UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 8 ottobre 2018

BARBIE SI CHIAMAVA LILLI ED ERA TEDESCA

Lilli è magra, ha i fianchi stretti, i seni a punta, i capelli sempre in ordine, con un fiocco malizioso. Indossa minipantaloncini e gonne strette sul culetto, a volte pantacollant. E lo fa ad arte, perché è furba e intelligente, e le serve per sedurre ricchi possidenti. Ed è tedesca.


 

 


Il fatto curioso è che Lilli, magari, è rinata poco dopo in un altro continente con il nome Barbie, in forma sicuramente più edulcorata. Lilli è infatti la stella della striscia comic BILD LILLi disegnata da Reinhard Beuthien, per la testata di Amburgo Bild-Zeitung, letta quasi solo da uomini. Lei stuzzica così tanto che lanciano addirittura una bambola con le sue fattezze. Nel 1953 esce il kit della bambola in scatola, che ha tanti ricambi, ma viene definita dal The New Yorker come “la bambola del sesso”. Ha la testa e le braccia staccate dal corpo (proprio come le Barbie) realizzata in due versione, 3 cm e 18 cm.
Il problema (e lìopportunità) è che piace alle bambine, che iniziano a comprarla, e mentre i papà si divertono a spogliarla, loro le vestono.


The original Barbie (left), compared with Bild Lilli.

Questa la premessa. Poi succede questo.
Ruth Handler passa per Amburgo, compra alcune bambole e le porta a casa.
Nel 1959 viene presentata alla Toy Fair di New York il 9 Marzo del 1959 una bambola di nome Barbie.
Traetene voi le conseguenze. Perché poi, alla fine la Germania ha perso, l'America ha vinto.





Ruth Handler e le sue Barbie

LE BARBIE NERE. TUTTO SI EVOLVE.




ASIAN BARBIE

 KEN TRASGENDER



ELIO LUXARDO. DAL GLAMOUR AL CORPO ESTREMO un re della fotografia

Una famiglia di fotografi, i Luxardo, che da Santa Margherita Ligure vanno in Brasile in cerca di fortuna, poi tornano  a Pisa, ma che avranno il loro destino a Roma. E’ lì, infatti, che il giovane Elio Luxardo 1908, nato in Brasile, apre uno studio fotografico in uno scantinato, ma ha poi la fortuna di lavorare per Sem Bosch, fotografo della Casa Reale da cui rileva lo studio pochi mesi dopo diventando il re dei fotografi romani. Inventa anche una promozione che propone alla Rinascente: gli sposi che acquistano una camera da letto hanno in omaggio una foto ricordo di Elio Luxardo.




Nel 1934 si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove compie un salto in avanti nel taglio e nella sapienza delle luci, e conosce attori e registi che poi diventeranno i suoi clienti nel mitico studio di via del Tritone 197.

Rinunciato alla carriera di regista, aiutato dai fratelli, si divide tra il mondo dello spettacolo e della aristocrazia, innovando anche nel ritratto più tradizionale. Da lui passeranno tutti, ma veramente tutti. Ma poi, travolto dalla guerra all’arrivo degli americani scappa da Roma con la moglie e collabora con la X Flottiglia Mas.

Nel dopoguerra e negli anni cinquanta, scontata la sua appartenenza repubblichina, torna a essere una star, collabora ancora una volta con le riviste alla moda, e inizia anche una collaborazione pubblicitaria con il marchio Ferrania, per il quale crea la “donnina sexy” dei cartonati. Muore a Milano il 27 novembre 1969. Nello stesso anno la moglie chiude lo studio di Corso Vittorio Emanuele e cede alla Fototeca 3M Italia l’archivio.

 Se è sempre elegante, sono i suoi studi di nudo, soprattutto maschile dei capolavori assoluti, a sparigliare le carte e a stupire. Realizzati cinquanta anni prima della ricerca di Mapplethorpe. Una ricerca della fisicità che nasce dal suo passato di Atleta, e poi scultore. e dai reportage e documentari sullo sport realizzati da ragazzo. E’ un ciclo straordinario, prodotto in studio negli anni trenta, dove il gioco di ombre che ha appreso nei suoi studi cinematografici diventa il tema dominante, con corpi in tensione, lucidi, estremi. Il volto quasi sempre tagliato. Rappresentano, a tutti gi effetti, una icona del novecento.











Marinetti Futurista


Elio Luxardo

sabato 6 ottobre 2018

ERNESTO DE FIORI. ROMA-BERLINO – RIO. NO STOP.

Alla domanda di Pier Maria Bardi se avesse ricevuto alcun influsso dalla scultura tedesca, aveva risposto nel 1914: «Al contrario, la scuola tedesca è stata influenzata da me ». Dichiarazione di un artista di fulminante e mondano successo, che ritenne più volte di doversi esprimere e giustificare la propria poetica, e che giunse a ritrarre eminenti personaggi pubblici quali Paul von Hindenburg (1928) o celebrità dello spettacolo e icone della mascolinità e della femminilità quali il boxeur Jack Dempsey e Marlene Dietrich (1931), cittadino del mondo, oggi fortemente dimenticato. Almeno in Italia.




Figlio del corrispondente da Roma della Freie Presse di Vienna - e di Maria Unger, austriaca, nacque a Roma nel 1884. Studia in Italia, a Monaco, poi va a Londra e infine si stabilisce a Parigi nel 1911 e nel 1916 opta per la nazionalità di tedesca, combattendo nella prima guerra mondiale.
Manifestò un interesse precoce per le arti figurative, recandosi nel 1903 a Monaco per studiare pittura e disegno all'Accademia di belle arti con Otto Greiner. Scontento dell'insegnamento accademico e scoraggiato dal maestro, tornò a Roma l'anno seguente; dipinse alcuni quadri, in cui sono evidenti accenti espressionistici, chiaramente mutuati dal pittore svizzero F. Hodler. Un soggiorno a Londra nel 1909-1910 e il contatto a Parigi, dove si stabilì nel 1911 e infine a Berlino.
La prima attività scultoria di De Fiori, a Parigi negli anni 1911-13, testimonia ricerche formali indubbiamente vicine ad Archipenko e Brancusi: in seguito, il suo riferimento per questo periodo sarà da lui indicato in Maillol, il che significa rinnegare questa fase sperimentale della propria formazione. De Fiori si contrappone dapprima al movimento dada (1918), guadagnandosi gli sberleffi di Max Ernst, quindi all’astrattismo. E’ ambiguo nei confronti del nazismo e dell’antisemitismo, sino a quando partirà per il Brasile per non tornare più in Germania.





Morì a San Paolo il 24 apr. 1945. Gli fu dedicata una sala speciale nella XXV Biennale di Venezia (1950) ed ebbe una grande retrospettiva nel 1975 al Museo d'arte contemporanea di San Paolo.
Sulla sua attività si conservano alcune sequenze del film «Schaffende Hände» (mani che plasmano, girato nel ’27 da Hans Cürlis), che ce lo mostrano chiaramente come un modellatore. 





venerdì 5 ottobre 2018

PAOLO VENTURA. COSTRUTTORE DI IMMAGINI E DI RICORDI (LE FOTOMAGICHE)

Crea set teatrali dipinti, arricchiti da oggetti o materiali di recupero, con scorci prospettici, atmosfere cupe o sognanti come i fondali di un circo di strada. Non di quelli che hai visto, ma dei quali hai letto o che i grandi raccontavano quando eri piccolo.
Poi ci mette dentro uomini e bambini truccati, con vestiti a volte reali, a volte dipinti, con gli occhi pieni di ricordi dei quadri di Antonio Donghi. O pupazzetti e burattini che realizza lui stesso, e li veste come personaggi di inizio secolo o soldati al fronte. Un mondo parallelo, che sembra un ricordo nostalgico, ma che potrebbe nascondere anche misteriosi delitti. Paolo Ventura l'ho scoperto con il passaparola, anche se le sue opere sono amate e ricercate, sia le foto che i diorami (di cui, noi italiani siamo stati inventori, insieme a Daguerre).
Ora mi sembra che la sua opera stia diventando più asciutta, ascetica. Non un ricordo, ma una visione.

autoritratto
Ventura nasce e cresce a Milano dove suo padre Piero Ventura, era autore di libri per bambini. Dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di Brera inizia a lavorare come fotografo di moda per riviste come Elle, MarieClaire, Amica, Vogue Gioiello.
Inizia gradualmente a distaccarsi da questo mondo e trasferitosi a New York  nel suo studio di Brooklyn inizia a realizzare piccoli diorami sulla seconda guerra mondiale in Italia, basati su ricordi e storie di sua nonna. Inizia a esporre, creando mostre e libri come “War Souvenir” e “Winter Stories”. Dopo 10 anni di Stati Uniti, Paolo Ventura rientra in Italia, vive con sua moglie Kim e con il  figlio tra la Toscana e Milano. Continua a realizzare le sue storie e le sue scenografie, ad eempio per il musical “Carousel” al Lyric Opera di Chicago.




…la realtà così com’è, mi interessa poco, esiste già.  Allora la ricostruisco a modo mio. Mi interessa raccontare mondi che non esistono. Anche se le scale sono sbagliate, o la prospettiva è allungata o schiacciata, poco importa: la fotografia rende tutto credibile. E’ sempre stato così.”