LE IMMAGINI E GLI AUTORI MENO VISTI DEL '900. LE STORIE MAI RACCONTATE.
UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO
Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.
Marianne von Werefkin, sposata von Jawlensky. (Tula, 10 settembre 1860 – Ascona, 6 febbraio 1938) è stata una pittrice espressionista russo-tedesca.Figlia del Comandante del Reggimento di Ekaterinburg, nel 1880 va a
studiare presso la bottega del pittore Ilya Repin, uno dei principali
pittori realisti della Russia del tempo. Tuttavia la carriera della
pittrice si interrompe nel 1888, quando si ferisce in un incidente di cacciaalla mano destra, con
la quale dipinge.
Marianne von Werefkin, ritratto realizzato dalla sua amica Gabriele Munter
Nel 1892 Marianne
von Werefkin conosce Alexej von Jawlensky, il grande pittore russo, con il quale si trasferirà a
Monaco di Baviera.
Assieme abitano a Schwabing, il quartiere degli
artisti di Monaco di Baviera. Il loro appartamento nella via
Giselastrasse diventerà epicentro della Monaco creativa di quegli anni.
Il salotto artistico per eccellenza. Lì si incontrarono pittori,
scrittori, rivoluzionari, dandy, musicisti e filosofi. Riprende a
dipingere, ma poi è costretta ad abbandonare ancora una volta la pittura
per circa dieci anni. Nel 1907, torna finalmente da protagonista nel
mondo dell’arte, dipingendo le sue prime opere espressioniste, sotto
l'influenza di Edvard Munch.
Liebeswirbel, ca. 1917
Nel 1909, insieme a Jawlensky, aderisce
alla Nuova Associazione degli Artisti di Monaco e, nel 1911, al nuovo
gruppo Der Blaue Reiter fondato da Wassily Kandinsky, Franz Marc e
Gabriele Münter. Formando con Gabriele una coppia femminile di
straordinario talento. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale la
pittrice si trasferisce ad Ascona, in Svizzera, dove nel 1924 fonda il
gruppo "Großer Bär" (Orsa Maggiore). Morirà prima che l’Europa inizi a
bruciare.
“Una fronte superba, occhi magnifici, di un
blu così profondo e così raro che si trova solo nei romanzi...” Così
scrive Paul Claudel, il celebre poeta, della sorella Camille. Scultrice,
pazza, amore e collaboratrice di Rodin. Vissuta 30 anni in manicomio e la cui tomba verrà dispersa.
Camille Claudel era nata l’8 dicembre 1864, a Villeneuve-sur-Fère,
piccolo villaggio dello Champagne. Il padre era il Direttore
dell’Ufficio delle Imposte; la madre una donna infelice di rigidi
principi morali, incapace di manifestazioni di affettività. In
particolare non accettò mai Camille, che fin da bambina manifestò
aspirazioni per lei inconcepibili. Dopo Camille, a distanza di due anni,
nacquePaul, con il quale Camille ebbe sempre un legame intimo e
complesso. Già a 13 anni comincia a modellare le sue prime figure in
argilla. Non seguendo un iter di apprendimento regolare si rivolge
istintivamente a soggetti viventi, saltando i lunghi esercizi di copia
di nature morte imposti dalle Accademie; la scultura coinvolge lei e
l’intera famiglia: non avendo ricevuto lezioni affronta audacemente i
soggetti mobili e, a turno, tutti sono costretti a posare per lei. Da
ragazza Camille legge molto, e accumula, con la sregolata attività
dell’adolescenza e dell’isolamento, una cultura eccezionale. Nel
1879, quando Camille ha 15 anni, il padre chiede un giudizio allo
scultore Alfred Boucher, che fu talmente impressionato dal suo talento
da proporsi come insegnante. Camille lottò per convincere il padre a
trasferirsi a Parigi, e nel 1881 i Claudel si trasferirono a Parigi
dove Camille affittò un atelier con tre amiche inglesi. Tre anni dopo
lo scultore dovette lasciare le sue allieve e chiese ad Auguste Rodin,
ancora poco conosciuto, di sostituirlo, raccomandandogli in particolar
modo Camille. Rodin riconobbe subito lo straordinario talento di
Camille, che aveva 24 anni meno di lui e nel 1883 la volle nel suo
atelier, con le mansioni di modella e di sbozzatrice.
Aveva solo 19
anni, una bellezza prepotente ed un fascino assoluto che riuscì a
sconvolgere la vita di Rodin che aveva 43 anni ed un legame stabile con
Rose Beuret, donna rozza e semianalfabeta che gli aveva dato un figlio,
ma che non aveva sposato. Camille diventa la sua amante e vivendo con
lui anni di passione e di lavoro comune, aiutandosi ed ispirandosi a
vicenda nel creare alcuni fra i più grandi capolavori scultorei di tutti
i tempi. La comunanza di Auguste e Camille è evidente, lavorano
insieme in un continuo scambio di esperienze, al punto che diventa
difficile distinguere il ruolo in determinate opere per le quali si può
parlare di “sculture a 4 mani”. Nell’atelier tutto si decideva insieme e
Rodin lasciava che Camille modellasse mani e piedi delle sue opere.
Rodin affittò per loro due una dimora in rovina, una villa con un
giardino selvatico dove avevano già abitato George Sand ed Alfred de
Musset al tempo della loro storia d’amore. La famiglia Claudel finse d’ignorare per lungo tempo che Camille conviveva, situazione, per quei tempi, scandalosa.
Intanto Rodin diventò sempre più celebre tanto che nel 1887 ottenne la
Legion d’onore. Camille, nel frattempo, scolpì i suoi capolavori ed
insieme a Rodin frequentò i grandi pittori Impressionisti.
Auguste Rodin
Una delle opere di Rodin, realizzata a 4 mani
con Claudine, o comunque molto influenzata dalla sua presenza e dalla
sua collaborazione.
Durante la relazione Camille rimase incinta, ma interruppe la
gravidanza. L'aborto influenzò emotivamente la loro storia, e quando
Camille ha quasi trent’anni, la relazione con Rodin cominciò a franare.
Rodin, pur amandola e sostenendola nella sua vocazione, nel 1892 rifiutò
di sposarla. I legami artistici e sentimentali tra loro due si
allentarono, ma non s’interruppero definitivamente, tanto che lui
l’aiutò in varie occasioni. Nel 1893 Camille ruppe definitivamente i
rapporti con Rodin, affittò uno studio-abitazione e realizzò per conto
suo alcune sculture assai importanti. Dopo Rodin, Camille incontrò
il giovane compositore Claude Debussy, con una relazione durata un paio
di anni. Probabilmente perché Camille non riusciva ad abbandonarsi al
rapporto sentendosi, in fondo, ancora legata a Rodin. Camille viveva
sola in una piccola casa, numerose erano le difficoltà finanziarie.
Essere scultori comportava spese ingenti per i materiali e Camille non
riusciva a sostenerle, si e doveva ricorrere all’aiuto del padre e del
fratello. Un profondo rancore verso Rodin le invase il cuore e la mente.
Cominciò a soffrire di ossessioni. Pensava che Rodin volesse
impossessarsi delle sue opere e ne distrusse alcune; che la facesse
spiare dai suoi assistenti per rubarle le idee e volesse ucciderla.
Ormai costretta in ristrettezze economiche, va sempre più isolandosi. Si
chiuse nel suo atelier, e visse in povertà tra gatti, ragnatele e
marmi. Completò le sue opere e le distrusse a colpi di martello. Vere e
proprie “esecuzioni”, come lei stessa le definì. Nel 1911 lo stato di
salute di Camille si aggravò; viveva in isolamento quasi totale, in
condizioni d’indigenza, nel disordine e nell’abbandono. Alle
difficoltà e alle ossessioni si aggiungono gli odi familiari, a
Villeneuve è persona non gradita, sua madre la subissa di rimproveri e
la condanna, il fratello Paul è lontano dall’Europa e, dopo la
conversione, la condanna come peccatrice.
Il 3 marzo 1913 il padre morì.
La follia di Camille fu così l’argomento di una riunione di famiglia,
cui parteciparono anche il marito della sorella, magistrato, ed il
fratello Paul che, in quanto diplomatico di carriera, riteneva Camille
troppo ingombrante anche per lui che pure le voleva bene e decisero di
condannarla ad essere cancellata dalla vita sociale. Il 10 marzo 1913,
per volontà dei familiari e soprattutto della madre che firmò la carta
per farla interdire, venne internata nell’Ospedale psichiatrico di
Ville-Evrard e poi, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu
trasferita a Montdevergues, vicino ad Avignone. Nei primi anni
d’internamento la madre fece vietare ogni visita alla figlia.
“Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci
ha fatto troppo male”. Così scriveva la madre al Direttore del Manicomio
senza riuscire a perdonarle le sue scelte anticonformiste. Camille
sembra dimenticata da tutti: la madre e la sorella non le faranno mai
visita, il fratello Paul solo due volte in trent’anni d’internamento. Le
sue condizioni sono alterne, passa da fasi in cui è preda, secondo i
rapporti medici, di manie di persecuzione, a momenti di maggiore
serenità. E con il passare degli anni diventò sempre più tranquilla e
chiedeva insistentemente di tornare a casa. Nel 1917 morì Auguste
Rodin, all’età di 77 anni. Nel 1925 gli stessi medici proposero un
tentativo di riavvicinamento alla famiglia, consigliando di farla
rientrare a casa. Ma questa soluzione non fu mai presa in considerazione
dai familiari. Camille, come testimonia una sua lettera, rifiutò anche
le sollecitazioni che le venivano rivolte di riprendere la scultura.
Resterà rinchiusa, sentendosi una prigioniera ed alternando lucidità e
follia.
Nel 1942 le condizioni fisiche ed intellettuali di
Camille registrarono un progressivo indebolimento e il 19 ottobre 1943,
dopo trent’anni d’internamento, morì. Nessuno, nemmeno il fratello,
partecipò al suo funerale. Successivamente l’Ufficio Cimiteri
comunicò alla famiglia Claudel che il terreno dove era stata sepolta
Camille Claudel era stato requisito per “necessità di servizio” e che la
sua tomba, sormontata da una croce recante le cifre “1943 - n. 392”,
non esisteva più. Così la ricordò suo fratello Paul, riassumendo
l’amara vicenda della sua vita: “Mia sorella Camille aveva una bellezza
straordinaria ed inoltre un’energia, un’immaginazione, una volontà del
tutto eccezionali. E tutti questi doni superbi non sono serviti a nulla;
dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta al fallimento
completo.” (da Maria Grazia La Rosa)
livre d'images, circa 1918, plaster and oil paint on cardboard
Una cubista, ma non nel senso che ballava in discoteca, che voleva fare il pittore, perché ne aveva le qualità,ma che ebbe la sfortuna di nascere donna.
Originaria di Anversa, Marthe Donas (1885-1967), belga, scoprì il
cubismo e il modernismo a Parigi durante la prima guerra mondiale.
Dopo un soggiorno a Nizza, dove frequenta lo scultore Alexander
Archipenko, torna a Parigi nel 1918, e diventa un membro della Section
d'Or lavorando con artisti come Larionov, Gleizes, Survage e Van
Doesburg. Intorno al 1920, il suo lavoro viene esposto in tutta Europa, accostata a TauberArp e Sonia Delaunay.
Tête cubiste (1917)
Nel 1922 si sposa, ha una figlia, ed iniziano i problemi. Comincia infatti una
vita di traslochi (Parigi, Ittre, Anversa, Lisbona, Braine-l'Alleud,
Bruxelles) resa complicata dalle difficoltà professionali del marito e da altri problemi familiari.
Marthe smetterà di dipingere per quasi 20 anni.
Ricomincerà solo nel
1947, rivolgendosi all'astrattismo. La sua pittura, come scrisse, aveva
un obiettivo: “l’infini dans le fini”. Trovare l'infinito nel finito.
Chapeau. Le hanno dedicato unmuseo.
Alla fine degli anni ’70, sulla scia di una tendenza nata negli
Stati Uniti e poi in Inghilterra e in Germania nell’ambito della musica
giovanile (tra il ’74 e il ’76), nasce la cultura Punk.
Cultura o sub-cultura, come essa stessa vuole essere
chiamata, esaltando un termine inglese che voleva dire “una cosa di scarsa qualità”, da due soldi.
La storia, molto complessa del
movimento punk, ha influenzato numerose forme d'arte e aspetti culturali, dalla
musica alla letteratura, dalle arti visive alla moda, trovando le sue icone
soprattutto nelle band e nelle loro cover, The Stooges, Buzzcocoks, Ramones (i primi a
usare questa definizione), Dead Boys, The Damned o Clash, e infine i Sex
Pistols. Con un approccio che punta a semplificare la composizione musicale, e
a stravolgerne le regole. Trasformando i concerti in vere e proprio performances,
aggressive. Dei cantanti verso il pubblico e del pubblico verso i performer.
Certo, esaltare una cresta, un
rutto o uno scaracchio sul pubblico a forma d’arte sembra eccessivo, ma la
cultura Punk ha avuto il destino di essere breve ed effimera. E a divenire
“moda” lì, dove voleva essere al di là di ogni moda. E per questa la adoriamo.
Anche se provare a definirla spinge chiunque, noi compresi, a sembrare degli
emeriti coglioni qualunquisti.
The Clash, Clash City Rockers / Jail Guitar Doors Poster, 1978
Alternative T.V, How Much Longer / You Bastard Single Poster, 1977
Sex Pistols (1977) Austerity in the UK … Jamie Reid’s God Save the Queen poster
Sex Pistols (1978)
Risulta impossibile collocare l'"ideologia" punk odierna in
un'unica corrente di pensiero, dato che col tempo, il movimento si è suddiviso
in un'infinità di diverse classificazioni, che vanno dall'anarchismo al
comunismo fino al nazismo, oppure semplicemente la neutra apoliticità.
A unire tutti gli appartenenti al movimento punk sotto un'unica causa è il
rifiuto per qualsiasi forma di controllo sociale, per le convenzioni, il
perbenismo, la religione, la famiglia tradizionale. Con frequenti
contaminazioni con il mondo glam rock e con gli skinhead (teste rasate).
Dopo l'ondata punk 77, che andava ritirandosi verso la fine degli anni
settanta anche a causa del declino e lo scioglimento dei Sex Pistols nel 1979,
la moda del punk durerà sino al 1984, evolvendosi (o degenerando in hardcore
punk).
“Mi
hanno chiamato folle, ma non è ancora chiaro se la follia sia il grado più
elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto
ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di
esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale.”
Edgard Allan Poe, "Eleonora", 1841
Aldolf ha 26 anni quando inizia a
mostrare attenzioni nei confronti delle minorenni prima, dei bambini poi.
Molesta una quattordicenne, poi una vicina di cinque anni. In entrambi i casi non
riesce ad andare al di là dello stadio voyeuristico, ma viene scoperto,
arrestato e mandato in carcere.Tornato in libertà, sarà colto
ancora una volta in flagrante, mentre sta insidiando una bambina di 3 anni.
Forse, proprio mentre sta per varcare la soglia della fantasia sessuale, per
entrare nella sfera della criminalità più efferata. Nella notte della
coscienza.
Nel 1895 lascia il carcere e entra nel Manicomio
Criminale di Waldau vicino a Berna, in Svizzera, dove rimarrà sino alla
morte, sopraggiunta per tumore allo stomaco il 6 novembre 1930.Nel momento nel quale varca la
soglia del manicomio si chiude però la vicenda giudiziaria, mentre inizia
l’avventura nei meandri della psiche che lo renderà - secondo molti storici
dell’arte - uno dei più grandi maestri del ‘900.Un nome che non poteva mancare
nella nostra contro-galleria, che attirò l'attenzione di Sigmund Freud, e del
vate del surrealismo André Breton. In trenta anni di attività, Wölfli realizzerà
1300 disegni e diversi quaderni di scritti, oltre ad una biografia gigantesca
di ben 25.000 pagine chiamata La leggenda
di sant'Adolfo. E verrà riscoperto solo nel 1945 dall'artista francese Jean
Dubuffet durante un viaggio in Svizzera. Sarà lui a inserire l'artista fra i
grandi della Art Brut e a fare in
modo che le sue opere venissero conosciute ed esposte.Con un biografo d’eccezione: il
dottor Walter Morgenthaler, uno psichiatra che dal 1907 decide di occuparsi di
lui, lo aiuta e gli fornisce il materiale e uno spazio tutto suo per lavorare.
Nel 1921 (35 anni dopo i trattati
di Lombroso) lo psichiatra scriverà addirittura una monografia sull'opera e la
vita di Wölfli, opera d'avanguardia nel settore psicopatologico e artistico,
tradotta recentemente in italiano, oggi considerata un classico della
psichiatria. Ma anche della critica d’arte.
Emerge così lo strano caso di
Adolf Wölfli, contadino internato per schizofrenia dopo una doppia carcerazione
per pedofilia, rivelatosi uno straordinario pittore e illustratore, torrenziale
scrittore e indecifrabile compositore, a dispetto di una formazione scolastica
minima. Un genio. Capace di scrivere in lingue misteriose, ma anche di usare
parole in idiomi a lui del tutto sconosciuti, per dare vita a una cosmogonia
dove le parole si mischiano alle immagini. Composizioni visivamente complesse e
oniriche, che il buon Keith Haring avrebbe adorato.
Figlio di una lavandaia e di Jakob
Wölfli, intagliatore di pietra, alcolizzato cronico, spirito violento che
condusse una vita vissuta nell’ossessione delle prostitute e del crimine, che
nel 1870 abbandonò la famiglia (una moglie e sette figli), Adolf vive
un’infanzia solitaria e disperata.
Dopo peripezie e sofferenze, il
padre muore, e la famiglia, ridotta alla fame, va a vivere a Schangnau dove le
autorità municipali affidano Adolf e la madre a un contadino.
Nel 1873 i due vengono però
separati. Adolf lavora come bracciante, non frequenta la scuola e viene
maltrattato. A nove anni, a peggiorare un quadro già drammatico, viene a sapere
della morte della madre. E proprio in quegli anni inizia a manifestare la sua
deviazione/fragilità sessuale. E la fine, è l’inizio del suo riscatto.
Passano anni di abbrutimento in
ospedale, quando gradualmente Adolf acquista la coscienza di essere un vero
artista, tanto da esaltarsi fino a diventare megalomane e a prodursi in scontri
violenti con gli altri pazienti che lo lo prendono in giro.Si chiude in se stesso. E giunge
così, in una solitudine quasi monastica, a creare un suo personalissimo stile,
caratterizzato dalla ripetitività ossessiva della singola immagine.Rappresentazioni di uomini, di
animali (lumache, uccelli), edifici e paesaggi, ricami e greche con solfeggi e
righi musicali percorrono le sue opere formando una cornice ai suoi lavori.
Morgenthaler evidenzia 3 fasi nella sua malattia: la prima,
durata 5 anni, sin quando non comincia a disegnare, è caratterizzata da accessi
violenti, crisi impulsive, aggressività, manie di persecuzione, depressione,
allucinazioni audiovisive, sbalzi d’umore, distruzione degli oggetti nella sua
cella, pestaggi. Ma, curiosamente, frantumando le finestre, non fugge.
Nella seconda fase (1899-1917), detta “dei disegni e della
scrittura”, Wölfli, instancabilmente, crea. Ha ancora crisi, è collerico e
aggressivo, patisce allucinazioni e insonnia. Tuttavia, progressivamente,
l’esercizio artistico lo mitiga e lo placa: l’invenzione di mondi fantastici,
di viaggi interplanetari, di un Dio che coincide col padre e lo guida alla
scoperta del mondo, di un’infanzia felice e ricca di esperienze favolose, tra
le stelle, spendendo miliardi delle monete che ha inventato, lo distaccano
dalla coscienza della realtà.
Riempie i fogli in ogni spazio e prende ispirazione dalle
riviste che circolano in manicomio e dai pochi testi che può consultare. Conia
parole nuove, forgiandole sulla base dei termini stranieri che incontra nelle
sue letture, spesso mutandone senso e significati. Inverte e sostituisce le
consonanti di due parole analoghe, mostra grande sensibilità nei confronti del
ritmo: spesso passa, senza soluzione di continuità, dalla prosa alla poesia,
mostrando fedeltà al suono. Ha una scrittura non estranea al misticismo,
pretende Dio e talvolta crede d’essere Dio. Si firma Imperatore o Beato.La lingua è definita da Morgenthaler “magniloquente,
ridondante e pomposa”.
Nella terza e ultima fase, pur se ancora in isolamento,
viene trasferito in una nuova camera cella, assieme a tutti i suoi scritti e ai
suoi disegni. È il 1917.Diventa socievole, e mostra gentilezza nei confronti dei
malati. “Le allucinazioni non sono svanite: interagisce con queste voci,
litigandoci.
Mendica mozziconi di matita e fogli di carta dappertutto. Se non ha matite
colorate, scrive la sua autobiografia fantastica; se invece manca la matita
nera e sta scrivendo, si serve dei pastelli colorati ì. Sente di “dover fare”:
la sua è una creatività che nasce dalla percezione di “necessità”. È
applicazione e disciplina, senza godimento. Non sa mai cosa disegnerà prima
d’aver intrapreso l’opera: Morgenthaler scrive che “pensa con la matita”. Non
ha “ispirazioni”: sostiene di aver trovato quelle immagini nei suoi viaggi
nell’Universo, per ordine di Dio”.
Le sue opere sono conservate al Museo
des Beaux-Arts di Berna e la sua
figura è oggi curata dalla Fondazione
Adolf Wölfli.Se Dio esiste, forse, lo avrà
perdonato.
Nel
1962 il best seller “The Biology of Art”
di Desmon Morris lasciò il mondo dell’arte senza fiato. Raccoglieva
l’esperienza e le opere di Congo, uno
scimpanzé di 7 anni che, grazie alla guida e agli stimoli comportamentali ideati dall’etologo
inglese, ed egli stesso pittore, avrebbe realizzato nel decennio 1954–1964 circa 400 opere astratte.
Insomma, il primo animale
della storia a riuscire non solo a dipingere in pubblico, ma ad esporre in una galleria d’arte, l’Istituto d’Arte Contemporanea di
Londra. Prima forma di vita, considerata sino ad allora senza anima e
senza coscienza di sé, capace di creare come l’uomo.
Una
delle sue opere fu vendutaa 25.000 sterline. Anche Picasso comprò
una sua tela e Mirò si disse disposto a barattare un suo disegno con quelli del collega scimpanzé. Se Congo veniva privato degli strumenti per dipingere
mentre era assorto nel suo lavoro, urlava e li pretendeva indietro. E quando
dipingeva, sembrava essere felice.
Un
approccio sensazionalistico che rischiò però di distrarre da una esperienza scientifica
e artistica di grande interesse, che ci pone in maniera diretta il problema
delle origini della creatività e dell’amore per il bello.
Desmond Morris e Congo
Altri
pittori famosi in tempi più recenti, esponenti dell’espressionismo astratto, furono il gorilla Koko (andate a visitare
il sito personale, dove è possibile acquistare multipli delle sue opere
-->http://www.koko.org) e
Michael. Anche a loro fu dedicata una mostra presso la Terrain Gallery di San Francisco. I loro dipinti ritraggono
l’amore, la rabbia (come comunicarono con il linguaggio dei segni ai loro
assistenti), ma anche oggetti di vita quotidiana, compagni di giochi, come il
cane Apple o i gorilla stessi. 3 di questi quadri furono venduti a 20.000 dollari.
Koko comunica con il linguaggio dei segni
Negli anni ’80, venne scoperto il talento artistico di Siri, una elefantessa
del Burnet Park Zoo (New York). Scarabocchiava con un sasso sul pavimento della
gabbia, venne così incoraggiata la sua dote artistica fornendole tele, colori e
pennelli. Curioso fu quando alcuni quadri di Siri vennero inviati ad un famoso
critico d’arte, Jerome Witkin, senza rivelare l’identità dell’artista: li
definì «eccezionali, emana da questi quadri una forza positiva e ricca di
tensione, così controllata da risultare incredibile. È un’opera così delicata,
così intensa». Non poteva mancare
un cane pittore: Sam, un meticcio del Maryland. Un maiale a nome Smithfiel e un
cavallo chiamato Cholla in Nevada.
La
regola è una sola: l’opera deve nascere per una precisa volontà e azione
dell’animale sulla tela, senza costrizioni o trucchi. Altri marchingegni,
insomma, non funzionano, e non sono permessi. Così, quando il grande maestro giapponese Hokusai per vincere
una gara di pittura decise di liberare una gruppo di anatre su un lungo rotolo
di carta di riso, dopo avergli infilato le zampe nell’inchiostro, per poi
chiamare l’opera “foglie di acero sul fiume”, in fondo stava solo barando...
Ugo Celada da Virgilio ti prende e non ti lascia più.
Cosa mi piace? La sua capacità di utilizzare la pittura come un linguaggio
muto in grado di trasformare la forma in messaggio, la rarefazione in sostanza.
Mi
spiego meglio. Mi coinvolge la sua capacità di bloccare, nel tempo e
nello spazio,
la realtà in una maniera che appare distaccata, analitica e
scientificamente esatta (colore, riflessi, trasparenze) comunicando - al
contrario di una
totale irrealtà - un grande pathos narrativo.
Elementi che si impongono nei suoi
ritratti ieratici, nei nudi, nelle nature morte. Come appare in questa
splendida composizione degli anni ’30 o 40’, nella tensione dei rossi e dei
colori freddi, della vita fuggita via di un pettirosso e di una gazza, a
contrasto con la fredda presenza degli oggetti. E con quel riflesso rosso
rubino, che sembra ipnotizzarti che unisce due elementi contrapposti, dando vita a una struttura ad X.
In questo senso (anzi, coinvolgendo tutti i sensi) Ugo Celada rappresenta la
reale punta di congiunzione tra la Metafisica,
il Realismo Magico, la Nuova Oggettività, il Novecento. Quattro movimenti apparentemente e geograficamente distanti,
che in lui – e che dire solo in lui - si esaltano e si completano.
Ogni sua opera diviene così un quadro idealmente dipinto a tante mani, dove sembra
di ascoltare le pagine di Bontempelli, le suggestioni di Cagnaccio di San
Pietro e Donghi, i paesaggi immoti di De Chirico, la pittura dei maestri
internazionali della Neue Sachlichkeit, come Dick Ket, o del precisionismo.
Un’identità anomala dunque. Una personalità complessa, che, come sempre
avviene in Italia, finisce per venire penalizzata. Oggetto di culto per collezionisti e critica, ma poco presente nella storia
dell’arte divulgata di questo paese. Nonostante la crescita di articoli e
di rassegne che lo coinvolgono, a partire dalla bellissima mostra tenutasi alla Rotonda
della Besana e a Palazzo Reale a Milano (2005), che accompagnò la sua forte impennata
nei valori di mercato.
Ugo Celada nasce nel
1895 Cerese di Virgilio (MN), da cui l’aggiunta al nome del toponimo, quasi a volersi identificare
in un maestro antico. A
undici anni si iscrive alla Scuola di
Arti e Mestieri di Luzzara (Reggio Emilia) per passare poi alla Regia Scola d'Arte Applicata di Mantova.
Grazie a una borsa di studio può infine frequentare l'Accademia di Brera di Milano partecipando ai corsi di Cesare
Tallone.
Nel
1914 abbandona gli studi per arruolarsi come volontario. Tornato dalla guerra
si trasferisce prima a Genova, e poi a Parigi, dove assimila a pieno le
correnti e le suggestioni europee. Nel
1920 partecipa alla XII Esposizione
Internazionale d'Arte di Venezia dove sarà presente anche nel 1924, ma è
solo nell'edizione del 1926 che la sua opera si impone alla critica, grazie
al giudizio positivo del critico francese Emile Bernard (pittore e
biografo di Cèzanne) che segnalò Ugo Celada come unico tra gli italiani
partecipanti, scatenando l'invidia tra i suoi
colleghi.
Dopo
il ritorno dal soggiorno a Parigi, le mostre si susseguono numerose, dalla Quadriennale di Torino nel 1928 alla Permanente di Milano. Nel 1929 sposa
Teresa Berniera la quale gli darà una figlia, Maria Grazia.
Nel
1930 espone alla Galleria Samadei insieme a molti rappresentanti del movimento
"Novecento".
Ma è nel 1931 che avviene la rottura, firmando un manifesto
antinovecentista, nel quale attacca il monopolio della cultura di regime. Viene emarginato, e mai più invitato
alle grandi esposizioni pubbliche. Divenendo, nei fatti, uno dei pochi artisti
di successo a non essere compromessi con la cultura fascista e con la sua celebrazione.
Ugo
Celada si chiude di fatto in se stesso, vivendo grazie a importanti commesse
della borghesia milanese, che lo adora. Con il dolore, nel 1943 in seguito ad
un’incursione area, di vedere la distruzione del suo studio a Piazza 5 giornate, e la scomparsa di
molte delle sue opere degli anni ’30 e ’40, oggi tra le più rare. Si trasferisce a Varese e nel
1959 organizza presso la Galleria Cairola di Milano la Prima Mostra del Movimento dei Pittori Oggettivisti. Morirà
a Varese nel 1995, centenario (ma le sue ultime opere risalgono agli inizi
degli anni ’70). Solo 10 anni dopo la sua morte inizierà la riscoperta e la
celebrazione per il suo straordinario talento. Il
comune di Cerese di Virgilio gli ha dedicato un museo. E’ presente presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma.