UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




sabato 9 maggio 2020

IN UN MONDO PICCOLO E FORSE PARALLELO. FRANK KUNERT.


Frank lavora con calma. In maniera analogica, ricostruendo con cura maniacale mondi immaginari, con la pazienza di un miniaturista. Crea modelli perfetti, vere e proprie sculture civili, poi le fotografa, sempre in maniera analogica, e non effettua correzioni digitali, creando una ulteriore barriera/diaframma tra l’occhio dello spettatore e la realtà apparente.

Un approccio surreale a un mondo privo di essere umani, realizzato solo per dettagli, che devi comprendere leggendo spesso con calma l’immagine. Un surrealismo del quotidiano che affascina e che permette ai suoi libri privi di parole, di essere venduti in tutto il mondo. Frank Kunert, classe 1963, è nato a Francoforte sul Meno e opera nella fotografia dal 1991 raggiungendo un successo internazionale con il volume “Small Worlds”.









Interessante è il fatto che i “Diorami” un'ambientazione in scala ridotta che ricrea scene di vario genere siano nati in Italia all’inizio del XIX sec., per opera del geologo e ornitologo Paolo Savi, e conservati presso il Museo di Storia Naturale e del Territorio di Calci (Pisa). Ma l'inventore più noto e accertato è invece stato un fotografo, e chi se non Louis Daguerre, che costruì i primi diorama moderni nel 1822-27, avvalendosi del pittore Hippolyte Sebron per gli sfondi e le ambientazioni sceniche. Così possiamo dire che siano nati insieme alla fotografia e ora si siano nuovamente incontrati.
daguerre diorama dinamico
Diorama di battuta di caccia al cinghiale, realizzato da Paolo Savi nel 1824, Museo di Storia Naturale e Calci.













venerdì 1 maggio 2020

OSCAR GHIGLIA. UN PITTORE GRANDE GRANDE.

“In Italia non c’è nulla, sono stato dappertutto. Non c’è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c’è Ghiglia.C’è Oscar Ghiglia e basta”

Amedeo Modigliani, raccontato da Anselmo Bucci





Quindi c’è un grande artista che pochi citerebbero all'impronta, e che conoscono veramente.  Ma vi sfido a fare due cose: 1) googolare sulle sue immagini 2) vedere una sua opera dal vivo, per capire che è stato uno dei maestri del primo novecento, uno di quelli dotati del dono dell’inespresso, che riesce a distinguersi e a prevalere tra altre opere di genere, magari di medesimo soggetto.
Carezza i colori e con essi le figure e gli oggetti.

Oscar nasce a Livorno nel 1876, e nella sua città natale iniziò a frequentare l’ambiente artistico da autodidatta conoscendo Amedeo Modigliani, che evidentemente si stupì di quel talento naturale. Nel 1900 Ghiglia si trasferisce a Firenze, dove prese una stanza in affitto proprio insieme ad Amedeo, più vecchio di qualche anno di lui, e su consiglio di Giovanni Fattori, che insegnava all’Accademia di Belle Artifi, si iscrive alla Scuola Libera del Nudo.        Ma è anche l’amicizia con Modigliani, che rimarrà sempre in contatto con lui, a lasciare l’ambito provinciale e a scoprire l’arte europea di quegli anni. Nel 1901 esordisce alla Biennale di Venezia e ottiene un successo.

Grazie a queste relazioni avviene l’incontro con Ugo Ojetti, e con Gustavo Sforni, collezionista di Cézanne e Van Gogh, che divenne il mecenate di Ghiglia per molti anni - offrendogli un compenso annuale con cui si garantiva il diritto di prelazione su tutta la sua produzione che inizia a essere di qualità assoluta. Di fatto intuisce suggestioni molto lontane dal suo ambiente creando una decina di opere che considero, piccoli, capolavori, intimisti, caratterizzati da una pittura pastosa. Giovanni Papini coglie questa evoluzione stilistica, che porta il pittore a «rappresentare esteriormente non cose ed oggetti, ma una emozione, uno stato d’animo per mezzo di semplici e comuni figure». Per un lungo periodo Ghiglia abbandona l’attività espositiva e si ritira a Castiglioncello. Scrive Federico Poletti: “Sono anni in cui la ricerca di Ghiglia verte soprattutto intorno alla pittura d’interni e alle nature morte, composizioni in cui le forme, nitidamente scandite - secondo la lezione di Cézanne appaiono esaltate dall’uso di colori brillanti. Il progressivo allontanamento dal naturalismo post-macchiaiolo lo conduce verso quegli effetti di “iperrealismo” che ne fanno un precursore delle atmosfere immobili del “realismo magico”. Gli anni del Futurismo lo vedono appartato. La sua ultima partecipazione a una mostra fu in occasione della Seconda Quadriennale d’Arte Nazionale 1935. Muore nel 1945. Era padre di Paulo Ghiglia, e di Valentino Ghiglia, entrambi pittori.
Carissimo Ghiglia, 
... e questa volta rispondi, a meno che il peso degli allori non ti aggravi la penna. Leggo adesso nella Tribuna l'annunzio della tua accettazione a Venezia: Oscar Chiglia, Autoritratto. M'immagino quell'autoritratto di cui mi parlasti e a cui già pensavi da che eri a Livorno. Mi rallegro molto e molto sinceramente. Crederai che questa notizia mi ha scosso! lo son qua a Capri (un luogo delizioso, tra parentesi) a far la cura... E son quattro mesi adesso che non ho concluso niente, che accumulo materiali. Prestò andrò a Roma, poi a Venezia per l'Esposizione... faccio l'inglese. Ma verrà anche il momento di sistemarmi a Firenze probabilmente e di lavorare... ma nel buon senso della parola, vale a dire dedicarmi con fede (testa e corpo) a organizzare e a sviluppare tutte le impressioni, tutti i germi d'idee che ho raccolto in questa pace, come in un giardino mistico. Ma parliamo di te: ci siamo lasciati nel punto più critico del nostro sviluppo intellettuale e artistico e abbiamo camminato per due vie diverse. Vorrei ritrovarti adesso e parlarti. Non pigliare questa lettera come una congratulazione volgare, ma come testimonianza dell'interesse sincero che piglia per te l'amico. Modigliani





Ojetti nello studio

Ritratto di Llewelyn Lloyd


GIGLIA: VEDERE DAL RETRO

Isa Ghiglia alla toilette, o anche "Isa vista da dietro" 1910 c.a. 
è un quadro emblematico.


"Il soggetto "Donna allo specchio" aveva per lui una grande attrattiva e varie cose eseguì su questo motivo. Il ripetersi del soggetto non lo turbava, che sapeva dare ad ognuno nuove impronte di luce e di vita". (dal diario della moglie Isa.
Lei è vista da dietro seduta alla toilette e l'amore immutato dell'uomo porta l'artista a vederla ancora come la sua giovane sposa, ma lo specchio brutale ed inflessibile rimanda il volto di una donna segnata dal tempo. Il quadro è costruito con sapienti successioni di piani ed eccitanti accostamenti di forme, luci e colori. In primo piano risplende il panno di un rosso vinato percorso da luminose pieghe color di rosa. Dietro spicca la veste candida della donna, mentre la nuca bruna di lei contrasta con il vetro translucido ed i fiori del piccolo vaso. Su un piano ancora più arretrato si affaccia dallo specchio ... 
(Paolo Stefani, Oscar Ghiglia e il suo tempo).







lunedì 30 marzo 2020

FRANZ JANSEN. OGGETTIVAMENTE BRAVO

Autore scoperto su un blog di raro pregio a cui non sarò mai sufficientemente grato come Weimar Blogspot, fermo da qualche anno, da cui ho attinto questi dati.
Franz Jansen (1885-1958) è stato uno degli artisti meno noti dell'era di Weimar. Come i suoi più famosi contemporanei George Grosz e John Heartfield, è stato principalmente impegnato in temi sociali e politici, con l'obiettivo di svelare le ingiustizie del regime di Weimar, poi travolti dalla storia.



Franz Jansen nasce a Colonia. Studia architettura a Vienna, quindi viaggia in tutta Europa, prima di tornare a Colonia nel 1911. L'anno successivo entra a far parte della Secessione di Berlino e tiene importanti esposizioni. Nel 1918, scrive il manifesto intitolato "Espressionismo" per attaccare la tendenza dei critici e degli storici dell'arte ad affrettarsi a etichettare rapidamente movimenti come futurismo, cubismo ed espressionismo, chiamandolo "l'estetica del tè alle cinque".
Dal 1918 al 1925, collabora con rivista politica Die Aktion. Nel 1927 e nel 1929, partecipa a due mostre dedicate al movimento Neue Sachlichkeit, - Nel 1937 il governo nazista confisca 157 delle sue opere dai musei di tutto il paese. Arruolato nell'esercito, e dopo la guerra, continua a esporre le sue opere fino alla sua morte, avvenuta nel maggio del 1958 a Büchel.
 


lunedì 23 marzo 2020

TELEGRAMMA: MARUJA MALLO

Maruja Mallo (Spagna, 1902-1995) è stata  una delle figure più importanti della generazione intorno al '27 precedente alla Guerra Civile. Un'artista rivoluzionaria, che faceva parte dei movimenti d'avanguardia a Madrid insieme ai grandi nomi del momento, come Dalí, Alberti, García Lorca o Ramón Gómez de la Serna. Dopo lo scoppio della guerra civile, Mallo andò in esilio in America Latina, del quale espresse atmosfere e suggestioni. Poi, mano a mano, cadde nell'oblio.

lunedì 2 marzo 2020

FEDERICO SENECA DAL BACIO AL PITTOGRAMMA


Federico Seneca è stato uno dei più importanti cartellonisti pubblicitari italiani, ma come vedrete, non solo. Nato a Fano nelle Marche nel 1891, studia disegno al Regio Istituto di Belle Arti di Urbino fino al 1911,

Si trasferisce quindi a Milano, dove incontra Marcello Dudovich, la grande stella del tempo. Scoppia la prima guerra mondiale e viene arruolato prima negli alpini e successivamente diventa pilota di aereo, volando anche sugli idrovolanti.

Finita la guerra dal 1919 inizia a collaborare con la Perugina e la Buitoni, che da allora avranno il suo tocco ineguagliabile, essenziale, modernista e vagamente cubista. Interessante anche il suo metodo, che porta spesso a trasformare le illustrazioni in elementi 3D per verificarne l’efficacia. E’ il momento nel quale nasce il famoso “bacio” dei baci Perugina che ha unito generazioni di italiani. Uno stile inconfondibile, che privilegia le tinte piatte e il contrasto di colori, dove battezza un timbro di giallo che adoro letteralmente.



Nel 1933 lascia Perugia e apre un proprio studio a Milano, e lavora fino al 1935 per Italrayon, Fiat e Cinzano. Dopo la pausa bellica riprende a operare negli anni ‘50, occupandosi delle campagne pubblicitarie di Agipgas, Pibigas, Energol, Lane BBB e nuovamente Cinzano. Ritiratosi, muore in Brianza nel 1976.







L’INVENZIONE DEI PITTOGRAMMI

Bellissimo anche il lavoro che fa con i pittogrammi, immagini che sintetizzano parole o concetti, come le discipline olimpiche, sintetizzate dai pittogrammi dal 1968.
Possiamo dire che li crea. 





LA STORIA DEL BACIO

Il Bacio Perugina inventato nel 1922 da Luisa Spagnoli doveva chiamarsi “Cazzotto” perché ricordava le nocche di una mano chiusa. Fu però Giovanni Buitoni, giovane amministratore della Perugina (e amante della Spagnoli) che cambia il nome del dolcetto in un più romantico “Bacio”, modificandone la forma. Il colpo da maestro lo fece però  Federico Seneca, pittore, direttore artistico della Perugina che inventa la coppia di amanti su sfondo blu, ispirandosi al celebre Bacio di Hayez alla Pinacoteca di Brera modificando la posizione della figura femminile inducendo un senso di maggiore intimità.





sabato 29 febbraio 2020

GEORGE PAPAZOV IL SURREALISTA CHE HA DATO IL NOME A UN’ISOLA


George Papazov (1894-1972) e Nicolay Diulgheroff (1901-1982) sono gli unici bulgari che hanno lavorato nell'epicentro dello sviluppo dell'arte moderna in Europa nei primi decenni del XX secolo. Anche se in Bulgaria era fervida l'attenzione alle avanguardie.
Papazoff come rappresentante del surrealismo, con cuore diviso tra Sofia e Parigi,  Diulgheroff - cavaliere del futurismo a Torino, e poi dimenticato. Ma solo George ha avuto il privilegio di vedere dedicata al suo nome una isola Antartica, la George Papazov Island, credo la massima cosa surrealista che un surrealista si sarebbe immaginato. I due, però entrarono ben presto in contrasto, e quando George in una mostra a Milano nel 1934 venne chiamato “il Futurista Bulgaro” si incazzò, perché trovava troppo piccole le etichette per la sua arte e troppo invadente il ruolo di Marinetti.
 

 
A Parigi, George diventa famoso e lavora a stretto contatto con i primi surrealisti, con Joan Miró, Max Ernst e Pablo Picasso, sino a chiedere la cittadinanza francese. 
L'approccio di Georges Papazov è l'esplorazione degli spazi vuoti, la meditazione e il viaggio spirituale. Crea composizioni geometriche astratte illuminate da tonalità al neon che mistificano. Paradossalmente è una pittura che supera il surrealismo e anticipa le tendeze di una trentina d'anni.
Muore il 23 aprile 1972, a Vence sulle Alpi marittime, dove si era ritirato. Se vi piace, sappiate che meno fortunato degli altri colleghi, si può acquistare per poche migliaia di euro.










Nicolay Diulgheroff, l'amico nemico