UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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sabato 15 settembre 2012

ALBERTO MARTINI. SURREALISTA. ANZI, PRECURSORE DELL’ARTE ONIRICA.

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"La penna è il bisturi dell'arte del disegno, è uno strumento difficile come un violino. Io lavoro con la più sottile del mondo, made in England, su carta piccolo cavallo che faccio arrivare dalla Germania, con inchiostro di China che viene dal Giappone. Arroto la delicatissima penna sulla pietra indiana. I passaggi dal bianco al nero, la modellazione delle carni, dei veli, dei capelli, dell'acqua, delle nubi, della luce e del fuoco, l'ottengo con finissima tessitura di tratti che elaboro con la penna riversata”.
Alberto Martini


A Milano, tra gli anni ’20 e gli anni ’40, dopo il futurismo, e dopo il ribaltamento ideologico di Chiattone e Sant’Elia, l’ambiente artistico risulta di fatto congelato in un campionato a 4 che non ammette divagazioni. Primi in classifica, per tifosi, campagna acquisti e compagine, i Novecentisti protetti dalla Sarfatti (Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Emilio Malerba, Pietro Marussig, Ubaldo Oppi). A seguire i Primitivi-Chiaristi generati dal pensiero del giovane Edoardo Persico (che in gergo calcistico potremmo definire i “catenacciari”). E infine, sempre a rischio retrocessione, gli Astrattisti della galleria “Il Milione", e quelli del gruppo di "Corrente" guidato da Treccani e Birolli.

Il Surrealismo e - peggio che mai - l'Espressionismo sono di fatto relegati a semplice curiosità etnografica. Agli italiani non piacciono le facce distorte, i colori violenti, e “…quei segnacci selvaggi sul linoleum tanto cari ai nostri fratelli crucchi…”. Così anche la grafica viene tenuta in scarsa considerazione.
Mentre il realismo magico di Massimo Bontempelli, viene di fatto sopportato, considerato solo una buona lettura di svago prima di mettersi la camicia nera per andare al Sabato Fascista. Siamo un popolo di grandi realizzatori, appunto “reali”, e “…non abbiamo certo bisogno di arte pensata da palle mosce francesi. O peggio, da checche…


Un surrealista, in Italia, però c’era veramente.
E lo sarebbe rimasto per sempre, anche se aveva rifiutato l’invito di Andrè Breton, che molto lo stimava, ad entrare in maniera militante nel movimento e a divenire controfirmatario del suo Manifesto (1924).
Stiamo parlando di Alberto Martini, un artista anomalo, rientrato a Milano dopo alcuni anni di soggiorno parigino e dopo un percorso formativo realmente di respiro europeo.

Nato a Oderzo, in provincia di Treviso nel 1876, da famiglia nobile, poco più che ventenne va a Monaco di Baviera, nel 1898, per studiare i maestri tedeschi dell’incisione. Autore ostile all’impressionismo e al naturalismo (genere frequentato dal padre, pittore e professore di disegno) Martini ha un'indole solitaria: si ispira agli artisti tedeschi dell’incisione e del disegno, dei quali apprezza il rigore e la graffiante ironia, ma al tempo stesso approfondisce la conoscenza del mondo inglese di Blake e Fuseli e della grafica francese (Doré, Granville, Bresdin, Rops) che scopre nel lungo soggiorno a Parigi, dove si guadagna da vivere collaborando, spesso in maniera anonima, con riviste di satira e costume.
La sua prima formazione è legata soprattutto al mondo del disegno, ma l'approccio alla pittura è precoce con risultati di altissimo livello fin dalle opere giovanili, tra le quali quelle esposte nella Sala del Sogno alla Biennale di Venezia del 1907.



Considerato uno dei più grandi illustratori europei, e più conosciuto all’estero che in patria, ha realizzato tavole celebri nell'interpretazione grafica di opere letterarie come per i Racconti di Edgar Allan Poe (esposte a Londra nel 1914), centinaia di disegni per la Divina Commedia (dal 1901 al 1944), lavori per la poesia simbolista francese di Mallarmé, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Gerard de Nerval, e per gli shakespeariani Macbeth e Amleto.
Eccezionali, per qualità e dimensioni, soprattutto le incisioni dei cicli sul tema dell’amore e della morte, quali I Misteri, Le Fantasie Bizzarre e Crudeli, I Miti, di fatto il suo testamento artistico.


Martini muore a Milano nel 1954, nel silenzio che la critica aveva steso sui suoi ultimi lavori.
Gli era rimasto accanto soltanto un gruppo di collezionisti di ex libris (nicchia creativa della quale è stato indiscusso maestro) riunitisi in un’Associazione costituitasi nel 1937.
Praticamente impossibile trovare in rete una sua foto, in una sorta di damnatio memoriae.
  

Perché Alberto Martini è grande?
Perché è sempre sorprendente, e mai scontato. E basta avere tra le mani una sua incisione per capirlo, senza tante metafore.
Perché è l’unico in Italia che abbia tracciato, e poi percorso, soprattutto in quegli anni, questa strada, al di là del reale, tra sogno e incubo. Tanto da essere stato giustamente identificato come “maestro dell’arte onirica”, ponendosi in linea diretta con Dalì e Bunuel.
Con uno stile immediatamente riconoscibile.
Con una fantasia prorompente, che ancora oggi sorprende gli spettatori. Come mi accorsi io stesso anni fa, in una mostra sull’arte fantastica curata dalla Fondazione Mazzotta, a Milano, vedendo le sue opere divenire il luogo dove più di tutti si veniva a creare la fila. Con la sensazione, ogni volta, per chi vi si trovasse davanti, di aver scoperto un artista ancora tutto da capire.


E se Martini è stato rivalutato in questo ultimo ventennio, come giustamente fanno notare i collezionisti di ex-libris, rimangono ancora del tutto dimenticati alcuni artisti a lui vicini per frequentazioni e visioni. Sto parlando di Enrico Vannuccini, Attilio Cavallini, Michel Fingesten, del primo Franco Rognoni.
Artisti, vedrete, dei quali parleremo volentieri.





2 commenti:

  1. Che meraviglia.
    Inquietante e interessante.

    Grazie.

    Anche se dopo una notte passata a lavorare, e a dormire e sognare poco, è bello tosto...
    Fabio (:<)>ciccio Ferri

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  2. ehehehehe... l'arte è consolatrice, ma qualche volta è anche sofferenza. Grazie però per l'attenzione.

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