UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 12 dicembre 2010

ENRICO SACCHETTI, IL SUPER ARTISTA DEL PIANETA PROTON


Basterebbero i manifesti per il Bitter Campari o la straordinaria serie del rinvigorente "Proton" che per anni fece sognare le mamme italiane per poter dire che Enrico Sacchetti è stato uno dei più grandi illustratori italiani, creatore di mondi e stili, antesignano di molta lettura comic degli anni a venire.
"Proton", ad esempio, era una vera e propria saga che per 30 anni (dagli anni '10 agli agli '30) alternò i maggiori illustratori dell'epoca come Bombard, Melicotviz, Dudovich, e lo stesso Sacchetti nella realizzazione delle celebri campagne pubblicitarie per lo sciroppo ricostituente della ditta Rocchietta di Pinerolo.
Come nel caso di questa deliziosa serie di acquarelli della collezione "le paure esorcizzate dai bambini", pubblicata alla fine degli anni '10, dove elefanti, topi, rospi, pesci, rane e insetti emergono dal buio per turbare i loro sogni.



Enrico Sacchetti nasce a Roma il 28 febbraio 1877, dove grazie all'editoria ci fu una grande scuola dell'illustrazione.
Caricaturista, pittore, illustratore e cartellonista di origine toscana, dopo il diploma in fisica-matematica conseguito nella capitale ritorna a Firenze, dove fa amicizia con Libero Andreotti. Nel 1901 collabora al Bruscolo di Vamba e a La Nuova Musica, finché decide di tentare la fortuna a Milano, dove nascevano a getto continuo  Come racconterà egli stesso, "...a Firenze Libero Andreotti e io s'è patito parecchia fame, ma quando ci si trasferì a Milano le cose andarono meglio e per un pezzo si mangiò tutti i giorni...".



Collabora infatti con il settimanale satirico milanese Verde e azzurro di Umberto Notari, per il quale realizza nel 1903 anche il manifesto di lancio, e con il quindicinale Teatro illustrato del 1905; nello stesso anno illustra "Le Roi Bombance" ("Re Baldoria") di Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo, e collabora con la sua rivista Poesia. Ancora per Umberto Notari illustra il suo libro "Quelle signore", insieme a Cesare Tallone e a Ugo Valeri.
Si trasferisce a Buenos Aires (Argentina) dal 1908 al 1911, dove collabora con il quotidiano El Diario. Nel 1912 raggiunge in Francia l'amico Libero Andreotti, e lavora soprattutto per la moda.
Ritorna in Italia allo scoppio della guerra, e lavora per la propaganda antiaustriaca collaborando con con il 420, realizzando anche numerose cartoline satiriche. Verso la fine del conflitto è tra gli autori de  La Tradotta il famoso "giornale della Terza Armata", per il quale realizza numerose copertine e illustrazioni. Collabora poi con il Corriere dei Piccoli e La Lettura due periodici del quotidiano Corriere della sera.
E' molto apprezzato anche nella cartellonistica pubblicitaria, dove si deve ricordare almeno il manifesto del 1921 per il Bitter Campari. Collabora, fino al secondo conflitto mondiale, con testate come L'Illustrazione italiana e Liedel, mentre vastissima è la produzione per il mercato librario: illustra infatti volumi editi da Mondadori, Sonzogno, Zanichelli.
Dagli anni Venti scrive articoli e libri, come "Vita d'artista" (1935, il suo primo libro, vincitore del IX Premio Bagutta) e "Due baci" (1935).
Durante la guerra perde il figlio Dino, caduto in Albania, e gli dedica il libro "Arte lunga".
Nel dopoguerra scrive ancora (Vallecchi, 1941)."Capire" (1948), "La bottega della memoria" (Vallecchi, 1953), "Che cosa è l'arte" (Vallechi, 1954?) e "Il disegno e il disegnatore".
Nonostante le manifestazioni di apprezzamento e la notorietà, la sua vita si trascina solitaria fino a tarda età, e a novantun anni vi pone fine tragicamente. Muore a Settignano (Firenze, Italia) il 27 dicembre 1967.


venerdì 10 dicembre 2010

CARLO CARRA'. UNA CASA. UN ALBERO.


Una casa, un albero. Una casa, un albero. Un segno ripetuto e continuo nella pittura di Carlo Carrà (Quargnento, 11 febbraio 1881 – Milano, 13 aprile 1966) un pittore italiano che aderì al futurismo e poi alla corrente metafisica, ma che rimanse sempre legato a una visione personalissima e fortemente riconoscibile. E che fece proprio di questa cifra formale uno dei propri segni distintivi del periodo figurativo. Ce ne siamo accorti sfogliando la bella monografia "La matita e il pennello" e poi la sua autobiografia (dove in copertina ritorna  ancora una volta l'immagine della casa e dell'albero), e poi andando a ricercare in rete immagini e riferimenti tra musei, aste e collezionisti. Ce ne siamo accorti per caso, ma quando abbiamo voluto approfondire il tema non abbiamo trovato che altre voci critiche abbiano sottolineato questa unica linea che unisce alcuni dei disegni giovanili (come qui sotto) ad opere simbolo del periodo metafisico (pino e mare del 1921, qui sopra), caratterizzando decine di pezzi.

Un rapporto forse spiegabile nell'unione simbolica del rapporto tra raziocino (edificio, dunque progetto e tecnica) e la natura (la forza della vita, irrazionale e anarchica). Oppure come ben ha analizzato la psicologia infantile, nel rapporto che i disegni dei bambini rivelano: la casa (vista come la madre) l'albero (letto come il padre). 
Un rapporto panico che abbiamo riscoperto anche nella pittura dei primitivi italiani (Giotto e Cimabue) che Carrà assunse come paradigma espressivo. Ipotesi che forse svelerebbe una pittura ancora più colta di quanto non vorrebbe apparire. Trasformando così ogni paesaggio in una dichiarazione inespressa.

  

 
 Sepo (Severo Pozzati) - (Comacchio, 1895 - Bologna, 1983) 1915






mercoledì 8 dicembre 2010

MANUEL LUQUE DE SORIA (LUQUE) IMPRESSIONISTA CEDUTO ALL'ILLUSTRAZIONE


Pochi momenti della storia sono stati così ricchi di talenti come nella Parigi di fine secolo. Forse nella Roma di Agusto e Michelangelo, nella Firenze dei Medici, nella Berlino degli anni '20.
Manuel Luque de Soria (Luque, come spesso si firmava) nato ad Almeria nel 1854 e morto a Parigi nel 1918 è stato un grande talento. Un pittore e illustratore  spagnolo, naturalizzato francesce, che meglio di tanti riesce a sintetizzare un'epoca.Pittore impegnato, tanto da partecipare all’esposizione degli impressionisti del 1887. E quindi disegnatore satirico de “La Caricature”, la rivista fondata da Albert Robida  che la dirigerà dal 1880 al 1992, ha prestato la sua matita geniale per “Charivari”, “Monde Parisienne”, “Le Figaro”, "Le rire".
 
Spirito giramondo e inquieto, amico dello stesso Lautrec (nelle memoires si citano 3 duelli e del grande amore per Eva Gonzales Luque era nato in Spagna per poi raggiungere Parigi nel 1881, città nella quale rimarrà per tutta la vita. E' sepolto nel cimitero di Pere Lachaise
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FEDERICO FELLINI, PRIMA DISEGNATORE, POI REGISTA.



Nell’opera di Federico Fellini, universalmente nota, esiste ancora un intero continente parzialmente sconosciuto: la sua vastissima, eterogenea opera giovanile, dove, nello stesso arco di tempo (1938-1950), il futuro regista scrive narrativa umoristica, copioni, soggetti e “battute” per l’avanspettacolo e la radio, sceneggiature per il cinema.  Ma soprattutto testi e disegni per i fumetti, l'arte che all'inizio gli diede da vivere, e poi lo aiutò a sviluppare i suoi sogni, disegnando i personaggi che avrebbero popolato i suoi film prima ancora di affidarli ad attori o generici in carne ossa. Non a caso aveva sempre accanto a sè un visualizer, come ad esempio il surrealista Roland Topor con il quale lavorò su numerosi progetti, come la Città delle donne e il Viaggio di Mastorna.





Federico, dopo gli studi regolari, al liceo classico «Gambalunga» di Rimini rivela infatti il proprio talento nel disegno, che manifesta sotto forma di vignette e caricature di compagni e professori. Il suo disegnatore preferito era l'americano Winsor Mc Cay, inventore del personaggio «Little Nemo». Ispirandosi al celebre personaggio, nella sua camera da letto aveva costruito con l'immaginazione un mondo inventato, in cui immaginava le storie che voleva vivere e vedere al cinema.


Ai quattro montanti del suo letto aveva dato i nomi dei quattro cinema di Rimini: di lì, prima di addormentarsi, prendevano forma le sue storie immaginifiche. Già prima di terminare la scuola, nel corso del 1938 Fellini prova delle collaborazioni con giornali e riviste. La Domenica del Corriere gli pubblica alcune vignette nella rubrica Cartoline dal pubblico, ma la collaborazione più duratura è quella che riesce a instaurare con il periodico edito da Nerbini Il 420 per cui pubblica numerose vignette e rubrichette umoristiche, sino alla fine del 1939. Si trasferisce a Roma con la scusa di frequentare l'Università, ma per fare il giornalista, e inizia ad alternare vignette a piccoli copioni. Prima di scoprire la propria strada. In questa pagine due suoi autoritratti, il primo in veste di gaga, fine anni'40, primi anni '50. Il secondo negli anni '70. E poi la celebre tabaccaia, prima sognata e poi trovata.

martedì 7 dicembre 2010

CAGNACCIO DI SAN PIETRO, PER NOI UNO DEI 100 GRANDI DEL '900.

Primo denaro - Il quadro ritrovato, rimasto anonimo in Argentina

È il 1928. Il dipinto Dopo l'Orgia viene rifiutato dalla commissione della Biennale per soggetto, titolo e dettagli che rivelano, con sfrontata chiarezza (a terra anche i polsini con il fascio littorio), la corruzione del fascismo. Espressione quasi fotografica delle contraddizioni di un potere e di una borghesia che voleva comunicare, sempre e comunque, perbenismo, fede in Dio e nel Duce.
Cagnaccio di San Pietro, di professione pittore, anarchico inconsapevole, morto prematuramente a 49 anni nel 1946, è di fatto un cane sciolto nella pittura italiana degli anni ’30.
Un illuso che crede nell'impegno morale, per questo eccentrico rispetto all'ambiente artistico del tempo, anche se la sua opera è formalmente vicina alle ricerche stilistiche della Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit).
Cagnaccio spinge però il realismo verso una dimensione metafisica, che si avvale di tagli, rese cromatiche e punti di vista propri del cinema e della fotografia.

“Dopo l’Orgia” è parte di una trilogia pesante come un cazzotto di Carnera, andata poi dispersa. Nel tempo, il destino e internet hanno saputo ridarci una pietra miliare della pittura italiana come “Primo Denaro”, tornato alla luce quando i proprietari della tela, emigrati in Venezuela, hanno contattato via mail la gallerista Claudia Gian Ferrari, che è poi riuscita ad acquisire l’opera e a presentarla al pubblico nel 2009. Nulla si sa invece di “Zoologia”, forse conservata, anonima, in Germania. Uno dei tanti capolavori che, speriamo, un giorno, riusciremo a recuperare. 


Mi sembra un buon inizio per riavvicinarsi a un grande e non sempre ricordato maestro del Novecento: Cagnaccio di San Pietro, alias Natale Bentivoglio Scarpa (Desenzano sul Garda 1897 - Venezia 1946).
Autore poco esplorato, che quando si scopre, non si dimentica. Un segno deciso come un colpo di bisturi e una composizione che si appropria dello spazio in maniera diversa da qualsiasi altro. Colori freddi e intensi. Un'aria rarefatta, tersa e gelida. E sa dipingere, con un colore steso senza indecisioni. Cagnaccio è un grande pittore, ma non si limita a rappresentare un mondo, lo ricostruisce.

Strano destino per chi, come lui, era nato in una minuscola isola nella laguna veneta, manifestando fin dall'infanzia una spiccata attitudine per il disegno.
A Venezia segue i corsi di Ettore Tito all'Accademia di Belle Arti ed entra nella sfera del futurismo. Suggestione che finirà per abbandonare dopo la guerra, volgendo la sua attenzione al reale, iniziando a firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio con cui era conosciuto nell’isola di San Pietro, ricordo simbolico di un cane randagio e mordace che aggirava intorno alla sua casa di bambino.
 
imoli. La vicenda drammatica della guerra segna una profonda linea di demarcazione tra un prima e un poi modificando definitivamente la sua visione del mondo, un'esperienza estrema che investe tutto l'ambiente artistico di quel periodo. Nel 1919 partecipa insieme a Gino Rossi, Casorati, Garbari, Semeghini alla mostra di Cà Pesaro a Venezia, esponendo Cromografia musicale e Velocità di linee-forza di un paesaggio, due opere di impronta futurista. Intorno al 1920 comincia a firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio con cui era conosciuto nella piccola isola di San Pietro. E del 1920 La tempesta, tema che verrà ripreso e variato nel suo ultimo dipinto, La furia, del 1945.L'opera segna un momento importante nel percorso artistico di Cagnaccio che proprio in questi anni inizia a gettare le basi della propria originalità e impronta stilistica. La tempesta è il punto di partenza per l'evoluzione della sua ricerca che, ormai affrancatasi dall'esperienza futurista, si rivolge alla tradizione formale del Quattrocento, unendo all'attenzione per la realtà la forza trasfigurante dell'emozione. Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia La tempesta, le sue opere, che vengono inoltre esposte alle mostre di Cà Pesaro di quegli anni, saranno presenti nelle successive edizioni della Biennale fino al 1944 e oltre.


Il quadro "Dopo l'orgia" rifiutato da fascismo alla Biennale di Venezia
Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia “La tempesta”, opera che lo fa conoscere e apprezzare. E le sue opere continueranno a essere esposte - con alterna fortuna - alle mostre di Cà Pesaro e nelle successive edizioni della Biennale sino al 1944.
Solo la malattia riuscirà a fermarlo. Solo la sua pittura, oggi, rimane a ricordarlo.