UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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venerdì 5 giugno 2026

GLI IRRIDUCIBILI AXEL OFFERGELD - ANTONIETTA ORSATTI

 

Antonietta ha 86 anni, Axel 80. La prima, che vive in un piccolo paese dell’Abruzzo dal nome fiabesco (Fara Filiorum Petri) ha tenuto la sua prima personale poco più di un anno, al Pigneto di Roma il quartiere più giovane e multirazziale, nel quale sembrava essere la più sveglia. Dopo aver sempre anteposto la famiglia all’arte, continua a creare, ogni giorno. Mi ha scritto via Whatsapp: “Ho appena finito un rotolo di 15 metri disegnato in tagli quadrangolari con storie diverse. Nel mio fare, mi guardo dentro e ricerco ciò di cui ho bisogno.”

Axel, che si è trasferito in Italia nel 1984, non ha mai esposto e non troverete una riga di biografia. E questo, nonostante il fatto che facesse parte del “Gruppo Zero” di Otto Piene, avesse uno studio di 250 mq e realizzasse, giovanissimo, installazioni innovative, come quella del 1971 alla Ruhr-Universität di Bochum: una parete intera, che sfida la percezione, attraverso segni di luce arancione, rosata e bianca, creati da tubi al neon, riflessi su un fondale di plexiglas giallo.      
Praticamente tutto il lavoro di quegli anni è sparito dopo un allagamento del deposito che conservava i suoi lavori. Oggi Axel conduce una vita solitaria in un residence a Roma circondato da libri d’arte, storia e filosofia. Non ha il cellulare, si mantiene con una pensione della madre patria, e lavora ogni giorno negli spazi messi a disposizione - con generosità - da una parrocchia alla Balduina. Ho dovuto insistere per intervistarlo e poterlo fotografare. La sua filosofia è racchiusa nei versi di Ungaretti che mi ha citato in una mail — unico legame tecnologico con il presente: «Lasciatemi così/come una cosa/posata/in un angolo/ e dimenticata». Anche le sue opere seguono questo percorso, non le firma, non sono datate, non hanno titolo.

 

Axel Offergeld è nato a Düsseldorf il 31 luglio 1946 e ha vissuto per anni al ritmo dei Kraftwerk e di Frank Zappa. Frequenta la facoltà di architettura alla Werkkunstschule: «Volevo fare l’architetto, ma a un certo punto decisi di diventare artista». Negli anni Sessanta respira il clima dell’Accademia di Düsseldorf, attraversata dalla presenza magnetica di Joseph Beuys («senza particolare simpatia», precisa), e incontra un giovanissimo Gerhard Richter, «un ragazzo timidissimo che arrivava dall’Est». Un’epoca mitica per la storia dell’arte, ben restituita dal film premio Oscar Opera senza autore (2018), ispirato proprio alla vicenda di Richter. A trent’anni Axel accetta un lavoro da rappresentante per un’azienda che produce cartoncino: indipendenza economica, libertà di movimento, nessun vincolo. Nasce anche un sodalizio con Ferdinand Kriwet, con cui nel 1969, a New York, documenta l’allunaggio: «ho realizzato le fotografie per il suo libro Apollo (Suhrkamp Verlag), un flop.»


Negli ultimi anni il suo lavoro ha preso un’altra direzione. Dopo aver viaggiato a lungo, sceglie l’Italia come patria elettiva e avvia un ciclo basato sulla ripetizione di un codice rigoroso, a partire dai materiali:Carta: Xuan Double Layer (patrimonio UNESCO), prodotta in Cina  Colori: Golden Acrylics, consigliati da Kremer Pigmente Dimensioni: praticamente sempre 100x140

Composizioni che potrebbero ricordare le geometrie del Bauhaus o del Neoplasticismo. Una lettura fuorviante. Axel costruisce sistemi di equivalenze: forme diverse caratterizzate da superfici perfettamente corrispondenti, cromatismi calibrati, elementi che si specchiano: “Vedi…questo triangolo ha la stessa superfice di questo, e insieme, hanno la stessa superficie di questi due rettangoli…” Un equilibrio matematico che ogni tanto inganna nella composizione con una rotazione inattesa, pur senza tradire la logica interna. Dal bozzetto passa al disegno tecnico, quindi all’esecuzione: giorni di lavoro, precisione chirurgica, segno misurabile al millimetro. Un rigore che si fa teorema, che mi piace battezzare il Postulato di Offergeld: “Ogni forma ha la superficie corrispondente a quelle che immagina il suo creatore.”       
Una vita artistica da re degli Outsiders, che oggi ha come compagna una patologia dolorosa che ne affligge il fisico, ne limita i movimenti. A dispetto di un progetto che meriterebbe di essere valorizzato, acquisito e preservato da un’istituzione, italiana o tedesca, prima che il tempo lo disperda. Come magari vorrebbe Axel.

  

Diversa, quasi apodittica, la storia di Antonietta Orsatti.

«Sono una persona qualsiasi», mi disse accogliendomi nella sua casa-studio. Aveva 84 anni, e con la sua prima mostra alla “Galleria Lettera E” di Roma dava finalmente forma a un percorso nato in gioventù, quando convinse la famiglia a lasciarla studiare arte prima a Chieti, poi all’Accademia di Belle Arti di Roma.     
Al suo ritorno, il verdetto: «Adesso che ti sei divertita, sposati». E così fece, ritagliando per l’arte gli scampoli di tempo rubati alla vita domestica, al marito, ai quattro figli — uno dei quali, Andrea Iezzi, non a caso, sarebbe diventato storico dell’arte. «Mentre lavavo i piatti pensavo a come realizzare quello che avevo in testa. Per me il movimento delle mani è necessario per pensare», racconta. La notte, dopo aver messo i figli a dormire, si chiudeva nella rimessa e lavorava.


Nata a Casacanditella (Chieti) nel 1940,
la sua vita si svolge nel cosiddetto “Quadrilatero di Michetti”, tra paesi rarefatti e diramazioni rurali, dove negli anni Sessanta passavano poche auto, si coltivavano cipolle bianche e il dialetto somigliava a quello evocato da Donatella Di Pietrantonio ne L’Arminuta. Al piano terra di casa appende studi di nudo, eredità degli anni di via di Ripetta. Poi vira: scolpisce la pietra della Maiella con mazzetta e scalpello; modella i foratini prodotti dalla fornace del marito, lavorandoli ancora freschi per poi farli cuocere di nuovo, trasformandoli in piccoli teatrini architettonici; dipinge su lenzuoli grandi come pareti. Nessuna opera somiglia a un’altra: «Non riesco a ripetermi, mi sentirei male».

 

Come ha scritto il curatore Paolo Cortese: «L’impeto creativo viene ritmato da costruzioni geometriche rigorose. La narrazione popolare entra nei suoi album, tra collage, disegni, oggetti trovati, fogli di ogni formato». Con la maturità arriva la folgorazione del cartone — di recupero, sempre — ritagliato, assemblato, colorato. È la sua stagione più libera, finalmente emancipata dalle scorie accademiche. Seguono i monumentali Cartocci: coni di stoffa gessata e dipinta, forme arcaiche che riecheggiano lu scartozz, il cartoccio di pasta che, da figlia di pastai, preparava da ragazza. Antonietta Orsatti, ci invita a guardare il mondo da una fessura: dove la forma sfugge alle regole, ma trova un’altra verità. Come ricordava Joseph Beuys: «anche sbucciare una patata può essere arte, se fatto con consapevolezza». Perché il gesto creativo è inscritto nelle biografie. Basta accorgersene.


Irriducibili? Sicuramente.

Antonietta e Axel non si conoscono. Eppure, sembrano dialogare.
Lei espande, stratifica, ammassa, libera. Lui sottrae, ordina, verifica, misura come un maestro rinascimentale.     
Entrambi, però, fanno la stessa cosa: non si arrendono all’idea che l’arte abbia una scadenza e una committenza. Lavorano ancora, ogni giorno, in silenzio.
Costruiscono una capsula del tempo. Prima o poi qualcuno la aprirà.

 




 

 


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