Un progetto di Alfredo Accatino

Attenzione! Queste pagine non contengono opere di Modigliani, Picasso o di uno degli altri 50 straordinari autori, sempre e solo loro, che danno il titolo a mostre-evento. L’arte è qualcosa di più complesso della semplice divulgazione di massa che, nel tempo, ha finito per trasformare gli artisti in prodotti, che devono essere facili da comprendere e da consumare.
Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 senza l’apporto di fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Perché, se non avessero operato maestri come Malevic, Exter, Scheiber, Itten, De La Fresnaye, Jawlesky, Rietveld, Schad, Dexel, Brauner, o personaggi trasversali e imprevedibili come Galantara, Codognato, Seltenhammer, Vertes, Copi, Topor (chissà quanti di voi li conoscono?), o autori italiani come Chiattone, Wildt, Cagnaccio di San Pietro, Thayaht, Donghi, Melli, Crippa, Gnoli, Pascali, non sarebbe proprio esistita l’arte contemporanea. E forse, non saremmo esistiti neanche noi.

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martedì 4 settembre 2012

ANDREA TAVERNIER IL DIVISIONISTA CHE HA REGALATO AL ‘900 UNA VISIONE DI LUCE

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Se si dovesse stilare l’insolita classifica degli artisti italiani del ‘900 più quotati in aste internazionali (con quotazioni superiori ai 125.000 dollari) e paradossalmente meno noti al grande pubblico, probabilmente Andrea Tavernier entrerebbe nella top five. Un artista raffinato, frequentato solo da intenditori, che giustamente lo considerano uno dei più puri e anomali maestri del Divisionismo. Presente con posizioni di prestigio alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, alla Galleria d‘Arte Moderna di Torino, al Museo Revoltella di Trieste, alla Fondazione San Paolo di Torino.

Un maestro umile, più attento a dipingere che a promuoversi, capace di raccontare con vibrante luminosità paesaggi e scene di vita quotidiana, da lui rilette con una nuova chiave interpretativa. Del resto, il teorico del divisionismo, così scriveva sulla filosofia che doveva caratterizzare il nuovo movimento: “Compito dell'artista non è quello di copiare letteralmente tutto ciò che si vede, ma è una funzione intellettiva sulle forme e i colori del vero... L'artista deve anzitutto rinunciare alla speranza di ritrovare nel mondo esteriore il quadro già composto. La verità dell'arte è lontana dalla contraffazione del vero.” (Gaetano Previati)


Quello che colpisce di più del lavoro di Tavernier è inoltre un sorprendente uso della luce, che man man si evolve, passando dalla “scultura cromatica” di taglio verista delle grandi tavole degli esodi, che reinterpretano la lezione di Segantini e di Pelizza da Volpedo (opere figlie dell’800), a quadri di formato sempre più ridotto, ma sempre più preziosi. Nei quali egli dipinge direttamente con l’effetto della luce (ed è qui che si manifesta il ‘900), sino a farla diventare il soggetto reale dei suoi quadri, che solo apparentemente ritraggono un bosco, uno scorcio di chiesa, i viali di un parco e che sempre di più si disinteressano del dettaglio, della perfezione formale, della scientificità di rappresentazione. In una sorta di ritorno alle origini della pittura.

Un percorso mentale che, a dispetto dei suoi maestri, lo rende protagonista anche di questo secolo. Tanto che Roberto Melli, grandissimo pittore della scuola romana, ma anche critico, e poeta, di lui scrisse nel 1952: “Come un novello Prometeo, da secoli densi e bui, ci ha portato la luce e l'ha messa nelle sue opere, affinché brilli, vibrante, nella riservatezza di una stanza, fermando per sempre, e solo per noi, l’ora di un giorno ormai perduto per l'eternità.




Nato a Torino nel 1858, allievo di Gastaldi all'Accademia Albertina di Torino, Andrea Tavernier esordisce come paesista alla Promotrice di Torino nel 1884, presentando molti lavori “di montagna”, realizzati prevalentemente in Val d’Aosta. In seguito dimora a lungo sia a Roma, presso Filippo Laccetti, che sulla costa adriatica. Partecipa a Parigi all'Exposition Universelle del 1900 (medaglia d’oro), nonché alle Biennale d'Arte di Venezia del 1899 e del 1922, che gli dedicò una personale di 36 opere. Diviene infine "professore aggiunto straordinario" all'Accademia Albertina, dal 1897 al 1903.
  

Dopo il 1909 torna definitivamente a Roma, dove inizierà a dipingere suggestive immagini dei colli e della campagna romana. Soprattutto i dintorni di Grottaferrata, Squarciarelli e dei Castelli, che diventeranno di fatto la sua nuova casa. Paesaggi oggi ricercatissimi tra i collezionisti, che ne leggono il punto di congiunzione tra l’800, il divisionismo, il post impressionismo, la pittura en plein air e gli umori nervosi di un secolo in piena deflagrazione.
Morirà a Grottaferrata (Roma) il 16 novembre 1932.







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