UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 1 gennaio 2012

MAIL ART, DA BALLA A SILVIO LOFFREDO.

Umetti un francobollo e spedisci. La mail art (arte postale) è tutto qui. Una forma artistica che usa il servizio postale come mezzo espressivo. Un'arte affidata alla rete, nata molto prima che nascesse la "rete". Condivisa con mani sconosciute in fase di spedizione, affidata al caso nel suo smistamento, completata dal timbro di navigazione.



Una cartolina che, a partire dalle avanguardie del '900, diventa strumento di comunicazione. "Social", ancora prima che di questa dinamica ne esistesse la premonizione.
Un fenomeno che trova la sua massima espressione nelle culture nel futurismo e  nel dada, con gli invii multipli di Ivo Pannaggi, Balla, Depero. E che troverà più tardi, la codifica del gruppo americano coordinato da Ray Johnson (1962) e le sperimentazione del gruppo Fluxus e di Guglielmo Achille Cavellini, meglio conosciuto come GAC (1914–1990).
Così l'Italia può oggi vantare addirittura l'istituzione di due musei. Uno reale (Museo Civico e della Mail Art di Montecarotto), uno virtuale (MAGAM, Mail Art Gallery And Museum di Fermo). Con gruppi dedicati su Facebook (www.facebook.com/groups/cavellini, quello che probabilmente ci diverte di più), oltre  a un validissimo blog  sul tema (http://archivioophenvirtualart.blogspot.com).





Cosa c'è da dire allora di nuovo? C'è molto.
Ad esempio riscoprire il progetto spontaneo prodotto ininterrottamente per 50 anni da un grande artista come il fiorentino Silvio Loffredo.
Metà francese e metà italiano, figlio lui stesso di artista, allievo di Oskar Kokoschka. Espressionista, ma così carico di ironia, da doverla rovesciare non solo nelle forme di arte più tradizionali come pittore e scultura,  ma soprattutto nella corrispondenza che invia ai suoi tanti amici, artisti e intellettuali (dal 1945 sino ai primi anni del 2000).


Ogni Cartolina diviene così un'opera d'arte. Disegni, schizzi, caricature, si intersecano a una scrittura fitta e quasi illeggibile, che alterna informazioni private con filastrocche, poesie, aforismi. Un mondo magico, dove qualche affiora una vene di malinconia. O una risata amara.
Sarebbe bello poter oggi raccogliere questo materiale, ed è un invito a promuovere una mostra a lui dedicata, ma soprattutto dedicata ad una forma espressiva anarchica, visionaria, azzardata, temeraria del quale ha saputo essere uno dei suoi massimi cantori.


Silvio Loffredo. Autoritratto su cartolina, 1945


Silvio Loffredo è nato a Parigi nel 1920 da genitori italiani. 
Fu proprio il padre Michele, pittore di robusta inclinazione figurativa, ad indirizzarlo nell’esercizio dell’arte e a dargli i primi insegnamenti. Nella capitale francese Loffredo frequentò corsi di disegno e di nudo. Nel frattempo aveva preso a lavorare ma, pur impegnato nel lavoro, il giovane artista non smise la pratica e lo studio della pittura e dell’incisione.
A vent’anni, Loffredo partecipa al conflitto mondiale. Ma dopo l’8 settembre scelse di militare nei reparti italiani affiancati all’VIII armata e, come italian pioneer (questo è appunto il titolo delle sue memorie di guerra), risalì l’Italia via via liberata dalle truppe alleate.
Dismessa la divisa decise di dedicarsi definitivamente all’arte e, per completare la preparazione iniziata a Parigi, prese a frequentare dapprima i corsi dell’istituto d’Arte di Siena passando in seguito a Roma, all’Accademia di Belle Arti, dove ebbe maestro Amerigo Bartoli, e infine a quella di Firenze dove studiò con Primo Conti.
Nell’immediato dopoguerra Loffredo iniziò ad allestire le sue prime personali e a partecipare a importanti collettive, riscuotendo un immediato riscontro da parte del pubblico e dei critici.
A Firenze Loffredo frequenta per qualche tempo Ottone Rosai. Per quanto abbia contato l’amicizia e la lezione di un maestro come Ottone Rosai (ed accanto a lui andrà menzionata la fertile con Mino Maccari), Loffredo non si lascia irretire nel facile epigonismo. Frequenta a lungo Oskar Kokoschka a Salisburgo, da cui deriva la forte tensione cromatica di ascendenza espressionistica e, di pari passo, procede nella realizzazione, già intrapresa a partire dai primi anni cinquanta, insieme al fratello Victor, di film sperimentali, un interesse questo che l’artista ha continuato a coltivare fino ad oggi e che ha trovato numerosi riconoscimenti in occasione di rassegne internazionali di film d’autore, in Europa e in America.
Con i primi anni sessanta giungono i riconoscimenti internazionali. Loffredo viene chiamato a più riprese negli Stati Uniti e in Europa per tenere corsi o per commissioni di opere pubbliche (sue opere si trovano in musei di Parigi, Bruxelles, Ginevra, Los Angeles, Philadelphia, New York, Boston, Haifa, Milano, Firenze, Pisa).
E' stato sicuramente uno dei maggiori pittori fiorentini del '900.




2 commenti:

  1. Non dimentichiamo il GAC, Guglielmo Achille Cavellini, uno dei più geniali e prolifici artisti postali d'Italia (nonchè grande collezionista del più coraggioso astrattismo nostrano e intrepido gallerista dei ruggenti anni '50)

    Saluti, Mauro S.

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