UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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lunedì 13 febbraio 2017

LE SCULTURE DI POLLOCK. I SUOI ULTIMI LAVORI.

Esistono al mondo solo sei sculture realizzate da Jackson Pollock. Una è al Dallas Museum of Art, l’altra al Museum of Fine Arts, Houston.




La maggior le realizzò nell'estate del 1956, in un week end, mentre si stava riprendendo da depressione a casa del suo amico lo scultore Tony Smith. Si trattava di un’esplorazione del corpo umano e della struttura delle ossa, realizzate con sabbia, gesso, filo e garza.
Sono gli ultimi lavori che produsse.
3 settimane dopo, si schiantò con la macchina insieme alla sua amante, Ruth Kligman, a meno di due chilometri di distanza dalla sua casa di Springs. Ruth sopravvisse, una sua amica, Edith Metzger, invece morì.

 


 
Jackson Pollock – Stone Head, c1930-33 (stone)
 
  
l'auto di Pollock, 11 agosto 1956

 
 Ruth Kligman e Pollock il giorno dell'incidente

lunedì 6 febbraio 2017

IL SUICIDIO DELL'ARTISTA

 
 Suicide with Skyscrapers [Man on the Ledge], 1940. Stuyvesant Van Veen.

“Il suicidio può essere considerato un esperimento - una domanda che l'uomo pone alla natura, cercando di costringerla a rispondere. La domanda è questa: Quale cambiamento produce la morte nell'esistenza di un uomo e nella sua visione della natura delle cose? Si tratta di un esperimento maldestro da compiere, perché comporta la distruzione della coscienza stessa che pone la domanda e attende la risposta.” 
ARTHUR SCHOPENHAUER

 
Il suicidio del pittore, Arnaldo Badodi, 1937
 

 
Il suicidio di Asger di Asger Jorn, 1962

 
Oskar Nerlinger, The Last Exit, 1930 

Victor Brauner
"Suicide at Dawn" (1930, oil on canvas)



Kathe Kollwitz, 1923. / The Last Thing (Das Letzte)

Topoino, 1930

 
Mark Kostabi Suicide By Modernism, 2005 

Gelij Korzsev. Judas 


Benvenuto Ferrazzi, La morte dell'artista,

Le Suicide, 1887 by Edouard Manet 


Fake Death Picture, Yinka Shonibare MBE. One of the digital paintings on display. The outfit ‘Nelson’ is wearing is a replica of his Trafalgar uniform minus the bullet hole

Antoine Wiertz, The Suicide, 1854
Self-rightous suicide by Patricia Jensen

 

Science Photograph - Suicide By Hanging, 1898 by Science Source



 
La morte di Casagemas, Picasso
 

Suicide Penguins by Vincent J.F Huang.


David Byrd, Suicide, 1996
 


John Canavesio (1450 - 1500) The Suicide of Judas, ca. 1492 


 

Vincent Desiderio
 
drowned by george frederic watts c 1850


James Ensor, Skeletons Fighting Over a Pickled Herring, 1891

 
Frankenstein, 1931 

 
George Grosz, "Suicide", 1917
Frida Kahlo - Il suicidio di Dorothy Hale (1939)
 
 


L’11 febbraio 1963 la poetezza Silvya Plath si alza alle 4,30 per comporre le sue poesie, dopo aver portato la colazione nella stanza dei figli, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano. Va in cucina, anche qui sigilla tutte le fessure, poi infila la testa dentro il forno e accende il gas.
L’ultima poesia scritta da Sylvia Plath porta la data del 5 febbraio 1963: Limite. “La donna ora è perfetta Il suo corpo morto ha il sorriso della compiutezza, l’illusione di una necessità greca fluisce nei volumi della sua toga, i suoi piedi nudi sembrano dire: Siamo arrivati fin qui, è finita. I bambini morti si sono acciambellati, ciascuno, bianco serpente, presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota. Lei li ha raccolti di nuovo nel suo corpo come i petali di una rosa si chiudono quando il giardino s’irrigidisce e sanguinano i profumi dalle dolci gole profonde del fiore notturno. La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso, non ha motivo di essere triste. E’ abituata a queste cose. I suoi neri crepitano e tirano.”

 

mercoledì 1 febbraio 2017

ALFONSO PONCE DE LEÓN. CONOSCO UNO CHE HA RITRATTO LA SUA MORTE

Non credo molto nel trascendente, ma c’è un artista che ha dipinto la propria morte, e non ha sbagliato poi di molto. 
Si chiama Alfonso Ponce de León, è spagnolo, e la sua opera, un autoritratto dal titolo “Accidente”, è anche il suo quadro più famoso. Lo ha dipinto nel 1936. Del suo lavoro sono rimaste poco più di 20 tele, perché muore pochi mesi dopo, a 30 anni per un regolamento di conti politico nella Guerra di Spagna. E il resto va disperso.


Figlio di Juan Ponce de León e Encina e Guadalupe Fernandez Cabello, nasce a Malaga nel 1906. Nel 1911 si trasferisce con la famiglia a Madrid, e dopo gli studi liceali inizia la sua formazione artistica presso la Scuola di Pittura, Scultura e Incisione della Real Academia de Bellas Artes de San Fernando.

La sua opera può essere inserita nel contesto del realismo magico, definizione coniata nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh per definire le correnti europee che ricercano  un realismo capace di leggere la vita al di là dell’apparente.
Nella sua breve vita incontra tutti quelli che contano, stringendo amicizia all’Accademia con Salvador Dalí, Federico Garcia Lorca, e in seguito Luis Buñuel, legandosi agli ambienti d'avanguardia spagnoli, esponendo il suo lavoro nelle Sale degli Artisti Indipendenti di Madrid.

A 24 si trasferisce a Parigi, dove ha trascorre circa sei mesi, interagendo a stretto contatto con Pablo Picasso. Quell'anno 1930 espone alla Mostra di San Sebastian.
Nel 1932 collabora con bozzetti e figurini ad alcuni spettacoli del gruppo teatrale universitario itinerante “La Barraca”, fondato da Garcia Lorca. Realizza illustrazioni per libri e compie le sue prime incursioni nel cinema e partecipa alla importante mostra di artisti spagnoli alla Galleria Fletcheim di Berlino (1932-1933). Avrà una prima e unica mostra personale  presso il Centro de Exposición e Información de la Construcción a Madrid.

Nel 1933 si sposa con Margherita Manso Robledo, che aveva conosciuto ai tempi dell’Accademia, e sposa anche la politica, entrando nella Falange Spagnola, movimento parafascista, del quale il fratello Juan diventa prima esponente e poi comandante militare.
Nel contempo lavora nel cinema, realizzando una serie di manifesti per il movimento pellicola club e fonda l'Unione Spagnola Universitaria (S.E.U.).
Attore e regista, Ponce de Leon, dirige nel 1934 un film per ragazzi e nel 1935 collabora con Edgar Neville nel film Do, Re, Mi, Fa, Sol (vita privata di un tenore).

Al Salone Nazionale di Belle Arti 1936 presenta il suo lavoro più famoso: (Accidente), premonizione del suo immediato futuro. 
Il 20 settembre 1936, subito dopo lo scoppio della Guerra Civile, viene fermato davanti alla porta della sua casa, portato via, poi  ucciso dalla cosiddetta zona rossa. Il suo corpo viene trovato in un fosso, il 29 settembre, sulla strada Vicálvaro.
Anche gli altri uomini nella sua famiglia saranno accomunati da un tragico destino: il 30 settembre vengono uccisi per strada suo padre e suo fratello Guillermo. L’altro fratello Juan sarà fucilato da un plotone di esecuzione il 7 novembre dello stesso anno. Un mese prima della morta di Alfonso, il 19 agosto, anche Federico García Lorca viene fucilato, ma questa volta dai falangisti Due amici che hanno condiviso una sorte drammatica, schierati su fronti opposti. Quante cazzate facciamo.






 



 
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lunedì 23 gennaio 2017

FREUD IL SESSO IL TENNIS E LA PAURA DEL DOPPIO FALLO

Andre Lhote, tennis, 1917
“Le verità rivelate dalla mia teoria dell’Istinto Tennistico 
sono così pericolose, così provocatorie,
 che forse dovrebbero esser taciute per sempre…”
Sigmund Freud (1938)


 
PRIMO SET.

Se avete giocato a tennis sapete bene che la tecnica non è tutto se non hai la testa e il cuore e che le geometrie, a un certo punto, te le sogni la notte. Se le sognava anche Sigmund Freud che però non solo lo amava, ma lo trovava così denso di significati profondi da dedicargli quasi 80 testi.

 

SECONDO SET.

1980, Theodor Saretsky, docente di psichiatria e psicoterapia al Postdoctoral Institute dell’Adelphi University e tennista sfegatato, acquista un vecchio baule ammuffito ad un’asta di cimeli freudiani. Al suo interno trova un manoscritto: Prima raccolta delle opere tennistiche di Sigmund Freud (1938). Non solo Theodor fece una scoperta straordinaria. Non solo Freud amava il tennis e presumiamo il sesso, di cui parlava in continuazione, ma mise in rapporto le due cose. Riprendiamo quanto pubblicato da Il sesso come sublimazione del Tennis – Theodor Saretsky, stampato in Italia da Mondadori.



TIE BREAK

“Nessuno sa che sono sempre più deluso dal sesso e che quando vado scrivendo della sessualità umana è una falsa pista destinata a distrarre l’attenzione del mondo dalla mia teoria dell’Istinto Tennistico… La grande libido del tennis finirà col togliere alla pulsione sessuale il potere che esercita sulla psiche umana, per trasferirlo su qualcosa che ha radici ben più profonde: la perenne ricerca di campi coperti disponibili nelle prime ore del mattino”.

In una lettera, il 12 settembre del 1901, inviata al Dottor Pfister (consigliere ecclesiastico, tra i primi sostenitori della teoria dell’Istinto Tennistico, autore del libro “ Nel doppio il mio partner è Dio”), Freud domandò all’amico come mai la sua mente fosse sconvolta da una passione elementare e pedestre come la Follia Tennistica, che lo portava a non dormire la notte, a perdere l’appetito e addirittura l’interesse per il suo lavoro. Il suo unico insistente pensiero era quello di trovare uno stratagemma per scatenarsi sui campi dai tennis come un comune mortale, “scappando” dalle sue donne di casa che nel suo poco tempo libero lo costringevano a spostare i mobili dell’ufficio portandolo all’esasperazione e tenendolo lontano dal campo.

In realtà, tutto questo aveva a che fare con la proibizione paterna di giocare a cavalluccio. Attraverso queste lettere Freud si rese conto che il tennis pian piano prendeva il sopravvento sul sesso e che i suoi sogni mostravano irrimediabilmente una fortissima connessione con le esperienze più significative della sua infanzia.



Questa dottrina diede inizio ad atti di vera e propria follia.
Nel 1922 l’Austria venne travolta da un atto fanatico nel vero senso della parola: centinaia di individui, sofferenti d’ipocondria tennistica, chiesero di far spargere le proprie ceneri sui campi da gioco. Freud e il governo austriaco riuscirono a porre fine alla situazione spiegando che, a furia di spargere ceneri, i campi si stavano rovinando e le palle rimbalzavano male. Mentre il Maestro elaborava i primi principi della Tennisanalisi, sostenuto moralmente dai suoi confidenti del Circolo di Mercoledì e criticato con accuse di depravazione da parti di molti, in Austria nacquero istituti che avrebbero dimostrato che le sue teorie in fondo non erano pura e semplice follia. Da menzionare la Clinica degli Incurabili Tennistici nel castello di Belle-Vue, vicino a Vienna, in cui un Freud ancora agli inizi di carriera, lavorando su alcuni casi disperati di degenerazione tennistica ereditaria, acquistò conoscenza dei Grandi Segreti dell’Inconscio Tennistico. 

Anton Räderscheidt (German, 1892 – 1970) The Tennis Player. 1928
Nel 1906 fondò l’Istituto di Tennisanalisi, cui unico scopo era quello di studiare e curare, clandestinamente, la nevrosi tennistica dei suoi pazienti. Studi che lo condussero ad affermare, soprattutto basandosi sul famoso sogno di Otto M (in cui una racchetta simboleggiava un essere umano e una partita di tennis rappresentava l’esistenza stessa), che“ LA VITA è TENNIS e IL TENNIS è VITA” e l’unico modo per conoscere a  fondo i pazienti era giocarci una partita di tennis perchè è sul campo che affiorano tutte le paure dell’essere umano. A Freud va attribuita anche un’indagine psicanalitica sul perché perdiamo contro avversari meno bravi di noi. (Il bisogno inconscio di fallire, 1896)

Per affrontare questo argomento si servì di Hans, campione di tennis che invariabilmente perdeva le partite più importanti. Da piccolo quest’ultimo rifiutava di uscire di casa per paura che un cavallo potesse staccare con un morso la testa della sua racchetta. Il bambino nutriva ostilità nei confronti del padre, sebbene gli avesse insegnato a giocare a tennis e che a sua volta aveva nell’inconscio l’ansia nevrotica di essere battuto dal figlio. Il Maestro scoprì che in realtà Hans proiettava sul cavallo l’idea della vendetta paterna per il suo spirito competitivo. Fu a quel punto che dovette rendersi conto che se durante una partita detestava gli avversari così tanto per cercare di batterli, inevitabilmente era come se volesse battere suo padre. Questo gli impediva di vincere perché lo portava ad avere nei confronti dell’avversario un sentimento di amore e odio controproducente. Dopo l’aiuto di Freud il campione Hans, che aveva sconfitto la sua “fobia”, era in grado di vincere ogni partita



TERZO SET

Per anni Freud si sforzò di capire alcuni fenomeni della vita quotidiana di un giocatore di tennis. Si rese conto che molti non riuscivano a servire se non avevano tutte e tre le palle in mano, altri si preoccupavano di sapere chi era stato l’ultimo a passar loro la palla, altri ancora erano perennemente distratti dal dubbio di avere la patta dei pantaloncini aperti oppure non riuscivano a dormire bene se non possedevano diversi tipi di racchetta e non sapevano esattamente dove fossero collocate. La spiegazione è sconcertante: Freud asserì che le ossessioni servono a sostituire l’organo genitale maschile. (Da Il mistero sotto la gonna, 1938)

 Percy Shakespeare, Tennis, 1937, oil on canvas, Private Collection


Percy Shakespeare, Tennis, 1937, oil on canvas, Private Collection.

Percy Shakespeare, Tennis, 1937, oil on canvas, Private Collection.

GIOCO. PARTITA INCONTRO.

Le racchette siamo noi e noi siamo le racchette. 
Quando saremo riusciti ad accettare questo fatto fondamentale, scopriremo che la vana lotta per dominare il mondo circostante è in realtà la lotta per dominare noi stessi”
Fonte – Il sesso come sublimazione del Tennis” – 
Theodor Saretsky, 1988 Arnoldo Mondadori editore.

The Tennis Player - 1927 Artist: Lawrence Stephen Lowry
Disegno commissionato da Freud a J. Fishman nel 1923. Rappresenta la terribile frustrazione di un bambino che non ha ancora il permesso di giocare a tennis, ma è abbastanza cresciuto da fantasticare e farsi domande.



 

 
 
David Hocney tennis, 1984


David Hockney, Tennis, 1989, fax paper on A4, Saltai