UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Un viaggio non scontato tra artisti, visionari e designer da tutto il mondo, molto lontano dai soliti 50 nomi. Non esisterebbero le avanguardie storiche senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del ‘900 e del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, progettisti, costumisti, visualizer, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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venerdì 18 marzo 2011

LAJOS KASSAK IL FUTURISTA COMUNISTA.


Hugo Scheiber, Lajos Kassak, Bela Kadar. 
Questo il nome dei tre maestri ungheresi che per primi hanno portato l’esperienza futurista in Ungheria e nei paesi dell’est Europa, divenendo di fatto una cerniera di esperienze e di visioni tra Italia e Russia a partire dalla metà degli anni '10.

Lajos Kassák (Ersekujvar 1887 – Budapest 1967) è stato un poeta, uno scrittore, un editore, ma soprattutto un artista. 
Nato da una semplice famiglia di operai, dopo disordinati studi da autodidatta parte per venire a lavorare in Italia. Ed è qui, quasi casualmente, che conosce Filippo Tommaso Marinetti, comprende a pieno la propria vocazione artistica e aderisce alle linee guida del movimento.
Questo rapporto tra uomini, macchine, velocità, questa sinestesia te compenetrazione tra tecniche e linguaggi lo affascina. Cerca quindi di declinare questa visione con le sue convinzioni socialiste, scontrandosi ben presto con i collettivi politici sia durante il periodo di Bela Kun sia nei primi anni del regime comunista.
Nel 1915 edita le riviste A Tett (interdetta nel 1916 per la sua impostazione internazionalista e antimilitarista), e MA (Oggi, 1916), che diventerà l'organo principale del movimento attivista. 
Ma Kassak si spinge oltre, e apre un dibattito che da culturale diventa politico e sociale, considerato pericoloso per la sua carica anticonvenzionale.
Dal 1920 AL 1926 è così costretto a vivere in esilio a Vienna e una volta rientrato proseguì la sua attività attraverso le riviste Dokumentum (1926-27) e Munka ("Lavoro", 1928-38) sostenendo le lotte del movimento operaio e l'avanguardia artistica. 
Dopo la guerra, sotto il governo filosovietico, la sua attività viene fortemente limitata. Una situazione che penalizza molti degli artisti della sua epoca, da Moholy Nagy ad Albert Nagy, rendendolo di fatto un recluso in un mondo che non riconosce più, prigioniero della stessa ideologia.
Cos’altro dire? Ah, sì. Che era un grandissimo visionario. Uno di quelli che, purtroppo, non si citano mai. Perchè, per farsi notare, occorre fare grandi botti.



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