UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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mercoledì 22 luglio 2026

EUGENIO ALBERTI SCHATZ. BOLLICINE PER L’ANIMA.

"La poesia è qualcosa da guardare, la pittura è qualcosa da leggere".

 

Se hai fame mangi, se hai sete bevi, se hai esigenze o pulsioni fisiologiche più articolate le pratichi o cerchi di appagarle. È inevitabile. Ma per alcuni, la sete non finisce mai. Come la fame, come la voglia di creare cose che non ci sono. Sono quelle figure che puoi chiamare artisti o creativi che, anche se stanchi, lungo la via, fanno ancora qualche passo per vedere cosa potrebbe esserci dietro l’angolo. E una volta fatto capolino e sbirciato l'orizzonte, trovano le forze per puntare all’angolo successivo. E non riescono a fermarsi.

Da quando lo conosco Eugenio Alberti Schatz avrà scritto una o due dozzine di libri (propri, su commissione, per richiesta degli editori: Einaudi, DeriveApprodi, Skira, Rizzoli, Salani) realizzato centinaia di micro-opere concettuali, curato mostre e talk e organizzato decine di eventi culturali rigorosamente no-profit e a "Budget Zero", in quel di Milano e nelle aree circostanti, o in posti esotici come Cornuda (Treviso) in quel gioiello che si chiama Tipoteca, Museo della stampa e del design tipografico. Insomma, è uno che dà molto prima di prendere come molti intellettuali italiani. Perché, come terzo lavoro, crea connessioni: è lui che mi ha presentato Mario Pischedda, artista multimediale sardo, Alberto Casiraghy, il geniale editore del Pulcino Elefante, Daniele Cima artista calligrafo e amanuense, e mi ha fatto conoscere lo straordinario “Museo della Merda” a Castelbosco creato da Gianantonio Locatelli. Il quarto o quinto lavoro è quello di creativo per eventi, comunicazione, editoria. Ma è del suo ruolo di artista visivo visuale visionario che vorrei parlare.

Nato a Milano da padre italiano e madre russa, la nota poetessa e critica Evelina Schatz, ha compiuto studi di Lettere antiche. È nato bisesto il 29 febbraio 1964, quindi festeggia il compleanno ogni quattro anni (in inglese vengono chiamati Leapers), sarà per questo che salta da una cosa all’altra. 
Eugenio Alberti Schatz
è un autore e artista concettuale che lavora sul confine tra parola, immagine e memoria. Nei suoi progetti la scrittura a cui non rinuncia per nessuno motiva diventa materia visiva, aggettivazione, dispositivo narrativo. E' la chiave che risolve l'enigma, unendo tra loro  libri d’artista e installazioni capaci di trasformare l’esperienza individuale in racconto collettivo. Le chiama "operine", perché non hanno nè boria, nè presunzione. Sono formazioni neuronali, che avrebbero messo d'accordo Queneau, Cocteau e Man Ray.

  

La sua ricerca attraversa arte, fotografia, editoria e comunicazione, ready made, interrogando il modo in cui costruiamo e conserviamo le storie. E lo fa con un approccio ludico che ti conquista. In un ponte tra l’Italia e la Russia, e Odessa (oggi in Ucraina), città natale di sua madre.

Esemplare la mostra che ha organizzato nella sua cascina vuota a Chiaravalle, la settimana prima di abbandonarla per sempre. Un’esplosione di idee, spunti e creatività che popolavano ogni stanza, su due piani. Quadri, etichette che davano un senso diverso agli oggetti, composizioni materiche. Un tagliere diventa superfice visiva, a cui un titolo dona un significato. Un’etichettatrice anni ottanta compone un titolo rivelatore. Non so neanche come definire questo approccio, che vola leggero, che suggerisce giochi di parole, che cita senza mai spocchia. Un approccio che ricorda Dada, il Movimento Ecotico (da Eco, ovviamente), Fluxus, la poesia visiva. Che "ricorda" ma non imita, e che gli permette ldi esprimersi in totale autonomia.

La vita è così breve e così priva di senso che produrre “bollicine per l’anima” è forse la cosa migliore che oggi si possa fare. Grazie Eugenio

 
 

Eugenio Alberti a sinistra con Alberto Casiraghy (al centro) e Alfredo Accatino

 


Evelina Schatz, intervista 2018
 

Giulia Accatino, Eugenio Alberti, Alfredo Accatino


 
Con Daniele Cima alla Tipoteca




 


 



 

 


 

 

 

BRUNO SCHULZ. UNA MORTE SENZA CORPO


autoritratto 1920-1922
 

Era il 19 novembre 1942. Stava attraversando una strada del ghetto di Drohobycz, la città nella quale era nato cinquant’anni prima e dalla quale si era allontanato pochissimo, quando venne raggiunto da uno o più colpi di pistola alla testa. Il suo corpo fu probabilmente raccolto e sepolto in una fossa comune, ma nessuno ha mai potuto stabilire dove. Non esiste una tomba sulla quale deporre un fiore. Non esiste un luogo preciso nel quale la sua vita possa dirsi conclusa. Di Bruno Schulz resta dunque una morte senza corpo. E, intorno a quella morte, una polifonia della memoria: testimonianze divergenti, racconti tramandati, lacune, omissioni, particolari forse veri e forse diventati leggenda. Pittore, disegnatore, insegnante e scrittore, Schulz occupa un posto irripetibile nella cultura ebraica e mitteleuropea del Novecento. La sua identità è stata efficacemente riassunta in una formula: nato austriaco, vissuto come polacco, morto come ebreo. Una frase che non descrive tre trasformazioni volontarie, ma tre diverse geografie politiche sovrapposte alla medesima persona.

Quando Schulz nacque, il 12 luglio 1892, Drohobycz apparteneva all’Impero austro-ungarico. Dopo la Prima guerra mondiale la città entrò a far parte della Polonia. Nel 1939 fu occupata dall’Unione Sovietica e nel 1941 dalle truppe naziste. Oggi si trova in Ucraina. Schulz non si spostò quasi mai, mentre intorno a lui si spostavano confini, eserciti, lingue e nazioni. Rimase fermo, ma la Storia continuò a passargli sopra.

La provincia trasformata in universo

Drohobycz era una città di provincia della Galizia orientale: strade fangose, botteghe, mercati, case borghesi, sinagoghe, chiese, giacimenti petroliferi. Schulz ne fece il centro di una cosmologia personale.

Nei suoi racconti la città reale si dilata, perde i propri confini e diventa labirinto, teatro, sogno. Le stanze si allungano, le soffitte si popolano di creature, le stagioni sembrano moltiplicarsi, i manichini aspirano a una vita provvisoria, gli animali assumono una dignità misteriosa. Il padre Jakub, commerciante di tessuti realmente esistito, si trasforma in profeta, eretico, demiurgo domestico, allevatore di uccelli favolosi e forse persino insetto.

Le sue due raccolte più note, Le botteghe color cannella, pubblicata nel 1933, e Il sanatorio all’insegna della clessidra, del 1937, bastarono a collocarlo tra i maggiori scrittori in lingua polacca del Novecento. La sua produzione letteraria è ridotta, ma possiede una densità straordinaria: ogni frase sembra voler rifondare il mondo attraverso la metafora.

Schulz non racconta semplicemente l’infanzia. La ricrea come un’età mitologica, anteriore alla separazione tra esseri umani, animali, oggetti e sogni. La memoria, nella sua scrittura, non è un archivio fedele: è una materia viva, capace di deformarsi e generare nuove forme.

Per questo viene spesso avvicinato a Kafka. Ma, mentre in Kafka la metamorfosi conduce verso la colpa, l’incomprensione e la condanna, in Schulz conserva qualcosa di sensuale, febbrile e quasi festoso. Il suo universo può essere oscuro, ma non è mai privo di colore. È una realtà che si disgrega perché possa apparirne un’altra.

Bruno Schulz, Incontro: un giovane ebreo e due donne in un vicolo della città, 1920,

Prima dello scrittore, l’artista

Prima di ottenere un riconoscimento letterario, Schulz fu conosciuto soprattutto come disegnatore. Aveva studiato architettura a Leopoli e frequentato per qualche tempo l’Accademia di Belle Arti di Vienna, senza però completare gli studi. Dal 1924 insegnò disegno e lavori manuali nelle scuole di Drohobycz: un impiego che gli garantiva una modesta sicurezza economica, ma che viveva come una costrizione.

Il suo universo figurativo anticipa e completa quello letterario. Le stesse ossessioni attraversano immagini e racconti: l’idolatria, la sottomissione, il desiderio, l’umiliazione, il potere esercitato dal corpo femminile, la sproporzione tra figure dominanti e creature prostrate.

Tra il 1920 e il 1922 realizzò la serie grafica conosciuta come Xięga Bałwochwalcza, la Bibbia o Libro dell’idolatria. Per produrre le stampe utilizzò soprattutto il cliché-verre, una tecnica rara e laboriosa: Schulz incideva con una punta una superficie di vetro ricoperta da uno strato opaco, ottenendo un negativo che veniva poi esposto su carta fotosensibile come una lastra fotografica.

Il risultato sono immagini notturne, attraversate da neri profondi e bagliori quasi teatrali. Donne eleganti, sensuali e impassibili avanzano come divinità pagane; ai loro piedi uomini deformati dal desiderio si inginocchiano, strisciano, si trasformano in animali. Lo stesso Schulz compare spesso nelle proprie composizioni, minuscolo, curvo, sottomesso.

Si è parlato molto del masochismo presente nelle sue opere. Ma ridurre questi disegni a una semplice confessione erotica significa impoverirli. La donna schulziana non è soltanto l’oggetto di una fantasia privata: rappresenta la forza concreta della materia, del corpo e della modernità, contrapposta all’uomo sognatore, intellettuale e inadeguato. Nelle sue immagini il desiderio diventa una struttura del potere.

L’incontro di due mondi

Nel dipinto Incontro: un giovane ebreo e due donne in un vicolo della città, realizzato nel 1920, Schulz mette in scena uno dei nuclei più profondi della propria poetica.

Un giovane ebreo chassidico, riconoscibile dall’abito scuro, dal cappello e dai lunghi riccioli laterali, incontra due donne vestite secondo la moda moderna. Il ragazzo si piega davanti a loro in un gesto che può sembrare un saluto, ma che possiede qualcosa di eccessivamente umile. Le due donne avanzano sicure, eleganti, quasi monumentali. Non ricambiano realmente il suo gesto: appartengono a un’altra dimensione.

È l’incontro tra due mondi che convivono nella stessa strada senza riuscire davvero a comunicare. Da un lato la tradizione ebraica, maschile, religiosa, appartata; dall’altro la modernità urbana, femminile, sensuale e indifferente. La scena non descrive soltanto una distanza sociale. Mette in forma una tensione interiore: il desiderio di Schulz di appartenere alla modernità e, nello stesso tempo, la consapevolezza di rimanerne ai margini.

L’opera, dedicata dall’artista il 15 agosto 1920 all’amico Stanisław Weingarten, riapparve soltanto molti decenni dopo e venne acquistata nel 1992 dal Museo della Letteratura Adam Mickiewicz di Varsavia.

Anche nei suoi autoritratti Schulz non si presenta mai come un artista trionfante. Il suo volto appare scavato, inquieto, quasi sorpreso di trovarsi davanti allo spettatore. Non cerca di affermare un’identità: sembra piuttosto interrogare la propria presenza nel mondo.

Il protetto di un assassino

Con l’occupazione nazista di Drohobycz, nel 1941, l’universo immaginario di Schulz venne schiacciato dalla violenza della Storia.

Costretto a trasferirsi nel ghetto, riuscì a sopravvivere temporaneamente grazie al proprio talento artistico. Felix Landau, ufficiale delle SS e responsabile del lavoro forzato degli ebrei nella zona, lo scelse come una sorta di artista personale. Schulz dipinse insegne, decorazioni e ritratti e fu obbligato a realizzare scene fiabesche sulle pareti della casa nella quale viveva la famiglia di Landau.

Non era protezione, naturalmente, ma possesso. Schulz veniva conservato in vita perché utile, come un oggetto raro appartenente a un padrone. Il pittore che aveva rappresentato uomini inginocchiati davanti a figure dominanti si trovò imprigionato nella forma più estrema e reale di sottomissione.

Secondo la versione più conosciuta, Landau uccise un dentista ebreo protetto da un altro ufficiale della Gestapo, Karl Günther. Per vendicarsi, Günther avrebbe assassinato Schulz, il “suo ebreo”. La frase che avrebbe rivolto successivamente a Landau — “Tu hai ucciso il mio ebreo, io ho ucciso il tuo” — è diventata il simbolo agghiacciante di una disumanizzazione assoluta.

Ma non sappiamo se le cose siano andate esattamente così. Altre testimonianze sostengono che Schulz sia stato ucciso casualmente durante il cosiddetto “giovedì nero”, una delle azioni nelle quali i nazisti massacrarono per strada decine o forse centinaia di ebrei di Drohobycz. La data, il 19 novembre 1942, è certa. Il nome dell’assassino lo è molto meno.

Schulz stava preparando la fuga. Secondo alcuni racconti, avrebbe dovuto lasciare il ghetto il giorno successivo, aiutato da amici polacchi. Quel 19 novembre era uscito per procurarsi del pane. Venne ucciso a poche centinaia di metri da casa.

 


 

Le opere scomparse

La morte di Schulz non pose fine alle sparizioni.

Durante la Shoah andarono perduti numerosi disegni, racconti scritti nei primi anni Quaranta, lettere, appunti e soprattutto il manoscritto del romanzo Il Messia, un’opera lungamente progettata e mai ritrovata. Secondo alcune testimonianze, poco prima di morire Schulz stava raccogliendo materiali per raccontare la persecuzione degli ebrei e sosteneva di avere già accumulato un centinaio di pagine di note. Anche quelle carte sono scomparse.

Da allora Il Messia è diventato una specie di libro fantasma: cercato negli archivi, immaginato dagli scrittori, trasformato in oggetto narrativo. Non sappiamo se il manoscritto sia stato distrutto, nascosto, affidato a qualcuno o disperso nel passaggio caotico tra occupazioni, deportazioni e massacri.

Schulz sembra così condannato a esistere attraverso ciò che manca: il corpo, la tomba, il romanzo, molti disegni, le ultime testimonianze.

Gli affreschi ritrovati

Nel 2001 il regista tedesco Benjamin Geissler rintracciò, sotto diversi strati di pittura, gli affreschi che Schulz aveva realizzato per i figli di Felix Landau. Sulle pareti riemersero principesse, carrozze, animali e figure provenienti dal repertorio delle fiabe.

Erano immagini create in una situazione terribile: un artista ebreo costretto a dipingere un mondo incantato per i bambini del proprio persecutore. La fiaba diventava insieme rifugio, lavoro coatto e provvisorio lasciapassare per la sopravvivenza.

Pochi mesi dopo la scoperta, cinque frammenti delle pitture furono staccati dalle pareti e portati a Gerusalemme da rappresentanti di Yad Vashem. L’operazione provocò una controversia internazionale tra Israele, Ucraina e Polonia sulla proprietà materiale e morale delle opere. Nel 2008 venne raggiunto un accordo: i frammenti furono riconosciuti come patrimonio dell’Ucraina e concessi in prestito di lunga durata a Yad Vashem. Altre parti degli affreschi sono rimaste a Drohobycz.

Anche il suo ultimo lavoro venne così diviso, staccato, disperso tra luoghi e identità differenti. È difficile non vedere in questa vicenda una prosecuzione postuma del destino di Schulz: un uomo conteso da nazioni diverse, uno scrittore senza manoscritti, un morto senza sepoltura, un pittore le cui ultime figure sono state letteralmente strappate al muro.

Il corpo mancante dell’opera

Bruno Schulz è oggi riconosciuto come uno dei grandi autori del modernismo europeo. Ma continua a sottrarsi a ogni definizione definitiva.

È polacco per la lingua nella quale scrive, ebreo per nascita e destino, galiziano per cultura, ucraino per la geografia contemporanea della sua città. È scrittore e pittore, senza che una delle due attività possa essere considerata accessoria all’altra. Nei disegni racconta; nei racconti dipinge.

Forse proprio questa condizione incompiuta ci permette di comprenderlo. Tutta la sua opera nasce dal tentativo di restituire un corpo a ciò che non lo possiede più: l’infanzia, il padre, la casa, il tempo, il desiderio, una città scomparsa.

Schulz non ebbe una tomba. Ma le sue immagini e le sue parole continuano a cercare ciò che è stato cancellato. Non ricostruiscono il mondo perduto: ne custodiscono l’assenza.

Ed è forse questa la forma più profonda della sua arte.

 


 

venerdì 10 luglio 2026

METTETEVI SCOMODI - L'articolo di Claudio Pescio su Art e Dossier per Outsiders Circus

NEL 2016 USCIVA IL PRIMO VOLUME DI UNA SERIE CHE HA DATO UN CONTRIBUTO ORIGINALE AL MODO DI RACCONTARE LA STORIA DELL’ARTE. DA ALLORA NE SONO STATI PUBBLICATI QUATTRO (CONSIDERANDO ANCHE LO SPIN-OFF SPARKS. SCINTILLE DI PURA CREATIVITÀ. IL QUINTO, OUTSIDERS CIRCUS, È IN USCITA IN QUESTO MESE. NE ABBIAMO PARLATO CON L’AUTORE,ALFREDO ACCATINO.



«Charlotte è poco più che una ragazzina: ha avvelenato il nonno e resta a guardarlo, seduta, in silenzio, fino alla fine. Prima di morire ad Auschwitz realizzerà una story-novel di 1.325 fogli».

«Masahisa è un fotografo: decide di trasformarsi in un corvo per sopravvivere alla fine del proprio matrimonio».

«Eugène, chiuso in casa con sua moglie Marie, costruisce un’arca composta da migliaia di opere d’arte e fotografie, senza che nessuno dei vicini sospetti nulla».

«Bonaria, pastora per tutta la vita, nel giro di pochi giorni lascia il marito – gesto allora impensabile –, entra in un negozio, compra dei colori, uno per ogni tonalità, e torna a casa. Vuole dipingere, ma non sa dove farlo. Allora stacca dal muro un pannello di compensato e inizia a lavorarci sopra. Non smetterà più, fino a costruire una Cappella Sistina privata, felice di aver finalmente trovato se stessa».

Queste storie te le sei inventate…

No, non sono personaggi di fantasia. Sono i protagonisti di un’altra storia dell’arte che nessuno aveva raccontato. Molti sono ancora poco conosciuti in Italia; provengono da sei continenti e attraversano tutte le forme espressive.

Un mondo che ora ritorna in libreria, con il linguaggio che abbiamo imparato a conoscere, il tuo: diretto, commosso, ironico, libero, sincero; se possibile, anche divertente.

Sì, perché parliamo di una cosa tanto bella quanto superflua – e indispensabile – come l’espressione artistica.

Outsiders Circus. Il circo degli invisibili raccoglie settantacinque protagonisti dell’arte del Novecento – e oltre –, esclusi o marginalizzati dalla storia ufficiale, eppure capaci di rivoluzionarla in silenzio. Un terzo sono donne, chiamate a farsi spazio in un mondo costruito dagli uomini.

Perché il circo?

Perché sono freaks, funamboli, creature di un circo immaginario che odora di segatura e caravanserraglio: è questo lo scenario, insieme reale e metaforico, di questa nuova tappa.

Personaggi spesso tragici, sfortunati o, al contrario, caratterizzati da un’ironia travolgente e dalla resilienza di fronte alle difficoltà. Portatori sani di follia creativa, travolti dalla storia o dal proprio ego, portati fuori dalla pista per non fermare lo spettacolo. Come succede quando cade un acrobata ed entrano i pagliacci.

Sono tutte storie tragiche?

No. Troverete anche anomali artisti di successo – «Come è morto?». «Gli è scoppiato il portafoglio!» – o giovani talenti come Sicioldr, che mi ha voluto regalare questa bellissima cover e che, a dispetto della giovane età, dipinge da sempre come se fosse un maestro rinascimentale.

In questi anni abbiamo acceso i riflettori su maestri dimenticati. Alcuni sono riemersi dall’ombra, come Hilma af Klint, la prima artista astratta della storia, da poco oggetto di una mostra al Guggenheim di New York. Come Amrita Sher-Gil, madre dell’arte moderna indiana, celebrata dall’Unesco a Parigi, o Sanyu, oggi tra gli artisti asiatici più quotati del Novecento, che per lavoro decorava ristoranti cinesi.

E forse abbiamo anche portato fortuna. Nel primo Outsiders compariva in copertina il ritratto di un maestro olandese sconosciuto come Dick Ket, che adoro. Ho appena saputo che una sua opera è stata venduta a Maastricht per 250.000 euro, pur avendo un formato poco più grande di un quaderno. All’epoca quasi nessuno lo conosceva. Quello che ho cercato di fare è restituire ogni outsider con le sue ombre e le sue luci, in un’edizione editoriale, come sempre, curata e ricca sotto il profilo iconografico, con molte opere pubblicate per la prima volta.

 


Potrete così incontrare Rosario de Velasco, la pittrice che non sbaglia un quadro. Bahman Mohassess, l’iraniano che dipingeva mostri e minotauri sfidando la censura, per poi distruggere gran parte della propria opera e ritirarsi dal mondo, fino a morire in una stanza d’albergo a Roma, senza che nessuno lo sapesse.

Juana Romani, pittrice ciociara che conquistò la Parigi della Belle Époque con ritratti sensuali e fieri, per poi finire internata in manicomio e sfumare dalla memoria.

Lavinia Schulz, coreografa e artista radicale, protagonista di un tragico omicidio-suicidio, le cui opere sono riemerse mentre stavano svuotando la soffitta di un museo.

Gertrude Abercrombie, “regina” del surrealismo di Chicago, che organizzava jam session con Dizzy Gillespie e Thelonious Monk e, intanto, dipingeva stanze metafisiche, gatti e lune storte.

Stanislao Lepri, diplomatico e nobile, che lasciò l’ambasciata di Monaco e ogni etichetta per amore di Leonor Fini, trasformando la propria vita in un’opera visionaria.

Giuseppe Biasi, sardo, illustratore e pittore, che tradusse la sua terra in visioni moderne, per poi essere linciato perché creduto collaboratore dei nazisti.

E infine Simon Rodia, l’unico italiano presente sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

Questa serie è diventata, nel tempo, un piccolo oggetto di culto, con traduzioni all’estero e un seguito crescente anche sui social. Il tuo motto è: «Mettetevi scomodi. Outsiders è tornato». Ma scrivere è solo una parte della tua vita.

Sono passati dieci anni dal primo titolo, nato per scardinare le gerarchie della storia dell’arte e pensato come un romanzo corale. E dodici dalla rubrica che, da allora, ci accompagna sulle pagine di “Art e Dossier”, grazie alla fiducia accordatami – quando ancora gestivo un blog anonimo – da Philippe Daverio, da Ilaria Ferraris e da te.

Infatti, in prima battuta, sono un “creativo” e un creatore di grandi eventi, reduce da poco dalla direzione artistica delle Cerimonie olimpiche di Milano Cortina 2026 all’Arena di Verona. Ma da sempre divido la mia vita tra la scrittura, lo spettacolo e l’amore per l’arte, che ho imparato collaborando con mio padre, l’artista e teorico dell’educazione artistica Enrico Accatino, scomparso nel 2007.

Cosa vuoi che resti dalla lettura dei tuoi libri e da quest’ultimo in particolare?

Non una semplice antologia di nomi, ma un invito a guardare l’arte da un’altra prospettiva, scoprendo che i margini sono spesso più fertili del centro.

Come in un circo, non tutto è armonia: c’è rischio, fragilità, poesia. Ma è proprio qui che si annida il senso del progetto:

«Gli Outsiders», scrivevo nell’introduzione al primo titolo, «sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato».

La vita è come un circo. È l’arte dell’equilibrio,
il brivido del rischio e la ricompensa dell’applauso. 
Paul Auster

 
Claudio Pescio direttore di Art e Dossier - giugno 2026 
 
 

https://giunti.it/products/outsiders-circus-accatino-alfredo-9791223206294?srsltid=AfmBOooVgz9YmQMlesjfBOmDZBnTYRiVGJKEbbSC4QzDTb5plQufvVvL 



domenica 5 luglio 2026

PLACIDO SCANDURRA - PITTORE DI TERRA E DI ENERGIA.

 

«Abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile…»
Jorge Luis Borges, da Avatares de la tortuga / Avatars of the Tortoise


La critica d’arte si perde, spesso, in un gioco di rimandi e citazioni. È il suo limite e il suo fascino, artificio letterario che pone in evidenza la competenza di chi scrive e la cultura di chi dipinge, scolpisce, traccia. Un gioco di rimandi che travalica la realtà e che diventa paraletteratura. Anche io ne resto vittima quando visito lo studio di un artista, è istintivo, naturale, ma sicuramente non esaustivo. È quello che ho fatto anche questa volta esplorando il lavoro di Placido Scandurra, artista sulla soglia degli ottanta anni, che conoscevo solo per una parte della sua produzione.         
Ho scoperto un percorso completo che mi ha stupito e coinvolto, che spazia dalle prime esperienze degli anni Sessanta e Settanta che proverò a definire “primitiviste” - che avrebbero avuto un grande successo nel mondo anglosassone e americano – nelle quali ritrae soprattutto familiari e amici - sino alle figure totemiche che lui chiama “archetipi”. Un bestiario composto da figure viventi, poliformi, mutevoli, arcane, che non possono non ricordare Savinio e certa pittura parietale sudamericana.     
Il suo lavoro si intreccia, sparisce e poi ritorna in superficie come un fiume carsico. E si esplica attraverso cicli che a volte si si sovrappongono come datazione: “Cavalieri inesistenti“, “Cani Erranti“, “Pastorali Primordiali”, “Metamorfosi”... E poi nature morte (mi hanno ricordato Gigi Chessa) e alcuni ritratti che richiamano la Scuola Romana e la pittura di Emanuele Cavalli nel quale rilevo le campiture cromatiche.    
A volte, ma più avanti, compariranno riferimenti alchemici ed esoterici, simbolo di una continua curiosità e ricerca, quando forse sarebbe stato facile perseguire come molti artisti della sua generazione una forma stereotipata facilmente replicabile. Una malattia che, purtroppo, ha colplito tanti artisti della sua generazione e del decenni precedente.

Quello che ritroverete è infatti una grande varietà di ricerca, con una costanza nella "qualità della materia": preparazione gessa all’antica (imprimitura), telaio artigianale, stesura spessa, verdi, azzurri, verde marcio. Nella pittura avverti la Terra e la materia. Un artista che andrebbe riscoperto, che è anche pronto a donare le sue opere alla Galleria di Arte Moderna di Roma come al Museo di Anticoli Corrado (a cui lo lega una sicura affinità), istituzioni che non sono sempre pronte ad accettare donazioni, in un meccanismo critico/legislativo che andrebbe completamente rivisto. 


Lo fa in maniera istintiva, con una composizione arcaica, prima di trovare nello studio del pittore Antonio Villani e del restauratore Giovanni Nicolosi una scuola d’arte e di vita. E quell’istintività, secondo me, non lo abbandonerà più così come una atavica sicilianitudine che non si può riassumere nel fenomeno, spesso travisato, del Guttusismo.

I suoi archetipi potrebbero dilatare e assumere dimensioni rilevanti, minotauri assemblati di elementi organici, che ricordando Picasso (racconto su due piani), e curiosamente la "Pietra Pirciata" (che significa letteralmente "roccia bucata"), una particolare formazione di arenaria che ho visto mentre mi documentavo su Santa Maria di Licodia, il suo paese natale. Placido Scandurra vi nasce nel 1947, sulle pendici sud-occidentali dell'Etna. Un piccolo borgo agricolo che, negli anni Sessanta, doveva apparire lontano da tutto, anche dal sogno di diventare pittore. Un ragazzino, figlio di gente della terra, inizia a generare immagini con i pochi mezzi pratici e culturali che possiede, lavorando anche come muratore e “spigolatore”.         


Il servizio militare lo porta a Roma dove si trasferisca nel 1967. Frequenterà la Scuola Libera del Nudo con Peppe Guzzi e lo scultore Andrea Spadini e, parallelamente, la Scuola delle Arti Ornamentali, seguendo il corso triennale di incisione tenuto dal professor Attilio Giuliani.

La sua arte inizia a trovare una forma definita, approfondendo il disegno, la figura, la tecnica di lavorazione della tela, del colore, della materia. Nel 1969 entra nell’Istituto Centrale del Restauro, conseguendo nel 1972 il diploma per il restauro di dipinti e pitture murali. Un momento di fragilità - solo a Roma, senza mezzi, “magro come un chiodo” – un grave deperimento organico lo porta per breve tempo a essere ricoverato nella Clinica Salus, un periodo di cui conserva gelosamente una serie di gouache, e che gli regalò una convinzione: “L’essere umano, se vuole capire la vita, deve almeno una volta essere folle”.

L’attività di restauratore lo conduce nel tempo a partecipare a numerosi interventi, come ricorda la sua biografia ufficiale: “missione archeologica italiana in Siria, i restauri presso la National Gallery di Dublino, gli interventi sulle pitture murali della chiesa madre di Kortrijk, in Belgio, i restauri delle icone bizantine a Palermo e a Piana degli Albanesi, oltre ai lavori romani sui soffitti lignei e sulle tele di Palazzo De Carolis.” Ma anche a collaborare con artisti come Piero Guccione, Fabrizio Clerici e Balthus.

Tra il 1970 e il 1975 la sua arte si consolida, intrecciandosi con la sua vicenda personale, il matrimonio e viaggi all’estero (soprattutto a Parigi).  Si percepisce nei suoi racconti, quasi un contesto di battaglia personale contro la vita e le difficoltà che questa ti presenta. Un conto che non si estingue mai, al quale ogni volta devi fare fronte con una risposta creata sul momento. Tra il 1975 e il 1977 frequenta i corsi sperimentali della Calcografia Nazionale di Roma. Diplomatosi all’Accademia di Belle Arti e conseguita l’abilitazione all’insegnamento delle Discipline Pittoriche accanto all’attività artistica e al restauro, intraprende anche un lungo percorso didattico, insegnando presso licei artistici e istituti d’arte. Sua moglie Clara si ammala, in un percorso doloroso che dura anni e che termina con la sua morte nel 1990.

Dopo aver lasciato Roma e Montecelio, e viaggiato in India. da alcuni anni vive e lavora a San Polo dei Cavalieri, una terrazza spettacolare vicino a Tivoli, in una grande casa, nella quale si snodano, stanza dopo stanza le sue sessioni di lavoro, al cavalletto, nel laboratorio calcografico (sua passione ininterrotta) intorno al torchio che fu di Saro Mirabella (1914 - 1972) dal quale emergono tirature minime, acqueforti, xilografie, ognuna delle quali diversa dall’altra. Alcune delle quali con lavorazione in bianca (cretti e goffrature) di grande fascino. Quello che ama è "la creazione nella variazione", operando ad ogni passaggio con una nuova ricerca cromatica o tecnica.



Sulle pareti di casa le opere di amici e maestri, una scultura dogon, un crocifisso affiancato alla foto di un mistico indiano (dagli anni Ottanta Placido segue la spiritualità indiana). Come in una wunderkammer non può mancare un bucranio, ne aveva in studio uno anche Duilio Cambellotti, un teschio di vacca e di cavallo, sormontano il laboratorio grafico.

Accanto a lui una pittrice di talento, Sonja Peter, tedesca, compagna di vita e di impegno nell’arte, scenografa per il cinema, in un percorso dove ogni parete porta la traccia di un amore indefesso per la creatività. Con lei ha avuto tre figli, e ha condiviso decenni di un percorso di ricerca.

Credo che i sanpolesi (così si chiamano gli abitanti di San Polo)  ignorino di avere due artisti come concittadini che, magari, potrebbero dare nuova vita a un territorio che pare addormentato, coinvolgendoli in un progetto urbano che ben si presterebbe a un territorio, per secoli meta del Grand Tour e del soggiorno di artisti di tutto il mondo. 

Credo che la sua casa sia sempre aperta per chi voglia conoscere il suo lavoro e, come sempre, la porta di un’artista è fatta per essere varcata. Gli outsiders sono vicini a voi, basta bussare.



“Sono un viaggiatore solitario in cerca della Pietra Filosofale.” Placido Scandurra




LA PIETRA PIRCIATA




@PLACIDOSCANDURRA #PLACIDOSCANDURRA

 

 

 



venerdì 5 giugno 2026

OUTSIDERS CIRCUS – IL CIRCO DEGLI INVISIBILI

Torna il progetto Outsuders a 10 anni dal primo volume. Un viaggio nel lato nascosto della creatività: il nuovo libro di Alfredo Accatino edito da Giunti editore porta in scena 70 artisti dimenticati, irregolari, “freaks della bellezza”  Dal fotografo giapponese Masahisa Fukase al pittore iraniano Bahman Mohassess, dalla visionaria Gertrude Abercrombie alla tragica storia di Charlotte Salomon. Il quinto volume della serie Outsiders, tradotta anche all'estero.
https://giunti.it/products/outsiders-circus-accatino-alfredo-9791223206294?srsltid=AfmBOopdmqZH9itZAvAJ7lIqbYwoaIVHTHwoLza2vktTGRTG5hEceNVF


Un tendone che accoglie i diversi

Immaginate un circo. Luci, polvere, applausi e silenzi. Numeri pericolosi, imprevedibili, commoventi. È questa la metafora scelta da Alfredo Accatino per raccontare il nuovo capitolo della collana Outsiders (Giunti Editore): “Outsiders Circus – Il Circo degli Invisibili”. Un libro che raccoglie 70 protagonisti dell’arte del Novecento e oltre, esclusi o marginalizzati dalla storia ufficiale, eppure capaci di rivoluzionarla in segreto. Un terzo sono donne, chiamate a farsi spazio in un mondo di uomini. Molti di loro sono sconosciuti in Italia e provengono da sei continenti, in rappresentanza di tutte le forme espressive.

Storie sorprendenti, raccontate con lo stile che ha reso Outsiders una collana di culto: narrativo, diretto, emozionale, capace di unire ricerca e racconto, rigore e passione. Non un manuale accademico, ma un libro da leggere come un romanzo corale.
Un progetto che scardina le gerarchie della storia dell’arte e accende i riflettori su autori e presenta maestri dimenticati o da riscoprire. Ma non si rivolge agli specialisti, racconta storie vere e sorprendenti, con uno stile narrativo diretto e coinvolgente. Ogni Outsider viene restituito con le sue ombre e le sue luci, senza filtri: chi ha amato troppo, chi ha ucciso, chi è stato spezzato dall’esilio, chi ha trovato riscatto nella follia creativa. 
“Mi sono comportato da ladro di vite – scrive – ma uno scrittore è sempre un ladro di anime, che dona in cambio l’eternità”. Un esperto di arte, ma soprattutto un creativo, direttore artistico autore di grandi eventi in tutto il mondo come le recenti cerimonie Olimpiche di Milano Cortina 2026 all’Arena di Verona.




Biografie che sembrano romanzi, opere come messaggi nella bottiglia

Un carosello di storie vere che sembrano invenzioni, di opere mai viste che sorprendono come magie con il più ricco corredo iconografico di sempre.

Tra le pagine sfilano destini che paiono scritti da un romanziere più che dalla vita.
Troviamo così Masahisa Fukase, il fotografo giapponese che si identificò in un corvo e trasformò il dolore di un matrimonio finito in uno dei libri fotografici più intensi del secolo.
C’è la giovane Charlotte Salomon, che in Costa Azzurra mise in scena la sua vita in 1300 gouaches, mescolando teatro e autobiografia, prima di essere deportata ad Auschwitz incinta di cinque mesi. E che uccise suo nonno e rimase ad osservarlo agonizzare.
C’è Bahman Mohassess, l’iraniano che dipingeva mostri e minotauri contro ogni censura, poi distrusse da sé la maggior parte della sua opera, chiudendosi per anni sino a morire in un hotel di Roma. C’è Gertrude Abercrombie, la “regina del Surrealismo di Chicago”, che organizzava jam session con Dizzy Gillespie e Monk e intanto dipingeva stanze metafisiche, gatti e lune storte. C’è Juana Romani, la pittrice ciociara che conquistò la Parigi della Bella Epoque con ritratti sensuali e decisi, per poi finire dimenticata e internata in manicomio.
C’è Stanislao Lepri, diplomatico e nobile che lasciò l’ambasciata di Monaco e ogni etichetta per amore di Leonor Fini e per dedicarsi alla pittura surrealista, trasformando la sua vita in un’opera visionaria.  E poi, ancora
Eugene Von Bruenchenhein che chiuso in casa con sua moglie Marie ha costruito in una vita un’arca con migliaia di opere, senza che nessuno sapesse nulla. Růžena Zátková, futurista boema che collaborò con i russi e trasformò il movimento in pura energia visiva. Lavina Schultz, una coreografa e artista geniale, autrice di un duplice suicidio, le cui opere sono state riscoperte svuotando i magazzini di un museo dove erano state dimenticate per sessanta anni. Boris Kustodiev, pittore russo di colori vibranti, capace di dipingere la vitalità del popolo nonostante fosse immobilizzato da una malattia. Giuseppe Biasi, sardo, illustratore e pittore, che tradusse la sua terra in visioni moderne, per poi essere linciato, creduto collaboratore dei nazisti. E infine Simon Rodia, l’unico italiano presente sulla cover di Sgt. Pepper’s dei Beatles.


Il risultato è un mosaico che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla performance all’architettura. Non una semplice antologia di nomi, ma un manifesto per guardare l’arte da un’altra prospettiva, scoprendo che i margini spesso sono più fertili del centro.
Come in un circo, non tutto è armonico: c’è rischio, c’è fragilità, c’è poesia. Ma proprio qui si annida il senso del progetto: “Gli Outsiders – ricorda Accatino – sono perdenti per definizione. Non scelgono mai i luoghi e le date giuste per nascere, creare, amare, morire. Vivono in mondi paralleli. E hanno sempre l’indirizzo sbagliato.”

 


 





GLI IRRIDUCIBILI AXEL OFFERGELD - ANTONIETTA ORSATTI

 

Antonietta ha 86 anni, Axel 80. La prima, che vive in un piccolo paese dell’Abruzzo dal nome fiabesco (Fara Filiorum Petri) ha tenuto la sua prima personale poco più di un anno, al Pigneto di Roma il quartiere più giovane e multirazziale, nel quale sembrava essere la più sveglia. Dopo aver sempre anteposto la famiglia all’arte, continua a creare, ogni giorno. Mi ha scritto via Whatsapp: “Ho appena finito un rotolo di 15 metri disegnato in tagli quadrangolari con storie diverse. Nel mio fare, mi guardo dentro e ricerco ciò di cui ho bisogno.”

Axel, che si è trasferito in Italia nel 1984, non ha mai esposto e non troverete una riga di biografia. E questo, nonostante il fatto che facesse parte del “Gruppo Zero” di Otto Piene, avesse uno studio di 250 mq e realizzasse, giovanissimo, installazioni innovative, come quella del 1971 alla Ruhr-Universität di Bochum: una parete intera, che sfida la percezione, attraverso segni di luce arancione, rosata e bianca, creati da tubi al neon, riflessi su un fondale di plexiglas giallo.      
Praticamente tutto il lavoro di quegli anni è sparito dopo un allagamento del deposito che conservava i suoi lavori. Oggi Axel conduce una vita solitaria in un residence a Roma circondato da libri d’arte, storia e filosofia. Non ha il cellulare, si mantiene con una pensione della madre patria, e lavora ogni giorno negli spazi messi a disposizione - con generosità - da una parrocchia alla Balduina. Ho dovuto insistere per intervistarlo e poterlo fotografare. La sua filosofia è racchiusa nei versi di Ungaretti che mi ha citato in una mail — unico legame tecnologico con il presente: «Lasciatemi così/come una cosa/posata/in un angolo/ e dimenticata». Anche le sue opere seguono questo percorso, non le firma, non sono datate, non hanno titolo.

 

Axel Offergeld è nato a Düsseldorf il 31 luglio 1946 e ha vissuto per anni al ritmo dei Kraftwerk e di Frank Zappa. Frequenta la facoltà di architettura alla Werkkunstschule: «Volevo fare l’architetto, ma a un certo punto decisi di diventare artista». Negli anni Sessanta respira il clima dell’Accademia di Düsseldorf, attraversata dalla presenza magnetica di Joseph Beuys («senza particolare simpatia», precisa), e incontra un giovanissimo Gerhard Richter, «un ragazzo timidissimo che arrivava dall’Est». Un’epoca mitica per la storia dell’arte, ben restituita dal film premio Oscar Opera senza autore (2018), ispirato proprio alla vicenda di Richter. A trent’anni Axel accetta un lavoro da rappresentante per un’azienda che produce cartoncino: indipendenza economica, libertà di movimento, nessun vincolo. Nasce anche un sodalizio con Ferdinand Kriwet, con cui nel 1969, a New York, documenta l’allunaggio: «ho realizzato le fotografie per il suo libro Apollo (Suhrkamp Verlag), un flop.»


Negli ultimi anni il suo lavoro ha preso un’altra direzione. Dopo aver viaggiato a lungo, sceglie l’Italia come patria elettiva e avvia un ciclo basato sulla ripetizione di un codice rigoroso, a partire dai materiali:Carta: Xuan Double Layer (patrimonio UNESCO), prodotta in Cina  Colori: Golden Acrylics, consigliati da Kremer Pigmente Dimensioni: praticamente sempre 100x140

Composizioni che potrebbero ricordare le geometrie del Bauhaus o del Neoplasticismo. Una lettura fuorviante. Axel costruisce sistemi di equivalenze: forme diverse caratterizzate da superfici perfettamente corrispondenti, cromatismi calibrati, elementi che si specchiano: “Vedi…questo triangolo ha la stessa superfice di questo, e insieme, hanno la stessa superficie di questi due rettangoli…” Un equilibrio matematico che ogni tanto inganna nella composizione con una rotazione inattesa, pur senza tradire la logica interna. Dal bozzetto passa al disegno tecnico, quindi all’esecuzione: giorni di lavoro, precisione chirurgica, segno misurabile al millimetro. Un rigore che si fa teorema, che mi piace battezzare il Postulato di Offergeld: “Ogni forma ha la superficie corrispondente a quelle che immagina il suo creatore.”       
Una vita artistica da re degli Outsiders, che oggi ha come compagna una patologia dolorosa che ne affligge il fisico, ne limita i movimenti. A dispetto di un progetto che meriterebbe di essere valorizzato, acquisito e preservato da un’istituzione, italiana o tedesca, prima che il tempo lo disperda. Come magari vorrebbe Axel.

  

Diversa, quasi apodittica, la storia di Antonietta Orsatti.

«Sono una persona qualsiasi», mi disse accogliendomi nella sua casa-studio. Aveva 84 anni, e con la sua prima mostra alla “Galleria Lettera E” di Roma dava finalmente forma a un percorso nato in gioventù, quando convinse la famiglia a lasciarla studiare arte prima a Chieti, poi all’Accademia di Belle Arti di Roma.     
Al suo ritorno, il verdetto: «Adesso che ti sei divertita, sposati». E così fece, ritagliando per l’arte gli scampoli di tempo rubati alla vita domestica, al marito, ai quattro figli — uno dei quali, Andrea Iezzi, non a caso, sarebbe diventato storico dell’arte. «Mentre lavavo i piatti pensavo a come realizzare quello che avevo in testa. Per me il movimento delle mani è necessario per pensare», racconta. La notte, dopo aver messo i figli a dormire, si chiudeva nella rimessa e lavorava.


Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940,
la sua vita si svolge nel cosiddetto “Quadrilatero di Michetti”, tra paesi rarefatti e diramazioni rurali, dove negli anni Sessanta passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche e il dialetto somigliava a quello evocato da Donatella Di Pietrantonio ne L’Arminuta. Al piano terra di casa appende studi di nudo, eredità degli anni di via di Ripetta. Poi vira: scolpisce la pietra della Maiella con mazzetta e scalpello; modella i foratini prodotti dalla fornace del marito, lavorandoli ancora freschi per poi farli cuocere di nuovo, trasformandoli in piccoli teatrini architettonici; dipinge su lenzuoli grandi come pareti. Nessuna opera somiglia a un’altra: «Non riesco a ripetermi, mi sentirei male».

 

Come ha scritto il curatore Paolo Cortese: «L’impeto creativo viene ritmato da costruzioni geometriche rigorose. La narrazione popolare entra nei suoi album, tra collage, disegni, oggetti trovati, fogli di ogni formato». Con la maturità arriva la folgorazione del cartone — di recupero, sempre — ritagliato, assemblato, colorato. È la sua stagione più libera, finalmente emancipata dalle scorie accademiche. Seguono i monumentali Cartocci: coni di stoffa gessata e dipinta, forme arcaiche che riecheggiano lu scartozz, il cartoccio di pasta che, da figlia di pastai, preparava da ragazza. Antonietta Orsatti, ci invita a guardare il mondo da una fessura: dove la forma sfugge alle regole, ma trova un’altra verità. Come ricordava Joseph Beuys: «anche sbucciare una patata può essere arte, se fatto con consapevolezza». Perché il gesto creativo è inscritto nelle biografie. Basta accorgersene.


Irriducibili? Sicuramente.

Antonietta e Axel non si conoscono. Eppure, sembrano dialogare.
Lei espande, stratifica, ammassa, libera. Lui sottrae, ordina, verifica, misura come un maestro rinascimentale.     
Entrambi, però, fanno la stessa cosa: non si arrendono all’idea che l’arte abbia una scadenza e una committenza. Lavorano ancora, ogni giorno, in silenzio.
Costruiscono una capsula del tempo. Prima o poi qualcuno la aprirà.