UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




domenica 3 agosto 2014

AUGUST SANDER. FERMARE IL TEMPO. FOTOGRAFIA TRA ESPRESSIONISMO E NUOVA OGGETTIVITA'. OVVERO IL CENSIMENTO DEGLI UMANI.


  

"Un atlante su cui esercitarsi”. Con queste parole, nelle pagine finali della sua Piccola storia della fotografia Walter Benjamin sintetizza la propria interpretazione di Menschen des 20. Jahrhunderts (Uomini del XX secolo), l’ampio progetto a cui il fotografo tedesco August Sander aveva iniziato a lavorare sin dagli anni Dieci e che sarebbe rimasto incompiuto: il catalogo degli essere umani del proprio tempo.




Sander (1876-1964) era figlio di un carpentiere che lavorava nell'industria mineraria. Mentre lavorava in una miniera locale, Sander imparò i primi rudimenti della fotografia assistendo un fotografo che stava lavorando per la compagnia mineraria. Col supporto finanziario di suo zio comprò l'attrezzatura fotografica e allestì una sua camera oscura. Svolse il servizio militare come assistente di un fotografo, e gli anni successivi viaggiò attraverso la Germania. Nel 1901 iniziò a lavorare per uno studio fotografico a Linz, diventandone prima socio (1902) e poi unico proprietario. Nel 1910 lasciò Graz e aprì un nuovo studio a Colonia. 
Nei primi anni venti Sander si unì al "Gruppo degli Artisti Progressivi" di Colonia e cominciò a pianificare un catalogo della società contemporanea attraverso una serie di ritratti. Nel 1925, in una lettera a Erich Stenger luglio, Sander aveva formulato il proposito di realizzare un’opera che proponesse "una sezione dell’epoca presente", tramite una fotografia che, con la sua "fedeltà assoluta", avrebbe consentito di elaborare "una psicologia veridica della nostra epoca e del nostro popolo": inquadrature prevalentemente frontali, sguardo in macchina, sfondi neutri, staticità dei corpi dovuta anche alla scelta di lunghi tempi di esposizione per aumentare la resa dei dettagli, e in generale la ricerca di pose tipiche capaci di rivelare nel modo più chiaro possibile la professione e la collocazione sociale dei soggetti fotografati.

Il primo libro di Sander Face of our Time fu pubblicato nel 1929. Contiene una selezione di 60 ritratti tratti dalla serie People of the Twentieth Century (Ritratti del Ventesimo Secolo). Sotto il regime nazista, il suo lavoro e la sua vita personale furono pesantemente limitati. Suo figlio Erich, che era un membro del partito di sinistra Socialist Workers' Party (SAP), fu arrestato nel 1934 e condannato a 10 anni di prigione, dove morì nel 1944. Il libro di Sander Face of our Time fu sequestrato nel 1936 e le lastre furono distrutte, in quanto l'uomo proposto dal fotografo non corrispondeva al modello proposto dal regime nazista: l'ariano era uguale all'ebreo o all'omosessuale. Non solo ma dopo aver esplorato le professioni in 7 gruppi aveva aggiunto ulteriori sotto-sezioni intitolate Prigioneri politici, Perseguitati e Lavoratori immigrati, che dimostreranno la decisione di Sander di rendere visibili nella propria opera le drammatiche ferite sociali provocate dal nazismo.

Quando esplose la seconda guerra mondiale lasciò Colonia e si trasferì in campagna, permettendo così di salvare la maggior parte dei suoi negativi. Il suo studio fu distrutto nel 1944 durante un bombardamento.


giovedì 3 luglio 2014

TOLOUSE-LAUTREC: IL MAESTRO FA LA CACCA.


Nel 1898, Maurice Joyant fotografa in sequenza un amico d'infanzia che ride divertito e defeca sulla spiaggia. Le foto sarebbero state ben presto dimenticate, se l'amico di Joyant non fosse stato Henri de Toulouse-Lautrec, il pittore acclamato, l’artista maledetto. Il “nano”.
La loro intenzione sarebbe stata quella di farne cartoline spiritose da distribuire agli amici in un misto di goliardia e egocentrismo una volta tornati a Parigi. Forse un'idea buttata lì, solo per farsi un'altra risata.

Comunque sia, queste foto rimangono la prima testimonianza fotografica di una celebrità che si comporta in maniera bizzarra e sconveniente, 110 anni prima di FB, divenendo di fatto una pietra miliare nella comunicazione social. Ma come nel perfetto stile FB la realtà è molto più triste e le immagini preludono la tragica fine dell'artista.



In quel momento la carriera di Lautrec sta iniziando una lenta parabola in discesa. All'inizio di quell'anno, Joyant egli stesso gallerista, aveva organizzato un one-man show di Lautrec, ma lo spettacolo era stato praticamente un fallimento. Alcolismo, malattie veneree stanno ora turbinando intorno al pittore, che è stato costretto a vivere con la sua famiglia alto-borghese, che disapprovava i suoi soggetti osé, la sua vita e i suoi amici, Tanto che suo zio ha dato fuoco pochi giorni prima ad alcune delle sue tele.
Per distrarlo, Joyant gli propone di accompagnarlo in una breve crociera per il fine settimana, dalla Francia all’Inghilterra.
E’ sulla spiaggia di Le Crotoy nella baia de la Somme
che sono state scattate le foto. Un anno dopo Toulouse-Lautrec sarà ricoverato in manicomio, tre anni dopo, morirà, nel 1901 per le complicazioni causate da alcolismo e la sifilide.

spiaggia di Le Crotoy
Maurice Joyant

Vittorio Sgarbi
Cattelan

Cane che defeca. Adriano Cecioni, 1886


martedì 1 luglio 2014

L'IDEA NON E' TUTTO.... DALI' E DISNEY



C’è un tipo che 50 anni prima di Warhol amava definirsi genio. Si chiamava Salvador Dalì, e basta leggere il suo "Diario di un genio" per sprofondare in sogni, intuizioni, deliri. Gli stessi che portò nel cinema, collaborando con Buñuel e con Alfred Hitchcock. 
Successe così, che nel 1945, all'apice del successo artistico e anche della approvazione popolare ebbe l’idea di dare vita a un cartone animato per Disney. O forse fu il contrario, visto che "Fantasia" era stato un grandissimo successo e il pubblico americano si dimostrava molto sensibile a prodotti con aurea culturale o pseudotale. Si trattava in effetti di un progetto molto innovativo per l’epoca, per il quale sviluppò disegni e bozzetti in collaborazione con John Hench. Poi, la cosa, per motivi economici si arenò.
 
L’idea, rimasta sepolto decenni, venne ripresa da R. E. Disney, nipote del fondatore, che ne affidò la regia all'animatore francese Dominique Monfrey, convinto di dare vita a un capolavoro. Un team di 25 animatori si diede da fare per decifrare gli storyboard criptici di Dalí, e nel 2003, con l’aiuto della computer grafica, vide la luce “Destino”: il primo cartone animato surrealista, realizzato 60 anni dopo. Giudicate voi il risultato. 




Perché scrivo questo? 
Per dire che l’idea non è tutto. E che non basta inviare via mail il bozzetto della Battaglia di Anghiari per sperare nel miracolo. E che il genio si esprime non solo nella progettazione. Ma anche nell’esecuzione. Con la capacità che ha la mente di evolvere e affinare un pensiero, ogni giorno, quando si lavora in maniera concreta su un progetto. Come dimostrano i pentimenti, di tanti artisti del passato, Antonello da Messina in primis, o le mille stesure di romanzi.
Così un’idea, anche geniale, richiede non solo un controllo continuo sulla fase realizzativa del suo autore. Ma anche il rispetto della contemporaneità di visione, per evitare anacronismi e scivolate di gusto, magari ingigantite dalle nuove tecnologie. Perché le idee sono figlie del proprio tempo. Di chi le ha pensate. Di chi ci ha lavorato sopra. 

HENRY MILLER…DIPINGERE E’ AMARE ANCORA...

”…levarsi al primo fiorire del giorno per lanciare 
uno sguardo furtivo agli acquerelli fatti il giorno prima, 
o persino poche ore prima, come lo sguardo furtivo 
lanciato all’amata immersa nel sonno…”

 



Dalle tue pulsioni, non scappi. Henry Miller, scrittore americano, famoso autore dei “Tropici”, “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno”, scritti combinando insieme spunti autobiografici, critica sociale e riflessioni filosofiche e usando un genere di scrittura di stampo surrealista, è stato anche pittore, sin dagli anni ’20. E non sanno che per molti versi egli amava la pittura quasi più della scrittura, anche se i risultati sono ovviamente a favore della prima. Anche se i suoi dipinti, e non potrebbe essere altrimenti, sono pregni di riferimenti e significati.
Eppure scriveva: “Per un'inesplicabile ragione non mi sono mai sentito in diritto di concedere alla pittura il tempo che essa reclamava. Preferisco cavarmela dicendo che non sono un pittore. A malapena oso chiamarmi un dilettante. Eppure dipingo. E ogni tanto produco qualcosa che potrebbe chiamarsi quadro. Forse questa mia attitudine ambivalente si spiega col fatto che mi metto a dipingere quando non posso più scrivere. Però non sempre è così. (...) I soli artisti ai quali cedo sempre il passo sono i bambini. Per me i quadri dei bambini stanno alla pari con i capolavori dei grandi. L'opera di un bambino non mancherà mai di affascinare, perché è sempre onesta e sincera, sempre imbevuta di quella magica certezza sgorgata dalla spontanea, diretta conoscenza delle cose, e dall'amore: infatti dipingere è amare”. 

Wikipedia italiana neanche cita quasi questa sua passione. Nella quale mischia un po’ di scuola di Parigi, dove vive per un lungo periodo, e la pittura americana degli anni modernisti e "coloristi". In qualche modo imperscrutabile, sembra addirittura presagire le opere e il segno onrico di Basquiat.




Avrà 4 figli da 3 donne diverse. Nato a New York, a Manhattan, trascorre gli ultimi anni a Pacific Palisades, vicino a Los Angeles, dove passa gli ultimi anni in una casa difficile da raggiungere trascinando un carretto con la spesa nonostante l'età avanzata e rifiutando l'automobile. Sarà cremato e le sue ceneri, sparse al vento.


domenica 22 giugno 2014

IL PITTORE CHE VENNE AVVELENATO DALLA COSA CHE AMAVA DI PIU’

Beato colui che cerca la bellezza in ciò che non c'è
Camille Pissarro



Questa storia finisce male, e non è piena di colpi di scena, ma mi ha colpito per la sua semplicità e linearità. Perché non tutte le vite sono materia da romanzo, e anche questo è un altro aspetto dei Perdenti.

Gustav Wunderwald nasce a Colonia nel distretto di Kalk nel 1882. Suo padre è un armiere, potrebbe continuare la tradizione di famiglia, ma preferisce fare l’apprendista presso il maestro Wilhelm Kuhn. Nel 1900 inizia a lavorare come scenografo e pittore, prima nella sua città, poi sotto il professor Max Bruckner a Gotha e nel 1904 a Charlottenburg per la premiata ditta Georg Hartwig & Co. La pittura “commerciale” e “professionale” è ancora molto richiesta, per decorazioni, insegne, scenografie, decor. Tanto che una volta finito l’apprendistato, inizia a collaborare con reperti scenotecnici di molti teatri europei, tra cui l'Opera Reale di Stoccolma e lo Stadttheater di Innsbruck. Entra quindi nel Comitato esecutivo del Teatro di Düsseldorf sotto la guida di Louise Dumont e Gustav Lindemann. E’ forse il momento più felice della sua vita. Incontra quello che diventerà il suo migliore amico, lo scrittore e drammaturgo Wilhelm Schmidtbonn, organizza la sua prima esposizione presso la libreria Landsberg e conosce e si innmanora di Amalie Minna Gerull, che sposerà nel 1908.
Lavora quindi come pittore decorativo alla Deutsche Oper di Berlino a Charlottenburg fino al 1915, quando viene chiamato alle armi e inviato sul fronte macedone.

Dopo la prima guerra mondiale torna e si stabilisce a Berlino, città nella quale espone ancora, e con la quale nascerà un feeling e un rapporto particolare. E' come una folgorazione.
Gustav cercherà di raccontarla in tutti i suoi aspetti, anticipando in alcuni casi la cultura pop americana e le forme espressive della nuova oggettività (in tedesco Neue Sachlichkeit) movimento a cui viene spesso accostato. Casermoni, ponti, sottopassi, ferriovie, parchi, orti di guerra, zone rurali periferiche. Paesaggi deserti o nel quale le figure umano rappresentano presenza casuali e insignificanti. Gli piace valorizzare le grandi insegne pubblicitarie su ponti e palazzi, le insegne. Con una particolare attenzione agli scorci più tristi e malinconici della vita urbana di Prenzlauer Berg, Spandau, e dei quartieri a nord di Mitte. Quelli che non piacciono alla borghesia prima e alla politica dopo se non al momento delle elezioni. Oppure che piacciono sotto il profilo romantico estetico, ma nei quali non vivrebbero mai. Lui stesso scrive: "Le cose più tristi mi colpiscono direttamente allo stomaco. Moabit e Wedding mi coinvolgono con la loro oscurità e desolazione." (1926). Non lo considero un grande pittore nel senso tecnico del termine, ma una visionario della sua contemporaneità.

Nel 1927, in occasione della mostra collettiva "Il volto di Berlino 1926" presso la galleria Neumann & Nierendorf, il critico d'arte Paolo Westheim gli dedica un saggio monografico nel numero di gennaio del Art Journal, nel quale lo definisce come “ l’Utrillo di Berlino” cosa che, ovviamente, lo fa gongolare.

Quando il nazismo va al potere, Gustav Wunderwald che non è ancora annoverato tra gli artisti maledetti, e che non è in vista - è solo un povero decoratore da teatro, un signor nessuno - ma che ama dipingere un mondo fatiscente non può essere accettato dal potere. Lui stesso non intende divenire complice del regime, decide di non mostrare più il suo lavoro in pubblico, ma dopo il 1934 gli viene anche vietato di vendere e mostrare le sue opere.
Sceglie così di guadagnarsi da vivere colorando film pubblicitari per Ufa e Film Marte. Un lavoro nel quale la creatività e l’identità si annulla e si diventa solo “l’omino dei colori” che lavora sul rodoide, utilizzando la tecnica dei cartoni animati.
Nel 1941 muore sua moglie Minna Amalie Gerull, dopo pochi mesi si risposa con Berta Ludwig. C’è troppo dolore in giro per soffermarsi sul proprio.

L'incubo alla fine si dissolve, tra le macerie. Berlino fu oggetto dei bombardamenti realizzati mediante il maximum use of fire, tempeste di fuoco bombe dirompenti che penetravano nel sottosuolo e servivano a distruggere le condotture dell'acqua per impedire ai pompieri di poter spengere gli incendi, ma che di fatto, portarono a una emergenza sete l’intera popolazione.

Alla fine della guerra, quando ha deciso di riprendere la sua carriera ufficiale di pittore, Gustav muore per aver bevuto acqua avvelenata a Berlino, il 24 giugno del 1945.
Nello stesso giorno sulla Piazza Rossa si celebrò la Parata della Vittoria, e 200 bandiere tedesche catturate sul fronte venirono trascinate per la città in atto di sfregio, e poi accatastate davanti al Mausoleo di Lenin e bruciate. Con esse anche i guanti che avevano portato le bandiere sulla piazza per sottolineare il disprezzo per il nemico.

Di lui restano 181 opere.


 
 



mercoledì 11 giugno 2014

RINGL + PIT, 1930 - FOTOGRAFIA E IDEE AL 100%



Grete Stern (1904 – 1999) e Ellen Auerbach, Rosenberg Auerbach (1906 –  2004), due artiste d'avanguardia tedesche che si sono incontrate a Berlino durante la Repubblica di Weimar nel 1929, e che decidono di aprire uno studio di fotografia e di concept design in un momento di grandi sconvolgimenti economici, politici, ideologici. Del resto Berlino nel 1930 è come Parigi di inizio ‘900 o New York degli anni ’60. Il loro lavoro geniale, che proseguirà per altri 40 anni, è però proprio tra il 1930 e il 1935 che esplode come una super nova, influenzando anche la grafica e la pubblicità.
 
Il nome dello studio RING AND PIT deriva da soprannomi infantili con i quali le ragazze venivano chiamate da bambine. Con l'arrivo al potere di Hitler Ellen va prima in Palestina, poi negli Stati Uniti. Grete si trasferì invece prima a Londra e poi in Argentina dove frequenta con successo gli ambienti artistici d'avanguardia e collabora con la rivista “Idillio” di Buenos Aires. Portò al massimo livello la tecnica dei fotomontaggiche chiamava “Suenos” (sogni) anche perché volevano proprio illustrare emozioni… intese nelle sue più  varie modalità… 


Questi “sogni” apparvero subito dei capolavori che applicavano alla fotografia le concezioni surrealiste e visionarie all'epoca in auge nel mondo nell'arte.
In coda al post, la foto
che le ritrae a 91 e 89 anni quando si ritrovano a New York nel 1995. Beate loro.


Ringl + Pit (Ellen Auerbach & Grete Stern)
Combination, 1930
Questa la foto che le ritrae a 91 e 89 anni quando si ritrovano a New York nel 1995