UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 29 maggio 2016

MICHAHELLES - THAYAHT E RAM: SOLO GLI INVENTORI DELLA TUTA POTEVA INVENTARE LE CASE IN SERIE.

ERNEST (THAYAHT) IN ALTO. RUGGERO (RAM) IN BASSO

Siamo alle solite. L’Italia ha due geni e se li dimentica.
Due fratelli che lavorano spesso insieme, pittori e scultori di straordinario talento, ma anche fotografi, grafici, architetti, scenografi, esoteristi, ufologi, innovatori sempre. Paladini della creatività vissuta come competenza trasversale. Ultimi degli enciclopedici. Futuristi, ancora prima di aderire al movimento, che li risucchia, ma non li valorizza e che loro bellamente superano: Ernesto Michahelles in arte Thayaht (Firenze 1893 - Pietrasanta (LU) 1959 e Ruggero Alfredo Michahelles, in arte RAM (Firenze 1898 – 1976)
Due geni ai quali anche la moda italiana deve molto.

RAM (Ruggero Alfredo Michahelles) : Ragazza con cuscino rosso (1938) - Olio su compensato
Progetto e foto di Thayaht con la tuta. Al progetto partecipò anche RAM coofirmataripo.
Sono rampolli di una famiglia benestante e cosmopolita con radici anglo-svizzero-americano-fiorentine, tanto da poter usare, all’occorrenza, passaporti diversi, sentendosi a casa propria a Parigi come a New York. Sono un po’ dandy, sognano, ma poi le cose le fanno veramente.

Come Ernesto, che nel 1930 sperimenta sulle spiagge della Versilia il Carro a Vela, primo esempio nella storia di mezzo trainato dalla sola forza del vento innovativo e decisamente cool. Come trendy è l’hobby della oreficeria, che pratica per diletto, ma che poi gli permette di brevettare una nuova lega d'alluminio: la "thayahttite” con la quale plasmerà il volto del Duce, nel più bel ritratto di sintesi dell’epoca. 


Il logo creato da Thayaht per Madelein Vionnet, del quale sarà stilista

Ernesto, che ha lavorato a Parigi nel 1918 come stilista e designer per la regina della moda Madeleine Vionnet - per la quale crea il logo e studia capi di abbigliamento basati su accostamenti cromatici e combinazioni geometriche rivoluzionarie per l'epoca - si permette addirittura di inventare e brevettare la TuTa (si scrive proprio così). L'abito unitario a forma di 'T', che si ispira ai concetti di funzionalità espressi da Balla, ma che rispetto a Balla, li rende concreti.

La tuta è una combinazione nuova, pratica e “sintetica”: in un solo pezzo sono condensati giacca, camicia, pantaloni. E’ economica per tempi di fabbricazione e materiali: è allacciata con bottoni sul davanti, ha quattro tasche applicate, si indossa facilmente, con una cintura, si porta con sandali.

Non solo inventa una cosa totalmente nuova nella sua semplicità, ma grazie al fratello RAM, ancora più matto di lui, realizza una delle prime campagne moderne di comunicazione coniando il motto “Tuttintuta!”, per celebrare non l'individuo, ma il valore della comunità e delle massa.

I fratelli allegano al quotidiano “La Nazione” 1000 cartamodelli (17 giugno 1920), ma fanno ancora di più: mettono in piedi un’azione ambient che anticipa di 80 anni le azioni di guerrilla marketing, e riprendono il tutto con la macchina da presa (avete presente i viral che la gente condivide su Facebook?).

Un film di 8 minuti e 35 secondi, che è stato presentato per la prima volta a Ottobre 2015 al Milano Design Film Festival che mostra Firenze invasa da 100 figuranti, compresi i bambini, tutti in tuta, coinvolti per propagandare la nuova invenzione.



RAM (Ruggero Alfredo Michaelles)

Studio di prospettive, 1930 c.

Sono provocatori e inarrestabili. Thayaht sarà in seguito il fondatore della ufologia in Italia. Ram un indagatore del cervello, pronto a sperimentare e inventare rebus, giochi di parole, come scenografie, a studiare in corpo umano quasi fosse un medico, dimenticandosi di essere un grandissimo artista per la fluidità del segno e la visione europea.
Se il tema-provocazione della TuTa, che verrà riproposta anche in versione femminile (non avranno successo entrambe le proposte, perché troppo avanti rispetto ai tempi) è comunque noto, quasi nulla si sa del loro contributo, straordinario e visionario, nell’ambito della architettura civile e dell’urbanistica, tra utopia e razionalismo. Idee e progetti, oggi in fase di studio, oggetto di futuri approfondimenti.

Stiamo parlando di due scritti teorici, e dei disegni tecnici a essi collegat, realizzati dai fratelli in totale condivisione: “Brevetto per Casolaria” e “Le Case in Serie”.




Nel primo progetto “Brevetto per Casolaria - Casa razionale estensibile” codificato con lettera scritta all’Ufficio Brevetti del 15 dicembre del 1931, i due fratelli immaginano, inserendosi nel dibattito in atto a livello internazionale sul razionalismo, un modello di abitazione capace di crescere con le esigenze della famiglia. Dal modello base (la casa minima, adatta agli sposi novelli) l’edificio cresce, si “estende” passando al modello medio (8 letti) alla casa su due piani, sino alla casa massima, pensata per dare ospitalità alla politica demografica pianificata dal Governo.

Tutti gli elementi strutturali e i servizi base (impianto idraulico, energia e riscaldamento) restano invariati, mentre le aggiunte di volumi possono essere realizzate su base prestabilita e programmata, a prezzo concordato.
Un concetto di razionalismo che abbina praticità, design e concretezza. Che guarda avanti e prevede già il garage come elemento base del progetto (si pensi che nel 1931 le auto immatricolate furono solamente 14.760). E che pianifica una reale fusione con la natura, nello sviluppo delle terrazze, sino alle modalità di fruizione del sole, esposizione, l’illuminazione e irraggiamento. Ca-solaria è - e non a caso - un gioco di parole parafuturista.




Di grande interesse teorico il documento “Le case in serie” sviluppato probabilmente solo da Ernesto, che parla in forma singola per 14 pagine dattiloscritte, nelle quali viene analizzato il ruolo che l’architettura deve assumere ai nostri giorni anche nella sua funzione etica e sociale.

Il parallelismo è semplice. Trasportate la serialità del design e dell’industria (come ad esempio la produzione delle automobili) alle tecniche di costruzione, scelta e commercializzazione delle case, puntando, senza mezzi termini, a ridurre del 50% il costo di costruzione, garantendo agli occupanti il meglio della tecnologia, della tecnica, dei servizi. Una ricerca che parte dalla ricerca e selezione dei materiali, e che viene sintetizzata dalla domanda che Michahelles si pone: “Non trovate assurdo che una casa pesi parecchie migliaia di tonnellate?

Per riuscirci, occorre ridurre orpelli, sostituire le travi con nuove leghe, preferire il rigore della linea retta, la standardizzazione delle misure (tutte le finestre uguali), perseguire  riduzione dei mobili. Non più armadi, ma anse di muratura integrate nelle mura…
Insomma, “macchine per abitare”, economiche e piacevoli. L’Architetto, come scrive “…si deve trasformare in giardiniere”. Mentre il capo-mastro deve essere sostituito dal progettista.

E non solo delinea il modello base urbanistico (town cittadine di mille edifici) ma prova a codificare anche la struttura della Società che dovrà poi sviluppare industrialmente il progetto, realizzando e producendo anche i materiali base. Applicando, di fatto, una teoria socialista alle dinamiche economiche del capitalismo. Si pone addirittura il problema del posizionamento del letto, e analizza le coordinate storiche di tutte le sue diverse abitazioni, anticipando l’applicazione del Feng Shui, conosciuto in Europa solo dagli esperti di antropologia orientale, ma relegato a mera raccolta di stramberie e curiosità cinesi.

Ci troviamo di fronte a una utopia che potrebbe diventare realtà. E che in parte si realizzerà a opera dell’Istituto per le case popolari (ICP), il quale attuò uno sviluppo edilizio nel quartiere della Garbatella a Roma basato proprio sulla sperimentazione della “casa rapida” (1923-1927), caratterizzata dall’utilizzo di materiali poveri e da una notevole velocità di esecuzione, trasformando i giardini privati in luoghi collettivi, pur mantenendo la conformità alla tradizione delle forme architettoniche.
Temi che riprese l'architetto e ingegnere Marcello Cappelli, che applicò nel dopoguerra sistemi di edilizia "razionale" nei materiali per costruitr spazi pubblici alla metà delle cifre sino all'epoca applicate.

Sono gli stessi obiettivi che l’architettura si pone oggi, sin dallo sviluppo di sistemi di costruzione realizzati in serie con materiali prestampati, prefabbricati e modulari. Concetti che, dopo quasi un secolo, suonano ancora rivoluzionari. Ma le rivoluzioni in Italia, si sa, vengono sempre affrontate con uno sbadiglio. 




La bozza della copertina del catalogo dedicato alla stranordinaria analisi del mondo di Gauguin
RAM

Il carro a vela. costruito da Thayaht e Ram in Versilia, il primo mezzo mosso dall'energia del vento



RAM



RAM

domenica 22 maggio 2016

LA TORRE DEI PICCOLI FASCISTI

Vedete questa torre? Venne costruita in soli 100 giorni, nel 1936 ispirandosi nella forma e nelle soluzioni costruttive all'industria aeronautica. Poteva ospitare con stanze singole, facilmente controllabili dagli operatori, 800 bambini.

Le colonie marine era una delle punte di diamante della politica sociale fascista. Ma avevano anche alcune opportunità in più: grandi spazi liberi e un'architettura di eccellenza, che sperimentava. Due cose che oggi non abbiamo più. Bè, in effetti, per fortuna, non abbiamo neanche il fascismo...



La Colonia marina Edoardo Agnelli (ex Torre Balilla, comunemente detta anche Torre Marina o Torre FIAT) è un grattacielo di Marina di Massa, situato tra via Fortino di San Francesco 1 e via delle Pinete. Collocato nella pineta apuana, il complesso della colonia era destinato al soggiorno estivo dei figli dei dipendenti FIAT, utilizzo che ha mantenuto negli anni. Lo stesso stilema venne poi applicato ad altri edifici, anche a uso alberghiero, come ad esempio al Sestriere.



La Torre Balilla, principale fabbricato del complesso della colonia marina "Edoardo Agnelli", fu costruita su progetto dell'ingegner Vittorio Bonadè Bottino nel 1933 per volontà del senatore Agnelli. La Torre è concepita come "un'unica, interminabile camerata" con sviluppo elicoidale, larga 8 e lunga 420 metri.  La lunga rampa elicoidale, in origine priva di tramezzature, si svolge intorno ad un pozzo centrale con copertura ad ombrello, originariamente con soletta in vetro-cemento per aumentare la luminosità dell'interno, ed appare oggi divisa in camerate a sei letti intervallate dai servizi igienici e da camere singole per le sorveglianti.



hotel Duca d'Aosta- Sestriere

sabato 21 maggio 2016

LO SGUARDO DEL MALE

Ginevra, League of Nations conference, 1932. La Germania e il partito nazionalsocialista mostrano un volto umano, che attira ammirazione anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.


Durante una pausa dei lavoro il fotografo Alfred Eisenstaedt (Tczew, 6 dicembre 1898 – Massachusetts, 24 agosto 1995) fotografo e fotoreporter tedesco naturalizzato statunitense scatta alcune foto al ministro della propaganda Joseph Goebbels. In questa il segretario di Goebbels ha appena informa il ministro che il fotografo che ha scattato la foto è ebreo. Goebbels lo guarda.

Alfred Eisenstaedt era solito usare una macchina fotografica Leica M3 con un obiettivo fotografico da 35 mm. Nel 1935, per sfuggire alle percusioni razziali emigra negli Stati Uniti, dove prenderà la cittadinanza americana. Questo è tutto.



sabato 23 gennaio 2016

CON UNA LINGUA UNIVERSALE SI POTREBBERO FARE UN SACCO DI BELLE COSE. ANCHE QUELLE CHE AVETE IN MENTE.

Munari, gesti italiani.
Vi piacerebbe poter comunicare con chiunque, in qualunque parte del mondo, senza conoscere la lingua? 
Ok, allora facciamo un passo indietro, e torniamo a un assioma classico: l’uomo ama complicarsi la vita. 
Vada per la religione, la più nobile delle auto-afflizioni, che ci siamo voluti infliggere a ogni latitudine nonostante fossimo nati liberi. Vada per le lingue e dialetti, evolutisi nel tempo inseguendo la storia, le complessità geografiche, i litigi tra vicini, abitudini culturali e diversità morfologiche. Ma il linguaggio non verbale avrebbe potuto prendere ben altre strade invece di seguire, ogni volta, come uno scemo, il linguaggio parlato.
Molti segni sono "istintivi" come hanno ampiamente dimostrato gli antropologi. E gli indiani d’America, cento anni fa, si sarebbero capiti al volo se avessero incontrato un pigmeo africano.

Molti movimenti delle mani - correlati a concetti - sono addirittura comuni a tutte le civiltà non mediate da sovrastrutture culturali successive. Noi italiani, adottiamo gesti mimici (quelli che vengono compiuti per accompagnare un termine o una frase durante una conversazione: per esempio il gesto di mostrare o indicare il polso quando si chiede l’ora) e abbiamo creato tantissim gesti simbolici (quelli che sostituiscono la parola o ne  alterano il significato: si pensi al gesto delle corna mentre si parla della fedeltà di un uomo o di una donna). Eppure, non ci capiamo. Quando avremmo potuto tutti comunicare in maniera molto più semplice e diretta. E non si capiscono bene neanche i non udenti appartenenti a nazioni diverse, perché sono troppe le parole espresse con segni letterali, o perché i segni, a volte, cambiano. E anziché poter trasformare il loro handicap in un vantaggio, i non udenti, finiscono per rimanerne doppiamente vittime.
Nonostante che da secoli, studiosi di tutte le nazioni abbiano affrontato il problema, ma sempre come ancoramento alla lingua madre.

Capita così che un sognatore, che ho il piacere di conoscere solo via web, ma che ha avuto il merito di creare nel 1994 - per poi donare alla Caritas - il primo giornale di strada pensato per aiutare i barboni “Scarp de’tenis”, pensa che, forse, si potrebbe creare un linguaggio dei gesti, universale.
Un linguaggio capace di divenire strumento di unione di un mondo fatto di persone anche udenti, che, oggettivamente, “...hanno bisogno soprattutto di comprendersi”.

i segni di Koko

Una follia. Anzi, no. Una Utopia con la U maiuscola. Una cosa nata probabilmente in una giornata di pioggia. Ma non c’è nulla di più difficile di voler creare una cosa semplice. E non c’è nulla di più poetico, di voler creare una cosa impossibile.

Questa la base progettuale di GESTO, un progetto etno-linguo-eco-culturale di Pietro Greppi, che ha fondato un’Associazione no profit con il preciso obiettivo di creare, con l’aiuto di esperti di diverse nazioni del mondo, un linguaggio universale, non verbale, dei gesti e dei segni, che sia facile, comune e condiviso.

Un’utopia, per la cui realizzazione finale servono un sacco di soldi, al di là del volontariato. E anche competenze scientifiche, di linguisti, glottologi, semiologi, antropologi, esperti di recitazione e linguaggio non verbale, e così via….

Ecco, a me questa follia piace, e per quel poco che posso, offro il mio contributo. Il primo, quello di parlarne ora e di aiutare a far conoscere il progetto. Il secondo, quello di fare un versamento miserabile di 100 euretti (…ma non lo dirò a mia moglie…) per aiutare i primi passetti di questa iniziativa pioneristica.


Se volete saperne di più, leggete la scheda informativa pubblicata sul sito in costruzione
www.unigesto.org o contattate su Facebook Pietro Greppi, che è attivo e vigile nel mondo social. Secondo me vi dirà qualcosa di più intelligente di quello che vi ho scritto io. Tanto da spingervi a inviare anche voi qualche eurino a BANCA PROSSIMA Gruppo Intesa San Paolo GESTO - IBAN: IT26M0335967684510700188890 progetto GESTO.

Se siete esperti del settore fatevi avanti. Se vi interessa, fatevi avanti. Penso che ci sia un sacco di posto libero.

A proposito, qualcuno è in grado di farlo sapere a Dario Fo, Umberto Eco e Antonio Rezza? Secondo me questa idea, a loro, piacerebbe. Peccato per Munari che non c’è più e che già me lo vedevo chiedermi a che ora ci si vede….




www.unigesto.org

domenica 17 gennaio 2016

CARLA MARIA MAGGI LA PITTRICE CHE IL FIGLIO NON SAPEVA CHE FOSSE PITTRICE

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C'è il momento in cui ogni scelta diventa irreversibile.
Marguerite Yourcenar 

Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa è esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino.
Rebecca West




Nel 1997 Vittorio Mosca, imprenditore di successo dell’industria tessile (conoscete il marchio Frette), mentre sta sistemando la grande casa di famiglia a Cuvio sul Lago Maggiore ritrova in soffitta colori, pennelli, telai e un nucleo importante di tele degli anni ’30 di cui non sapeva nulla.
Scopre così la storia, il talento, e il passato rimosso di sua madre, Carla Maria Maggi. 
Un passato che lui stesso non conosceva se non per un paio di quadri che giravano per casa, ai quali non aveva mai dato importanza.
Un segreto di famiglia ben conservato, e che la donna, che ha ormai 84 anni un po’ sminuisce: “Sì, è vero dipingevo un po’… amavo l’arte, ma è passato così tanto tempo…”.
Non so perché, ma questo passaggio mi ha ricordato una citazione di Oscar Wilde: “I figli all’inizio amano i genitori, ma poi li giudicano. Raramente, forse mai, li perdonano.”

Inizia quindi per lui la rivalutazione della figura materna, all’interno della sfera privata, che diventa poi quasi una missione e che nel tempo coinvolgerà altre donne artista dimenticate. Ritorna così alla luce una bellissima presenza all’interno della scuola milanese del movimento dei chiaristi, termine coniato per la prima volta dal critico Leonardo Borgese nel 1935, riferendosi ad alcuni giovani pittori lombardi che, a contatto con il critico Edoardo Persico, lavoravano a una pittura dai colori chiari e dal segno leggero e intriso di luce.

Questa è quindi la storia di una perdente per convenzione sociale che ha compiuto una scelta irreversibile, rinunciando a lottare.
Una giovane e talentuosa pittrice che invece da ragazza aveva compiuta un preciso percorso artistico, scegliendo il nudo e una certa trasgressione formale.
Forse è proprio quella che la famiglia, o il marito, l’industriale milanese Franco Mosca vorrebbero soffocare, perché mal si concilia il ruolo di pittrice professionista con quella di una signora della buona, ottima società. O forse lei stessa, che presa dal ruolo di madre e moglie, rimuove di colpo la propria interiorità. Come tante, troppe, donne.

Per capire meglio il contesto può essere interessante uno scambio di lettere del 1800. Quello del pittore Joseph-Benoit Guichard che scrive alla madre delle sue allieve Berthe e Edna Morisot per dirle, con timore, che “…le due ragazze stanno per diventare delle vere pittrici…» destino che provocherà, secondo lui “..una rivoluzione, se non una vera catastrofe” nell’ambiente alto-borghese dal quale provengono. “È quindi sicura Signora di non arrivare un giorno a maledire quell’arte che diventerà la sola padrona del destino delle sue figlie?

Così anche quando muore il marito, Carla Maria non ostenta, si cela, e solo dopo la sua morte saranno ritrovati alcuni blocchi da disegno, sui quali lei annotava, sino agli anni ’70, di nascosto, incontri e luoghi.
Al momento dell’abbandono, i suoi stessi colleghi artisti avevano il suo gesto come una scelta snob. La scelta di una ricca ragazza che dopo aver fatto la pazzerella che è tornata a fare la ricca signora. E’ difficile pensare, a volte, che i ricchi abbiano pulsioni più complesse.

Nel 2005, un anno dopo la sua morte (Milano 2004) il National Museum of Women in the Arts di Washington su iniziativa del figlio, le dedica una retrospettiva, e nel 2010 le sue opere sono esposte nella mostra “Carla Maria Maggi e il ritratto a Milano negli Anni Trenta” al Palazzo Reale di Milano.

Nata nel 1913 in una famiglia di facoltosi industriali (la famiglia ha fondato il marchio Frette) è imparentata con l’architetto Giuseppe Piermarini, e vanta tra gli antenati Carlo Maria Maggi, scrittore e commediografo italiano, considerato il padre della letteratura milanese moderna, inventore della maschera milanese di Meneghin.
Fin da bambina si avvicina al disegno, e adolescente frequenta lo studio di un modesto pittore, Giuseppe Pananti, e poi l’Accademia di Brera, dove compie il cambio di marcia.
Lei è tenace, convinta di voler imparare il mestiere, ma ben presto si stufa di nature morte e scene di genere. Forse vede le illustrazioni che il maestro produce come cartellonista, fatto sta che inizia a produrre ritratti di nudo. Uno studio e un soggetto che in effetti, poco si addice all’età e alla sua condizione.
Nel 1934 il suo quadro ”La sigaretta”, presentato alla Permanente di Milano, è accolto con entusiasmo per la capacità di sintesi e per il soggetto, anomalo e decisamente moderno per il tempo: una ragazza giovane e assorta con in mano la sigaretta fumante. Come anomalo è il contesto de “La prova” del 1936, quello che mi sembra il più riuscito e personale dei suoi lavori. Una ballerina, colta nell’atto di drappeggiare un abito sul corpo nella penombra di una stanza un po’ disordinata, dove forse si è svolto da poco un incontro d’amore. Il suo gesto è quello del torero, che sfida a mostrare e a celare il corpo (il toro). Fa pensare a certe opere francesi che spesso esplorano le atmosfere de i boudoir post-coitum o ai dipinti pastosi dello spagnolo Joaquín Sorolla.
Carla Maria si fidanza, si sposa, aspetta il primogenito, e interrompe la promettente carriera. La sua ultima datazione delle sue tele risale al 1940.
Va a vivere a Cuvio, in provincia di Varese, un paesino tra le montagne e il lago Maggiore, di 1600 abitanti, ben raccontato dai racconti di Piero Chiara.
E la sua storia svanisce come il colore di un pennello lasciato nel lavandino sotto un filo d’acqua corrente.     





















domenica 10 gennaio 2016

I CINEMA DI WEEGEE. SAFARI FOTOGRAFICO NOTTURNO.

Il segreto della creatività è cambiare i punti di vista. A volte, ribaltandoli. E’ quello che ha fatto Arthur Fellig, in arte Weegee, fotografo “americano”, come vedrete, nato però in Ucraina o la Polonia dell'impero austroungarico. Che ha quasi sempre tratto dalla strada l’ispirazione per esplorare l’umanità, la pietà, la rabbia e la ferocia, disegnando i ricchi e i potenti.



Ha così l’idea, negli anni ’40, di andare nei cinema di New York, di girare la camera e di fotografare non lo schermo, ma la gente. Sperimentando pose lunghe e ASA e DIN (si diceva una volta) sensibilissimi. Secondo me, rischiando anche qualche cazzottone. Nasce così un mondo di folletti sorpresi nella notte o che non sanno proprio di essere spiati. Emozioni, amori, mani speleologhe sotto gonne e camicette, in uno dei più bei reportage di sempre.
Perché la creatività più figa ha idee semplici.




Il suo vero nome era Ascher Fellig: era nato nel 1899 a Leopoli, che ora si trova in Ucraina ma all’epoca faceva parte dell’Impero astroungarico. Emigra con la famiglia a New York nel 1909, dove cambia nome in Arthur e a 14 anni inizia a lavorare come fotografo. Nel 1934 si licenziò dalla Acme Newspictures (che sarebbe poi diventata la United Press International Photos) – dov’era assunto come tecnico della camera oscura – e si mise a fare il freelance: bazzicava nel quartier generale della polizia di New York e appena arrivava la notizia di un delitto “interessante” ci si fiondava per scattare le foto e poi venderle. Nel 1938 ottenne il permesso di installare una radio della polizia nella sua auto, nel cui bagagliaio aveva anche allestito una piccola camera oscura, e riuscì a velocizzare ancora di più il suo lavoro.

Weegee continuò a lavorare come fotoreporter di cronaca nera negli anni Quaranta, quando iniziò a dedicarsi anche alla fotografia di moda e pubblicitaria, realizzando servizi per Vogue e Life
Morì a New York il 26 dicembre del 1968 a 69 anni. 




sabato 9 gennaio 2016

COSA C'E' DI PIU' FALSO DEL VERO?


Venderemo il nostro Lichtenstein”
 - Ma è falso!-
“Perché, noi siamo veri?”.

Dal fumetto Snake Agent di Stefano Tamburini
 
A dicembre 2015 il Van Gogh Museum ha esposto l’ultimo quadro scoperto del maestro olandese «Tramonto a Montmajour». L’opera, a quanto dichiarato dagli esperti  fu acquistata nel 1908 da un industriale norvegese, Christian Nicolai Mustad, che la esponeva orgoglioso a casa, finché l'ambasciatore francese in Svezia non l’aveva “smascherato” come falso. Mustad, preso dalla vergogna d’essere stato ingannato, lo nascose in soffitta dove rimase ben oltre la sua morte. E così per quasi un secolo il dipinto passò di solaio in solaio, sino a quando, un nuovo compratore decise di vederci chiaro.



Louis van Tilborgh, ricercatore del museo, data il quadro al luglio del 1888: oltre a stile e pennellata tipici dell’artista, anche i pigmenti e la tela corrispondono infatti a quelli utilizzati da Van Gogh durante la sua permanenza ad Arles. L’edificio ritratto sulla sinistra dell’orizzonte è stato identificato con le rovine dell’abbazia di Montmajour.
E nelle lettere scritte dal pittore si trovano due riferimenti all’opera; inoltre il numero «180», scritto a matita sul retro, trova riscontro in un inventario del 1890. Alla morte di Mustad, nel 1970, gran parte della sua collezione fu venduta. Nel 1991, l’allora proprietario del quadro contattò il museo per verificarne l’autenticità, ma l’opera fu ritenuta «non autentica», in quanto l’abbazia non era stata riconosciuta e il numero sul retro non associato a quello dell’inventario. Valore, dai 10 milioni in sù.