UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


Seguiteci anche ogni mese su ARTeDOSSIER
https://www.facebook.com/museoimmaginario.museoimmaginario

https://www.facebook.com/Il-Museo-Immaginario-di-Allfredo-Accatino-487467594604391/




giovedì 25 ottobre 2012

ARMANDO BRASINI. IL FOLLE ARCHITETTO DEL ‘900 CHE ARCHITETTO NON FU MAI.


Non so perché, ma i grandi architetti italiani hanno sempre avuto una vena di follia. Non tutti per la verità, ma da Borromini in poi, genio e sregolatezza sono spesso andati a braccetto quando ci si trovava a stringere in mano un compasso. 

 
E se devo pensare al novecento, sono tre i nomi che mi vengono alla mente: Tommaso Buzzi, Gino Coppedè, Adolfo Coppedè e Armando Brasini. Non a caso esponenti dello stile eclettico, una sorta di pre-post modernismo, che si divertiva a citare e a miscelare tra loro stili di epoche diverse, dal rinascimento al medioevo, dall’antica Roma al rococò.


E in questo scenario stilistico che s’inserisce Armando Brasini, progettista megalomane, che avrebbe voluto (e in parte lo è stato) essere per Mussolini quello che Albert Speer sarebbe stato per Hitler. Tanto da immaginare uno straordinario, ma farneticante riassetto del centro storico della Città Eterna. Che prevedeva, nel 1925, di abbattere tutti gli edifici per creare scorci e assi prospettici, lasciando in piedi solo il Pantheon, le colonne di Piazza di Pietra, la colonna Antonina di Piazza Colonna e l’obelisco di Montecitorio.
Un progetto che prima affascinò il Duce, e che poi, fortunatamente, fu abbandonato perché non più confacente alla concezione dell'architettura “fassista”, ora chiamata a una nuova fase, tesa non più alla celebrazione del regime, ma a "una funzione attiva nel processo educativo delle masse".
Una visione urbanistica che nasceva da uno dei più famosi e celebrati “architetti” italiani del tempo, che in realtà architetto non lo era mai stato, avendo frequentato per problemi economici, solo l'Istituto di Belle Arti di Roma. 
 
sistemazione Piazza del Pantheon

torre dantesca a Roma

Rimodellamento del centro di Roma su principi teatrali con imponenti abbatimenti (1925-26)  

Di modesta famiglia, Brasini nasce infatti nel 1879 a Tor di Nona (all’epoca quartiere malfamato della città, da fucina di architetti oggi divenuto "fucina di attichetti").
Dopo studi disordinati, ottiene, giovanissimo, incarichi di decorazioni a stucco per le chiese di S. Teresa, di S. Camillo e di S. Maria dei Miracoli, per la villa Anziani e per l'albergo Excelsior, vincendo due medaglie d'oro all'Esposizione di arti decorative di Torino del 1900.
Durante il servizio militare trova, però, a Taranto, la sua folgorazione sulla via di Damasco e la prima occasione di dedicarsi all'architettura. Nascono così la Scuola dell'Aviazione, monumenti agli aviatori caduti, sino a ottenere, nel 1909, l'incarico prestigioso di progettare la recinzione e l'ingresso del Giardino Zoologico di Roma


Lo studio per il già nominato “stile teatrale della città di Roma” gli favorisce la simpatia di Mussolini che gli affida alcuni lavori nelle colonie: Tripoli (Palazzo della Cassa di Risparmio, Lungomare Volpi, Monumento ai Caduti e alla Vittoria), ma anche il piano regolatore del quartiere Flaminio a Roma.
Nel 1929 c’è la consacrazione. Viene nominato Accademico d'Italia e realizza opere che i romani conoscono molto bene, come la chiesa del "Sacro Cuore Immacolato di Maria" a Piazza Euclide, "Villa Manzoni" sulla via Cassia, il Ponte Flaminio, il villino per il tenore Beniamino Gigli ai Parioli, l’incombente Palazzo dell'INAIL in via IV novembre a Roma.




Fra tutti, due sono i suoi capolavori. Il monumentale complesso del Buon Pastore in via di Bravetta, completamente immerso nella Riserva naturale della Valle dei Casali e Villa Brasini sulla Flaminia.


Buon Pastore

Il complesso del Buon Pastore, costato ben 25 milioni di lire dell’epoca, nato per ospitare la casa provinciale della congregazione delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Augiere, diventerà in seguito ospedale e sanatorio militare, scuola. Oggi, totalmente da recuperare nascosto alla vista da un orrendo residence occupato da 20 anni. (Sindaco, vogliamo fare qualcosa?). Per il progetto Brasini prese a modello molti stili architettonici, nel tentativo di creare un nuovo stile unico di sicuro impatto e meraviglia. Infatti l’aspetto del fronte principale del Buon Pastore si ispira liberamente alla gigantesca nicchia del cortile del Belvedere in Vaticano (opera del Bramante), mentre la cupola della chiesa al centro del maestoso complesso replica lo stile barocco della cupola di Sant’Ivo alla Sapienza (opera del Borromini)
Villa Brasini

Una delle sue realizzazioni più eccentriche è, infine, la cosiddetta "Villa Brasini" sulla via Flaminia, nota anche come "castellaccio", per lo stile fortemente eclettico, che comprende in realtà due architetture: la Villa Flaminia verso la via Cassia e la successiva Villa Augusta (intitolata alla moglie) il cui ingresso è rivolto invece verso Ponte Milvio. Oggi divenuto uno dei condomini per vip più esclusivo della città.

Brasini non ancora soddisfatto. Vorrebbe lasciare il segno, nel tempo, e pensa alla E42. Ma gli edifici che progetta, dopo la guerra, saranno abbattuti e su di lui, “architetto fascista” , cala il silenzio.
Peccato. Perché è stato un personaggio diverso da qualsiasi altro, straordinario anche nella fase di progettazione delle sue opere e di disegno (chine tetre, bituminose, di stampo seicentesco, irreali nell’inserimento di bolidi a motore). Un materiale mai presentato nel suo insieme, che ci piacerebbe veramente tanto rivedere in una grande mostra antologica.

Morirà nel 1965, completamente emarginato.

Disegno a china, anni '20/'30 - progetto non identificato


martedì 25 settembre 2012

DONNE. ARTISTE TRA '30 E '40. SCONOSCIUTE


Guardate questo quadro del 1934. E' di una donna artista praticamente sconosciuta. Peggio, dimenticata. Ida Nasini Campanella (1894-1979), autrice di rara sensibilità, nata e cresciuta a Roma. Chi la conosceva, alzi la mano...

 

Come lei, le tante donne pittrici italiane degli anni '30 e '40, azzerate dalla critica e dalla memoria.
Nella Marchesini (guardate il ritratto che gli abbiamo dedicato nel blog de Il Museo Immaginario), Antonietta Gallina, Adelaide Atramblè, Herta Schaeffer Amorelli, O’Tama Kiyohara (giapponese, sposatasi con Vincenzo Ragusa e vissuta in Italia), Lia Pasqualino Noto, Pina Calì, Topazia Alliata. O come Juana Romani, Laura Sirani, Elside Razeto, Carla Maria Maggi o la futurista Benedetta Cappa. Che hanno operato in tutta italia, molte anche in Sicilia. Sparite per esigenze quasi sempre per esigenze famigliari, che rendevano sempre più importante il ruolo del marito, se non proprio didiscevole il ruolo di artista.
Che per esempio hanno potuto portare avanti artiste come Carla Badiali.
Perché nel parliamo? Perché non ne parlerebbe nessun altro. Una pagina sulla quale, nei prossimi mesi, apriremo altri spiragli e approfondimenti...

Pina Cali, autoritratto

Topazia Alliata, autoritratto


Marisa Mori





Laura Sirani, La Rurale
O’Tama Kiyohara
Elside Razeto, 1934


Emma Bossi

Benedetta Cappa


Juana Romani


Carla Maria Maggi

sabato 15 settembre 2012

ALBERTO MARTINI. SURREALISTA. ANZI, PRECURSORE DELL’ARTE ONIRICA.

-->

"La penna è il bisturi dell'arte del disegno, è uno strumento difficile come un violino. Io lavoro con la più sottile del mondo, made in England, su carta piccolo cavallo che faccio arrivare dalla Germania, con inchiostro di China che viene dal Giappone. Arroto la delicatissima penna sulla pietra indiana. I passaggi dal bianco al nero, la modellazione delle carni, dei veli, dei capelli, dell'acqua, delle nubi, della luce e del fuoco, l'ottengo con finissima tessitura di tratti che elaboro con la penna riversata”.
Alberto Martini


A Milano, tra gli anni ’20 e gli anni ’40, dopo il futurismo, e dopo il ribaltamento ideologico di Chiattone e Sant’Elia, l’ambiente artistico risulta di fatto congelato in un campionato a 4 che non ammette divagazioni. Primi in classifica, per tifosi, campagna acquisti e compagine, i Novecentisti protetti dalla Sarfatti (Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Emilio Malerba, Pietro Marussig, Ubaldo Oppi). A seguire i Primitivi-Chiaristi generati dal pensiero del giovane Edoardo Persico (che in gergo calcistico potremmo definire i “catenacciari”). E infine, sempre a rischio retrocessione, gli Astrattisti della galleria “Il Milione", e quelli del gruppo di "Corrente" guidato da Treccani e Birolli.

Il Surrealismo e - peggio che mai - l'Espressionismo sono di fatto relegati a semplice curiosità etnografica. Agli italiani non piacciono le facce distorte, i colori violenti, e “…quei segnacci selvaggi sul linoleum tanto cari ai nostri fratelli crucchi…”. Così anche la grafica viene tenuta in scarsa considerazione.
Mentre il realismo magico di Massimo Bontempelli, viene di fatto sopportato, considerato solo una buona lettura di svago prima di mettersi la camicia nera per andare al Sabato Fascista. Siamo un popolo di grandi realizzatori, appunto “reali”, e “…non abbiamo certo bisogno di arte pensata da palle mosce francesi. O peggio, da checche…


Un surrealista, in Italia, però c’era veramente.
E lo sarebbe rimasto per sempre, anche se aveva rifiutato l’invito di Andrè Breton, che molto lo stimava, ad entrare in maniera militante nel movimento e a divenire controfirmatario del suo Manifesto (1924).
Stiamo parlando di Alberto Martini, un artista anomalo, rientrato a Milano dopo alcuni anni di soggiorno parigino e dopo un percorso formativo realmente di respiro europeo.

Nato a Oderzo, in provincia di Treviso nel 1876, da famiglia nobile, poco più che ventenne va a Monaco di Baviera, nel 1898, per studiare i maestri tedeschi dell’incisione. Autore ostile all’impressionismo e al naturalismo (genere frequentato dal padre, pittore e professore di disegno) Martini ha un'indole solitaria: si ispira agli artisti tedeschi dell’incisione e del disegno, dei quali apprezza il rigore e la graffiante ironia, ma al tempo stesso approfondisce la conoscenza del mondo inglese di Blake e Fuseli e della grafica francese (Doré, Granville, Bresdin, Rops) che scopre nel lungo soggiorno a Parigi, dove si guadagna da vivere collaborando, spesso in maniera anonima, con riviste di satira e costume.
La sua prima formazione è legata soprattutto al mondo del disegno, ma l'approccio alla pittura è precoce con risultati di altissimo livello fin dalle opere giovanili, tra le quali quelle esposte nella Sala del Sogno alla Biennale di Venezia del 1907.



Considerato uno dei più grandi illustratori europei, e più conosciuto all’estero che in patria, ha realizzato tavole celebri nell'interpretazione grafica di opere letterarie come per i Racconti di Edgar Allan Poe (esposte a Londra nel 1914), centinaia di disegni per la Divina Commedia (dal 1901 al 1944), lavori per la poesia simbolista francese di Mallarmé, Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Gerard de Nerval, e per gli shakespeariani Macbeth e Amleto.
Eccezionali, per qualità e dimensioni, soprattutto le incisioni dei cicli sul tema dell’amore e della morte, quali I Misteri, Le Fantasie Bizzarre e Crudeli, I Miti, di fatto il suo testamento artistico.


Martini muore a Milano nel 1954, nel silenzio che la critica aveva steso sui suoi ultimi lavori.
Gli era rimasto accanto soltanto un gruppo di collezionisti di ex libris (nicchia creativa della quale è stato indiscusso maestro) riunitisi in un’Associazione costituitasi nel 1937.
Praticamente impossibile trovare in rete una sua foto, in una sorta di damnatio memoriae.
  

Perché Alberto Martini è grande?
Perché è sempre sorprendente, e mai scontato. E basta avere tra le mani una sua incisione per capirlo, senza tante metafore.
Perché è l’unico in Italia che abbia tracciato, e poi percorso, soprattutto in quegli anni, questa strada, al di là del reale, tra sogno e incubo. Tanto da essere stato giustamente identificato come “maestro dell’arte onirica”, ponendosi in linea diretta con Dalì e Bunuel.
Con uno stile immediatamente riconoscibile.
Con una fantasia prorompente, che ancora oggi sorprende gli spettatori. Come mi accorsi io stesso anni fa, in una mostra sull’arte fantastica curata dalla Fondazione Mazzotta, a Milano, vedendo le sue opere divenire il luogo dove più di tutti si veniva a creare la fila. Con la sensazione, ogni volta, per chi vi si trovasse davanti, di aver scoperto un artista ancora tutto da capire.


E se Martini è stato rivalutato in questo ultimo ventennio, come giustamente fanno notare i collezionisti di ex-libris, rimangono ancora del tutto dimenticati alcuni artisti a lui vicini per frequentazioni e visioni. Sto parlando di Enrico Vannuccini, Attilio Cavallini, Michel Fingesten, del primo Franco Rognoni.
Artisti, vedrete, dei quali parleremo volentieri.





martedì 11 settembre 2012

OTTO FORSTER, MAESTRO TRA SIMBOLISMO E ARTE ASTRATTA.



Crocevia... siamo alla fine.
Già è scesa la sera:/ anche questa è la fine.
Breve il cammino:/chi può esserne stanco?
Per me è già troppo lungo:/ il dolore stanca.
Mani si offrivano:/perché non le hai prese?
Sospiri sospesi.../non li hai intesi!
La mia strada/tu non la segui.
Lacrime scorrono/tu non le vedi.

Stefan George, Crocevia da Der siebente Ring (1907)
 


Illustrazione della celeberrima poesia simbolista di Stefan George, in un’opera carica di mistero, realizzata a grafite nel 1927 da Otto Forster, pittore, grafico e illustratore (1881 - 1930) ancora troppo poco repertoriato, anche a causa di una vita complicata che gli ha fatto perdere tutto il materiale prodotto prima della guerra, e a vivere come un senza tetto.
Per poi vivare verso l'arte astratta e performativa.
 


Forster, alla luce dei suoi pochi lavori autografi rimasti, risulta essere senza ombra di dubbio uno dei più interessanti esponenti della nuova espressività, tra decandentismo, simbolismo e Secessione. Un artista che sembra farci rivivere le atmosfere paniche di Odillon Redon e Koloman Moser, ormai quasi del tutto dimenticato, costretto a utilizzare pseudonimi (ad es. H. Meyer) per poter lavorare, anche Italia, dopo la sua segnalazione di "potenziale anarchico" emessa dalla polizia asburgica.
Visse anche a Trieste, dove un appassionato storico del luogo volle farcelo scoprire, mostrandoci lettere e riviste d'epoca, nelle quali si vedeva la sua partecipazione alla vita artistica, con frequentazioni importanti come Italo Svevo e Franz Von Stuck. 
Otto Förster (20 maggio 1904 a Gablonz an der Neisse. 27 giugno 1998 a Bielefeld) è stato un pittore tedesco figurativo e informale e astratto (dal 1957). Nato in una città ceca di etnia tedesca, cresciuto in un ambiente in cui arti e mestieri, dal 1918 al 1922 frequenta la scuola di arti applicate di Gablonz, seguita dalla formazione presso l'Accademia d'arte di Dresda dal 1922 al 1924. Poi tanti viaggi di studio in diversi paesi europei, anche in Italia, a Trieste dove inizia a dipingere secondo lo stile delle Secessione, con ascendenze simboliste.

Allo scoppio della guerra, rimande per cinque anni sotto le armi, e quando la Germania viene sconfitta, si ritrova senza un marco in tasca, costretto a vivere con un senzatetto. In questo periodo di rivolgimenti tutta produzione dal 1918 al 1945 è andata perduta, tranne il disegno che vedete in apertura, insieme a poche altre opere. Nel 1945 si stabilì a Brackwede, dove cambiò completamente stile. Riprese il figurativo (senza più ispirazione) per poi scoprire nel 1956/57  la pittura astratta e trovò questa nuova strada una grande liberazione. È rappresentante dei pittori astratti di molti paesi europei degli anni '60. Da quel momento in poi, Otto Förster vide la pittura come una forma di lavoro musicale, come musicista attivo ora costruì le sue immagini in ritmi e contrappunti. 1960-1974 ha lavorato in 5 scuole e come insegnante d'arte. Nel 1974 si trasferisce a Bielefeld, dove lavora fino alla vecchiaia, prediligendo la pittura ad olio, l'acquerello, il pastello e le tecniche grafiche, spesso in quadri di grande formato.Otto Förster era un membro della Lippe Artists' Association, della Professional Association of Visual Artists e della Esslinger Artists' Guild



 

Citazioni (selezione del diario)

25 dicembre 1974: un artista che non crea non vive

28/01/1977: Un pittore deve vivere nel mondo dei colori e delle forme

21/09/1977: Non copiare, ma crea te stesso

09/08/1982: L'arte è un'isola nel trambusto del mondo, dove si trova pace e soddisfazione 16/05/1983: L'amore per i colori, le tinte, le sfumature, le linee - per l'infinito





venerdì 7 settembre 2012

LA CASA ROSSA DI ROBERTO MELLI. UN QUADRO ESEMPLARE DEL '900.

La Casa Rossa, di Roberto Melli, 1923. Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma, Sala 25, Valori Plastici prima della mostra temporanea, ora nei depositi.

 

La Casa Rossa, di Roberto Melli, 1923

 

Un piccolo quadro, in parte dimenticato, di valore estetico assoluto, e totalmente inedito per lo stile italiano. Un quadro che i visitatori frettolosi della GNAM spesso ignoravano, perchè spesso ignorano il suo autore, ma che preannuncia la pop art e la pittura di Hopper che, proprio in quegli anni, aveva iniziato negli Stati Uniti la sua ricerca nella solitudine. 

Un quadro del quale non era possibile ritrovare traccia nel web, e che solo pochi storici dell'arte citano. Giulio Carlo Argan, soprattutto, e Giuseppe Appella, che di Melli è stato il massimo studioso.


Al centro dello spazio si staglia una casa rossa, su una collina che credevo potesse essere una casa del Lungotevere, a Testaccio, dove Melli abitava, e che ho scoperto poi essere invece Villa Strohl Fern, all'epoca sede di numerosi studi d'artista, vista da via Flaminia.

La "casa" si delinea su un cielo azzurro, uno di quelli che i romani conosco bene, soprattutto in estate, con l'aria un po' loffia, del primo pomeriggio.

Il quadro poi si sviluppa con un taglio totalmente inedito e fuori dai tradizionali sistemi compositivi "italiani", con una linea diagonale che taglia e divide in due il formato quadrotto.

 

I fiori e la rete diventano così una texture astratta

La prospettiva è totalmente rispettata, ma lo spazio diventa addirittura metafisico. Tutto è immerso nel silenzio. Non ci sono persone. Non c'è nessun compiacimento paesaggistico.  Non c'è il desiderio di realizzare un quadro di sapore commerciale.

Non c'è il narcisismo di De Chirico. Non c'è più neanche lo "stile italico" del novecento classicista che imperava in quegli anni.  Anzi, chissà perché, mi viene in mente l'immagine della casa della Signora Bates che sovrastava il motel di Psycho, che ho visto a Los Angeles negli studi della Universal.

 

Nel 1923, dopo aver attraversato il futurismo con dipinti e sculture di valore fondamentali (la donna con il cappello, una lama nella coscienza), appena due anni dopo la Marcia su Roma, due prima del quadro di Hopper, Melli (1885 -1958) aveva aperto una porta che gli italiani non erano stati in grado di vedere. 

 

Edward Hopper - House by the railroad
Oil on canvas 1925 MoMa New York


La casa di Hopper
La casa di Psycho, 1959 Universal Studio


The Addams Family (1945)



 

"This Old House," Saturday Evening Post Cover, May 18, 1946 Giclee Wall Art


 

    
  Sir Peter Siddell (1935-2011) House and Rocks (1971)

HOPPER Lighthouse Hill, 1927


 
  Days of Heaven (Regia di Terrence Malick) 





 
OIL PAINTING: "Grain Farm" ~ John Rogers Cox, 30s




Ralston Crawford - Vertical Building, 1934


gli studi di Edward Hopper dai suoi taccuini


“Transitional Object (Psychobarn)” (2016)



 
autoritratto di Roberto Melli



Villa Strohl Fern si trova a Roma, all'interno del parco di Villa Borghese.  Fu acquistata nel 1879 dal nobile alsaziano Alfred Wilhelm Strohl (1847-1927) che aveva interessi artistici e talora indugiava nel mecenatismo.  A cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento diversi artisti trovarono ospitalità nella villa. Dopo la presenza di alcuni artisti stranieri, vi sistemarono i loro studi pittori come Cipriano Efisio Oppo, Francesco Trombadori e Amedeo Bocchi, Carlo Socrate. Villa Strohl Fern diventò presto luogo di riferimento di altri pittori ed artisti tra cui Carlo Levi, Renato Brozzi, Ercole Drei, Arturo Martini, Virgilio Guidi, Umberto Moggioli e Alfredo Biagini 
 
Roberto Melli, i tetti di Testaccio dalla terrazza 
L'arte non rende il visibile. 
Ma rende visibile ciò che visibile, non è.
Paul Klee.