UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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sabato 23 febbraio 2013

ALAN BEETON, QUELLO DELLE COSE INANIMATE


Alan Beeton 1880–1942. Pittore inglese. 
Si sa poco di lui, e molte sue opere sono abbastanza anonime, tranne qualche ritratto caratterizzato che gli ha permesso di essere accolto alla Tate Gallery
Cosa ci fa allora qui? Mi piacciono le sue cose inanimate. 
 
Una scoperta avvenuta per me in maniera casuale, surfando in rete. Una ventina di opere veramente sorprendenti, dipinte tra gli anni '20 e la fine degli anni '30. Alcune sono nature morte, altre variazioni sul tema del fantoccio e del manichino. Le ultime sono scene di genere tra pupazzi e pelouches. Un pendolo oscillante tra poesia, ironia e inquietudine. Mooolto intrigante.


Interessante: Il libro di Bertrand Russell "Why War" edito nel 1936 proponeva la pace come processo politico e sociale. Cyril Joad "Why War" del 1939 era invece un libro di propaganda interventista. Sta per scoppiare la guerra.

Intrigante anche il collegamento come stile e genere all'opera di un altro artista dimenticato, dalla tragica esistenza: Rudolf Wacker (1893 -1939)
Il pittore austriaco inizia la sua carriera come grafico, ma parte per il fronte dove viene catturato. Nel 1920, dopo aver trascorso 5 anni in un carcere russo come un prigioniero di guerra, si trasferisce a Berlino dove si dedicò alla espressionismo. Nel 1922, torna nella sua città natale Bregenz in Austria, ed intraprende un cambiamento di stile verso la Nuova Oggettività.
Il pittore, che era apertamente contrario alla politica culturale nazista viene notato dalla polizia segreta. Durante un interogatorio della Gestapo viene colpito da un attacco di cuore e muore, poco dopo, in casa dei suoi genitori a Bregenz.


BEL LAVORO PROFESSOR BAD TRIP


“Si chiama metodo Shultz. Un ovulo di scimmia mutoide viene inseminato con spermatozoi umani ottenendo un embrione di essere umanoide dalla carne particolarmente digeribile. Gli esseri vengono adeguatamente ingrassati e drogati fino all’età di tre pseudo-anni. Allora sono pronti per diventare cibo, cibo per piante sacre. Si avvicina il tempo in cui il tekno-papa sarà una pianta antropomorfa...”




Trip (termine di origine anglosassone che tradotto letteralmente significa "viaggio") è ormai entrato nel gergo comune per indicare specificamente uno stato di alterazione psico-fisica dovuto all'assunzione di sostanze allucinogene quali LSD, mescalina o altre. Con l'aggiunta dell'aggettivo bad (bad trip), si indicano in specifico le esperienze psico-fisiche definibili come negative o spiacevoli per il soggetto. In italiano è spesso usata l'espressione sotto acido.
Sabato 25 novembre 2006 muore all'età di 43 anni per attacco cardiaco Gianluca Lerici - alias Professor Bad Trip - uno dei grandi, forse il più grande, artista visuale underground italiano degli ultimi 15 anni.
Musicista, disegnatore, pittore e scultore, serigrafo. Colto collezionista di libri, riviste e dischi underground e politici. Un controgenio della controcultura, da noi scivolato via, adorato da una nicchia di pubblico, ignorato dagli altri. L'ho scoperto comprando in una libreria underground IL PASTO NUDO forse il suo capolavoro. Come mi diceva mio padre, pittore, "devi vedere la capacità con la quale un artista si impossessa dello spazio" e qui lui è un maestro degno di Robert Crumb e Keith Haring.


Il Prof Bad Trip, Gianluca Lerici (La Spezia, 1963 – La Spezia, 25 novembre 2006) Conosciuto con il nome d'arte Professor Bad Trip, è stato un noto esponente della scena underground italiana. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Un artista a tutto campo, profondo conoscitore della cultura underground internazionale, si è fatto conoscere nei primi anni Ottanta come autore e illustratore di fanzine & volantini punk, ma anche per Frigidaire, come produttore ad alto livello di mail-art e di t-shirt artistiche, per poi sviluppare negli anni Novanta una serie straordinaria di collage e parallelamente uno stile fumettistico inconfondibile. 

E' stato l'unico artista italiano della generazione nata negli anni Sessanta a interpretare visualmente in maniera matura le distopie di JG Ballard e del cyberpunk. Sue molte delle copertine dei romanzi di Niccolò Ammaniti spesso immaginate come icone tribali provenienti da oltreoceano.


Da circa un decennio si dedicava - tra le altre cose - alla pittura su tela e ha esposto con i suoi colori psichedelici e sui temi a lui cari, come le mutazioni e i mutanti, i "mostri" alla Philip Dick, creature spaziali, vulcani che esplodono, fabbriche inquinanti e altri disastri naturali e metropolitani.
Esperto serigrafo ha prodotto artigianalmente migliaia di t-shirt, oltre a decine di serigrafie su materiali vari.
Stava ultimamente lavorando per realizzazioni di oggetti "da portare" di alto livello artistico distribuiti in tutto il mondo.
Anarchico, è sempre stato vicino ai movimenti underground. 








venerdì 15 febbraio 2013

DIETRO A UN GRANDE PITTORE C'E' A VOLTE UNA GRANDE PITTRICE CON MENO TEMPO E MENO OPPORTUNITA’

Marianne von Werefkin, sposata von Jawlensky.
(Tula, 10 settembre 1860 – Ascona, 6 febbraio 1938) è stata una pittrice espressionista russo-tedesca. Figlia del Comandante del Reggimento di Ekaterinburg, nel 1880 va a studiare presso la bottega del pittore Ilya Repin, uno dei principali pittori realisti della Russia del tempo. Tuttavia la carriera della pittrice si interrompe nel 1888, quando si ferisce
in un incidente di caccia alla mano destra, con la quale dipinge.

Marianne von Werefkin, ritratto realizzato dalla sua amica Gabriele Munter

Nel 1892 Marianne von Werefkin conosce Alexej von Jawlensky, il grande pittore russo, con il quale si trasferirà a Monaco di Baviera. 
Assieme abitano a Schwabing, il quartiere degli artisti di Monaco di Baviera. Il loro appartamento nella via Giselastrasse diventerà epicentro della Monaco creativa di quegli anni. Il salotto artistico per eccellenza. Lì si incontrarono pittori, scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi.
Riprende a dipingere, ma poi è costretta ad abbandonare ancora una volta la pittura per circa dieci anni. Nel 1907, torna finalmente da protagonista nel mondo dell’arte, dipingendo le sue prime opere espressioniste, sotto l'influenza di Edvard Munch.
 

Liebeswirbel, ca. 1917
Nel 1909, insieme a Jawlensky, aderisce alla Nuova Associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al nuovo gruppo Der Blaue Reiter fondato da Wassily Kandinsky, Franz Marc e Gabriele Münter. Formando con Gabriele una coppia femminile di straordinario talento.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale la pittrice si trasferisce ad Ascona, in Svizzera, dove nel 1924 fonda il gruppo "Großer Bär" (Orsa Maggiore). Morirà prima che l’Europa inizi a bruciare.



CAMILLE CLAUDEL. PAZZA PER AMORE.


“Una fronte superba, occhi magnifici, di un blu così profondo e così raro che si trova solo nei romanzi...” Così scrive Paul Claudel, il celebre poeta, della sorella Camille. Scultrice, pazza, amore e collaboratrice di Rodin. Vissuta 30 anni in manicomio e la cui tomba verrà dispersa.



Camille Claudel era nata l’8 dicembre 1864, a Villeneuve-sur-Fère, piccolo villaggio dello Champagne. Il padre era il Direttore dell’Ufficio delle Imposte; la madre una donna infelice di rigidi principi morali, incapace di manifestazioni di affettività. In particolare non accettò mai Camille, che fin da bambina manifestò aspirazioni per lei inconcepibili. Dopo Camille, a distanza di due anni, nacquePaul, con il quale Camille ebbe sempre un legame intimo e complesso. Già a 13 anni comincia a modellare le sue prime figure in argilla. Non seguendo un iter di apprendimento regolare si rivolge istintivamente a soggetti viventi, saltando i lunghi esercizi di copia di nature morte imposti dalle Accademie; la scultura coinvolge lei e l’intera famiglia: non avendo ricevuto lezioni affronta audacemente i soggetti mobili e, a turno, tutti sono costretti a posare per lei. Da ragazza Camille legge molto, e accumula, con la sregolata attività dell’adolescenza e dell’isolamento, una cultura eccezionale.
Nel 1879, quando Camille ha 15 anni, il padre chiede un giudizio allo scultore Alfred Boucher, che fu talmente impressionato dal suo talento da proporsi come insegnante.
Camille lottò per convincere il padre a trasferirsi a Parigi, e nel 1881 i Claudel si trasferirono a Parigi dove Camille affittò un atelier con tre amiche inglesi. Tre anni dopo lo scultore dovette lasciare le sue allieve e chiese ad Auguste Rodin, ancora poco conosciuto, di sostituirlo, raccomandandogli in particolar modo Camille. Rodin riconobbe subito lo straordinario talento di Camille, che aveva 24 anni meno di lui e nel 1883 la volle nel suo atelier, con le mansioni di modella e di sbozzatrice.






Aveva solo 19 anni, una bellezza prepotente ed un fascino assoluto che riuscì a sconvolgere la vita di Rodin che aveva 43 anni ed un legame stabile con Rose Beuret, donna rozza e semianalfabeta che gli aveva dato un figlio, ma che non aveva sposato. Camille diventa la sua amante e vivendo con lui anni di passione e di lavoro comune, aiutandosi ed ispirandosi a vicenda nel creare alcuni fra i più grandi capolavori scultorei di tutti i tempi.
La comunanza di Auguste e Camille è evidente, lavorano insieme in un continuo scambio di esperienze, al punto che diventa difficile distinguere il ruolo in determinate opere per le quali si può parlare di “sculture a 4 mani”. Nell’atelier tutto si decideva insieme e Rodin lasciava che Camille modellasse mani e piedi delle sue opere.
Rodin affittò per loro due una dimora in rovina, una villa con un giardino selvatico dove avevano già abitato George Sand ed Alfred de Musset al tempo della loro storia d’amore.
La famiglia Claudel finse d’ignorare per lungo tempo che Camille conviveva, situazione, per quei tempi, scandalosa.
Intanto Rodin diventò sempre più celebre tanto che nel 1887 ottenne la Legion d’onore. Camille, nel frattempo, scolpì i suoi capolavori ed insieme a Rodin frequentò i grandi pittori Impressionisti. 


Auguste Rodin
Una delle opere di Rodin, realizzata a 4 mani con Claudine, o comunque molto influenzata dalla sua presenza e dalla sua collaborazione.

Durante la relazione Camille rimase incinta, ma interruppe la gravidanza. L'aborto influenzò emotivamente la loro storia, e quando Camille ha quasi trent’anni, la relazione con Rodin cominciò a franare. Rodin, pur amandola e sostenendola nella sua vocazione, nel 1892 rifiutò di sposarla. I legami artistici e sentimentali tra loro due si allentarono, ma non s’interruppero definitivamente, tanto che lui l’aiutò in varie occasioni.
Nel 1893 Camille ruppe definitivamente i rapporti con Rodin, affittò uno studio-abitazione e realizzò per conto suo alcune sculture assai importanti.
Dopo Rodin, Camille incontrò il giovane compositore Claude Debussy, con una relazione durata un paio di anni. Probabilmente perché Camille non riusciva ad abbandonarsi al rapporto sentendosi, in fondo, ancora legata a Rodin.
Camille viveva sola in una piccola casa, numerose erano le difficoltà finanziarie. Essere scultori comportava spese ingenti per i materiali e Camille non riusciva a sostenerle, si e doveva ricorrere all’aiuto del padre e del fratello. Un profondo rancore verso Rodin le invase il cuore e la mente. Cominciò a soffrire di ossessioni. Pensava che Rodin volesse impossessarsi delle sue opere e ne distrusse alcune; che la facesse spiare dai suoi assistenti per rubarle le idee e volesse ucciderla.
Ormai costretta in ristrettezze economiche, va sempre più isolandosi. Si chiuse nel suo atelier, e visse in povertà tra gatti, ragnatele e marmi. Completò le sue opere e le distrusse a colpi di martello. Vere e proprie “esecuzioni”, come lei stessa le definì. Nel 1911 lo stato di salute di Camille si aggravò; viveva in isolamento quasi totale, in condizioni d’indigenza, nel disordine e nell’abbandono.
Alle difficoltà e alle ossessioni si aggiungono gli odi familiari, a Villeneuve è persona non gradita, sua madre la subissa di rimproveri e la condanna, il fratello Paul è lontano dall’Europa e, dopo la conversione, la condanna come peccatrice. 




Il 3 marzo 1913 il padre morì.
La follia di Camille fu così l’argomento di una riunione di famiglia, cui parteciparono anche il marito della sorella, magistrato, ed il fratello Paul che, in quanto diplomatico di carriera, riteneva Camille troppo ingombrante anche per lui che pure le voleva bene e decisero di condannarla ad essere cancellata dalla vita sociale. Il 10 marzo 1913, per volontà dei familiari e soprattutto della madre che firmò la carta per farla interdire, venne internata nell’Ospedale psichiatrico di Ville-Evrard e poi, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu trasferita a Montdevergues, vicino ad Avignone.
Nei primi anni d’internamento la madre fece vietare ogni visita alla figlia. “Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male”. Così scriveva la madre al Direttore del Manicomio senza riuscire a perdonarle le sue scelte anticonformiste. Camille sembra dimenticata da tutti: la madre e la sorella non le faranno mai visita, il fratello Paul solo due volte in trent’anni d’internamento. Le sue condizioni sono alterne, passa da fasi in cui è preda, secondo i rapporti medici, di manie di persecuzione, a momenti di maggiore serenità. E con il passare degli anni diventò sempre più tranquilla e chiedeva insistentemente di tornare a casa.
Nel 1917 morì Auguste Rodin, all’età di 77 anni. Nel 1925 gli stessi medici proposero un tentativo di riavvicinamento alla famiglia, consigliando di farla rientrare a casa. Ma questa soluzione non fu mai presa in considerazione dai familiari. Camille, come testimonia una sua lettera, rifiutò anche le sollecitazioni che le venivano rivolte di riprendere la scultura. Resterà rinchiusa, sentendosi una prigioniera ed alternando lucidità e follia.

Nel 1942 le condizioni fisiche ed intellettuali di Camille registrarono un progressivo indebolimento e il 19 ottobre 1943, dopo trent’anni d’internamento, morì. Nessuno, nemmeno il fratello, partecipò al suo funerale.
Successivamente l’Ufficio Cimiteri comunicò alla famiglia Claudel che il terreno dove era stata sepolta Camille Claudel era stato requisito per “necessità di servizio” e che la sua tomba, sormontata da una croce recante le cifre “1943 - n. 392”, non esisteva più.
Così la ricordò suo fratello Paul, riassumendo l’amara vicenda della sua vita: “Mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria ed inoltre un’energia, un’immaginazione, una volontà del tutto eccezionali. E tutti questi doni superbi non sono serviti a nulla; dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta al fallimento completo.” (da Maria Grazia La Rosa)


Ultima foto di Camille Claudel

lunedì 11 febbraio 2013

MARTHE DONAS. MEGLIO NON NASCERE DONNA.

livre d'images, circa 1918, plaster and oil paint on cardboard

Una cubista, ma non nel senso che ballava in discoteca, che voleva fare il pittore, perché ne aveva le qualità, ma che ebbe la sfortuna di nascere donna.

Originaria di Anversa, Marthe Donas (1885-1967), belga, scoprì il cubismo e il modernismo a Parigi durante la prima guerra mondiale. Dopo un soggiorno a Nizza, dove frequenta lo scultore Alexander Archipenko, torna a Parigi nel 1918, e diventa un membro della Section d'Or lavorando con artisti come Larionov, Gleizes, Survage e Van Doesburg. Intorno al 1920, il suo lavoro viene esposto in tutta Europa, accostata a Tauber Arp e Sonia Delaunay.

Tête cubiste (1917)

Nel 1922 si sposa, ha una figlia, ed iniziano i problemi. Comincia infatti una vita di traslochi (Parigi, Ittre, Anversa, Lisbona, Braine-l'Alleud, Bruxelles) resa complicata dalle difficoltà professionali del marito e da altri problemi familiari. Marthe smetterà di dipingere per quasi 20 anni. 


Ricomincerà solo nel 1947, rivolgendosi all'astrattismo. La sua pittura, come scrisse, aveva un obiettivo: “l’infini dans le fini”. Trovare l'infinito nel finito. Chapeau. Le hanno dedicato un museo.

Still Life with Coffee Pot - 1917
"Still Life with Bottle and Cap,” 1917.

giovedì 7 febbraio 2013

LA CULTURA PUNK SPIEGATA A MIA FIGLIO


Buzzcocks, Orgasm Addict Poster, 1977
Alla fine degli anni ’70, sulla scia di una tendenza nata negli Stati Uniti e poi in Inghilterra e in Germania nell’ambito della musica giovanile (tra il ’74 e il ’76), nasce la cultura Punk.
Cultura o sub-cultura, come essa stessa vuole essere chiamata, esaltando un termine inglese che voleva dire “una cosa di scarsa qualità”, da due soldi.
La storia, molto complessa del movimento punk, ha influenzato numerose forme d'arte e aspetti culturali, dalla musica alla letteratura, dalle arti visive alla moda, trovando le sue icone soprattutto nelle band e nelle loro cover, The Stooges, Buzzcocoks, Ramones (i primi a usare questa definizione), Dead Boys, The Damned o Clash, e infine i Sex Pistols. Con un approccio che punta a semplificare la composizione musicale, e a stravolgerne le regole. Trasformando i concerti in vere e proprio performances, aggressive. Dei cantanti verso il pubblico e del pubblico verso i performer.

Certo, esaltare una cresta, un rutto o uno scaracchio sul pubblico a forma d’arte sembra eccessivo, ma la cultura Punk ha avuto il destino di essere breve ed effimera. E a divenire “moda” lì, dove voleva essere al di là di ogni moda. E per questa la adoriamo.
Anche se provare a definirla spinge chiunque, noi compresi, a sembrare degli emeriti coglioni qualunquisti.

The Clash, Clash City Rockers / Jail Guitar Doors Poster, 1978
Alternative T.V, How Much Longer / You Bastard Single Poster, 1977
Sex Pistols (1977)
Austerity in the UK … Jamie Reid’s God Save the Queen poster
Sex Pistols (1978)
Risulta impossibile collocare l'"ideologia" punk odierna in un'unica corrente di pensiero, dato che col tempo, il movimento si è suddiviso in un'infinità di diverse classificazioni, che vanno dall'anarchismo al comunismo fino al nazismo, oppure semplicemente la neutra apoliticità.
A unire tutti gli appartenenti al movimento punk sotto un'unica causa è il rifiuto per qualsiasi forma di controllo sociale, per le convenzioni, il perbenismo, la religione, la famiglia tradizionale. Con frequenti contaminazioni con il mondo glam rock e con gli skinhead (teste rasate).

Dopo l'ondata punk 77, che andava ritirandosi verso la fine degli anni settanta anche a causa del declino e lo scioglimento dei Sex Pistols nel 1979, la moda del punk durerà sino al 1984, evolvendosi (o degenerando in hardcore punk).
Il punk è morto. Viva la cultura punk!




lunedì 4 febbraio 2013

LO STRANO CASA DI ADOLF WOLFLI, FOLLE E GENIO, PERICOLOSO PEDOFILO



“Mi hanno chiamato folle, ma non è ancora chiaro se la follia sia il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale.”

Edgard Allan Poe, "Eleonora", 1841




Aldolf ha 26 anni quando inizia a mostrare attenzioni nei confronti delle minorenni prima, dei bambini poi. Molesta una quattordicenne, poi una vicina di cinque anni. In entrambi i casi non riesce ad andare al di là dello stadio voyeuristico, ma viene scoperto, arrestato e mandato in carcere. Tornato in libertà, sarà colto ancora una volta in flagrante, mentre sta insidiando una bambina di 3 anni. Forse, proprio mentre sta per varcare la soglia della fantasia sessuale, per entrare nella sfera della criminalità più efferata. Nella notte della coscienza.

Nel 1895 lascia il carcere e entra nel Manicomio Criminale di Waldau vicino a Berna, in Svizzera, dove rimarrà sino alla morte, sopraggiunta per tumore allo stomaco il 6 novembre 1930. Nel momento nel quale varca la soglia del manicomio si chiude però la vicenda giudiziaria, mentre inizia l’avventura nei meandri della psiche che lo renderà - secondo molti storici dell’arte - uno dei più grandi maestri del ‘900. Un nome che non poteva mancare nella nostra contro-galleria, che attirò l'attenzione di Sigmund Freud, e del vate del surrealismo André Breton. In trenta anni di attività, Wölfli realizzerà 1300 disegni e diversi quaderni di scritti, oltre ad una biografia gigantesca di ben 25.000 pagine chiamata La leggenda di sant'Adolfo. E verrà riscoperto solo nel 1945 dall'artista francese Jean Dubuffet durante un viaggio in Svizzera. Sarà lui a inserire l'artista fra i grandi della Art Brut e a fare in modo che le sue opere venissero conosciute ed esposte. Con un biografo d’eccezione: il dottor Walter Morgenthaler, uno psichiatra che dal 1907 decide di occuparsi di lui, lo aiuta e gli fornisce il materiale e uno spazio tutto suo per lavorare.

Nel 1921 (35 anni dopo i trattati di Lombroso) lo psichiatra scriverà addirittura una monografia sull'opera e la vita di Wölfli, opera d'avanguardia nel settore psicopatologico e artistico, tradotta recentemente in italiano, oggi considerata un classico della psichiatria. Ma anche della critica d’arte.


 

Emerge così lo strano caso di Adolf Wölfli, contadino internato per schizofrenia dopo una doppia carcerazione per pedofilia, rivelatosi uno straordinario pittore e illustratore, torrenziale scrittore e indecifrabile compositore, a dispetto di una formazione scolastica minima. Un genio. Capace di scrivere in lingue misteriose, ma anche di usare parole in idiomi a lui del tutto sconosciuti, per dare vita a una cosmogonia dove le parole si mischiano alle immagini. Composizioni visivamente complesse e oniriche, che il buon Keith Haring avrebbe adorato.

Figlio di una lavandaia e di Jakob Wölfli, intagliatore di pietra, alcolizzato cronico, spirito violento che condusse una vita vissuta nell’ossessione delle prostitute e del crimine, che nel 1870 abbandonò la famiglia (una moglie e sette figli), Adolf vive un’infanzia solitaria e disperata.

Dopo peripezie e sofferenze, il padre muore, e la famiglia, ridotta alla fame, va a vivere a Schangnau dove le autorità municipali affidano Adolf e la madre a un contadino.

Nel 1873 i due vengono però separati. Adolf lavora come bracciante, non frequenta la scuola e viene maltrattato. A nove anni, a peggiorare un quadro già drammatico, viene a sapere della morte della madre. E proprio in quegli anni inizia a manifestare la sua deviazione/fragilità sessuale. E la fine, è l’inizio del suo riscatto.

Passano anni di abbrutimento in ospedale, quando gradualmente Adolf acquista la coscienza di essere un vero artista, tanto da esaltarsi fino a diventare megalomane e a prodursi in scontri violenti con gli altri pazienti che lo lo prendono in giro. Si chiude in se stesso. E giunge così, in una solitudine quasi monastica, a creare un suo personalissimo stile, caratterizzato dalla ripetitività ossessiva della singola immagine. Rappresentazioni di uomini, di animali (lumache, uccelli), edifici e paesaggi, ricami e greche con solfeggi e righi musicali percorrono le sue opere formando una cornice ai suoi lavori.

Morgenthaler evidenzia 3 fasi nella sua malattia: la prima, durata 5 anni, sin quando non comincia a disegnare, è caratterizzata da accessi violenti, crisi impulsive, aggressività, manie di persecuzione, depressione, allucinazioni audiovisive, sbalzi d’umore, distruzione degli oggetti nella sua cella, pestaggi. Ma, curiosamente, frantumando le finestre, non fugge.
Nella seconda fase (1899-1917), detta “dei disegni e della scrittura”, Wölfli, instancabilmente, crea. Ha ancora crisi, è collerico e aggressivo, patisce allucinazioni e insonnia. Tuttavia, progressivamente, l’esercizio artistico lo mitiga e lo placa: l’invenzione di mondi fantastici, di viaggi interplanetari, di un Dio che coincide col padre e lo guida alla scoperta del mondo, di un’infanzia felice e ricca di esperienze favolose, tra le stelle, spendendo miliardi delle monete che ha inventato, lo distaccano dalla coscienza della realtà.

Riempie i fogli in ogni spazio e prende ispirazione dalle riviste che circolano in manicomio e dai pochi testi che può consultare. Conia parole nuove, forgiandole sulla base dei termini stranieri che incontra nelle sue letture, spesso mutandone senso e significati. Inverte e sostituisce le consonanti di due parole analoghe, mostra grande sensibilità nei confronti del ritmo: spesso passa, senza soluzione di continuità, dalla prosa alla poesia, mostrando fedeltà al suono. Ha una scrittura non estranea al misticismo, pretende Dio e talvolta crede d’essere Dio. Si firma Imperatore o Beato. La lingua è definita da Morgenthaler “magniloquente, ridondante e pomposa”.



Nella terza e ultima fase, pur se ancora in isolamento, viene trasferito in una nuova camera cella, assieme a tutti i suoi scritti e ai suoi disegni. È il 1917. Diventa socievole, e mostra gentilezza nei confronti dei malati. “Le allucinazioni non sono svanite: interagisce con queste voci, litigandoci.       
Mendica mozziconi di matita e fogli di carta dappertutto. Se non ha matite colorate, scrive la sua autobiografia fantastica; se invece manca la matita nera e sta scrivendo, si serve dei pastelli colorati ì. Sente di “dover fare”: la sua è una creatività che nasce dalla percezione di “necessità”. È applicazione e disciplina, senza godimento. Non sa mai cosa disegnerà prima d’aver intrapreso l’opera: Morgenthaler scrive che “pensa con la matita”. Non ha “ispirazioni”: sostiene di aver trovato quelle immagini nei suoi viaggi nell’Universo, per ordine di Dio”.




Le sue opere sono conservate al Museo des Beaux-Arts di Berna e la sua figura è oggi curata dalla Fondazione Adolf Wölfli. Se Dio esiste, forse, lo avrà perdonato.