preparazione iniziata a Parigi, prese a frequentare dapprima i corsi dell’istituto d’Arte di Siena passando in seguito a Roma, all’Accademia di Belle Arti, dove ebbe maestro Amerigo Bartoli, e infine a quella di Firenze dove studiò con Primo Conti.
Nell’immediato dopoguerra Loffredo iniziò ad allestire le sue prime personali e a partecipare a importanti collettive, riscuotendo un immediato riscontro da parte del pubblico e dei critici.
A Firenze Loffredo frequenta per qualche tempo Ottone Rosai. Per quanto abbia contato l’amicizia e la lezione di un maestro come Ottone Rosai (ed accanto a lui andrà menzionata la fertile con Mino Maccari), Loffredo non si lascia irretire nel facile epigonismo. Frequenta a lungo Oskar Kokoschka a Salisburgo, da cui deriva la forte tensione cromatica di ascendenza espressionistica e, di pari passo, procede nella realizzazione, già intrapresa a partire dai primi anni cinquanta, insieme al fratello Victor, di film sperimentali, un interesse questo che l’artista ha continuato a coltivare fino ad oggi e che ha trovato numerosi riconoscimenti in occasione di rassegne internazionali di film d’autore, in Europa e in America.
Con i primi anni sessanta giungono i riconoscimenti internazionali. Loffredo viene chiamato a più riprese negli Stati Uniti e in Europa per tenere corsi o per commissioni di opere pubbliche (sue opere si trovano in musei di Parigi, Bruxelles, Ginevra, Los Angeles, Philadelphia, New York, Boston, Haifa, Milano, Firenze, Pisa).
E' stato sicuramente uno dei maggiori pittori fiorentini del '900.




giovedì 22 dicembre 2011

GEER VAN VELDE, MAESTRO ANOMALO



L’oggetto della rappresentazione resiste sempre alla rappresentazione.
E cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione? Restano da rappresentare le condizioni di questo sottrarsi.
È dipinto ciò che impedisce di dipingere.

La pittura dei Van Velde emerge, libera da ogni preoccupazione critica, da una pittura di critica e di rifiuto, rifiuto di accettare come dato il vecchio rapporto soggetto-oggetto.

A partire da questo momento restano tre vie che la pittura può imboccare.
La via del ritorno alla vecchia ingenuità, attraverso l’inverno del suo abbandono, la via dei pentiti. Poi la via che non è più una via, bensì un ultimo tentativo di vivere nel paese conquistato. E infine la via in avanti di una pittura che si preoccupa poco sia di una convenzione superata sia delle ieraticità e dei preziosismi delle inchieste superflue, pittura d’accettazione, che intravede nell’assenza di rapporto e di oggetto, il nuovo rapporto e il nuovo oggetto, via che si biforca nelle opere di Bram e Geer van Velde.

Samuel Beckett, Disiecta saggio sulla pittura dei fratelli Van Velde

Samuel Beckett e Geer van Velde, Yew Tree Cottage, Sussex, 1938
Geer Van Velde (1898 - 1977) è un pittore olandese, fratello dell’altro grande maestro astratto Bram Van Velde.
Artista precoce, sulla scia di molti grandi del suo tempo (da Picasso a Balla), già a 12 anni inizia a lavorare come decoratore presso la ditta Schaijk & Kramers. Ma il titolare, colpito dalle sue innate capacità, lo spinge a studiare e a perfezionarsi. Dopo studi più o meno irregolari, e il servizio militare nella Croce Rossa (un obiettore di coscienza in partenza) nel 1925 si reca a Parigi, la città che diventerà la sua casa. Raggiunto dal fratello si stabilirà infatti a Montparnasse.

Cubista ? …nahhhh. Razionalista? Bah.
In un mondo di «ismi» e «neocose» Geer elabora un linguaggio assolutamente personale. Astrattista della prima ora, ma lontano da gesti eclatanti. Simbolo dell’avanguardia del ‘900, ma anche di una ricerca che lo riporta ai valori primi della pittura, quasi un «primitivo». 
Con un stile geometrico fortemente riconoscibile, che utilizza gamme cromatiche chiare e trasparenti, in una continua ricerca di equilibri compositivi. Più vicino a Morandi, come rigore, che ai Cubisti, o al De Stijl, secondo uno stile che lui stesso chiamerà «exploration-introspection» che vive nelle opere finité, come negli studi e nei bozzetti.


Divenuto amico di Samuel Beckett, che sull’opera dei due fratelli realizzerà un famoso saggio onirico, del quale abbiamo oggi presentato degli estratti, viene definitivamente lanciato dalla Galleria di Peggy Guggenheim e dalla Mostra londinese del 1938.
E’ l’inizio del successo, che lo portera a viaggiare per tutto il mondo, ottenendo importanti premi nelle maggiori rassegne internazionali, riconosciuto come uno dei massimi esponenti della Nouvele Ecole de Paris.
Con l’orgoglio di una sua retrospettiva, organizzata appena 46enne, nel 1944 proprio a casa sua, allo Stedelijk Museum in una Amsterdam appena liberata.
Morirà a Cachan nel 1977.
Sue opere sono esposte al Musée National d'Art Moderne di Parigi, al Museo di Arte Contemporanea di San Paolo, al Moma di New York.

martedì 22 novembre 2011

ROLAND TOPOR. RIPETETE. ROLAND TOPOR.

"Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura...La realtà in sé è orribile, mi dà l'asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente un’immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano."
Roland Topor

Non ci sono mezze misure. Topor o si amava o si odiava. E a me,  da ragazzetto amante dell’arte, stava francamente sulle balle. Con quella sua faccetta tonda, quasi brachicefalo, e quei suoi modi sbruffoni. Almeno così mi sembrava quando disegnava con la luce, scimmiottando Picasso davanti al vetro.
Poi, nel tempo, ho iniziato a trovare su di lui frammenti, racconti e riferimenti. E ho iniziato a vedere tracce di genialità in immagini, grafiche, schizzi, racconti.
Ad esempio quando feci la tesi di laurea su Buzzati e su “Il Viaggio di Mastorna”, e parlando con Fellini, venni a sapere che era proprio Topor la fonte di molti suoi sogni. Il talent visionario che iniziava a buttar giù immagini esagerate e trasgressive ad ogni suo input, e che gli passava come macchina del pensiero, e che lui teneva chiuso nella stanza d’albergo a scarabocchiare (come ne "Il fantasma del Palcoscenico").
Poi parlai con Giovanni Gandini, fondatore di Linus, che mi regalò un poster di Topor e mi disse che era la persona più folle e imprevedibile che avesse mai incontrato nella sua vita. Come quando di rovesciò a un ristorante il tubo di ketchup in testa per raccontare un'idea di copertina.

Iniziai così a sfogliarlo, leggerlo, desiderarlo. Per poi scoprire
che dal suo romanzo "Le Locataire Chimérique" era stato tratto "L'inquilino del Terzo piano" opera simbolo di Roman Polanski, presente anche come attore: ...un giovane archivista, preso in affitto in una vecchio palazzo un appartamento nel quale inquilina precedente s'è uccisa buttandosi dalla finestra, ne assume a poco a poco l'identità….

E ora che Topor non c’è più, rimango sorpreso a vedere molti pochi lo conoscono. E quelli che lo conoscono, in realtà, non lo hanno mai conosciuto veramente.
Forse servirebbe una mostra, vera. Una mostra capace di ridare vita ai sui mostri, e a incubi attualissimi, trasgressivi e corrosivi ancora adesso. Forse anche di più.

Roland Topor (Parigi, 7 gennaio 1938 – Parigi, 16 aprile 1997) è stato uno scrittore, sceneggiatore e illustratore francese. di origine ebreo-polacca,  figlio del pittore e scultore Abram Topor.
Bambino, fugge da Parigi per poi trasferirsi in Savoia, dove la sua famiglia si nasconde per sfuggire all'occupazione nazista. Studia all'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e, dal 1961 al 1965, collabora alla rivista satirica mensile Hara-Kiri, dove si fa notare per un cinico humor nero, tipico dei suoi lavori. È tra i fondatori, nel 1962, del celebre movimento surrealista Panico, assieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky. Nel 1964, a 26 anni,  scrive il suo primo romanzo.

Nella sua eccentrica carriera artistica ha fatto di tutto: dalla pittura all'illustrazione, dal teatro alla fotografia, dall'incisione alla scultura, dal cinema d'animazione ai romanzi, dalla musica alla televisione. E tutto questo sperimentando nuovi linguaggi espressivi e rimanendo fedele alle sue convinzioni e ai suoi principi. Erede del nichilismo dadaista, è riuscito con la sua enigmatica arte a demolire qualsiasi forma di autorità precostituita, ridimensionando contemporaneamente sia il borioso sapere scolastico che la cultura ufficiale imperante. Illuminante il fatto che abbia frequentato la rinomata Accademia di Belle Arti del bar di fronte, come amava ricordare, rifiutando così di diventare un'artista/pollo di batteria come tanti altri. La sua immaginazione sadica e il suo tagliente umorismo nero hanno disvelato, senza mezzi termini, l'assurdità nascosta nel reale, regalandoci un intimo e perturbante brivido. I suoi esseri umani immondi e mostruosi, raffigurati in preda ai piaceri più sfrenati e aggressivi, fanno pensare alle fantasie devianti di un moderno Hieronymous Bosch.
Ha scritto Luca Sforzini. “Viviamo i dettagli angoscianti delle sue opere, fino quasi a sentirne l'acre odore e ad apprezzare, sconvolti, l'elasticità delle carni lacerate. Il mondo rivela la sua doppiezza, l'ipocrisia strisciante e l'artista, indignato, la mostra in tutta la sua repellente virulenza”
Da ricordare anche la sua collaborazione, in Italia, con la rivista satirica "Il Male” e il lungometraggio "Il pianeta selvaggio" nel 1973 premio speciale della Giuria di Cannes.

lunedì 21 novembre 2011

TOMMASO BUZZI. O DELLA SREGOLATEZZA.

Un'opera d'arte è soprattutto un'avventura della mente.
Eugene Ionesco 

L’indirizzo è questo: Umbria, Montegabbione, La Scarzuola. Un convento del 1200 trasformato dall'architetto e designer lombardo Tommaso Buzzi (Sondrio 1900 - Rapallo 1981), che acquistò il complesso nel 1957 per costruire la "città ideale" del ‘900.



Il recupero del convento fu il primo atto del progetto di Buzzi subito dopo passò ai giardini, trasformando gli orti dei frati in un fantastico impianto verd. dove, tra siepi di bosso, statue e pergolati, si rievoca il mito d'amore di Polifilo e della  ninfa.
Ultimato così il recupero della "città sacra", Buzzi passò ad edificare la sua "città profana", che chiamerà "Buzziana".
 Gli edifici sono collegati tra loro da zone teatrali vere e proprie 
(scene, gradinate, grandi vasche) realizzate sul rilievo del terreno e sostenute da poderosi muri di tufo. La Buzziana appare proprio una città profana, sovraccarica com'è di riferimenti e citazioni: ovunque vi sono impressi motti, monogrammi e simboli indecifrabili. Concepita in base ad un personalissimo neo-Manierismo, la cittadella presenta forme sconcertanti e complesse: vi abbondano scalinate, modi espressivi "alla rustica", bassorilievi di mostri, statuine, figure fitomorfe "alla Arcimboldi".
 C'è un affastellarsi di edifici e monumenti che ha del miracoloso: strutture circolari, osservatori astronomici, costruzioni zoomorfe e pozzi di meditazione, templi pagani con una torre di cristallo che pare il pinnacolo di una cattedrale. 

 
L'opera dell'architetto Buzzi rappresenta uno dei capitoli più interessanti ed ancora meno studiati della storia delle arti visive del XX secolo. Ebbe relazioni strette con il gruppo del Novecento Milanese (Muzio, Cabiati, De Finetti) ed iniziò con Gio Ponti una collaborazione lunga e fruttuosa, che si estese dall'architettura, all'urbanistica, al design, alla partecipazione con articoli ed interventi alle pagine di "Domus", la prestigiosa rivista fondata nel 1928 dallo stesso Ponti. Buzzi fu infatti uno dei protagonisti degli avvenimenti artistici più importanti di quegli anni e uno dei maggiori architetti italiani del novecento (membro fondatore del Club degli urbanisti partecipò ad esempio al famoso concorso per la sistemazione urbanistica di Milano con il progetto Forma urbis Mediolani); ebbe ruoli organizzativi di spicco in manifestazioni internazionali sulle arti applicate (Triennale di Milano, padiglioni dell'Enapi, Mostra Internazionale di Amsterdam, Mostra Nazionale dello Sport ecc.); tra i fondatori del Labirinto, ricoprì la carica di direttore artistico per la Venini di Venezia, collaborando con i principali artisti nel campo del vetro.




Le arti applicate costituiscono uno dei terreni privilegiati in cui si concretizza la fantasia creativa di Buzzi, che si occupò della progettazione di mobili, di ceramiche, di pizzi e merletti, lampade orologi ed ogni tipo di oggetti d'arredo. Gli interessi di Buzzi presero da subito una piega più originale - irriverente e insieme straordinariamente colta - rispetto agli altri personaggi della scena milanese, che lo rese forse meno conosciuto al grande pubblico (egli scelse anche un volontario isolamento e smise di pubblicare le proprie opere dalla fine degli anni '30), ma che gli valse l'ascesa ad architetto ufficiale della nobiltà ed alta borghesia italiana (ad es. casa Agnelli o Villa Volpi di Misurata a Sabaudia, nella foto in alto).


Straordinaria anche la produzione di schizzi, bozzetti e costumi teatrali (qui a sinistra, un bozzetto lirico per la Carmen dei primi anni ’50) che lo pongono in una dimensione eclettica ed europea. In quell'aurea di trasverslità che oggi sembra impensabile. E che, forse, lo era anche in quegli anni.

Tommaso Buzzi, a destra, in Brasile con il musicista Ottorino Respighi, fine degli anni '20

lunedì 14 novembre 2011

BEUYS, IL CONTROARTISTA


Joseph Beuys (1921 – 1986), artista tedesco, padre dell'arte concettuale, amico dell'arte povera, provocatore nato. Uno che quando era in vita, stava sulle balle, ma che oggi ci manca. E finisci per capirlo di più. Un artista un po' burbero, con l'espressione da bracco di Weimar, a cui piaceva bere con gli amici, sporcarsi le mani, ridere, mantenendo sempre l'aria triste. Capace di trasformare il proprio cappello in un'icona e una propria foto sfocata in un'opera d'arte. 
Ad elevare il multiplo a forma trasversale di comunicazione. 
Di sè e degli altri diceva: 

 "





LUCIO FONTANA, IL DIO DELLE PICCOLE COSE.


Sono stato nello studio di Lucio Fontana, a Milano. Uno spazio di 38 mq, in un cortile interno, con una finestra che dà sulla strada. Una specie di vetrina, stretta e alta, nella quale  Fontana esponeva suoi quadri, senza sperare in grandi vendite, come mi disse l'ex custode del palazzo, che ricordava ancora le facce sorprese dei passanti.
Ci ho ripensato. E mi viene in mente che anche per questo, forse, che le sue opere hanno sempre dimensioni contenute. Come se fossero state pensate proprio per essere esposte in quella vetrina. Perché la storia, ha tanti misteri. Ma a volte, soluzioni semplici.
Lucio Fontana, Scultura, legno traforato.
Non solo quadri, ma ceramiche (un mondo ancora oggi tutto da scoprire e da valorizzare, con opere che quelle di Leoncillo possono riscrivere la storia del settore).
O anche micro sculture, formato vetrina, come questo prezioso stendardo di legno del 1956.
Levigato, forato, tagliato, e infine firmato con il fuoco, in una sorta di pirografia.
Voluto per esplorare una nuova dimensione. Che rinuncia, ancora una volta alla bidimensionalità.
Prima che la grande mostra del 1964 alla Galleria Marlborough di Roma del 1964 ne sancisca la definitiva consacrazione.

Lucio Fontana, Ceramica.

WALTER DEXEL. LA RIVOLUZIONE DELLA RAGIONE



L'arte contesta il reale, ma non vi si sottrae.
Albert Camus 

Quando si pensa alle Avanguardie Storiche, ci si immagina giovani incendiari e provocatori, come Majakovskij. O irruenti e mondani, un po’ in stile Marinetti e futuristi. Urla, rottura delle visioni prospettiche, trasgressioni. Un pittore che interroga il mondo e lo traduce in piani di colore composti, austeri, anomali. Poggiati su tela o carta in maniera meno maniacale di Mondrian (il nero che separa con una porta), quasi a volere lasciare spazio all’indecisione del gesto. Al libero arbitrio. Bisogna vederlo un suo quadro da vicino per capire lui e la sua personalità, e perché quella sua visione scatenò le ire del nazionalsocialismo.


Walter Dexel (Monaco di Baviera, 1890 – Braunschweig, 1973) è stato uno dei grandi protagonisti delle avanguardie del ‘900, e una delle più lucide personalità del Costruttivismo, collegando idealmente Germania, Russia, Olanda. Autodidatta, si laurea nel 1916, frequentando in maniera caotica corsi di pittura a Monaco. E’ il viaggio in Italia del 1912 che lo spinge a dipingere i suoi primi quadri, ispirati al Cubismo e a Cezànne.   Alla fine della I Guerra Mondiale, nel 1918, inizia a esporre con Campendonk e con gli artisti della Bauhaus come Moholy-Nagy. All’inizio degli anni 1920, lo stile volge verso il Costruttivismo, che lui interpreta con uno stile misurato e pensoso, molto diverso da quello degli altri maestri.


Lavora come tipografo, pubblicitario, grafico, e si avvicina al Neoplasticisimo, ricollegandosi a Theo van Doesburg, esponendo a Berlino presso la "Der Sturm". Iniziano vent’anni, sino al secondo conflitto di una pittura “Alta e maestosa, ma allo stesso tempo semplice e diretta” che lo renderanno uguale solo a se stesso.
Diventerà docente di design alla Kunstgewerbeschule a Magdeburg, per poi dimettersi in polemica con il nazismo (1935-1936), accusato di essere esponente dell’Arte Degenerata. Morirà a Braunschweig nel 1973, celebrato come uno dei maggiori artisti tedeschi del '900.
E’ esposto al MOMA di New York e nei maggiori musei del mondo.


Il lavoro grafico, esposto al Moma di New York




venerdì 11 novembre 2011

OSVALDO LICINI, LA SOLUZIONE E' NELL'ENIGMA

Artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma
Kraus, Karl

Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado 1894 - 1958. Pittore. Nel suo paese lo consideravano un pazzo. Innocuo, ma pazzo.

Nel 1911 si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Bologna e in seguito si trasferisce a Parigi dove prende ispirazione dalla pittura di Matisse.Nel 1958 vince il premio della Biennale di Venezia. Negli anni '20 Licini si rivolge ad una pittura di paesaggio post-impressionista e fauve, con una riflessione su Morandi, ma la prima esposizione risale al 1914, all'Hotel Baglioni di Bologna. La sua fama è dovuta al fatto di essere stato uno dei primi in Italia a muoversi negli anni '30 verso l'astrattismo, inteso in senso europeo. Nel 1935 infatti è a Parigi e visita lo studio di Kandinsky e la mostra di Man Ray alla Galleria di Cahiers d'Art. L'astrattismo di Licini è comunque sia lontano dagli altri italiani, di Como e Milano. La sua pittura astratta è poesia, è potentemente lirica: è l'unico che si libera dalle gabbie del razionalismo geometrico attraverso il colore, la fantasia e un segno che lo conduce in un clima decisamente espressionistico e quindi pre-informale. L'unico artista a cui può essere avvicinato è Klee. Gli anni '40 segnano l'abbandono di ogni dogma e la sua arte entra nel campo di un surrealismo fantastico sui generis, in cui influenze nordiche (la moglie era svedese), poesia simbolista e post-simbolista, proprie riflessioni e motivazioni poetiche si fondono in serie di straordinaria intensità che arriveranno negli anni '50 a una totale immersione in un mondo non sognato, ma fantastico e fatto di sola arte e di una riflessione sulla propria pittura. Nel suo paese dicevano che era matto. Innocquo, ma matto.

mercoledì 9 novembre 2011

NICOLA NEONATO. LA NASCITA DI UN'IDEA.



C'è qualcosa che mi affascina più di un'opera d'arte. E' l'idea in essenza dell'opera d'arte. E' lo spunto che nasce da pochi e semplici segni.
Per questo adoro i disegni fumosi di Hery Moore nella metropolitana di Londra, i bozzetti di Grosz, le linee appena accennate di Erich Mendelsohn per la torre Einstein. Ma più di tutto, mi affascina l'opera degli scultori, che traggono dalle due dimensioni ispirazioni per conquistare la terza. Come in questi bozzetti di Nicola Neonato, scultore sanguigno, capace di fermare l'intimità di uno sguardo e di un gesto, che poi trasformerà in una costruzione massiccia e colossale. Nei suoi bozzetti c'è anima, passione, e pittura. Nel senso di tradizione della pittura. Un segno che poi si evolverà in un nuovo linguaggio. Creando opere apparentemente simili, ma mai così diverse.



Nicola Neonato (Rapallo 1912 – Genova 2004), scultore, pittore.
Pittore post-espressonista e scultore attivo sin dagli anni '30 in Liguria, a Milano (dove ebbe per 12 anni uno studio in Via Solferino) e quindi a Genova, ha realizzato decine di monumenti pubblici, caratterizzandosi per la forza della sua espressività.
Rimasto attivo sino in tarda età ha prodotto importanti monumenti, molti dei quali dedicati alla lotta partigiana (era stato Capo Brigata) come quelli di Rapallo, Genova, Sestri Levante. Ma anche di opere discusse, come la stele dedicata a due giovani rimasti uccisi a metà degli anni ’70 a Milano, eretta nel 1976 a piazza Santo Stefano, sulla spinta del movimento operaio, sfidando le autorità.
Da un’intervista a Neonato sul monumento a Zibecchi (2000)
Avevo ottime critiche come artista. Ero affreschista, ho fatto molte sculture, ho fatto almeno 20/30 monumenti per i partigiani con tantissime figure, almeno 400. Ce n'è uno a Sestri Levante, importante. Io simpatizzavo per i ragazzi: Ho fatto il monumento senza volere niente ed ho pensato a due poveri ragazzi morti. Quando è stato inaugurato c'era un corteo di 5.000 giovani. Sono stato io che ho suggerito di metterlo su di notte. Poi al mattino era ancora fresco. E' un ricordo simpatico perché l'ho fatto per niente, anche la fonderia l'ha fatto per niente perché erano simpatizzanti. Allora si chiamava Cubro, era a Novate Milanese. L'ho fatto volentieri perché erano due ragazzi ammazzati, uno da un fascista l'altro dai Carabinieri.