UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 11 febbraio 2018

ALFONSO DI PASQUALE E IL REALISMO ESISTENZIALE.


Tra i ragazzi del ’99 sul fronte di Vittorio Veneto c’era anche un giovane pugliese, Alfonso di Pasquale, ancora incerto sul da farsi ma così appassionato dal disegno da scarabocchiare continuamente durante i lunghi giorni passati in trincea. 

 
Finita la guerra sceglie così di partire per Roma e iscriversi alla Accademia di Belle Arti. Poi, inizia a dipingere, lavorando anche come cartografo per il Ministero delle Difesa e dell'Agricoltura.

La sua è una pittura semplice e diretta, limpida. Così si esprime il critico d'arte Alfredo Pasolino:”Il modo migliore per definire la pittura di Di Pasquale è prendere a prestito il nome di quelle tendenza filosofica che, da Carrà a Carlo Levi, da Sironi a Usellini, con i colori dell'impegno, si chiamò Realismo Esistenziale”.  E’ anche un tecnico del colore, e lo stesso Giorgio De Chirico, che ne fu amico spesso lo consultava su problematiche cromatiche.

Bellissime le opere degli anni ’20 e ’30, che rispecchano in pieno l’epoca e il gusto novecentista.

Ha partecipato alla Quadriennale di Roma e al Premio Michetti. Prima di morire, il 15 marzo del 1987, volle donare gran parte della sua produzione artistica ad Andria sua città d'origine.

 






costa laziale verso Fregene, 1925
Alfonso di Pasquale, autoritratto, 1923


 

sabato 10 febbraio 2018

FOLLI CREATORI DI UTOPIE URBANE: IL MONUMENTO A COLOMBO E LA CITTA’ MONDIALE DELLA COMUNICAZIONE

La costruzione della Torre Eiffel nel 1889 che doveva essere smantellata alla fine delle Expo e che diventò di fatto il simbolo della città, scatenò una competizione architettonica internazionale di proporzioni falliche.
Diverse nazioni annunciarono la costruzione di edifici in vetro e acciaio ancora più grandi e gli Stati Uniti d'America, che non poteva certo restare indietro, e si unì alla competizione lanciando il concorso per l'erezione – mai parola fu più adatta - di una torre all'esposizione universale di Chicago nel 1893.

Tutti i tipi di progetti vennero presentati per animare l'evento, da un enorme ruota panoramica alla replica di una nave vichinga. Nessuno però superò la megalomania di un architetto arrivato dalla Spagna: Alberto de Palacio y Elissague, nato in Francia nel 1856 ma vissuto la maggior parte della sua vita in Spagna fino alla sua morte nel 1939. Architetto e ingegnere che cambiò la fisionomia di Madrid con la costruzione di edifici simbolo come la stazione di Atocha, il Crystal Palace o la sede della Banca di Spagna.

 


 

Il progetto, sorprendente, prevedeva una grande sfera di metallo. Un monumento a Colombo pensato come un globo terrestre, con un volume di 4.180.000 metri cubi, e un'area di 125.000 metri quadrati, 400 metri di elevazione e più di 300 metri di diametro (l'altezza della Torre Eiffel) che sarebbe stata coperta da una scala in spirale interna all'Equatore e esterna al polo nord. In cima, una riproduzione delle caravelle di Colombo e al suo interno nientemeno che un osservatorio meteorologico. Visto da dentro ci sarebbe stata una riproduzione in scala della sfera celeste. Allo stesso tempo, l'enorme spazio sarebbe stato utilizzato per la proiezione di panorami e diorami, spettacoli audiovisivi pre-cinematografici.
E c’era anche il business plan::"Centomila spettatori che pagano una tassa d'ingresso di $ 1, porteranno $ 100.000. Ciò fornirebbe la capitale in 62 giorni, senza contare i benefici del caffè, dell'intrattenimento, la copertura del costo, stimato in $6.000.000."
Cosa successo allora? Nulla.

Alberto vince la gara, ma i soldi per avviare l’impresa non  arrivano. Prova a realizzarlo a Madrid, ma nessuno ha i soldi per finanziare l’impresa e rimane uno sogno, o un incubo sventato.



Una utipopa Inferiore forse solo a quella di Hendrik Christian Andersen, lo scultore americano con casa a Roma, oggi trasformata in museo, nella quale mise a punto un progetto colossale, la creazione vicino a Civitavecchia del 'World Center of Communication' (1913) un progetto che illustra in maniera particolareggiata e puntuale il progetto di un modello urbano, la cui precipua vocazione è quella di diventare la sede della centralizzazione della Comunicazione del sapere mondiale, nella quale le migliori risorse ed energie degli intellettuali, degli scienziati, degli artisti e degli atleti possano confluire ed essere altamente sviluppate per favorire il progresso e, in conseguenza, il bene dell'umanità.

Nel museo si può vedere ancora oggi la enorme pianta urbanistica, sul mare, con due colossali statue tali da far sembrare il Colosso di Rodi, Topolino.
Il Centro Mondiale di Comunicazione si presenta, essenzialmente, come un polo direzionale universale delle eccellenze scientifiche, artistiche, olimpiche, aperto verso il mare per essere più agevolmente raggiungibile e predisposto agli scambi, e composto da tre macro aree specifiche allineate su uno stesso asse: il Centro Olimpico, il Centro Artistico e il Centro Scientifico. L'emblema architettonico e ideologico del Centro Mondiale è identificato con la titanica Torre del Progresso, sede del Centro Stampa Mondiale e gigantesca antenna mondiale di trasmissione del potere della Comunicazione, al servizio del Bene e rappresentativo vessillo del Progresso tecnologico e della Civiltà.



Hendrik Christian Andersen (Bergen, 17 aprile 1872 – Roma, 19 dicembre 1940) è stato uno scultore, pittore e urbanista statunitense, di origine norvegese. Andersen che era nato a Bergen (Norvegia) nel 1872, ed emigrato da bambino con la famiglia a Newport (Rhode Island) l'anno seguente è figlio di immigrati di successo. Nel 1893, Andersen può così viaggiare in tutta Europa per studiare arte sino stabilirsi per il resto della sua vita a Roma, dove ospiterà il suo grande amico Henry James e intellettuali di tutto il mondo.

 

 

 




Museo H.C. Andersen, veduta delle sculture nello Studio

I PAZZESCHI FIORI DI POLLY THAYER USCITI DALLA CECITA'.

Polly Thayer (Starr) (1904–2006) pittrice di Boston, la più europea e snob delle città americane. Vissuta 102 anni, quando è ormai settantenne viene colpita da glaucoma e diventa progressivamente cieca. E’ questo il periodo, tra il 1979 e gli anni '80 che inizia a dipingere gladioli e ciclamini con i pastelli a cera, la sua tecnica preferita insieme alla pittura, in una ricerca monocromatica e metafisica curiosamente vicina a quella fotografica del trentenne e trasgressivo Mappelthorpe.
Ma è anche nella pittura di ritratti, negli anni ’30, che Polly riesce a dare il meglio, e a differenzirsi dalla massa, costruendo figure, soprattutto ritratti di donne, squintatai e posti in posizione molto (s)convenzionale.

pastelli, 1979-1989

Robert Mapplethorpe, Calla Lily, 1988,


Thayer frequentò la Winsor School di Boston e mostrò una precoce attitudine al disegno che la madre incoraggiò. Di famiglia abbiente di avvocati dopo la laurea si imbarca con sua madre e il fratello in un tour dell'Oriente che culminerà a essere testimone del terremoto del Grande Kantō del 1923, un evento che rappresenta un punto di svolta nella sua percezione della vita. Decide di diventare pittrice e si iscrive alla scuola del Museum of Fine Arts, a Boston e raggiungere poi, come tutti, la Francia.
La prima mostra personale di Thayer, alla Doll & Richards di Boston, nel 1930, fu così ben accolta che il recensore del Globe dichiarò che "sicuramente il suo status è quello di uno dei più importanti pittori del paese" e portò alla commissione di diciotto ritratti.
Dopo molti anni di apprensione su come il matrimonio avrebbe influito sul suo slancio artistico, Thayer sposò Donald C. Starr, avvocato, sportivo, musicista e velista, a Genova nel 1933, quando era a metà strada in un viaggio intorno al mondo con sei amici nel suo goletta 'Pellegrino'. 

Alla fine degli anni ’70 viene colpita da glaucome, malattia che in seguito fu complicato dalla degenerazione maculare. Sempre più consapevole della fragilità della sua visione, si concentrò su ricchissimi pastelli di gladioli e in una sequenza sempre più astratta di fiori ciclamini disegnati su carta nera con tocchi di colore, nonché delicate serie di disegni di grafite basati sulla vita del cardo.







Questa è lei, ultrasettantenne con lo sguardo fiero, anche se non vede nulla. Commovente anche il ritratto della sua amica Mary Sarton che nel 1936 aveva dipinto, e che si fa fotografare davanti al proprio ritratto da ragazza.
 

venerdì 26 gennaio 2018

L’OSTE CHE SI FECE SEPPELLIRE SEDUTO – Carlo Provera

E’ il 1930, Carlo Provera detto “Tanta Sa” in omaggio al suo ingegno e alla sua cultura, ha tutto pronto. Dopo quasi 10 anni la Cappella è finita, la cassa di legno a forma di sedia pure. Si veste di tutto punto e si suicida con il gas.
Siamo a San Salvatore Monferrato in Piemonte, città dalla quale viene la mia famiglia, e deve essere quelle il ramo di follia egotica che mi ha contagiato. E questa è la storia un personaggio bizzarro, mastellaio, bottaio e oste, figlio del positivismo, e che di fatto chiude un’epoca.


La cappella, restaurata nel cimitero nel 1997 ha una struttura singolare. E’ costellata di busti, decorazioni in ferro battuto, simboli, stendardi, lapidi con iscrizioni poetiche che ospita al centro un singolare sarcofago di cemento, dove è ancora lì, seduto. Da solo, per sua espressa richiesta, anche se sono presenti i busti della madre, della moglie, della sorella e del nipote, che fece seppellire da tutta altra parte.
Perché l’aldilà non esiste, ma non si sa mai...





L'episodio fa ricordare la morte di Roberto Ardigò il grande filosofo positivista che morì suicida all'età di 92 anni nella sua casa mantovana, abitazione che era stata di Ippolito Nievo, a causa della ferita che si era autoinflitto il 20 agosto del 1920 colpendosi con una roncola arrugginita alla gola. Le testimonianze dell'epoca riferiscono che venne trovato seduto alla scrivania, con la barba bianca intrisa di sangue (barba che gli fu tagliata dai soccorritori ed è tuttora conservata come cimelio nella sala blindata della Biblioteca di Mantova). Soccorso dai medici, perse comunque conoscenza dopo aver ribadito le sue intenzioni, e morì due settimane dopo, il 15 settembre.

giovedì 25 gennaio 2018

MALEDETTI SECESSIONISTI! Max Oppenheimer

Max Oppenheimer (1885-1954), pittore e incisore, austriaco di nascita, studia pittura a Vienna e Praga dal 1900 al 1906 e viene incluso nelle mostre di arte contemporanea di Kunstschau del 1908 e del 1909, organizzate da Gustav Klimt. Insomma, ha frequentazioni importanti, se è vero che finisce per condivide lo studio con Egon Schiele nel 1910 (che gli farà anche un famoso ritratto).

Nel 1912 si trasferisce a Berlino e da allora si firma come "MOPP" esplorando il rapporto tra arte e musica, anche alla luce della visione fotografica del futurismo. Dichiarato non idoneo dal punto di vista medico per il servizio militare dal 1915 si stabilisce in Svizzera, dove visse fino al 1920; tornò a Berlino, poi a Vienna negli anni '30 sconfinando nei territori del DADA.    
  

Realizzerà circa un centinaio di tavole grafiche, incontrando ammiratori, ma anche scontrandosi con gli amici: la sua prima litografia, un poster realizzato nel 1911 per la sua mostra alla Galerie Thannhauser di Monaco, viene bandito dalla polizia per indecenza e provocò l'accusa di plagio da Oskar Kokoschka.

Omosessuale e ebreo, affrontò la persecuzione dei nazisti, che rimossero le sue opere dai musei tedeschi nel 1937. Emigrò a New York, attraverso la Svizzera, nel 1938 dove morirà come cittadino Americano. Questa è la prima pagina scritta su di lui in Italiano.

L'operazione, 1906
 
1909, Kokoschka - Murderer, The Hope of Womankind che provocò l'accusa di plagio


 

 ritratto di Egono Schiele dell'amico Max

martedì 23 gennaio 2018

COSA E' IL GENIO? UNA MACCHIA DI COLORE, CHE DIVENTA STOFFA, LANA, UN MONDO. CARLOS FEDERICO SAEZ.

Vi racconto una storia uruguagia, ma anche italiana, visto che Carlos Federico Sáez in Italia, tra Firenze prima e poi a Roma  ci ha trascorso più di un terzo della sua vita. Peccato che sia morto appena ventiduenne il 4 gennaio del 1901.

Talento precoce nato da una ricca di famiglia di Soriano era partito da Montevideo a soli 14 anni grazie a una borsa di studio del Governo. Viene ospitato prima dall'ambasciatore, poi va a vivere da solo, ma lavora continuamente, tanto che in poco più di 7 anni riesce a farsi conoscere, diventando il primo pittore modernista uruguaiano e realizzando una produzione ricca e varia. Frequenta giovanissimo l'Accademia di Belle Arti di via Ripetta e apre lo studio in Via Margutta, dove c'è ancora oggi una targa che lo ricorda. Unica sua citazione in italiano. 
La malattia, ritengo tisi, lo obbliga a tornare a casa dove morirà pochi mesi dopo.

Sente fortemente l'influsso macchiaiolo, anche se ricorda in alcuni passaggi il Mancini maturo. Non dipinge gruppi, ritrae gli individui in solitudine. Tranne i suoi disegni, non dipinge i nudi. Disegna con il pennello e il punto governa il contorno. La sua rapida pennellata dà alle sue figure la sensazione di voler catturare in un istante. I fondi mostrano una generosità materica che genera un contrappunto con la figura solitamente organizzata in forma piramidale.

Questa l'opera Madroños [Tassels], dipinta a 22 anni nel 1900. Morì l'anno dopo 23enne.