LE IMMAGINI E GLI AUTORI MENO VISTI DEL '900. LE STORIE MAI RACCONTATE.
UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO
Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.
Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.
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lunedì 22 luglio 2019
martedì 9 luglio 2019
NATO DOPO. ROBERT HOPPE UN MAESTRO DELL’ART POST DECO
L'artista, che viveva tra new York e Los Angeles, era stato incaricato di disegnare poster per il centenario di Hollywood e il 75 ° anniversario della Paramount Studios. Nasce così un ciclo memorabile.
Pittore, scultore e scenografo,
Hoppe ha ricevuto un Desi Award in graphic design e un Emmy per il design
scenico, realizzando il poster per il film "A Chorus Line".
Non imita semplicemente l’art deco
degli anni ruggetti, ma la esalta perché
ne ha compreso la grandezza e ne omaggia
il mito. Con uno stile che, in effetti, contiene tutti gli stileli degli anni
’80.
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giovedì 27 giugno 2019
RUDOLF WACKER. IL SILENZIO DEL LAGO
A Bregenz, sul lago di Costanza, dove in pochi metri si specchiano Germania, Austria e Svizzera, ogni anno si svolge il Bregenzer Festspiel, un festival visionario per il quale si erigono su un palco galleggiante gigantesche scenografie, appuntamento immancabile per gli occhi e per l’anima, iniziato nel dopoguerra, che sarebbe piaciuto da impazzire a Rudolf Wa- cker, nato nella città austriaca nel 1893. Ma Rudolf, come tanti artisti della sua generazione, non ha potuto vederlo, morto per un attacco di cuore dopo un interrogatorio della Gestapo. Un nome scivolato nel lago, dopo una vita intensa e sfortunata, che ancora oggi in Italia non ha pagine dedicate o citazioni.
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Due teste
(1932), Vienna, Belvedere. |
Figlio di un architetto, Rudolf vorrebbe fare il pittore, ma non viene ammesso alla Accademia di Belle Arti, e allo scoppio della prima guerra mondiale è arruolato e inviato sul fronte polacco. Catturato dall’esercito russo, passerà così cinque terribili anni di prigionia nel campo di Tomsk, in Siberia, racco tando la sua esperienza nei “diari”, andati dispersi.
Nel 1922 sposa Ilse Moebius, che ritrae numerose volte, e torna nella città natale, intraprendendo un suo percorso verso la Nuova oggettivi- tà (Neue Sachlichkeit), con uno sti- le assolutamente riconoscibile che porta le deformazioni visive espres- sioniste a ricomporsi in una forma “congelata” e “analitica” del tutto personale. Le sue opere, nature morte e ritratti, non incontrano alcun suc- cesso, tanto che si guadagna da vivere come può, facendo il grafico e l’illustratore. Nel 1926 è tra i promotori dell’associazione di artisti Der Kreis (Il cerchio), stringendo una forte amicizia con il pittore svizzero Adolf Dietrich. Ha un unico figlio, Romedius, e nel 1934 la sua carriera raggiunge l’apice quando partecipa alla 19. Biennale di Venezia. Il cielo diventa però cupo con l’avvento del Partito nazionalsocialista. Dal 1936 al 1938 lavora come docente di disegno dal vero presso la scuo- la professionale di Bregenz, ma gli è sempre più difficile esporre. Apertamente contrario alla politica culturale nazista, viene notato dalla polizia segreta durante una manifestazione pacifista. Appaiono sospetti anche il suo soggiorno in Russia e lo stile artistico che lo caratterizza.
Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938, Rudolf entra nel mirino della Gestapo. Nel corso di un rastrellamento ha il primo infarto, causato anche da una condizione fisica minata dagli stenti della prigionia. Convocato per un controinterrogatorio, e nuovamen- te percosso, ha il secondo attacco di cuore. Morirà poco dopo in casa dei suoi genitori a Bregenz.
sabato 8 giugno 2019
INCONTRO SU ENRICO ACCATINO. CHIUDE LO STUDIO DI ENRICO ACCATINO. RIPARTE UN PROGETTO.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea i Roma presenta un incontro dedicato a Enrico Accatino, occasione
non solo per approfondire il percorso dell’artista ma anche per introdurre un
dibattito su una questione delicata e attuale, ovvero il destino di un
bene come quello di uno studio d’artista e le ragioni coinvolte nella sua
tutela.
Chiude
a Roma a Via Agri, al quartiere Trieste, lo studio del Maestro Enrico Accatino (Genova 1920 – Roma 2007) pittore,
scultore, innovatore dell’arte tessile e teorico dell’educazione artistica in
Italia, passato dal figurativo all’astrattismo negli anni Cinquanta, protagonista
di una produzione durata quasi settant’anni. Una chiusura dettata da una serie
di allagamenti e da un contenzioso legale che ha impedito agli eredi, lasciati
soli dalle istituzioni, di proseguire il progetto culturale avviato alla morte
del padre, non ha frenato loro dal farsi carico di aprire un nuovo spazio per
la conservazione e la catalogazione delle opere. Da questo nuovo impulso, lo
studio rinasce oggi con un progetto di valorizzazione in preparazione del 2020,
ricorrenza del centenario della nascita dell’artista, all’interno del quale la
famiglia Accatino condividerà con il museo parte dell’Archivio. Quando uno studio consegna le chiavi in segno
di resa, si riaffaccia la circostanza giusta per fare il punto sulla situazione
che accomuna ogni Studio d’Artista, eredità culturale che non sopravvive,
tranne in casi eccezionali, ai propri artefici, e ritorna necessario parlare
del riconoscimento di quello status di valore immateriale (universitas rerum) che, di fatto, non è ancora espresso nella realtà dei fatti.
Con
la partecipazione degli storici dell’arte Giuseppe
Appella e Claudio Strinati, già
Soprintendente per il Polo Museale romano dal 1991 al 2009, di Marcella Cossu, storica dell’arte della
Galleria, e del figlio Alfredo Accatino,
autore del volume Outsiders, con il
contributo video NERO del regista
Mario Greco, che ha filmato la chiusura dell’atelier.
Evocativo
in questo senso è la pagina di diario che il figlio Alfredo ha trovato tra gli
appunti di Enrico: “Cosa farò tra qualche
anno? Quando sarò così vecchio da non potere più esprimere i miei sogni? Lo
ignoro. Ma so che solo nel mio studio sono stato (e sarò) veramente a mio agio.
Nella mia casa. E mi piacerebbe, come certi animali, rinchiudermi per sempre
nella tana. O sparire, un giorno, allontanandomi dalla capanna, come certi
sciamani.”
Enrico Accatino, nato a Genova nel 1920, è stato allievo di Felice Casorati prima di
diplomarsi all’Accademia di Belle Arti di Roma e partire per la Francia.
Figurativo, attivo su tematiche di etica sociale, e poi di rigorosa tematica
espressiva, nel 1953 si aggiudica il Premio Marzotto e inizia il percorso di
avvicinamento all’astrattismo, che esplorerà con ogni tecnica espressiva,
divenendo il promotore dell’arte tessile in Italia. Teorico dell’educazione
artistica, è stato autore di pubblicazioni fondamentali per la definizione
della nuova disciplina, partecipando negli anni ’60 a circa 400 puntate di trasmissioni
televisive come “Telescuola” e “Non è mai troppo tardi”. Due sue opere fanno
parte della collezione della Galleria Nazionale.
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| ENRICO ACCATINO NEL SUO STUDIO NEL 2006, POCHI MESI PRIMA DELLA MORTE |
giovedì 25 aprile 2019
MARIA BLANCHARD “LA STREGA”. DAL CUBISMO AL RITORNO ALL'ORDINE.
Provate a immaginare di
prendere una colonna vertebrale e di incurvarla a forza in avanti, e poi,
ancora, di lato, come se voleste strizzare un panno bagnato. E, poi, congelarla
nel tempo.
Ecco, questo è quello che
succede a chi viene colpito da un’alterazione morfologica chiamata cifoscoliosi. In mancanze di cure
adeguate comparse solo negli ultimi decenni, camminare diventa penoso, avverti dolori
in tutto il corpo e con l’avanzare dell’età iniziano problemi respiratori e
cardiaci. Questa è la malattia che Maria si porta dietro di sé, come una
condanna, sin dalla nascita, causata forse da una caduta accidentale della
madre in gravidanza.
María Gutiérrez Cueto (1881,
Santander), è spagnola da parte di padre, e franco-polacca da parte di madre, anche
se trascorrerà metà della sua vita a Parigi, per divenire una grande, misconosciuta,
protagonista delle avanguardie.
Un talento cristallino, superiore
a quello di molti altri pittori cubisti della sua generazione, come Albert
Gleizes, Auguste Herbin, Louis Marcoussis, Jean Metzinger. Sicuramente la
maggiore interprete femminile rispetto alle altre donne del movimento come
Sonia Terk Delaunay, Alice Halicka de Marcoussis, Marie Laurencin.

Sin da bambina è la vittima
ideale dei compagni di scuola, che la bullizzano e che la chiamano “Bruja” (la Strega)
per la basse statura, e perché, per camminare, è costretta a usare il bastone. Il
dolore fisico e morale, sarà infatti una presenza costante della sua vita, ma
sarebbe errato fermarsi a questo per cercare di inquadrarla, come emerge dalle
sue lettere all’amico Andrè Lhote, cariche di ironia, grinta, voglia di vivere.
E come sottolinea María Jose Salazar, Conservadora del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid nel catalogo
della mostra che ha ripresentato al mondo la sua opera: “Anche se è vero che il
suo aspetto è stato un fattore determinante nella sua esistenza, il suo
carattere forte e ostinato le ha fatto guadagnare il rispetto dei colleghi, che
la hanno sempre trattata alla pari, in un ambiente che all’epoca era comunque dominato
culturalmente dagli uomini. Molti dei suoi contributi artistici sono stati però
dimenticati per il fatto che alla sua morte, sebbene avesse rapporti con
importanti gallerie in Francia e in Belgio, tutte le sue opere furono ritirate
dalla famiglia d’origine. Così da rendere difficile diffondere il suo lavoro,
condannandolo a un lungo periodo di oscurità.”
Il padre, giornalista e
direttore del periodico Atlantico, che
proviene da una famiglia dove arti e lettere sono di casa, nota la sua naturale
predisposizione e la sprona a disegnare e a entrare nel 1903 alla “Real
Academia de Bellas Artes de San Fernando” dove studia sotto Manuel
Benedito ed Emilio Sala che le insegna la "precisione"
e quell’“esuberante uso del colore" che saranno elementi caratterizzanti delle
sue prime composizioni, tanto che di lei Diego Rivera, scriverà addirittura:
"Nessun colorista del nostro tempo la supera.”
Il padre,
che grande importanza avrà nella sua vita, muore purtroppo nel 1904 e solo
grazie a una borsa di studio assegnata nel 1908 dal Comune di
Santander che Maria può continuare la sua istruzione artistica all'Academie
Vitti a Parigi, sotto gli insegnamenti di Kees van Dongen.
Siamo nell’anno precedente
allo scoppio della prima guerra mondiale ed entra a far parte della “Section d'Or”, associazione di pittori e
critici d'arte che si identificano in un ramo del cubismo noto come orfismo, termine coniato dal poeta francese
Guillaume Apollinaire.
L’arte in un certo senso la
affranca, le permette di escorcizzare le sue angoscie, ma anche di frequentare
persone libere mentalmente, in uno dei momenti più straordinari del ‘900,
stringendo amicizia con Diego Rivera (che probabilmente lei ama, non
ricambiata), Jacques Lipchitz, André Lothe. Ma soprattutto Juan Gris, il
pittore cubista spagnolo con il quale condividerà i principi estetici, il suo
approccio analitico.
Nel 1914, allo scoppio del
primo conflitto mondiale, Maria lasciò Parigi per fare ritorno a Madrid, nella
casa della madre, dove allestì uno studio che poi divise con alcuni degli
artisti conosciuti in Francia. Nel 1915 le sue opere furono presentate a
un'esposizione organizzata dallo scrittore Ramón Gómez de la Serna al Museo de Arte Moderno di Madrid, Los pintores íntegros (artisti verticali).
Fu poi contattata per insegnare arte a Salamanca, ma delusa dall'esperienza
dopo una serie di incomprensioni, nel 1918 decise di trasferirsi -
definitivamente a Parigi, buttando il cognome Gutiérrez nella Senna per diventare
per tutti solo Marie Blanchard.
Storici come Waldemar
George e Maurice Raynal sottolineano tuttavia il forte carattere ispanico che
emerge nell’uso dei toni del verde, del nero e del marrone, che prosegue
nell’evoluzione del suo lavoro, dalle composizione figurative inziali, per poi
passare alla fase cubista, sino al “ritorno all’ordine” del secondo periodo
parigino, che la riporta verso uno stile figurativo in cui mantiene la
grammatica analitica, mentre la composizione volumetrica e luminosa la avvicina
alle opere di Cézanne. Anche se esprime con il passare del tempi, sempre più spesso
la solitudine, la perdita, il desiderio, la frustrazione per l'impossibilità di
essere madre, come nelle maternità, o nella toccante tela “Prima comunione”
1914-20.
A Parigi viene supportata economicamente
dall’amico e mecenate Fank Flausch (1878-1926), ma dopo una serie di mostre
tenute in Francia alla Galleria L'Effort Moderne e al Salon des Indépendants e la mostra promossa nel 1921 dal Society of Independent Artists a New
York, la richiesta delle sue opere aumenta. Un successo illusorio, che dura
pochi anni.
Nel 1926 muore Frank
Flausch, l’anno dopo, a soli quaranta anni, l’amico Juan Gris per una crisi renale conseguenza di problemi cardiaci, e Marie cade in uno stato
di depressione, per uscire dalla quale si riavvicina alla religione. Pensa
addirittura di farsi monaca e di chiudersi in un convento. La sorella Carmen e
i nipoti vengono a vivere con lei a Parigi, alleviando la sua solitudine, ma
peggiorando la sua già fragile situazione finanziaria.
Riprende a dipingere, ma la
salute subisce un ulteriore peggioramento causato dalla Tubercolosi,
allonantandola questa volta per sempre dal lavoro.
Muore il 5 aprile 1932 a
Montparnasse all'età di 51 anni.
Toccante il discorso “Elegia
a Maria Blanchard” con cui Federico Garcia Lorca volle celebrarla all'Ateneo
di Madrid nel 1932, a pochi mesi dalla morte:
»(...) La
lotta di Maria Blanchard era dura, aspra, nodosa, come un ramo di quercia,
eppure non mostrò mai risentimento, ma al contrario, fu sempre dolce, pia e
vergine. Ha sopportato la pioggia di risate che ha causato, involontariamente,
il suo corpo, da buffone d'opera, e le risate che le sue prime mostre hanno provocato…
»(...) Il
combattimento tra angelo e il demonio è stato espresso matematicamente nel tuo
corpo.
(...) Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale.
(...) Strega e fata, tu eri un esempio rispettabile di lacrime e chiarezza spirituale.
(...) Ti ho sempre chiamato “gobba” e non ho
detto nulla dei tuoi occhi belli e pieni di lacrime, con lo stesso ritmo con
cui il mercurio sale attraverso il termometro, né ho parlato delle tue mani magistrali.
(...) Gli uomini capiscono le cose poco e io
ti dico, María Blanchard, come amico della tua ombra, che hai i capelli più
belli che siano mai stati visti in Spagna. "

mercoledì 24 aprile 2019
lunedì 22 aprile 2019
MELA MUNTER. UNA MELA AL GIORNO FA BENE AL CUORE.
Mela Muter è stata il primo
pittore ebreo professionista in Polonia, anche se ha vissuto la maggior parte
della sua vita in Francia e la sua pittura ricorda, ma non imita, a volte
precede, il talento e il segno stilistico di Oskar Kokoschka, Fausto Pirandello
e Lucien Freud. Che sembrano shakerati e ricostruiti sulla tela con uno stile,
che una volta che impari a riconoscere, non ti sbagli più. Con alcuni artifici
che lei porta a divenire il proprio personale “codice visivo”, disfacendo la
materia sotto la luce, portando le figure a composizioni che appaiono sempre
fuori asse, squintate, quasi mai ortodosse. E i suoi ritratti non ti
guardano mai, con occhi che sembrano fatti di vetro trasparente. O che guardano al di là di te, e ti lasciano a disagio.
Muter
è lo pseudonimo di Maria Melania Mutermilch (26 aprile 1876 - 14 maggio 1967), la
figlia di Fabian Klingsland, ricco mercante ebreo di Varsavia, in una famiglia
amante delle arti, che vede suo fratello Zygmunt Klingsland divenire
diplomatico e critico letterario. Studia musica, si diploma al liceo e studia
pittura, ma si sposa a 23 anni con Michał Mutermilch e ha un figlio. Con lui si
trasferisce a Parigi nel 1901 continuando i suoi studi all'Accademia Colarossi e all'Académie
de la Grande Chaumière. Nel 1902, inizia a esporre al Salon di Parigie al Salon des Independants, e infine anche in
Polonia, riscuotendo successo. Muter diventa una famosa ritrattista a Parigi e
collabora con la rivista francese Clarity,
divenendo uno dei primi membri noti del gruppo La Scuola di Parigi. Il
matrimonio con il marito va in crisi, ha una relazione con lo scrittore francese Raymond Lefebvre
e alla sua morte si avvicina al cristianesimo facendosi battezzare nel 1923. Nel
‘24 muore anche suo marito, e cade in depressione, due anni perde anche lo
scrittore Rainer Maria Rilke al quale era molto legata. Muter divenne cittadina
francese nel 1927. Diventò membro della National
Society of Fine Arts e della Society
of Modern Artists Women.
Durante
l'occupazione tedesca della Francia, Mute si nascose nel sud della Francia. A
causa della progressiva perdita della vista smette prgresivamenbte di
dipingere, e recpera in parte la vista grazie a un’operazione di cataratta nel
1965.
Muter è morta nel suo studio a Parigi all'età di 91 anni nel 1967 ed è ora sepolta nel cimitero parigino di Bagneux.
Muter è morta nel suo studio a Parigi all'età di 91 anni nel 1967 ed è ora sepolta nel cimitero parigino di Bagneux.
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