UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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martedì 7 dicembre 2010

IL MISTERO DI HARTMANN E DELLE TESTE MECCANICHE. UN CONTRIBUTO ALLA STORIA DELL'ARTE.

 

Tra il 1910 e il 1920 o poco più, si credeva ancora che la tecnologia potesse salvare il mondo. 
Non migliorare, avete capito bene, proprio “salvare”. Anzi dare vita a una nuova generazione umana, integrata alla macchina, perfettibile e forse, anche immortale. Per dare forma a una vita che avrebbe potuto superare i limiti della biologia e che avrebbe reso tutti gli uomini uguali, invincibili e felici. Affidando a una moltitudine di robota (termine coniato dal commediografo ceco Karel Capek per indicare uomini meccanici), il lavoro più duro.

Balletto triadico di Oskar Schlemmer una delle punte più alte e significative della stagione progettuale del Bauhaus.
Schlemmer concepì l’opera come una corrispondenza ‘matematica’ e ‘proporzionale’ tra uomo e spazio, con un ritmo che doveva servire ad un’ideale ‘riunificazione con il cosmo’.
Raul Hausmann Spirit of Our Time (Mechanical Head) - 1919 - Berlin

Un’utopia che s’incarna nel mito DADA, nelle visioni dell’espressionismo e del futurismo e del cubofuturismo russo. Con 5 grandi icone. 
 - la testa che Raoul Hausmann produce modificando un manichino di legno bidermaier, inserendo elementi ottici e meccanici. E che rimane una delle grandi icone e photo identity del ‘900
- la donna meccanica voluta da Fritz Lang per il suo capolavoro “Metropolis”, ritrovata abbandonata in un magazzino negli anni ’90 da un collezionista tedesco che l’acquisterà per poche migliaia di euro
- i disegni e i costumi teatrali di Fortunato Depero
- i disegni e i costumi teatrali dell’avanguardia russa, da Exter a Goncarova.
-  i costumi, i disegni, i progetti di Oscar Schlemmer e della Bauhaus

Mechanische Kopf, 1, Hartmann, Berlin 1920

In questo scenario che, a sua volta continuerà a produrre immagini e riferimenti culturali (che troverete in coda all’articolo) si inseriscono queste tre enigmatiche e splendide Teste Meccaniche, presentate per la prima volta insieme.
Espressione di quelle avanguardie che, nell’arco di 25 anni, tra il 1905 e il 1930 cambieranno per sempre il modo di rappresentare il mondo e la nostra vita.

La prima, oggi in Italia, custodita per anni da Mr. Oselja, proprietario a Colonia, di una piccola galleria d’arte e antiquariato (Bijoux 66), la cui raccolta d’arte delle avanguardie verrà dispersa nel 1995.
La seconda, andata in vendita in Germania nel 2011 da una collezione privata che aveva acquisito l’oggetto proprio nel 1995, e forse dalla stessa fonte.
La terza rivenduta in Germania, e anche in questo caso acquisita a Berlino, nel 1995.
Una comunanza di date che fa pensare a una dispersione.
letteratura:Dresslers Art Guide 1930 (pagina 373)Bauhaus di Boris Fiedewald (pagina 102)Archivio Bauhaus di Magdalena Droste (Pagina 200)The Bauhaus di Hans M. Wingler (Pagina 490 + 553)

Mechanische Kopf 2





Armoniose le proporzioni (40 cm x 29 cm x 29 cm) per la Mechanische Kopf, 1, con una struttura di legno policromo che interagisce con elementi di recupero e che ha come occhi le lenti di un binocolo.
Più complessa e articolata la struttura della Mechanische Kopf 2, che ospita elementi del domino e di assemblaggio e collage, con uno sviluppo più orizzontale e articolato.
La prima è firmata (HARTMANN 1920, Berlin), la seconda “Dr. Hartmann” e riporta la scritta Bauhaus.

Entrambe vengono qui oggi pubblicate per la prima volta insieme per dare un nuovo contributo allo studio di quegli anni che, evidentemente, permettono ancora scoperte e recuperi inaspettati, confermati anche da una analisi alla termoluminescenza, che oltre a individuare antichi restauro escludono successive manipolazioni.

La firma, il contesto, e l’epoca danno quasi per certa l’attribuzione a Georg(e) Hartmann, studente della Bauhaus,  a sua volta assistente alla Bahaus di Berlino. Cosa che, spiegherebbe la dispersione negli anni successivi delle sue opere, in tempi nei quali questo tipo di espressività veniva definita come “arte degenerata”. Evento che aiuterebbe a comprendere quel velo di incertezze che ha ricoperto la sua biografia, reso più complessa anche della sovrapposizione con una omonimia ingombrante, quella con il Soprintendente della Bahaus in quegli anni: Georg Hartmann.

Una terza testa, di bellissima fattura, è passata in asta su ebay, venduta nel 2013 a 3600 euro.
Ecco la sua storia, che dà la risposta finale al tema, quando la casa Sotheby's nell'asta
20th Century Art – A Different Perspective 12 November 2014 | London la mette in vendita con attribuzione certa e una stima prudenziale di 15.000/20.000 sterline. Verrà venduta a 50.000 sterline. Illuminante la didascalia che la accompagna.



Sotheby's: Executed in 1928 whilst Georg Hartmann was a student at the Bauhaus, Mechanical Head perfectly encapsulates the theories of the Bauhaus movement. This particular sculpture is one of four in a series revolving around the human head, clearly inspired by the Dadaist Mechanical Head (Spirit of our Time) of 1919 by Raoul Hausmannn (fig. 1).
In post-Great War Germany there was a general belief that the artist could bring about better social conditions through the creation of new visual environments. This theory initiated the Bauhaus philosophy that technology was the answer to saving the world. It was from this hotbed of utopian aspiration that Walter Gropius founded the Bauhaus in Weimar in 1919. The Bauhaus school operated in three German cities until 1933, when it was closed by the Nazis who considered it degenerate. Despite being short-lived, its theories and teachings profoundly influenced the direction of modern art, design and architecture.
While attending the Dessau campus of the Bauhaus from 1927-29, Hartmann was heavily involved with the theatre department as both a performer and set designer. His interests with theatre are evident in his sculptures, as he incorporates theatrical elements of detail and mechanics into the human figure.

While the Bauhaus aimed to improve the world by means of a joining of modern art and technology, the preoccupation with robots or robotic figures in post-war European visual arts and literature had an altogether darker side. Artists such as Frantisek Foltyn (fig. 2), Josef Capek or film makers such as Fritz Lang in his 1927 film Metropolis used the figure of the humanoid robot to display an apocalyptic view of man's fate in the machine age, which represents the creeping dehumanisation of the world due to rapid industrialisation: the imperialism of metal and machine over man. Hartmann's mechanical head, a figure half man, half machine, in this context can also be read as an automaton bereft of its humanity. In lieu of a heart, there is a playing card – the ace of spades. Traditionally the highest card in the deck, in popular legend and folklore the ace of spades is a symbol of death, challenges and change.


Ecco la sua storia. 



Georg Hartmann, con gli occhiali, nel 1929, in una foto di T. Lux Feininger, oggi conservata  nel laboratorio di teatro insieme a Karla Grosch.


Georg Hartmann, studente, lo possiamo invece vedere qui, nel 1929, in una foto del grande T. Lux Feininger, oggi conservata presso la Fondazione Getty, ripreso nel laboratorio di teatro, dove lavorò come scenografo, regista e costumista insieme a Karla Grosch.
Altre foto lo ritraggono con Naf(tali) Rubinstein, Miriam Manuckiam, Günter Menzel, mentre sappiamo che collaborò con Paul Klee nell’organizazione delle rassegne espositive.
E che Kandinskij, su invito del regista Georg Hartmann (sempre lui?), avrebbe disegnato le scenografie, e messo in scena nel 1928 al Friedrich-Theater di Dessau i “Quadri di un’esposizione” di Modest Petrovic Musorgskij.
Un artista grande che sembra ancora guardarci attraverso quelle lenti spesse e piene di mistero.



Una testa meccanica. Un oggetto simbolo di un'epoca, chiara espressione dello stile e della poetica DADA, della quale Raul Hausmann rappresenta il massimo esempio ed esponente. Tale da influenzare gli artisti della sua cerchia. Ma anche la storia dell'arte del costume, come rappresenta questa breve carrelllata di arte alta e bassa, popolare e colta, a cavallo tra il 1920 e il 1930.





l'ultima testa comparsa, trattata in Germania intorno ai 5000 euro nel 2020.  
 
 
 
 
 

lunedì 6 dicembre 2010

LORENZO VIANI. IL TOSCANO PAZZO.

Lorenzo Viani (Viareggio 1882 - Lido di Ostia 1936). Pittore, disegnatore, scrittore, poeta (... suo libro si intitola: Scriverò un libro di poesie così tutti mi chiameranno poeta). Passato da ragazzospazzola di una barberia a genio a malato, tra i pazzi del manicomio.

Lorenzo Viani trascorre gli anni della sua infanzia nella Villa Reale di Viareggio,(suo padre era al servizio di Don Carlos di Borbone) e frequenta la scuola elementare ma solo fino alla terza classe: l'indole del ragazzino non era facilmente domabile, il carattere introspettivo faceva sì che molto del suo tempo lo passasse girando sulla spiaggia o per i boschi. Quando il padre viene licenziato, la famiglia Viani conobbe la miseria, condizione umana che non era sconosciuta al giovane Lorenzo: i suoi vagabondaggi per le zone di Viareggio più povere e derelitte avevano già profondamente impressionato l'animo sensibile del ragazzo.
Nel 1893 viene messo a lavorare nella bottega del barbiere Fortunato Primo Puccini, dove resta come garzone per diversi anni. Questo mestiere lo avvicina quotidianamente alla gente più disparata e gli permette "un apprendistato anatomico" del tutto particolare, dice lui stesso: "prima di averli disegnati questi visi acciabattati … li ho mantrugiati". E così Lorenzo si forma in una maniera del tutto personale e indipendente da qualsiasi schema, fino a quando non conosce il pittore Plinio Nomellini che incoraggia Lorenzo ad iscriversi all'Istituto di Belle Arti di Lucca, che frequentarà dal 1900 al 1903. Ma gli anni lucchesi sono anche assegnati alla politica, insieme ad un gruppo di anarchici Lorenzo conosce anche l’arresto ed il carcere.

Nel 1904 Viani viene ammesso alla scuola libera del nudo dell'Accademia di Belle Arti e frequenta anche lo studio del pittore Giovanni Fattori. Lorenzo aveva conosciuto il maestro intorno al 1901 grazie a Nomellini che l'aveva portato nello studio fiorentino di Fattori; questi mesi fiorentini sono molto stimolanti per il nostro, specialmente per gli incontri con diversi personaggi. Ritornato a Viareggio si stabilisce a Torre del Lago ed entra a far parte della "compagnia della Bohème", nel 1907 soggiorna per qualche mese a Genova e partecipa anche alla Biennale di Venezia, esponendo alcuni disegni. Questo è anche il periodo del primo soggiorno a Parigi dove resta più o meno un anno (gennaio 1908, primavera 1909), viaggio a lungo desiderato che però si rivela denso di difficoltà economiche e di solitudine, ma comunque positivo per le esperienze fatte e per i personaggi artistici conosciuti.

Gli anni che vanno dal 1911 al 1915 sono ricchi di lavoro e di viaggi in occasione delle mostre Personali tenutesi in parecchie località d'Italia; nel 1916 viene richiamato per la guerra poi congedato nel 1919; in questi tre anni, nei pochi momenti di tranquillità, continua incessantemente a disegnare, dipingere ed illustrare. Il 2 marzo del 1919 si sposa con la signorina Giulia Giorgietti e si trasferisce a Montecatini, dove la moglie lavorava come maestra elementare. Vi resta per circa due anni e poi ritorna a Viareggio: sono di questo periodo i teneri ritratti di bambini intenti a scrivere e a studiare. Dal 1920 al 1922 riprendono assiduamente le esposizioni a Bologna, a Lucca e a Roma, riprende anche la sua attività di scrittore e si dedica contemporaneamente, fino all'inaugurazione nel luglio del 1927, al Monumento ai caduti di Viareggio. Nel 1924 si stabilisce a Fossa dell'Abate (odierno Lido di Camaiore) e nell'anno successivo gli nasce il figlio Franco, successivamente riparte per un altro soggiorno parigino. Nel 1928 incominciano i primi attacchi di asma, malattia che purtroppo, con alti e bassi, non lo abbandonerà più. Lorenzo è in un momento felice della sua carriera è diventato un artista conosciuto in tutta Italia e le sue esposizioni sono luogo di incontro irrinunciabile per un pubblico colto ed internazionale.
Nel 1933 a causa dell'aggravarsi della sua malattia è costretto ad un lungo ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Nozzano, in provincia di Lucca. La sua attività in questi mesi bui di sofferenza non si interrompe, ma anzi una numerosa produzione di disegni testimonia questo periodo: i malati di mente attraggono Viani alla stessa maniera di quanto lo attraevano i derelitti di Viareggio: sono personaggi al limite, che vivono in uno stato di incoscienza totale e senza nessuna prova di appello; la malattia li rende dimenticati, indifesi e proprio per questo meritevoli di maggiore attenzione. Nel 1936 gli vengono commissionate una serie di pitture per il Collegio di Ostia e dopo un lavoro senza sosta di parecchi giorni non farà in tempo a partecipare all’inaugurazione, colpito da un forte attacco d'asma muore il 2 Novembre di quello stesso anno. Questa un suo scritto:

Il cipresso e la vite 

Da Val di Castello a Bolgheri i cimiteretti sono tagliati in mezzo a floridi vigneti, un quadrato di cipressi presenta rigido le armi lanceolate. Dalla camera mortuaria alla prima tinaia non c'è che un tiro di schioppo. Sotto al muro che recinge l'isoletta dei morti, le radici della vite e del cipresso si stringono come mani di amici:
E non sapeva
l'uno che da un sentiero
di morte egli cresceva;
e non sapeva l'altra
che le foglie d'autunno
s'arrossano alla brina
come sangue, ed al vento
cadono come gocce
di pianto.

mercoledì 1 dicembre 2010

PAUL GAVARNI. NOM DE PLUME.

Paul Gavarni (Sulpice Guillaume Chevalier) nasce il 13 January 1804 a Parigi, dove morirà il 23 novembre del 1866, e dove vivrà - tranne un breve soggiorno a Londra - per tutta la vita. 
Fu un grande artista? La risposta è sì, ed incisa in migliaia di tavole che hanno accompagnato 40 anni di carriera sempre al vertice. Un nome equiparabile per fama e per successo a quello di Daumier, ma al quale la storia dell'arte non ha mai  in fondo perdonato di essere stato anche un personaggio di spicco della vita mondana parigina.
Molti dei suoi lavori apparvero su riviste come Le Charivari e l'Illustration, ma il massimo successo lo ottenne come illustratore dei libri di Balzac. Conobbe e collaborò con Nadar, senza ansie particolari. La fotografia, del resto, non gli faceva paura. Lui non riproduceva la realtà. La creava.



MAURO GOTTARDO. IL POETA DELLA PENNA A SFERA.

Virtuoso. Sicuramente. E quasi certamente il maggior interprete nell'uso della penna a sfera che l'Italia abbia visto da molto, molto tempo. Le care, vecchie, pennebìc. Strumenti di magia con le quali Gottardo ha realizzato, e continua a farlo tutte le sue "carte" (che vanno quindi osservate soprattutto da vicino per ammirarne l'incredibile virtuosismo). Che riesce a ricreare la mezzatinta, o addirittura l'illusione dell'intervento tipografico, mettendo al servizio del creatività le proprie conoscenze tecniche,  Come in questo immagini, dove anche il fondo rosso è fatto con la biro. O come  in quelle teste anatomiche, che sembrano essere un collage e che invece sono realizzare a mano linera .


Virtuoso, ma non solo. Narratore simbolico di un mondo ricco di riferimenti, esoterici, icone, sogni e paure, feticci, citazioni culturali che non sempre è facile cogliere e che forse lui non ama mai svelare sino in fondo. Come testimoniano questi lunghissimi rotoli, che abbiamo posto all'inizio dell'articolo, parte di un unico ciclo, detto della Vacca Sacra che, una volta ricomposti, comunicano mistero e inquietudine. 
E ogni rotolo è stato realizzato, come la maggior parte delle sue opere almeno sino ai primi anni del 2000, su una minuscola scrivania, in uno spazio di 1mq, in una stanza invasa di fogli, rotoli, visioni orizzontali.

V

Mauro Gottardo, torinese, entra in questa galleria del '900 per la data di esecuzione del ciclo 1999/2000, realizzato meno che trentenne, ma soprattutto per il suo straordinario talento tecnico ed esecutivo, che non sembra più appartenere al proprio secolo e che è stato presentato per la prima volta al pubblico nel 2007 in una mostra a lui dedicata al MIAO - Museo Internazionale delle Arti Applicate, Torino e poi a Roma con una personale alla Palladium.

Ma non ama esibirsi. Ama produrre. E lo fa dando vita a cicli di opere complessi, capaci di richiedere anni di lavoro, utilizzando semplici rotoli di carta o materiale di recupero, come le radiografie di un ospedale psichiatrico,  o le buste della ASL. O come gli Scotchages, conservati come reliquie in grandi cartelline.
Un tesoro anche i suoi libri in copia unica, che aspettano solo di divenire un capolavoro di libro d'arte in tiratura limitata.



Di sè ha scritto:
"...Disegno su rotoli di carta (quasi sempre fatti di singoli fogli uniti l’uno all’altro) poiché ciò mi consente di far circolare a vuoto delle immagini mancando le relazioni di profondità tra esse, isolando oppure reiterando una figura (sottraendo il nesso narrativo, parodiando uno stile) il rotolo si richiude su se stesso, un circuito paradossale dove ovviamente tutto inizia dalla fine.
Ciò che caratterizza la tradizionale rappresentazione (occidentale), cioè l’unità di tempo di luogo e d’azione, nei rotoli è stata sostituita con delle corrispondenze tra figure, scritture e decorazioni (allucinazioni)”.
“Uso la penna a sfera su carta uso ufficio oppure riciclata per una questione di urgenza, prima di tutto, e poi perché la biro è l’ideale per contraffare matite, pennelli, penne, pennarelli, serigrafie, xilografie... permettendomi un certo svuotamento semantico, un autoesautoramento, per fuggire da un destino di(segnato)”.
“Sono uno scettico che esamina delle convenzioni, servendomi di una controtecnica, ovvero una stampella che mi aiuta ad inciampare”.
L'outsider art ha un nuovo maestro. Ma l'outsider art non ama avere maestri.


Mauro Gottardo è nato a Bardonecchia nel 1965 e vive a Torino. Animo solitario, oggi interamente dedicato alla ricerca artistica, dopo un periodo di lavoro come tipografo (dove scopre l'amore per l'arte grafica e il lettering) nel 1995 partecipa alla mostra collettiva "Help me to paint" alla  galleria Posada del Corregidor a Santiago del Cile. 
Da questo  momento alternerà mostre personali a lunghi periodi di silenzio: "Rotoli 1997- 2002," presso lo studio Alice Van Dam  di Torino nel 2003 e "Skeptik sindrome "presso NSK Art Institute a Lubiana nel 2004, doppia personale con Luciano Lattanzi al MIAAO (Museo  Internazionale delle Arte Applicate) 2007. "La Biro, o della fine del mondo". Teatro Palladium,  Roma, a cura di Alfredo Accatino, 2012.




ROBERT CHROSCICKI. L'UNDERGROUND NELLA ROMA DEGLI YUPPIES



5 anni. 5 anni di sperimentazione, arte, tecnologia, vita vissuta sul filo del rasoio. E poi basta. Questo il percorso artistico di un piccolo, e da noi molto amato, genio sregolato come Robert Chroscicki che, tra il 1989 e il 1994, brucia di luce propria nella notte romana, mixando innovazione e dissacrazione, affermandosi come uno degli artisti plurimediali più interessanti del decennio. 
Di padre apolide (...un polacco che vive negli States, o a Parigi, insomma, una di quelle storie complicate che non si ricordano mai bene...), non ha veri radici. 
Dipinge, smanetta con PC, è tra i primissimi a sperimentare in Italia il montaggio video e l'animazione su Mac, ed edita chi gli piace in piccole edizioni rilegate con la spillatrice. E' stato quindi il mio primo editore, di un libro di aforismi apocrifi poi diventato GIURO CHE DICO IL FALSO.
In questo contesto crea (con Massimo Di Felice) il collettivo underground Chiesa dell'Elettrosofia (trasformando di fatto l'effetto larsen in una droga visiva). Una droga "da osservare" fissando in maniera ravvicinata e compulsiva, su grandi schermi a tubo catodico, le continue variazioni elettroniche. E pensa di vivere di casa in casa, realizzando, in cambio dell'ospitalità per un anno, un ciclo di affreschi.



E poi vive come un piccolo dandy tra mille groupie innamorate: capelli sciolti sulle spalle, pelle eburnea mai toccata dal sole (non si conosce di lui attività fisica), piercing in luoghi misteriosi. 
Si nutre solo di cioccolata, vive e lavora solo di notte, dal tramonto all'alba, dice che tromba come un puma. E la sua casa-studio alla Piramide diventa un crocevia della notte capitolina, dove si incrociano artisti, sballati, ninfette, yuppies. Una sorte di corte dei miracoli della quale lui diventa l'officiante. Il "Monsieur De Staël dell'Ostiense".

Apre una piccola casa di post-produzione con Stefano Aria: "BSA - Braccia Strappa all'Agricoltura" Poi. Di colpo, molla tutto. Fa un casino, perde soldi, li fa perdere ad altri. Sparisce.
Tra gli amici e i conoscenti di un tempo, nascono racconti mitologici. Anche qualche rancore. Di lui, a Roma, rimangono solo una ventina di tele e qualche stampa digitale (anche in quello fu un innovatore).
Solo nel 2010 internet rivela le sue ultime mosse: sperimentatore alla Technovision (del quale il padre era socio), e poi, con un altro colpo di scena, di quelli da farci cadere sulla sedia: ballerino professionista in California, finalista ai campionati mondiali di salsa, e sub.  Sub? Lui che non metteva il naso fuori di casa?

Oh, sempre meglio che essere Rimbaud...

LUIGI BRINI (BRINI E MESCHINI) DECORATORE, PITTORE, PROTAGONISTA DELL'ART NOVEAU.


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Luigi Brini, pittore e decoratore, di scuola romana, è stato uno dei nomi più interessanti della Bella Epoque capitolina. Poeta artigiano, dopo il diploma alla scuola d'arti di Roma nel 1906  fonda insieme a Enrico Meschini la celebre ditta "Brini&Meschini" con sede a Via Cimarra. Enrico sarà il compagno di viaggi e di visioni con il quale opererà sino agli anni '30, lavorando alla realizzazione del Teatro Quirino, del quartiere Coppedè e di molti edifici e negozi di Via Nazionale, compreso il Palazzo delle Esposizioni. Opere in parte andate disperse nelle opere di "ammodernamento" che seguirono la guerra, e che coinvolsero soprattutto negozi e alberghi che volevano cancellare i segni del vecchio stile. Un grande scultore e pittore come Arturo Dazzi lavorò anche con loro, e spesso le opere si sovrapposero.



Il segno distintivo di Brini è quello di portare l'arte alla comprensione di tutti, traducendo il mito e le atmosfere dell'epoca in temi vivi e palpitanti, in qualche modo popolarizzando la cultura liberty e modernista. Per questo ancora oggi i suoi disegni preparatori sono molto ricercati dai collezionisti. Ma sempre più rari.




FRANCO NONNIS, PITTORE E SCENOGRAFO. MATEMATICO E AVANGUARDISTA.

Scenografo, pittore, poeta visivo e autore teatrale (anche poeta/pittore), Franco Nonnis è uno dei più interessanti sperimentatori del panorama culturale italiano a cavallo degli anni '60 e '70, ove mise in atto tecniche e suggestioni solo apparentemente contrastanti, spaziando in poco meno di trent'anni di attività dall'arte alla scenografia, dalla poesia visiv a alla musica. Un destino strano per chi, come lui, aveva scelto di studiare all'Università matematica e fisica.
FRANCO NONNIS (Roma 1926 - 1989)





Negli anni '50 a Roma frequenta Melli, Perilli, Accatino, Pasolini (con il quale entrerà presto in contrasto), a Firenze Ottone Rosai (che influenzerà solo brevemente la sua prima produzione pittorica), prima di trascorrere un lungo e solitario periodo di studio e di lavoro in Germania.
Tornato in Italia ricco di stimoli modernisti, apre a Roma il suo primo studio e nel 1958 inizia la collaborazione con il noto compositore e musicologo Franco Evangelisti, suo coetaneo, per il quale realizza l'organizzazione del materiale matematico e sonoro per la composizione "Incontri di fasce sonore", affermandosi ben presto insieme a lui come uno dei più importanti innovatori nell'ambito della ricerca musicale d'avanguardia. Nello stesso periodo insieme al poeta Alfredo Giuliani esegue collages poetico-visivi e diviene uno dei promotori della rivoluzionaria "Prima settimana Internazionale di Nuova Musica" (Palermo 1960), per la quale dipingerà il manifesto e lo scenografie, che vedrà per la prima volta in Italia la partecipazione di musicisti come Cage, Petrassi, Nono, Bussotti, Stockhausen.


La Maiastra, tecnica mista al retro di carta intestata Nuova Consonanza (1963 - 1965)



  • Franco Nonnis con gli altri fondatori di Nuova Consonanza. Accanto a lui Franco Evangelisti, Luigi Nono, Egisto Macchi, Domenico Guaccero).

Nel decennio successivo realizza il testo e la scenografia dell’azione mimico-teatrale "Die Schachtel" (1963) di Franco Evangelisti - rappresentata più volte in Italia e all'estero -  il libretto per l'opera "Scene dal Potere" (1964-68) di Domenico Guaccero e Nanni Balestrini e il monotipo per "Le comete moribondanti di Hilarotragedia" di Giorgio Manganelli (1965).
Fonda quindi il Teatro Sperimentale Centouno di Roma, e realizza scenografie e costumi per il Teatro Stabile di L’Aquila, il Teatro di Roma, il Teatro Stabile di Torino, il Piccolo di Milano, il Massimo di Palermo, il Maggio Fiorentino, il Teatro dell'Opera di Roma, il Kunstdrama di Berlino. Tra le sue  scenografie vale la pena di citare "La Cortigiana", messa in scena per la Biennale di Venezia, e il "Coriolano" (presentato al Festival Shakespeariano dell'Arena di Verona 1969), lo spettacolo che di fatto lancerà Luigi Proietti sollevando un mare di critiche e contestazioni.


Come artista esegue grandi pitture a tempera, disegni (a china, a matita, addirittura con la comune penna biro), lavori di grafica (dando vita alla celebre serie della "Mani", molto vicina alla pop-art e alla pittura coeva di Mario Schifano), serigrafie, collages (ricordiamo la serie "Superfici"), stampe su tela, ma anche progetti grafici per gli amici musicisti (Ennio Morricone, Evangelisti, Nuova Consonanza), caratterizzandosi sempre per una fantasia cromatica e compositiva vivissima, ricca di citazioni di gusto surreale e parossistico.




Dal 1970 al 1978 insegna Scenotecnica e Scenografia all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, realizza le scenografie per i Festival di Nuova Consonanza e collabora con le riviste Grammatica, Collage, Suma, Art. Dal 1978 al 1979 insegna Scenografia all’Accademia dei Belle Arti di Carrara, dal 1980 al 1989 è all’Accademia di Belle Arti di Firenze e riprende la collaborazione con il Teatro Stabile di L’Aquila.
Muore a poco più di 60 anni, lasciando alle sue spalle una produzione ancora oggi da riscoprire pienamente sia sotto il profilo critico che letterario dove spesso la parola si insinua nella forma in maniera inedita per l'Italia.









Autoritratto







lunedì 29 novembre 2010

ALBERT NAGY. IL MAESTRO UNGHERESE CHE BALLO' UNA SOLA ESTATE.

E' il 21 marzo del 1934, anno XII dell'era fascista. A Roma, a  Palazzo Doria, Piazza del Collegio Romano, apre la mostra del pittore ungherese Albert(o) Nagy, il nome nuovo della pittura magiara, il discepolo pridiletto di Gyulia Rudnay "... un osservatore dell'ignoto.... un poeta di alta sentimentalità, con una pittura che commenta le azioni terrene, le spiritualizza e ce le riporta all'esame del nostro occhio viziato e della nostra anima traviata da mille preoccupazioni e spesso colpita da molti dolori...." come recita la presentazione del catalogo curato dal critico e storico dell'arte Piero Scarpa.

Non solo c'è l'ambasciatore Ungherese, ma di sera, fuori dagli orari ufficiali, arriva anche il Duce. Che, secondo le indiscrezioni dell'epoca, acquisterà anche un'opera di "soggetto sentimentale", omaggio privato ad una signora, anche se la tela compare tra le opere d'arte trafugate dopo l'8 settembre a Villa Torlonia.
Il successo è ormai alle porte, e la sua pittura così elegante e misteriosa sembra aver raggiunto il riconoscimento internazionale. Durerà però solo 5 anni. Subito dopo lo scoppio della guerra, Albert torna in Transilvania, dove rimarrà bloccato oltre cortina (il suo lasciapassare viene negato ben due volte) per morire nel 1970. 
Certo l'Urss gli celebre tributi e una grande mostra. Ma non era certo quello che il nostro Albert, siamo certi, avrebbe sognato...

Albert Nagy Torda 1902 – Kolozsvár 1970 è considerato il maggiore pittore transilvano.   
Nel 1921 si diploma al'Unitaria Cluj College e frequenta l'Accademia di Belle Arti.
Nel 1926 compie il primo viaggio in Italie e nel 1932 partecipa alla mostra romana ungherese. Allo scoppio della guerra  si trasferisce a Cluj, ma è ormai difficile adattarsi alla vita provinciale e alle rovine della guerra e, poi, della dittatura.

Nel 1963 avviene la riabilitazione. Espone a Bucarest, e poi, con una mostra itinerante, a Pechino, Pyongyang, Ulaanbaatar, Mosca e Leningrado pure, dove riceve il massimo riconoscimento artistico sovietico.




mercoledì 20 ottobre 2010

ADOLPHE WILLETTE, UN TALENTO "IMPRESSIONANTE"

Adolphe-Léon Willette , Chalons sur Marne. 1857 - Parigi 1926.
Pittore, illustratore, litografo e caricaturista, ma anche padre del Pierrot, che lui perfezionò e portò nell'immaginario della Francia. Un artista che non sbagliò nulla se non la volontà, a un certo punto, di "scendere in campo" nel mondo della politica, schierandosi per la parte più conservatrice e intollerante. Strano per chi, come lui fu allo stesso tempo il moderno Antoine Watteau della matita, e l'esponente dei sentimenti che muovono la sezione più emotiva del pubblico. 
Sempre poeta, solitamente allegro, fresco e delicato, nella sua presentazione degli idilli squisitamente raffinati e caratteristicamente gallici, che illustrano il lato più charming dell'amore, spesso puri e a volte non necessariamente materialistici. Willette spesso si rivela pungente e feroce, anche efferato, nei suoi odi, essendo un violento sebbene allo stesso tempo un partigiano generoso delle idee politiche, furiosamente compassionevole con l'amore e pietoso per le persone se sono incastrate sotto lo sperone dell'oppressione politica, o sono semplicemente vittime di un amore non corrisposto, soffrendo tutti gli spasimi di un'angoscia aggraziata che sono generati da un trattamento sprezzante. 

L'artista è stato un prolifico contribuente della stampa illustrata francese sotto gli pseudonimi Cemoi, Pierrot, Louison, Bebe e Nox, ma più spesso sotto il suo vero nome. Illustrò il Les Pierrots di Melandri e Les Giboulles d'avril, e pubblicò il suo Pauvre Pierrot e altri lavori, in cui racconta le sue storie in scene alla maniera di Busch. Decorò diversi brasseries artistiquesLe Chat noir e La Palette d'or, e dipinse l'estremamente fantasioso soffitto per la sala musicale La Cigale con pitture murarie, vetri colorati & co., degni di nota



lunedì 18 ottobre 2010

EDUARD WIILART, IL GRANDISSIMO INCISORE CHE, PER SUA SFORTUNA, NACQUE IN ESTONIA


Eduard Wiiralt (nato nel 1898 vicino San Pietroburgo, morto nel 1954 Parigi), senza troppi giri di parole, è uno dei più grandi incisori europei. 
Un genio (per qualcuno è obbligatorio dire così) sfavorito per la sua consacrazione di massa solo dalla sua nazionalità, estone, quindi fuori dai grandi circuiti culturali e di mercato. Molto ben conosciuto però dai critici e dai collezionisti, che si contendono le sue incisioni.


A quale scuola fa riferimento l'arte di Wiiralt? 
Difficile anche in questo caso dirlo. In parte espressionista con forti richiami a Ensor (come appare subito chiaro dall'incisione di volti qui allegata) a volte decisamente surrealista. Anche per questo assimilabile ad un'altra figura anomala come l'italiano Alberto Martini. E come per lui il "..surrealismo proviene da una lunga formazione nell’ambito del Simbolismo europeo connesso ai movimenti dello Spiritualismo e dello Spiritismo, di una poetica quindi lontana dall’automatismo psichico di Breton, ma piuttosto impregnata di una cultura teosofica ed esoterica che proviene da ascendenze romantiche".
E basterebbe un'opera come questo nudo di donna, con il quale abbiamo voluto aprire la pagina, per iscriverlo, di diritto, tra i grandi dell'incisione. Un'opera esemplare, erotica, inquietante, ironica, tagliente. Di quelle che non ti stanchi mai di guardare, anche se la modella non è certo una pin-up...



A Parigi ha creato i suoi lavori più conosciuti "Hell" (1930–1932), "Cabaret" (1931), "Preacher" (1932), "Negro heads" (1933), "Claude" (1936). Forse perché, come una reazione chimica, quando si uniscono mondi così lontani, una scintilla può sempre scoccare. E quando succede, le cose, cambiano. Onorati se, grazie a noi, avete conosciuto un Maestro.