"La poesia è qualcosa da guardare, la pittura è qualcosa da leggere".
Se hai fame mangi, se hai sete bevi, se hai esigenze fisiologiche le pratichi o cerchi di appagarle. È inevitabile. Ma per alcuni, la sete non finisce mai. Come la fame, come la voglia di creare cose che non ci sono. Sono quelle figure che puoi chiamare artisti o creativi, che anche se stanchi, lungo la via, fanno ancora qualche passo per vedere cosa potrebbe esserci dietro l’angolo. E una volta fatto capolino, trovano le forze per puntare all’angolo successivo. E non riescono a fermarsi.
Da quando lo conosco Eugenio Alberti Schatz avrà scritto una o due dozzine di libri (propri, su commissione, per richiesta degli editori: Einaudi, DeriveApprodi, Skira, Rizzoli, Salani) realizzato centinaia di micro-opere concettuali, curato mostre e organizzato decine di eventi culturali rigorosamente no-profit e a Budget Zero, in quel di Milano e nelle aree circostanti, o in posti esotici come Cornuda (Treviso) in quel gioiello che si chiama Tipoteca, Museo della stampa e del design tipografico. Perché, come terzo lavoro, crea connessioni: è lui che mi ha presentato Mario Pischedda, artista multimediale sardo, Alberto Casiraghy, il geniale editore del Pulcino Elefante, Daniele Cima artista calligrafo e amanuense, e mi ha fatto conoscere lo straordinario “Museo della Merda” a Castelbosco creato da Gianantonio Locatelli. Il quarto o quinto lavoro è quello di creativo per eventi, comunicazione, editoria. Ma è del suo ruolo di artista visivo che vorrei parlare.
Nato a Milano da padre italiano e madre russa, la nota poetessa e critica Evelina Schatz, ha compiuto studi di Lettere antiche. È nato bisesto il 29 febbraio 1964, quindi festeggia il compleanno ogni quattro anni (in inglese vengono chiamati Leapers), sarà per questo che salta da una cosa all’altra. Eugenio Alberti Schatz è un autore e artista concettuale che lavora sul confine tra parola, immagine e memoria. Nei suoi progetti la scrittura diventa materia visiva, archivio, dispositivo narrativo: frammenti, elenchi, libri d’artista e installazioni capaci di trasformare l’esperienza individuale in racconto collettivo.
La sua ricerca attraversa arte, fotografia, editoria e comunicazione, interrogando il modo in cui costruiamo e conserviamo le storie. E lo fa con un approccio ludico che ti conquista. In un ponte tra l’Italia e la Russia, e Odessa, in Ucraina, città natale di sua madre.
Esemplare la mostra che ha organizzato nella sua cascina vuota a Chiaravalle, la settimana prima di abbandonarla. Un’esplosione di idee, spunti e creatività che popolavano ogni stanza. Quadri, etichette che davano un senso diverso agli oggetti, composizioni materiche. Un tagliere diventa superfice visiva, a cui un titolo dona un significato. Un’etichettatrice anni ottanta compone un titolo rivelatore. Non so neanche come definire questo approccio, che vola leggero, che suggerisce giochi di parole, che cita senza mai spocchia. Un approccio che ricorda DADA, il Movimento Ecotico (da Eco, ovviamente), Fluxus, la poesia visiva.
La vita è così breve e così priva di senso che produrre “bollicine per l’anima” è forse la cosa migliore che si può fare.
Eugenio Alberti a sinistra con Alberto Casiraghy (al centro) e Alfredo Accatino
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