UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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mercoledì 13 maggio 2015

IL PRIMO OGGETTO CONOSCIUTO DI CONTENUTO ARTISTICO E' UN SASSO.



Lo so, rimarrete di sasso, ma il Ciottolo di Makapansgat, Sud Africa, tre milioni di anni fa è il primo oggetto conosciuto, che può essere definito di "contenuto artistico".
 
 


 Fu trovato nel 1925 accanto ai resti di un Australophithecus. Le analisi geologiche posizionano l'origine della pietra in una zona piuttosto lontana,  si è così avanzata l'ipotesi, molto credibile, (Garner) che l'Australophithecus l'abbia ritrovata durante una marcia, notata tra le altre per la sua somiglianza a un viso. Una somigliamza poi accentuata scalfendola con altre pietre, e che  l'abbia poi portato con sè fino alla morte. Avrebbe cioè dato a un sasso una valenza estetica e non funzionale.
 

Sul retro del ciottolo c'è una seconda immagine, che assomiglia al volto di un australopiteco. Questo ciottolo a due facce dagli studiosi è ritenuto casuale, ma è stato usato da un australopiteco, come se fosse una scultura, e quindi si deve ritenere la prima forma conosciuta di PRE-ARTE, cioè l'uso del trovato fatto prima della fabbricazione di sculture antropomorfe o zoomorfe per riti di culto. 

Reperita da W.I. EITZMAN nel 1925. Misure forse circa 7 cm. di altezza. Provenienza: Makapansgat (Valley of the Northern Province, South Africa) Datazione assoluta: 3.000.000 anni (Dart) e 2,5 - 2,9 milioni anni (Bednarik) Reperto studiato da Raymond Dart, Mary Leakey, Robert G. Bednarik





martedì 12 maggio 2015

LEE KRASNER GENIO INCOMPRESO.


E’ giusto che un artista sacrifichi il proprio talento per quello di genio molto più in gamba? Fino a che punto l’amore coniugale può giustificare il sacrificio della propria affermazione personale? Chi sarebbe oggi Lee Krasner se non avesse subito la discriminazione di genere? E Pollock sarebbe riuscito a rivoluzionare il mondo dell’arte senza il suo supporto? Riportiamo un articolo pubblicato in rete. Ognuna si faccia la sua opinione...



Non è raro che un grande uomo voglia avere come compagna una grande donna, purtroppo può accadere che il genio maschile oscuri quello della consorte, trasformandola in una misera first lady al proprio servizio. E’ il caso di Lee Krasner, uno dei principali esponenti dell’Espressionismo Astratto, purtroppo ricordata più per il matrimonio con il grande Pollock che per il proprio personale contributo al mondo dell’arte. Una rapida ricerca su Google è il metodo più rapido per osservare come viene indegnamente rappresentata Lee Krasner agli occhi del mondo nonostante i recenti riconoscimenti ricevuti dai principali musei occidentali: nelle pagine dedicate al marito viene spesso citata semplicemente come “una pittrice”, come se non fosse stata anche lei un genio dell’Espressionismo Astratto, mentre negli articoli a lei dedicati si presta sempre più attenzione alla sua vita coniugale piuttosto che alla sua carriera artistica.

Non sapremo mai che cosa sarebbe riuscita a fare Lee Krasner se non fosse stata oppressa dalla misoginia dell’epoca e se non si fosse lei stessa consacrata alla promozione della carriera di Pollock (che difficilmente sarebbe riuscito a produrre qualcosa di buono senza l’aiuto della moglie), anziché dedicarsi alla propria produzione artistica. Ci sembra quindi giusto ricordarla per il suo incredibile contributo all'arte e per la straordinaria forza d’animo con cui ha saputo farsi strada in un mondo di uomini.


Lenore Krassner nacque a Brooklyn il 27 ottobre 1908 da Joseph e Anna Krasner, ebrei ortodossi immigrati dalla Bessarabia. Cresciuta in un ambiente colto e benestante, la piccola Lena manifestò sin da giovanissima la propria passione per la pittura. Il suo incredibile talento si forma in eccellenti scuole d’arte come la Women’s Art School. Dopo un breve periodo al Greenwich House, trovò lavoro alla Temporary Emergency Relief Administration. Questo periodo, che coincise con la Crisi del ’29, fu duro per l’artista, ma la Krasner riuscì a non abbandonare la propria carriera artistica grazie ad un piccolo impiego come cameriera e posando come modella per altri artisti. Le sue opere sono influenzate dalle prime avanguardie: i colori forti e vibranti ricordano le tele di Matisse, il Fauvismo, il Costruttivismo. La Krasner entrò a far parte del Federal Art Project, un’agenzia che sosteneva gli artisti nel corso della Grande Depressione, dove, nel 1937, entrò a far parte della classe di Hans Hoffmann, che gli insegnò i principi del cubismo e la indirizzò verso il neo-cubismo astratto. Hoffmann era molto fiero dei progressi della Krasner ma restio a riconoscere il talento di una donna lodò un’opera della giovane con queste sconfortanti parole: -This is so good you would not know it was painted by a woman -. Nonostante le avanguardie americane stessero infrangendo molti dogmi dell’arte, le donne non erano considerate degne di dipingere al fianco degli uomini. Fu dunque in un ambiente misogino che nacque l’Espressionismo Astratto e la Krasner, per potersi confrontare equamente con i colleghi uomini, scelse di firmare le proprie opere con il nome maschile Lee.

Lee Krasner incontrò per la prima volta Jacson Pollock nel 1936, ad una festa organizzata dal sindacato artisti. Era una ballerina eccellente e fece sfigurare il timido e goffo Pollock, che le pestava continuamente i piedi. L’amore  sbocciò molto più tardi, nel 1942, quando  John Graham organizzò una mostra a New York cui avrebbero dovuto partecipare entrambi: Lee fu invitata ad entrare nello studio di Pollock e venne conquistata dalla rivoluzionaria vitalità delle opere del pittore. Lee e Jackson avevano un sacco di cose in comune: oltre ad essere eccellenti pittori d’avanguardia, erano politicamente attivi a sinistra sebbene la Krasner, a differenza del marito, disapprovasse la politica di Stalin e gli rimproverò sempre di aver nascosto nel proprio studio il pittore messicano stalinista integralista Alfaro Siqueiros, quando la polizia di New York lo ricercava per il coinvolgimento nell’omicidio di Trotsky a Mexico City. Lee era maggiormente inserita nei gruppi più importanti del momento rispetto al marito, che all’epoca era sconosciuto, inoltre appariva più serena e decisa nella sua trasgressiva vita di artista: Lee infatti non aveva mai paura di dire quello che pensava, posava nuda, beveva e fumava molto; Pollock invece appariva sempre a disagio ed era molto introverso (raccontava infatti di sentirsi “come un mollusco in una conchiglia”), quando era all’apice del proprio malessere cercava conforto nell’alcool e nel misticismo, che scatenavano in lui violenti attacchi di rabbia seguiti da periodi di mutismo. I due artisti traevano l’ispirazione da correnti artistiche profondamente differenti. Quando Pollock venne ricoverato in reparto psichiatria nel 1937 per i propri problemi di alcolismo e depressione, affrontò i propri demoni attraverso la pittura ispirandosi all’arte dei nativi americani e alla cultura sciamanica che ammirava da bambino. Lee invece preferiva modelli più raffinati, Rimbaud, Baudelaire, Mondrian.

I due artisti si sposarono il 25 ottobre 1945 e, da questo momento in poi, Lee consacrò la sua esistenza alla carriera del marito diventando la sua principale critica d’arte, discutendo con lui e sostenendolo in ogni modo possibile, consentendogli di coltivare il proprio genio e le sue rivoluzionarie intuizioni per diventare il più importante artista della seconda metà del Novecento. Fu Lee Krasner a sostenere Pollock, così come aiutò l’artista ad uscire, almeno in un primo momento, dal baratro dell’alcool e della depressione. Si trattò non soltanto di uno straordinario atto d’amore da parte di una moglie sinceramente innamorata, ma purtroppo anche di un gesto di auto-sabotaggio artistico perché la Krasner ha mortificato la propria brillante carriera per Pollock.

L’indissolubile rapporto instauratosi tra i coniugi fece ingelosire Peggy Guggenheim, una famosa mecenate dell’epoca che ammirava immensamente le opere di Pollock. La donna, una ricca ereditiera ebrea, organizzò la prima mostra personale di Pollock nel 1943 e, nel 1947, stipulò un contratto in cui gli garantiva uno stipendio mensile per quattro anni. Peggy Guggenheim detestava Lee Krasner, non ritenendola all’altezza della propria cultura, dei propri modi raffinati e dei viaggi in Europa che la ricca mecenate, a differenza dell’artista squattrinata, si era potuta permettere; certamente le due donne avevano lo stesso carattere indomabile e tenace, che permise loro di farsi strada nel mondo dell’arte. Il denaro della Guggenheim tuttavia non poteva competere con l’amore e la devozione della Krasner che riuscì a salvare per un certo periodo il marito dall’alcolismo sostenerlo sulla strada del successo. Con la borsa di studio di Peggy Guggenheim i Pollock acquistano un’incantevole villetta colonica a Long Island. L’antica casa era priva di acqua e riscaldamento, ma nonostante ciò molti altri artisti raggiunsero la coppia e diedero vita a una piccola comunità di intellettuali. Nel 1946 Pollock trasforma il fienile in uno studio privato, che proprio in questo luogo perfezionò il Dripping, mentre alla consorte venne rifilato il primo piano, che era costituito da una stanzetta molto più piccola. I coniugi Pollock poterono così lavorare individualmente e in due ambienti separati, ma spesso si ritrovavano su invito in uno dei due studi per scambiarsi sostegno morale, opinioni e consigli, che naturalmente non sempre venivano seguiti. Il rispetto e la stima reciproca non vennero mai incrinati dall’invidia, sebbene la povera Lee Krasner era solita privilegiare l’attività del marito. Lee Krasner era ormai conosciuta da tutti come la moglie di Pollock e la critica ignorava le sue opere. Stufa di essere considerata semplicemente una first lady priva di talento, Lee decise di firmare le sue opere semplicemente con la sigla L.K. Nel 1951, Barnett Newman telefona alla casetta di Springs per chiedere a Pollock di posare per la celebre foto degli Irascibili pubblicata su Life; risponde Lee, ma Newmann non le rivela i suoi progetti e le chiede semplicemente di passarle il marito, scatenando il rancore della povera artista incompresa. Nella fotografia effettivamente posano soltanto pittori maschi fatta eccezione per Hedda Sterne. In quello stesso anno Pollock ricominciò a bere; Lee gli consigliò di riprendere l’analisi junghiana che anni prima, all’epoca della pittura ispirata all’arte dei nativi americani, lo aveva salvato, ma Pollock preferì il trattamento più radicale che gli consigliò Greenberg. Non ci furono miglioramenti e l’artista, perso nell’alcool e nella depressione, iniziò a rappresentare la moglie in pubblico come una vecchia strega e a tradirla con una giovane studentessa d’arte. Lee Krasner si stufò dei maltrattamenti subiti e abbandonò il marito a se stesso per un lungo viaggio in Europa, dal quale fece ritorno soltanto nel 1956 per firmare il certificato di morte del marito. Jackson Pollock morì infatti schiantandosi ad elevatissima velocità contro un albero dopo aver trascorso la notte a bere; nell’impatto morì anche una delle due donne che si trovavano nel veicolo insieme all’artista maledetto. Dopo l’incidente la pittura della Krasner divenne buia e cupa, i soggetti delle sue opere si popolarono di creature mostruose. Un’opera di questo periodo è Il guardiano, 1960, nel quale l’artista realizza un’opera che ricorda il Dripping del marito. Distinguendosi dallo stile spontaneo di Pollock, la Krasner costruisce l’immagine mediante una composizione premeditata delle figure; il risultato è un’opera dalle linee estremamente raffinate.
La donna continuò a dipingere sino a quando le forze glielo permisero, dopodiché sloggiò dal fienile e asportò le tavole di compensato per riportare alla luce le tracce del Dripping di Pollock. Fortunatamente sono visibili anche i resti del suo passaggio: la donna infatti dipingeva scagliando la vernice contro le tele appese alle pareti ed è naturale che il pavimento non sia rimasto immune. Prima di morire (19 giugno 1984), l’artista diede il suo ultimo contributo al mondo dell’arte fondando l’associazione Pollock-Krasner, che ancora oggi offre borse di studio agli artisti di tutto il mondo.
Lee e Jackson sono sepolti al Green River Cemetery. La lapide di Pollock è un enorme masso sul quale si trovano innumerevoli tubetti di vernice, quella della Krasner è più piccola e meno appariscente, confermando purtroppo anche dopo la morte il ruolo marginale della donna nel mondo dell’arte e nella vita di coppia. Inizialmente Lee Krasner rimase dietro le quinte dell’Espressionismo Astratto e la critica si ostinò ad ignorarla sino al 1965, quando la Whitechapel Gallery di Londra espose alcune delle sue opere. Nel 1973 il Museo Whithey di New York le renderà omaggio con una retrospettiva e, da quel momento, il nome dell’artista inizierà a comparire nei libri di storia. Oggi è stata resa giustizia a Lee Krasner e, sebbene siano conservate soltanto 599 opere dell’artista, il mondo dell’arte è finalmente consapevole dei suoi meriti, quello di essere uno dei maggiori esponenti dell’Espressionismo Astratto e una delle più grandi artiste riuscite a farsi strada nella storia dell’arte.




GINO ROSSI. MATTO E’ CHI NON LO CONOSCE.


Gino Rossi in prigionia, 1926

“…la pittura di Rossi lo porterà dritto al manicomio.”
Arturo Martini 

Primavera in Bretagna, 1909
Contate sino a due e iniziamo il discorso.
UNO. La qualità di un artista non è sempre correlata al suo grado di notorietà.
E’ risaputo, ma conviene ripeterlo, perché lo dimentichiamo.
DUE. Follia e alienazione, con il loro fascino sinistro, odore di piscio e segatura, al pari del suicidio, delle tossicodipendenze e della bulimia sessuale, finiscono per modificare la percezione che abbiamo di un artista e della sua opera, offrendo di essa una lettura romantica e mediata. Cosa oggettivamente corretta, ma che applicata automaticamente finisce per semplificare la lettura critica, banalizzandola in un puro meccanismo di causa e effetto.

“La fanciulla del fiore” (1909)

Ora, se volete, possiamo iniziare a parlare di Gino Rossi (Venezia, 1884 - Treviso, 1947), uno degli artisti più importanti del ‘900 italiano, poco conosciuto, sempre meno ricordato e studiato. Tanto che il suo Catalogo Ragionato è stato accusato di avere in copertina addirittura un falso. Quando lo citai a un esame universitario a Nello Ponente, critico militante, mi guardò con aria bovina e mi disse annoiato “…Gino Rossi? Fffff….Non mi interessa.”
Peccato, perché era un Maestro. Un Maestro al quale la grave malattia neuropsichiatrica ha minato 35 anni di esistenza, causando cecità progressiva e disturbi della memoria, finendo per saldare vita e arte, offrendo una visione unica, artefatta, spesso inscindibile.
All’esordio dei sintomi gli fu diagnosticata una schizofrenia, alla morte una demenza da encefalopatia luetica. Un’infezione sessuale, la sifilide, contratta probabilmente a Parigi nel 1912, non capita e mai curata, caratterizzata da sintomi gravi e degenerativi, che si inserirono su una personalità fragile e complessa. Aggravata da traumi non confessati che emergono dalla storia familiare, dall’abbandono della moglie, da problemi economici, dalla permanenza coatta in un campo di concentramento, dal 1916 sino alla fine della Guerra.

Abbandoniamo la vita, e torniamo alla pittura.
Perché anche noi abbiamo avuto un Gauguin, per densità di segno e potenza coloristica. Gino nome, cognome Rossi. Come il bomber, sempre infortunato.
Solo che lo abbiamo nascosto e non riusciamo a guardarlo se non attraverso il diaframma dei suoi disturbi psicotici. Un Van Gogh dei poveri, per forza evocativa del segno che emerge in paesaggi parimenti sofferti e cosmologici che Vincent avrebbe saputo apprezzare.
Un pittore e incisore che ne contiene altri mille, fauve, cubista, avanguardista, classico. Italiano. Europeo. Capace di dare vita a opere emozionanti, e a un capolavoro, come “La fanciulla del fiore” (1909), che metterei tranquillamente tra i 100 quadri del ‘900. E fanculo a Nello Ponente.

E ora, la fredda cronaca, come direbbe un giornalista del TG3.
Gino Rossi, nome cognome che più banale non si può, nasce a Venezia nel 1884, a calle degli Orbi, nel circondario di San Samuele da famiglia benestante. Studia presso il Collegio degli Scolopi della badia Fiesolana, passando poi al liceo Foscarini, che abbandonerà nel 1898. Notizia che me lo rende ancora più simpatico.



Nel 1907 assieme all'amico scultore Arturo Martini si reca a Parigi, dove viene attratto dalla pittura di Gauguin (oltre a quella di Van Gogh e dei Fauves) che è stato appena riscoperto. Sulle orme del pittore di Tahiti, si reca quindi in Bretagna, che rappresenterà per lui i tropici e l’assoluto (come Salgari), ritornando con alcune opere tra cui il famoso dipinto “La fanciulla del fiore”, già citata, di vero respiro europeo.
E’ però alla Cà Pesaro che deve la sua affermazione e l’inizio dell’amicizia fraterna con il critico Nino Barbantini. Dal 1911 risiede a Burano e saltuariamente ad Asolo e Treviso, dove s’incontra spesso con Arturo Martini. A queste prime opere fatte di esaltante colore se ne contrappongono altre in cui l'artista denuncia una ricerca formale di rigoroso impegno costruttivo, in continuo oscillamento tra regola e anarchia.

Nel 1916 Gino Rossi è chiamato alle armi, ma viene quasi subito fatto prigioniero. Destino comune a tutti gli sfigati.
Nel campo di prigionia soffre profondamente tanto che al suo ritorno appare sconvolto. La prigionia lo ha cambiato per sempre, provocando un progressivo turbamento mentale.
Il ritorno in patria e i nuovi contatti con l'arte aprono a Rossi nuove visioni e nuovi indirizzi, che portano la sua pittura verso il Cubismo, risalendo fino alle origini della lucida lezione di Cézanne. Ancora trentenne inizia a manifestarsi la malattia, che nel 1926 lo condurrà dritto in manicomio, al Sant'Artemio in Treviso, dove morirà il 16 dicembre 1947 per miocardite. Straziante uno dei suoi ultimi quadri che rappresenta, tra segni espressionisti lo squallore del manicomio.

Drammatica la testimonianza nascosta in disegni di difficile interpretazione pittorica e la descrizione di coloro i quali osservavano l’ostinazione in composizioni di colore durante la sua lunga degenza in Ospedale Psichiatrico, quando era già quasi cieco:
…fu un gran giorno, quello in cui gli regalarono uno scatolone pieno di pezzi di carta variopinta. Lo visitai. Più che l’occhio, la lesione, causa della notevole diminuzione della vista, interessava la zona ottica occipitale. Destinato alla cecità, Gino Rossi godeva ancora del senso cromatico, Provava ancora, ed intensamente, il piacere della percezione dei colori. Si capiva, osservandone il lavoro, che egli stava musicando per se stesso una composizione cromatica della quale lui e lui solo comprendeva l’armonia e la bellezza….”

Amen.

Il cortile del Manicomio, 1926
 

lunedì 11 maggio 2015

LUI LIU. LUI.

 
Lui Liu (1957), artista cinese che vive in Canada. L’ho letto da qualche parte. “La sua pittura è la sottrazione della sua gioventù passata ad ammirare l’iconografia della rivoluzione cinese che impera nelle strade, sommata alla decadenza mummificata dell’occidente.” Io penso che sia un cazzotto. Dipinto con civetteria, come per il salottino di un miliardario.



UNA VITA. STESSO ORGOGLIO.


Doris Zinkeisen (1898 - 1991), pittrice, fotografa, scrittrice, costumista. A sinistra in un suo autoritratto del 1929 a 31 anni. A destra, nel 1990, a Suffolk, a 92 anni: 10 mesi prima di morire.
Scozzese, ha lavorato per il teatro e per il cinema come costumista. Tra gli altri, per il film biografico sulla Regina Vittoria, Victoria the Great e per la versione cinematografica di Show Boat. Nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, Doris Zinkeisen e sua sorella Anna lavorarono come artiste di guerra per la Commissione dell'Europa del Nord-Est per la Croce Rossa britannica e l'Ordine di San Giovanni. Ha lavorato come pittrice anche per gli arredi del transatlantico Queen Mary. Le illustratrici di libri per ragazzi Janet e Anne Grahame Johnstone sono sue figlie.
Si fa sempre i conti con le proprie radici.

Doris Zinkeisen: New Idea portrait with leaf background (1929) by Harold Cazneaux
 

IL SESSO E' IL COITO DELLA FOLLA

...Baudelaire diceva che il "sesso è il coito della folla". Non più ahimè, il sesso va morendo. Fra non molto giaceremo ognuno con la lingua dentro la bocca dell'altro, immobili e silenziosi, come frutti di mare.
Una bellissima poesia di Paolo Prestigiacomo (San Mauro Castelverde, 1947 – Roma, 1992) un poeta italiano, dimenticato.
L'ho abbinata a una immagine Casual Sex che da un po' di anni mi colpisce, della quale non sono riuscito a risalire all'autore. Perché? Perché mi andava così.


IL PRIMO VIDEOCLIP DELLA STORIA. ITALIANO.

Ritmo paralizzante, stucchevole come una vecchia scatola di cioccolatini dimenticati al sole. Ma innovativo da far paura. Era il 1959. 
Ecco il padre di tutti i videoclip, la prima pellicola confezionata non per il cinema o la televisione, ma per il battesimo del Cinebox, l’apparecchio costruito dalla Ottico Meccanica Italiana di Roma che in realtà non raggiunse mai il successo sperato e che avrebbe dovuto cambiare le abitudini dei consulamatori.
Troppo avanti per il proprio tempo. Nel 1961 vennero montate sui transatlantici per le linee americane con Cineboxes mostrando cartoni animati e brevi filmimi. Dopo se ne perse traccia. Il brano si intitola Altagracia, l’esecutore è Don Marino Barreto Junior (Matanzas 1925/Milano 1971), un cantante cubano molto popolare in Italia fin dalla seconda metà degli anni Cinquanta. 









AROLDO BELLINI E IL COLOSSO DEL DUCE

Aroldo Bellini nasce a Perugia nel 1901 dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Nel 1932 è a Roma, dove crea una buona parte delle sue sculture, celebri quelle per il Foro Italico (come i lottatori, che adoro).

 

Interessante e folle è la vicenda del gigantesco monumento al Duce all'Arengario, più alto della Statua della Libertà di New York, di cui Bellini riuscì ad eseguire solo un piede e la testa, prima della caduta del Regime. (ma dove sono finite?) Considerato scultore fascista verrà di fatto emarginato. Muore a Roma nel 1984.




questa è la storia:

90 METRI DI BENITO
Una volta terminata, la colossale statua di bronzo avrebbe dovuto essere alta una novantina di metri: quasi il doppio della Statua della Libertà. Avrebbe raffigurato Ercole con i tratti inconfondibili di Benito Mussolini. Sarebbe stata posta dietro il podio dell’ oratore in un nuovo piazzale delle adunate, destinato a sostituire Piazza Venezia nel cuore degli italiani: in tale immenso arengo del Foro Mussolini, il Duce avrebbe colloquiato con mezzo milione di persone per volta, avendo alle spalle la bronzea magnificazione del suo corpo tanto speciale. La statua sarebbe stata così grande «da far impallidire il ricordo del leggendario Colosso di Rodi», aveva spiegato a Mussolini stesso Renato Ricci, il gerarca fascista sponsor dell’ iniziativa, nel marzo del 1933. Massimo dirigente dell’Opera nazionale Balilla, Ricci non si limitò a baloccarsi con l’idea dell’ Ercole, nel ’36 passò all’azione.

Conferì la responsabilità tecnica del progetto a un giovane architetto fra i più dotati dell’ epoca, Luigi Moretti: non ancora trentenne, ma già autore nel Foro Mussolini di quel capolavoro che era l’ Accademia di scherma. Quanto alla statua di bronzo, Ricci ne affidò la realizzazione allo scultore Aroldo Bellini, che si mise all’ opera partendo dalla testa e da un piede del Colosso. Il cantiere della statua dovette presto interrompersi. Le ristrettezze finanziarie in cui il regime fascista venne a trovarsi fra il 1936 e il ’ 37, dopo l’ aggressione all’ Etiopia e le sanzioni economiche della Società delle nazioni, costrinsero Ricci, Moretti, Bellini a rinviare sine die sia il completamento del Colosso, sia la costruzione dell’ arengo. Oggi, dell’ uno e dell’ altro progetto non restano più che ingiallite fotografie, qualche plastico, alcuni disegni autografi di Moretti conservati all’ Archivio centrale dello Stato di Roma. Documenti preziosi oltreché curiosi, parzialmente riprodotti da Paolo Nicoloso in Mussolini architetto.  Finita, la colossale statua di bronzo avrebbe dovuto essere alta una novantina di metri: circa il doppio della Statua della Libertà. Avrebbe raffigurato Ercole, ma un Ercole con i tratti inconfondibili di Benito Mussolini. Sarebbe stata posta dietro il podio dell' oratore in un nuovo piazzale delle adunate, destinato a sostituire Piazza Venezia nel cuore degli italiani: in tale immenso arengo del Foro Mussolini, il Duce avrebbe colloquiato alla sua maniera con mezzo milione di persone per volta, avendo alle spalle la bronzea magnificazione del suo corpo tanto speciale. La statua sarebbe stata così grande «da far impallidire il ricordo del leggendario Colosso di Rodi», aveva spiegato a Mussolini stesso Renato Ricci, il gerarca fascista sponsor dell' iniziativa, nel marzo del 1933. Massimo dirigente dell' Opera nazionale Balilla, Ricci non si limitò a baloccarsi con l' idea dell' Ercole, nel '36 passò all'azione. Conferì la responsabilità tecnica del progetto a un giovane architetto fra i più dotati dell' epoca, Luigi Moretti: non ancora trentenne, ma già autore nel Foro Mussolini di quel capolavoro che era l'Accademia di scherma. Quanto alla statua di bronzo, Ricci ne affidò la realizzazione allo scultore Aroldo Bellini, che si mise all' opera partendo dalla testa e da un piede del Colosso. Il cantiere della statua dovette presto interrompersi. Le ristrettezze finanziarie in cui il regime fascista venne a trovarsi fra il 1936 e il '37, dopo l' aggressione all' Etiopia e le sanzioni economiche della Società delle nazioni, costrinsero Ricci, Moretti, Bellini a rinviare sine die sia il completamento del Colosso, sia la costruzione dell' arengo. Oggi, dell' uno e dell'altro progetto non restano più che ingiallite fotografie, qualche plastico, alcuni disegni autografi di Moretti conservati all' Archivio centrale dello Stato di Roma. (einaudi)


 

ERA FASCISTA. ORA, FUORI DALLE BALLE.


La statua Era fascista qui ritratta, dorminente, in un magazzino comunale di Brescia.
Si tratta di una colossale statua in marmo di Carrara alta trenta metri, di Arturo Dazzi, raffigurante un nudo maschile, che ha troneggiato nella centralissima piazza della Vittoria dal 1932 fino alla sua rimozione, nel 1945. I bresciani la chiamavano “il Bigio” e piaceva molto a Mussolini. Dopo la Liberazione la statua fu presa di mira dagli antifascisti e la nuova amministrazione, insieme ai britannici, decise di toglierla.
La giunta, dopo un anno di dibattito, ha di nuovo deliberato: il “Bigio” non si ergerà in piazza. Là dove avrebbe dovuto essere collocata la statua “Era fascista” di Arturo Dazzi, ci sarà un’altra installazione.
Ma quale è il pes della storia. 
Cosa bisognerebbe farci di questa statua?
Che rapporto dobbiamo avere con la storia e la nostra memoria? Ah, saperlo...




GAETANO CELLINI NON L'ORAFO

Nella sua carriera ha praticamente scolpito urne per i defunti monumenti ai caduri e una statua di di Don Giovanni Bosco. Ma chi sa realizzare una scultura così deve pensare a come ha scelto di vivere e di creare, forse dissipando un grande talento.
“L’umanità contro il male” è una delle prime opere dello scultore ravennate Gaetano Cellini (1873-1937), conservata nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Un’opera allegorica, l’espressione plastica di un’idea, secondo l’assunto di Auguste Rodin, per il quale «l’arte è la più sublime missione dell’uomo, poiché è l’esercizio del pensiero che cerca di comprendere l’universo e di farlo comprendere». E Rodin fu senz’altro fonte di ispirazione per Cellini, che presentò il gesso di questa scultura – sulla cui base appare, oltre al titolo, un distico che ne descrive il significato: «Così ti sterperò coi denti e l’ugne / Dolore eterno che nel cor mi pugne» – nel 1906 all’Esposizione Nazionale di Milano, realizzando poi l’opera in marmo nel 1908.







ODDIO... MI SONO INNAMORATO.... RENEE PERLE, 1930

"Un volto come il suo non si dimentica facilmente" lo sapeva bene Jacques Henri Lartigue, fotografo francese che negli anni trenta ne fece la sua musa. 
E lo sa bene lo stilista Inglese John Galliano che, dal suo stile unico e raffinato, ha tratto ispirazione per alcune collezioni. La sua storia, quella che vi riporto, l'ho trovata in rete, e mi scuso se non mi ricordo le fonti.


Renee aveva il fascino della "Femme Fatale", quella sensualità selvaggia che ricorda le eroine pericolose di Raymond Chandler e James M. Cain, donne dallo sguardo magnetico sebbene un pò stanco, che addentano la vita con la voracità di un leone fino al tragico epilogo. Jacques Henri Lartigue la definiva un "Angelo" con la bocca a cuore e le occhiaie da diva. Per lei perse la testa, al punto da renderla il suo epicentro fotografico. Si dice che quando la incontrò per la prima volta in un'ambasciata di Rue de la Pompe a Parigi, il 7 marzo del 1930, scorse in lei "qualcosa di magico". La pelle tostata dal sole e i capelli nerissimi lo indussero a credere che fosse Messicana. Reneè sorrise mostrando una fila di denti bianchissimi come i tasti di un pianoforte; rispose "Sono Rumena". Il fotografo annotò sul diario privato l'ora del loro incontro, le 17:35.
Qualche mese dopo, nel giugno dello stesso anno, quando la passione tra i due era ormai sbocciata, Jacques Henri si abbandonò ad una confidenza intima,
che esprimeva lo "stato di grazia" di cui l'uomo godeva al fianco della compagna, era una felicità senza limiti . Mentre il fotografo scendeva nei giardini dell'albergo presso cui erano ospiti per dipingere qualche ora, Reneè lo aspettava in camera , pettinandosi i capelli, truccandosi o semplicemente mordendo un dolc. Jacques Henri amava immaginare quei momenti come un dolce preludio all'amore. Scrive a proposito che "Reneè è al di sopra di qualunque donna , così affascinante e misteriosa da far sbiadire le altre ".
La storia d'amore durò due anni, ma il loro legame rimase saldo nel tempo. Lartigue non rinnegò mai quanto scritto sul diario, durante la vecchiaia , nelle interviste, parlò di Reneè con la stessa aria sognante e la medesima soggezione della gioventù. Reneè aveva la personalità vincente delle donne indipendenti; il suo buongusto dettò stile in fatto di moda, si dice ad esempio che fu la prima donna ad indossare una "T-shirt" in pubblico, con tanto di maniche arrotolate alla "James Dean" con l'eccezione che gli anni cinquanta erano ancora lontani. Amava inoltre un abbigliamento comodo, dal sapore mascolino : pantaloni larghi e canottiere , impreziosite da vistosi cappelli, gioielli etnici ed unghia laccate, marchio di stile di una vera icona.

Reneè Perle morì nel 1977 durante un soggiorno nel Sud della Francia. Jaques Henri Lartigue la seguì nove anni dopo, il 12 settembre del 1986, all'età di novantadue anni. Resta una foto che li ritrae insieme, probabilmente mentre erano in vacanza a Biarritz. Giovani, belli e molto innamorati.