«Abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente,
misterioso, visibile…»
— Jorge Luis Borges, da Avatares
de la tortuga / Avatars of the Tortoise
La critica d’arte si perde, spesso, in un gioco di rimandi
e citazioni. È il suo limite e il suo fascino, artificio letterario che pone in
evidenza la competenza di chi scrive e la cultura di chi dipinge, scolpisce,
traccia. Un gioco di rimandi che travalica la realtà e che diventa paraletteratura.
Anche io ne resto vittima quando visito lo studio di un artista, è istintivo, naturale,
ma sicuramente non esaustivo. È quello che ho fatto anche questa volta esplorando
il lavoro di Placido Scandurra, artista sulla soglia degli ottanta anni, che
conoscevo solo per una parte della sua produzione.
Ho scoperto un percorso completo che mi ha stupito e coinvolto, che spazia
dalle prime esperienze degli anni Sessanta e Settanta che proverò a definire “primitiviste”
- che avrebbero avuto un grande successo nel mondo anglosassone e americano –
nelle quali ritrae soprattutto familiari e amici, sino alle figure totemiche che
lui chiama “archetipi”. Un bestiario composto da figure
viventi, poliformi, mutevoli, arcane, che non possono non ricordare Savinio
e certa pittura parietale sudamericana.
Il suo lavoro si esplica così per cicli che a volte si intrecciano come datazione:
“Cavalieri inesistenti“,
“Cani Erranti“, “Pastorali Primordiali”, “Metamorfosi”...
E poi nature morte (mi hanno ricordato Gigi Chessa) e alcuni ritratti che richiamano
la Scuola Romana e la pittura di Emanuele Cavalli nel quale rilevo le campiture
cromatiche.
A volte, ma più avanti, compariranno riferimenti
alchemici ed esoterici, simbolo di una continua curiosità e ricerca, quando forse
sarebbe stato facile perseguire come molti artisti della sua generazione una
forma stereotipata facilmente replicabile.
Quello che ritroverete è infatti una grande varietà di ricerca, con una costanza nella qualità della materia, preparazione gessa all’antica (imprimitura), telaio artigianale, stesura spessa, verdi, azzurri, verde marcio. Nella pittura avverti la Terra e la materia. Un artista che andrebbe riscoperto, che è anche pronto a donare le sue opere alla Galleria di Arte Moderna di Roma come al Museo di Anticoli Corrado (a cui lo lega una sicura affinità), istituzioni che non sono sempre pronte ad accettare donazioni, in un meccanismo critico/legislativo che andrebbe completamente rivisto.
Lo fa in maniera istintiva, con una composizione arcaica, prima di trovare nello studio del pittore Antonio Villani e del restauratore Giovanni Nicolosi una scuola d’arte e di vita. E quell’istintività, secondo me, non lo abbandonerà più così come una atavica sicilianitudine che non si può riassumere nel fenomeno, spesso travisato, del Guttusismo.
I suoi archetipi potrebbero dilatare e assumere dimensioni rilevanti, minotauri assemblati di elementi organici, che ricordando Picasso (racconto su due piani), e curiosamente la "Pietra Pirciata" (che significa letteralmente "roccia bucata"), una particolare formazione di arenaria che ho visto mentre mi documentavo su Santa Maria di Licodia, il suo paese natale. Placido Scandurra vi nasce nel 1947, sulle pendici sud-occidentali dell'Etna. Un piccolo borgo agricolo che, negli anni Sessanta, doveva apparire lontano da tutto, anche dal sogno di diventare pittore. Un ragazzino, figlio di gente della terra, inizia a generare immagini con i pochi mezzi pratici e culturali che possiede, lavorando anche come muratore e “spigolatore”.
Il servizio militare lo porta a Roma dove si trasferisca nel 1967. Frequenterà la Scuola Libera del Nudo con Peppe Guzzi e Andrea Spadini e, parallelamente, la Scuola delle Arti Ornamentali, seguendo il corso triennale di incisione tenuto dal professor Attilio Giuliani.
La sua arte inizia a trovare una forma definita, approfondendo il disegno, la figura, la tecnica di lavorazione della tela, del colore, della materia. Nel 1969 entra nell’Istituto Centrale del Restauro, conseguendo nel 1972 il diploma per il restauro di dipinti e pitture murali. Un momento di fragilità - solo a Roma, senza mezzi, “magro come un chiodo” – un grave deperimento organico lo porta per breve tempo a essere ricoverato nella Clinica Salus, un periodo di cui conserva gelosamente una serie di gouache, e che gli regalò una convinzione: “L’essere umano, se vuole capire la vita, deve almeno una volta essere folle”.
L’attività di restauratore lo conduce nel tempo a partecipare a numerosi interventi, come ricorda la sua biografia ufficiale: “missione archeologica italiana in Siria, i restauri presso la National Gallery di Dublino, gli interventi sulle pitture murali della chiesa madre di Kortrijk, in Belgio, i restauri delle icone bizantine a Palermo e a Piana degli Albanesi, oltre ai lavori romani sui soffitti lignei e sulle tele di Palazzo De Carolis.” Ma anche a collaborare con artisti come Piero Guccione, Fabrizio Clerici e Balthus.
Tra il 1970 e il 1975 la sua arte si consolida, intrecciandosi con la sua vicenda personale, il matrimonio e viaggi all’estero (soprattutto a Parigi). Si percepisce nei suoi racconti, quasi un contesto di battaglia personale contro la vita e le difficoltà che questa ti presenta. Un conto che non si estingue mai, al quale ogni volta devi fare fronte con una risposta creata sul momento. Tra il 1975 e il 1977 frequenta i corsi sperimentali della Calcografia Nazionale di Roma. Diplomatosi all’Accademia di Belle Arti e conseguita l’abilitazione all’insegnamento delle Discipline Pittoriche accanto all’attività artistica e al restauro, intraprende anche un lungo percorso didattico, insegnando presso licei artistici e istituti d’arte. Sua moglie Clara si ammala, in un percorso doloroso che dura anni e che termina con la sua morte nel 1990.
Dopo aver lasciato Roma e Montecelio, e viaggiato in India. da alcuni anni vive e lavora a San Polo dei Cavalieri, una terrazza spettacolare vicino a Tivoli, in una grande casa, nella quale si snodano, stanza dopo stanza le sue sessioni di lavoro, al cavalletto, nel laboratorio calcografico (sua passione ininterrotta) intorno al torchio che fu di Saro Mirabella (1914 - 1972) dal quale emergono tirature minime, acqueforti, xilografie, ognuna delle quali diversa dall’altra. Alcune con lavorazione in bianca (cretti e goffrature) di grande fascino. Quello che ama la creazione nella variazione, operando ad ogni passaggio con una nuova ricerca cromatica o tecnica.
Sulle pareti le opere di amici e maestri, una scultura dogon, un crocifisso affiancato alla foto di un mistico indiano (dagli anni Ottanta Placido segue la spiritualità indiana). Come in una wunderkammer un bucranio, ne aveva in studio uno anche Duilio Cambellotti, un cranio di vacca e di cavallo, sormontano il laboratorio grafico.
Accanto a lui una pittrice di talento, Sonja Peter, tedesca, compagna di vita e di impegno nell’arte, scenografa per il cinema, in un percorso dove ogni parete porta la traccia di un amore indefesso per la creatività. Con lei ha avuto tre figli, e ha condiviso decenni di un percorso di ricerca.
Troppi sanpolesi (così si chiamano gli abitanti di San Polo) credo che ignorino di avere due artisti come concittadini che, magari, potrebbero dare nuova vita a un territorio che pare addormentato, coinvolgendoli in un progetto urbano che ben si presterebbe a un territorio, per secoli meta del Grand Tour e del soggiorno di artisti di tutto il mondo. Credo che la sua casa sia sempre aperta per chi voglia conoscere il suo lavoro e, come sempre, la porta di un’artista è fatta per essere varcata. Gli outsiders sono vicini a voi, basta bussare.
“Sono un viaggiatore solitario in cerca della Pietra Filosofale.” Placido Scandurra
| LA PIETRA PIRCIATA |
@PLACIDOSCANDURRA #PLACIDOSCANDURRA
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