UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 13 dicembre 2015

Walter Jacob. Punto.

Questo quadro, realizzato nel 1920, è stato venduto in asta a 43.000 dollari. Io direi poco. E' un autoritratto, e rappresenta l'autore in veste di travestito, o di donna. Nella foto sotto, potete vedere come si era presentato invece, solo quattro anni prima, nei panni di baldo ufficiale idealizzato. Ma il suo non è un coming out, è un grido di sofferenza.

Walter Jacob  autoritratto come travestito, 1920. 


Walter Jacob (1893 – 1964), appartiene alla seconda generazione di espressionisti tedeschi. Dopo quattro anni al fronte (1914-1919), intervallati da un periodo di convalescenza per le ferite ricevute, torna a casa profondamente provato.
si rimette a studiare, riprende a dipingere e trascorre alcuni anni di vita bohemienne, anche per esorcizzare gli orrori della guerra, accettando i lavori grafici che riesce a trovare, che realizza spesso senza firmare.
Figlio di un artista, inizia a disegnare da giovanissimo, e continua a farlo perché non si può permettere tele e colori, tanto che le sue opere sono soprattutto realizzati con mine e matite. Vive a Berlino gli anni dell’espressionismo, per poi ricercare la solitudine sul Mare del Nord dell'isola Hallig Hooge, una delle isole Frisone Settentrionali di 72 abitanti dove si sarebbe depressa anche un'ostrica.
Ha poi viaggiato e vissuto in Alta Baviera, Svizzera, Austria e Jugoslavia, a Monaco, e infine a Hindelang. 
Avrà una vita segnata dalle difficoltà economiche croniche e da crisi depressive.


L'isola di Hooge








sabato 12 dicembre 2015

COSA GLI SARA' PASSATO PER LA TESTA? GLI ELMETTI DI ALLUMINIO DEI LAVORATORI DELLE PIATTAFORME

Provateci voi a passare mesi, anni, su una piattaforma petrolifera in mezzo al nulla in mezzo a persone che parlano a stento la vostra lingua. Soprattutto quando le leggi di tutela non rendevano ancora obbligatori i periodi di riposo (14 giorni a bordo e 14 giorni a terra). Accade così, nell’area del Pacifico, tra gli anni '60 e gli anni '80, che tra i tecnici, i trivellatori, i manovali addetti alle pompe, per ingannare il tempo, scoppiasse la moda di intagliare i caschi in alluminio in dotazione. 




Lavorazioni all’inizio semplici (le più ricercate, oggi, dai collezionisti), un po’ naives, che, mano a mano, iniziarono ad arricchirsi del nome del proprietario e a complicarsi nelle fantase geometriche e figurative, sino a divenire una vera e propria espressione d’arte, come nella famosa serie prodotta per la Mc Donald Oil.

Così, qualcuno, per farsi bello, iniziò a commissionarle all’esterno, ai migliori artigiani di Java Indonesia, Malaysia, Medio Oriente. Una tecnica che usava smerigliatrici a sabbia, mano, martelletti e scalpello. E tanta fantasia.





Negli anni ’90, le norme di sicurezza misero questo tipo di caschi fuori norma, sancendo la fine di una forma espressiva, molto simile a quella della decorazione delle zanne di tricheco, denti di capodoglio e costole di balena che venivano incise dai balenieri dell’800.

Oggi gli elmetti vengono prodotti, sempre a mano, solo come souvenir in Indonesia e nel sud est asiatico. Ma, come sempre accade, non è più la stessa cosa. 



 
dente di capodoglio, 1830 c.a.


 

Turban Helmet Turban Helmet VVIII sec.
 
 
 

The Spectacular War Helmet of Meskalamdug, the Powerful King of Kish sumer

W LA LIBERTA! W CHARLIE! W LA FIGA! ESSERE LIBERI VUOL DIRE FARE LE COSE LIBERAMENTE

ARTICOLO PUBBLICATO SU HUFFINGTON POST

In un mondo nel quale tutti possono parlare - e io stesso posso
firmare un blog su un media autorevole - non solo c’è poco da dire, ma il laccio del bavaglio stringe la bocca e fa colare un filo di saliva. Non basta strombazzare “Io sono Charlie” o “Libertè!” e po tornare a postare gattini. Occorre poter gridare le cose libere, impudenti, lerce, politicamente scorrette che dicevano un tempo Charlie & i suoi fratelli. Lo avete mai letto o visto un numero di 30 anni fa di Pilote, Hara Kiri o de L’Écho des savanes, le riviste dove scrivevano Claire Bretécher, Mandryka, Topor e i de-funti Charb e Wolinsky?
Una carica urticante e intelligente che oggi farebbe impallidire. Riferimenti sessuali espliciti, foto e titoli provocatori contro ogni cosa che cammina e anche fatta di solo spirito. A volte anche irritanti e non condivisibili. Eppure, fatevene una ragione, c’era più talento in una loro scoreggia che in tutti i redazionali usciti oggi in Italia. Questo compreso. 
 


Avete riguardato in tempi recenti le strip di Pazienza, Tamburini, Liberatore? L’aggressività di Re Nudo o Frigidaire? Letto i fumetti underground di Robert Crumb, le fanzine della controcultura dagli anni ’70 e ‘90? Ogni pagina de Il Male sarebbe oggi impensabile. Immaginate le reazioni di Renzi nel vedersi raffigurato coperto di merda, del Papa rappresentato in forma di Scimmia (primate), e una fellatio che coinvolge l’entità suprema. Oggi le nuove leggi lo impedirebbero senza possibilità di difesa, tra accuse di blasfemia, vilipendio, razzismo, sessismo, incitazione alla violenza e all’utilizzo di droghe.
Cos’è rimasto della libertà di parola e di espressione in un mondo iconoclasta che bandisce parole e immagini, che ha paura di offendere tutti e non si accorge che sta offendendo la propria storia e la propria identità? Userò un’espressione risorgimentale: che offende “ i propri morti”? Che umilia la battaglia che hanno fatto laicismo, illuminismo e libertà di pensiero e di espressione per affermare, nei secoli, la propria autonomia.

Una religione si offende per qualche motivo?
Sti cazzi! direbbe Charlie. Non leggeteci.
Rispettiamo la religione. Ma se avessimo dovuto ascoltare la religione non si sarebbe evoluta neanche l’arte moderna e avremmo rinchiuso gli espressionisti in carcere. Non sarebbe esistito il divorzio e l’omosessualità sarebbe ancora una malattia.
Un politico si adombra? … e allora? 
Aveva più libertà Voltaire che un editorialista di Repubblica o del Post. Abbiamo avuto la rivoluzione industriale, il femminismo, Woodstock, la coscienza di classe, morti, milioni di manifestazioni, e ora Istagram ammette le tettine, ma non il capezzolo (che deve essere impecettato) e Facebook persegue ogni culetto… perché assai severa in fatto di nudo.
Gestisco un blog d’arte e ogni mese la pagina social viene censurata, non per foto esplicite (uno scatto di Tina Modotti anni ’20 da fare accapponar la pelle), ma anche per quadri figurativi: un espressionista tedesco… sicuramente un porco degenerato. Addirittura una foto di Mina in minigonna a Canzonissima è stata segnalata, impedendomi di postare per venti giorni. Senza appello, senza potermi difendere, senza neanche sanzionare lo stalker sessuofobo che mi perseguita. Così, se voglio continuare a pubblicare, devo evitare in maniera preventiva di postare le foto di Man Ray, gli artisti della pop art, Piero Manzoni che dipinge la modella, gli affreschi liberty che Sartorio ha realizzato per adornare l’Aula di Montecitorio… portando il livello della fruzione a quelli che oggi predica gran parte del mondo islamico meno progressista.
Accadrà, poi, che ognuno dimenticherà la libertà di poterlo fare, perché si è spostato indietro di 100 anni il limite del comune senso del pudore. Che sarò, d’ora in poi, la nostra prigione.

Stessa cosa per questa rubrica. Qual è il limite che mi è concesso dall’editore? Ho dovuto togliere la parola “figa” dal titolo originale un po’ provocatorio di un articolo sicuramente non volgare o scandalistico perché non consona alla linea “clean” della testata. Siamo certi che questo artificio letterario, così politicamente corretto, sia giusto? E’ giusto ufficializzare l’autocensura preventiva, o meglio, renderla norma, in luogo del buon senso?

Insomma, il mainstream dice una cosa.
Posso dissentire? Posso provocare? Posso usare la parola frocio, negro, mussulmano del cazzo, fascista di merda o aggettivare come credo se me ne assumo la responsabilità e la utilizzo per satira, per difendere le categorie in questione o anche solo per un post provocatorio?

Ormai siamo tutti come tag tracciate sul muro. Per strada, non esprimiamo neanche più la passione per la Roma o per la Vulva. Facciamo solo sapere che esistiamo.
Pensiamo di esistere. Ma non abbiamo più un cazzo da dire.
(pubblicato su Huffington Post il 16-12-2015)









domenica 6 dicembre 2015

NIKLAUS STOECKLIN, TRA POP E NUOVA OGGETTIVITA'


Niklaus STOECKLIN, svizzero (Basel 1896 – 1982), non solo è uno dei più grandi, eleganti e dimenticati surrealisti, ma anche uno che, per campare, ha creato immagini-icona pubblicitarie, pensate per poster e cartonati, che fanno oggi impallidire la pop-art.

Maestro del realismo magico e della Nuova OggettivitàNeue Sachlichkeit - dal nome della mostra che questa corrente tenne alla Kunsthalle di Mannheim nel 1925, nell a quale Niklaus sarà l’unico esponente svizzero ad essere invitato - non offre sul web neanche un articolo a lui dedicato in italiano o una piccola voce di Wikipedia che di solito non si nega a nessuno (oh …ragazzi… non posso far tutto io, avrò scritto almeno un centinaio di biografie, cribbio, fate qualcosa anche voi!)...


Figlio di un mercante, compie però come tutti i suoi fratelli, una scelta artistica, tra poesia e pittura, seguendo gli insegnamenti dello zio, Heinrich Müller, noto artista locale di impostazione tradizionale.

Dal 1914 studia presso la Scuola di Arti Applicate di Monaco e allo scoppio della guerra ritorna in Svizzera.

Tiene a Basilea la sua prima mostra personale e inizia a vendere le prime opere, trovando in Georg Reinhart un collezionista, un amico e un mecenate, che lo ospiterà per molti mesi nella sua casa di San Gimignano, dandogli modo di conoscere l’arte italiana.

Grazie anche alla frequentazioni di questo rapporto conosce e si sposa con Elisabetta Schnetzler, dalla quale avrà la figlia Noëmi. 



A partire dagli anni ’30 inizia a operare anche come pittore pubblicitario "cartellonista" e illustratore, innovando le normali dinamiche di rappresentazione del prodotto, portandolo da pack-shot a still life. Macro dettagli su campiture di colore puro (giallo, blu, ocra), che lo fanno distinguere da tutti gli altri colleghi, con una citazione d'onore a Peter Birkhäuser (Basilea, 7 giugno 1911 – Binningen, 22 novembre 1976) che proprio a lui si ispira. 

Sono trenta anni di grande pittura che lo accompagnano sino alla fine degli anni ’40.
Anche nell’arte cosiddetta seria, sa essere diverso da tutti gli altri, con oggetti e forme che si cristallizzano nello spazio, immoti nel tempo. Dove anche la figura umana si solidifica per divenire massa intrisa di mistero.

autoritratto, 1928


Ancora tutte da scoprire le straordinarie illustrazioni scientifiche, metafisiche nella loro assoluta oggettività: serpenti, rocce, cristralli, pipistrelli. Probabilmente nate dalla passione condivisa con il padre per la collezioni di minerali e coleotteri, che il padre li lascerà in eredità raccolte nei volum “Schönheiten der Natur”, Zürich, Rotapfel, 1943.













venerdì 9 ottobre 2015

BOTTON DOWN



Giù le mani. Su le mani! Sono appoggiate su un libro e sembrano voler comunicare qualcosa di arcano e autorevole.
La cosa intrigante è che si tratta di una foto, anzi di un dagherrotipo realizzato tra il 1840 e il 1850 della misura di 1,6 centimetri, scoperto nei primi anni 1980 in un mercato delle pulci nel Massachusetts, pagato 2,50 dollari: l’unico conosciuto al mondo con questa caratteristica.

E’ realizzato in ottone bagnato d’oro basso. Una manifattura tipica dei bottoni in metallo dorato di massa prodotti tra il 1830 e il 1850 in diverse fabbriche del New England come la Manufacturing Company Scovill a Waterbury.
L'uso di bottoni per scopi politici negli Stati Uniti ha avuto inizio nel 1700 con bottoni che proclamavano "Indipendenza", come l'obiettivo ideale dei coloni oppressi, e "Viva il Presidente," in onore dell’insediamento di George Washington.

Per molti anni, l'immagine è stata ritenuta la prima manifestazione antischiavista di due mani, una nera, l’altra bianca, poggiate su una Bibbia che indica la volontà di Dio e il diritto all’uguglianza.
Oggi, dopo analisi digitali dettagliate, la fotografia sembra mostrare le mani di un solo individuo. Il significato simbolico di questo bottone è quindi aperto per reinterpretazione. Amen.


martedì 22 settembre 2015

LOVER EYES. Gli occhi degli amanti clandestini.

Ti guardano, fissi. Dovrebbero comunicare passione. Forse. Ma anche un po’ di inquietudine.

Sono i LOVERS EYES, sorta di enigmatico pegno d’amore che nel XVIII° e XIX° sec. amanti britannici, francesi e nord europei si scambiavano in maniera clandestina, tanto che ancora adesso, nella maggior parte dei casi, non è possibile identificare i loro destinatari o le persone che erano state raffigurate da abili e costosi miniaturisti.
Gli esperti ritengono siano rimasti oggi nel mercato meno di 1.000 "occhi dell'amante, molti dei quali conservati in collezioni private, capaci di costare anche migliaia di euro, tanto da far nascere anche in tempi recente la produzione di falsi.





Secondo la tradizione, la moda avrebbe avuto inizio alla fine del 18° secolo, quando il principe di Galles - che in seguito divenne Giorgio IV – si innamorò perdutamente di una donna cattolica, rimasta due volte vedova, di nome Maria Fitzherbert. E che fu proprio tra i due amanti, ostacolati dal dovere si Stato, che sarebbe nata l’usanza dello scambio di “occhiate amorose”…

La love story tra il principe di Galles e Maria rese popolari questi oggetti e ha generato una moda di elite che durò fino al 1840 - e anche più tardi - passando per la Regina Vittoria, che pare avesse commissionato un certo numero di questi oggetti durante il suo regno.

Sarebbe anche questo il segreto del celebre scatto della Contessa di Castiglione, fotografata da Pierre-Louise Pierson, che verso il 1863 mette in evidenza uno dei suoi splendidi occhi.