UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 5 febbraio 2012

DOMENICO GNOLI. UNA QUESTIONE DI PARTICOLARI.


Alle volte cerco di concentrarmi sulla storia che vorrei scrivere e m'accorgo che quello che m'interessa è un'altra cosa, ossia, non una cosa precisa ma tutto ciò che resta escluso dalla cosa che dovrei scrivere; il rapporto tra quell'argomento determinato e tutte le sue possibili varianti e alternative, tutti gli avvenimenti che il tempo e lo spazio possono contenere. 
E' un'ossessione divorante, distruggitrice, che basta a bloccarmi. 
Per combatterla, cerco di limitare il campo di quel che devo dire, poi a dividerlo in campi ancor più limitati, poi a suddividerli ancora, e così via. 
E allora mi prende un'altra vertigine, quella del dettaglio del dettaglio del dettaglio, vengo risucchiato dall'infinitesimo, dall'infinitamente piccolo, come prima mi disperdevo nell'infinitamente vasto. 
 
Italo Calvino, Lezioni americane – Esattezza



Le trame di un tessuto, una cravatta, un colletto, una mela. Una tasca, una scarpa, una manica,  la scriminatura dei capelli. Il mondo.
Anzi, la rappresentazione del mondo si esprime nell’infinitamente piccolo. Nel dettaglio, nel particolare.
Questo l’universo pittorico, e la proposta filosofica di Domenico Gnoli, un grande maestro delle piccole cose. Considerato freddo e respingente dall’Italietta degli anni ’60.  E sicuramente lontano dagli stereotipi avanguardistici e alla moda. Percepito come troppo europeo, elegante, severo, dalla cultura americana.
Una sapienza di pittura e di visione, unite verso un’unica finalità, che si avverte ogni volta che si ha la fortuna di poter vedere una sua opera dal vivo. Pittore vero, oltre che artista concettuale sotto l'aspetto tecnico e della materia (mettete accanto una sua opera, e quella di Magritte, per capire la differenza). Con uso filosofico e non convenzionale dei formati, ora di piccole dimensioni ora grandi tele pensate per il mercato internazionale. 

Questo è Domenico Gnoli. Un artista che gli italiani dovrebbero prendere a modello. Insieme a Pascali e Manzoni, una delle menti artistiche più innovative degli anni ’60.


Domenico Gnoli, figlio della ceramista Annie de Garrou e del noto storico dell'arte Umberto Gnoli, nato a Roma nel 1933 era ricco di famiglia, bello, dotato di charme naturale, un enfant prodige che a soli diciassette anni allestisce la sua prima mostra.
Ma invece di dedicarsi come i suoi amici, anche pittori, alla pratica un po’ provinciale de La Dolce Vita, pur avendo compiuto studi scolastici privati nel settore dell’arte, inizia un percorso che lo porterà a divenire uno dei maggiori esponenti della pop art europea.  
Più noto all’estero, che in patria a partire dagli anni ’50 lavora sia come scenografo per il teatro (anche a Londra o Parigi), sia come illustratore per diversi giornali.
Dal 1955 al 1962 vive a New York, lavorando soprattutto come pittore, e giungendo nel 1964 al repertorio che oggi identifica la sua pittura. Un mondo che prefigura l’iperrealismo (nouveau realisme) e la street art.
Nel 1962 l’amico Ben Jakober lo convince a trasferirsi nella capitale francese, dove incontra la pittrice Yannick Vu che diventerà sua moglie. Qui ha la possibilità di intrecciare importanti relazioni che lo inseriranno nel circuito del mercato internazionale. Proseguono numerose le mostre che lo portano a viaggiare e ad affermarsi come uno dei più ricercati protagonisti dell’arte figurativa degli anni Sessanta. Dopo una breve malattia, muore prematuramente a New York nel 1970.


Io non so ancora se esista il presente. 
Per questo, mi documento.
Domenico Gnoli


 

martedì 31 gennaio 2012

L'INCREDIBILE STORIA DI GERDA WEGENER E DEL SUO STRANO MARITO


No. Non la conoscevo. E mi è capitato per caso, surfando in rete, di scoprire una sua gouache ambigua e coinvolgente. Quella pittura intrigante, che ti si siede accanto, ti parla all’orecchio e ti comunica cose non banali.
Cliccando sul nome dell’autrice, mi sono poi apparse, una dopo l’altra, immagini sempre inedite per inquadrature, taglio, stile. Donne eteree ed eleganti, tra modernismo e liberty, dallo sguardo profondo, sempre un po’ in tralice, dagli occhi bistrati. Alternate a sequenze di pornografia esplicita, pur venata di quel filo di art nouveau, che sa rendere romantico anche un gang bang.

Ho fatto cosi la conoscenza di Gerda Wegener, danese di nascita, francese di famiglia, nata nel 1889, capace di esporre al Salone d'Autunno e al Salone degli Indipendenti, divenendo apprezzata collaboratrice di riviste come Vogue, La Vie Parisienne, Rire, La Baïonnette. Prima di morire triste, povera e sola nel 1940, dopo aver seguito in Marocco il secondo marito, l’italiano Fernando Porta, in una fallimentare e velleitaria spedizione culturale che sognava di aprire un atelier d'arte nella Medina di Marrakesh. Operazione improbabile, decisamente cool per i tempi.

Ma la storia, non è questa…


Scopro, infatti, scorrendo le biografie in francese, che il suo primo marito, Einar Wegener, artista di talento, avrebbe sacrificato la propria carriera per aiutare la giovane moglie a realizzare la propria, sino a percorrere lui stesso strade mai esplorate.
Non solo la consiglia, la accudisce, gestisce per lei le faccende di casa, ma inizia a vestirsi da donna, nel segreto della casa, trasformandosi poco a poco nella modella preferita dalla moglie. Che, a sua volta, gli insegna l’arte del trucco, e che va personalmente a comprargli le mise che intende rappresentare.

Il gioco delle parti, evidentemente, prende un po’ la mano.
Gerda, che nel frattempo è divenuta lesbica e musa artistica dell’amore saffico, non solo condivide la scelta del marito, ma lo sosterrà sino in fondo, quando lui arriverà a ipotizza una cosa sino ad allora impensabile: diventare donna, a tutti gli effetti.

Il tribunale danese, che riceve la domanda, a sorpresa, la accetta, dimostrando una modernità che oggi sorprende.
Ma questo non basta. Einar decide di sottoporsi, primo uomo nella storia, ad un’operazione di cambio del sesso.
Un "taglio con il passato", che avviene nel 1930, grazie alla prima operazione registrata di vaginoplastica, che susciterà l’interesse morboso dei giornali del tempo.
Cambia il proprio nome in quello di Lili Elbe, e di fatto, l’operazione porta alla fine della loro storia d'amore e allo scioglimento del matrimonio con Gerda, con un divorzio che verrà sancito per editto da Re Gustavo.
Neanche Lili avrà, però, una storia a lieto fine. La chirurgia è agli inizi e ancora in fase sperimentale, i trattamenti sono dolorosi e invasivi.
In poco più di un anno si sottopone a 5 operazioni, e nel 1931, muore per uno stato infettivo. Secondo la leggenda, causato dal rigetto avvenuto durante il trapianto di utero, da lui voluto per cercare di rimanere incinta.



Era quindi lui, ognuna di quelle donne dallo sguardo provocante e pensoso che tanto mi avevano intrigato?
Sicuramente sì, come dimostra il suo ultimo ritratto scosciato e la foto in b/n del classico "prima" e "dopo" pubblicata con grande scandalo sui giornali dell'epoca.
Ma era solo questo il segreto dell’arte erotica di Gerda, capace di fermare con un colpo di pennello un battito di ciglia?
Non lo so. Ma è alla luce di una storia che sembra uscita da un best seller che mi piace presentarvi Gerda W. E suo marito Einar, Lili, Elbe.
Perché l’amore trionfa sempre. Ma qualche volta fa un sacco di pasticci.

A proposito. Nel 2015 il film “The Danish Girl” di Tom Hooper, per raccontare questa storia, che forse per primo, alcuni anni fa, raccontai in Italia. Amen.

 

L'ultimo ritratto del marito Einar Wegener prima dell'operazione di cambio sesso.

 Einar Wegener, Gerda e un amico, pochi mesi prima della morta di Einar
 

 





domenica 8 gennaio 2012

SCHAD. UN GRANDISSIMO, INCREDIBILMENTE CONOSCIUTO DA POCHI.

La provocazione può diventare intellettuale come diceva Schad "se ben rifinita e studiata" così,  "...anche una vagina può essere arte non solo quindi mero strumento sessuale". 
In “Deux Filles“ Schad ci mostra la bellezza del corpo femminile e la sua arte nel tentare la coscienza umana, con ragionamenti animaleschi e primitivi. La masturbazione diventa oggetto di venerazione, di studio se vogliamo ma non azione banale o scontata perché, lo sappiamo bene, ricercata dalle donne e dagli uomini che ne fanno uso. Uno sguardo perso nel vuoto ma cosciente dell’azione, del movimento che provoca piacere, la compagna di esperienze guarda l’amica nell’atto del godimento. Christian cerca strade proibite ma che provocano desiderio e godimento. Lui tedesco di Miesbach (Baviera), nato il 21 agosto del 1894, che vide la prima e la seconda guerra mondiale analizza non solo i tedeschi ma l’umanità stessa. Sempre al limite, se non apertamente scandaloso, Schad non si preoccupa di cosa disegna ma di farci comprendere perché lo ha fatto, il motivo per cui ha voluto vedere il piacere sui nostri volti. 


Studia all’Accademia d’arte di Monaco di Baviera è ben presto si avvicina hai gruppi Dada e d’avanguardia. La fusione con lo stile nuovo del novecento avverrà quando costretto a scappare per evitare il servizio militare si rifugia in Svizzera, Zurigo per essere precisi, dove nasce il movimento Dadaista. Influenze stilistiche ma non sostanziali perché il pittore tedesco è sicuro della sua arte e del suo pennello, mai in errore o superfluo. Lo stile si affina anche grazie ai suoi viaggi compiuti dopo il primo conflitto mondiale a Roma e Napoli, per poi trasferirsi a Vienna. “Nudo a mezzo busto“ è la continuazione d’azione di intenti del pittore che sembra volerci mostrare la donna dopo l’atto sessuale. Occhi stanchi ma goduti con una vena quasi “fumosa“ nelle pupille, capelli leggermente fuori posto , seni con capezzoli ben presenti e un accento di pelo sotto le due ascelle che intrigano l’occhio dell’osservatore. Le donne di Schad sono femminili, sensuali e tenaci, molto snob e alle volte timide nonostante la loro voglia, la loro esigenza di provocare. La collana della donna è fine, di classe sembra che arrivi direttamente dai quadri di Tamara de Lempicka o dalle illustrazioni femminili dell’Art Nouveau. 



Tutto è sensuale, molto erotico e non banale. Ma sulla sua pittura incombe il nazismo, Berlino viene sconvolta da Hitler e la sua permanenza nella capitale tedesca viene meno. Si avvicina al simbolismo e al realismo magico ma ormai tutto ciò non conta più: Schad si ritira dalla vita pubblica, stanco e sfiduciato. Si dedicherà a ritratti e ad opere su commissione. Un talento forse sprecato ma che ci regala opere uniche come per esempio “ Marcella “, fine donna di città che coccola un bellissimo gatto nero con occhi attenti. La solitudine in cui si chiude Schad lo aiuterà anche a creare nella sua Baviera lavori di eccelso livello, ma purtroppo le donne non erano più quelle di una volta. Il feeling era scomparso, la società non era più quelle di prima, le sue ragazze erano mutare l la guerra ed il nazismo avevano spazzato via tutto. “Marcella“ non appariva più bella come un tempo, anche se il suo abito violetto faceva risaltare le sue giovani forme. Rimaneva solo più il gatto nero portatore, si sa, secondo strane credenze di sfortuna e morte. Rimarrà solo fino alla morte Schad, spegnendosi il 25 febbraio del 1982 a Keilberg, piccolo paesino della sua amata Baviera. (J G Sapodilla)


Schad, in una fotografia degli anni '20.
Lo riconoscete in camera operatoria?


domenica 1 gennaio 2012

MAIL ART, DA BALLA A SILVIO LOFFREDO.

Umetti un francobollo e spedisci. La mail art (arte postale) è tutto qui. Una forma artistica che usa il servizio postale come mezzo espressivo. Un'arte affidata alla rete, nata molto prima che nascesse la "rete". Condivisa con mani sconosciute in fase di spedizione, affidata al caso nel suo smistamento, completata dal timbro di navigazione.



Una cartolina che, a partire dalle avanguardie del '900, diventa strumento di comunicazione. "Social", ancora prima che di questa dinamica ne esistesse la premonizione.
Un fenomeno che trova la sua massima espressione nelle culture nel futurismo e  nel dada, con gli invii multipli di Ivo Pannaggi, Balla, Depero. E che troverà più tardi, la codifica del gruppo americano coordinato da Ray Johnson (1962) e le sperimentazione del gruppo Fluxus e di Guglielmo Achille Cavellini, meglio conosciuto come GAC (1914–1990).
Così l'Italia può oggi vantare addirittura l'istituzione di due musei. Uno reale (Museo Civico e della Mail Art di Montecarotto), uno virtuale (MAGAM, Mail Art Gallery And Museum di Fermo). Con gruppi dedicati su Facebook (www.facebook.com/groups/cavellini, quello che probabilmente ci diverte di più), oltre  a un validissimo blog  sul tema (http://archivioophenvirtualart.blogspot.com).





Cosa c'è da dire allora di nuovo? C'è molto.
Ad esempio riscoprire il progetto spontaneo prodotto ininterrottamente per 50 anni da un grande artista come il fiorentino Silvio Loffredo.
Metà francese e metà italiano, figlio lui stesso di artista, allievo di Oskar Kokoschka. Espressionista, ma così carico di ironia, da doverla rovesciare non solo nelle forme di arte più tradizionali come pittore e scultura,  ma soprattutto nella corrispondenza che invia ai suoi tanti amici, artisti e intellettuali (dal 1945 sino ai primi anni del 2000).


Ogni Cartolina diviene così un'opera d'arte. Disegni, schizzi, caricature, si intersecano a una scrittura fitta e quasi illeggibile, che alterna informazioni private con filastrocche, poesie, aforismi. Un mondo magico, dove qualche affiora una vene di malinconia. O una risata amara.
Sarebbe bello poter oggi raccogliere questo materiale, ed è un invito a promuovere una mostra a lui dedicata, ma soprattutto dedicata ad una forma espressiva anarchica, visionaria, azzardata, temeraria del quale ha saputo essere uno dei suoi massimi cantori.


Silvio Loffredo. Autoritratto su cartolina, 1945


Silvio Loffredo è nato a Parigi nel 1920 da genitori italiani. 
Fu proprio il padre Michele, pittore di robusta inclinazione figurativa, ad indirizzarlo nell’esercizio dell’arte e a dargli i primi insegnamenti. Nella capitale francese Loffredo frequentò corsi di disegno e di nudo. Nel frattempo aveva preso a lavorare ma, pur impegnato nel lavoro, il giovane artista non smise la pratica e lo studio della pittura e dell’incisione.
A vent’anni, Loffredo partecipa al conflitto mondiale. Ma dopo l’8 settembre scelse di militare nei reparti italiani affiancati all’VIII armata e, come italian pioneer (questo è appunto il titolo delle sue memorie di guerra), risalì l’Italia via via liberata dalle truppe alleate.
Dismessa la divisa decise di dedicarsi definitivamente all’arte e, per completare la preparazione iniziata a Parigi, prese a frequentare dapprima i corsi dell’istituto d’Arte di Siena passando in seguito a Roma, all’Accademia di Belle Arti, dove ebbe maestro Amerigo Bartoli, e infine a quella di Firenze dove studiò con Primo Conti.
Nell’immediato dopoguerra Loffredo iniziò ad allestire le sue prime personali e a partecipare a importanti collettive, riscuotendo un immediato riscontro da parte del pubblico e dei critici.
A Firenze Loffredo frequenta per qualche tempo Ottone Rosai. Per quanto abbia contato l’amicizia e la lezione di un maestro come Ottone Rosai (ed accanto a lui andrà menzionata la fertile con Mino Maccari), Loffredo non si lascia irretire nel facile epigonismo. Frequenta a lungo Oskar Kokoschka a Salisburgo, da cui deriva la forte tensione cromatica di ascendenza espressionistica e, di pari passo, procede nella realizzazione, già intrapresa a partire dai primi anni cinquanta, insieme al fratello Victor, di film sperimentali, un interesse questo che l’artista ha continuato a coltivare fino ad oggi e che ha trovato numerosi riconoscimenti in occasione di rassegne internazionali di film d’autore, in Europa e in America.
Con i primi anni sessanta giungono i riconoscimenti internazionali. Loffredo viene chiamato a più riprese negli Stati Uniti e in Europa per tenere corsi o per commissioni di opere pubbliche (sue opere si trovano in musei di Parigi, Bruxelles, Ginevra, Los Angeles, Philadelphia, New York, Boston, Haifa, Milano, Firenze, Pisa).
E' stato sicuramente uno dei maggiori pittori fiorentini del '900.




giovedì 22 dicembre 2011

GEER VAN VELDE, MAESTRO ANOMALO



L’oggetto della rappresentazione resiste sempre alla rappresentazione.
E cosa resta di rappresentabile se l’essenza dell’oggetto consiste nel sottrarsi alla rappresentazione? Restano da rappresentare le condizioni di questo sottrarsi.
È dipinto ciò che impedisce di dipingere.

La pittura dei Van Velde emerge, libera da ogni preoccupazione critica, da una pittura di critica e di rifiuto, rifiuto di accettare come dato il vecchio rapporto soggetto-oggetto.

A partire da questo momento restano tre vie che la pittura può imboccare.
La via del ritorno alla vecchia ingenuità, attraverso l’inverno del suo abbandono, la via dei pentiti. Poi la via che non è più una via, bensì un ultimo tentativo di vivere nel paese conquistato. E infine la via in avanti di una pittura che si preoccupa poco sia di una convenzione superata sia delle ieraticità e dei preziosismi delle inchieste superflue, pittura d’accettazione, che intravede nell’assenza di rapporto e di oggetto, il nuovo rapporto e il nuovo oggetto, via che si biforca nelle opere di Bram e Geer van Velde.

Samuel Beckett, Disiecta saggio sulla pittura dei fratelli Van Velde

Samuel Beckett e Geer van Velde, Yew Tree Cottage, Sussex, 1938
Geer Van Velde (1898 - 1977) è un pittore olandese, fratello dell’altro grande maestro astratto Bram Van Velde.
Artista precoce, sulla scia di molti grandi del suo tempo (da Picasso a Balla), già a 12 anni inizia a lavorare come decoratore presso la ditta Schaijk & Kramers. Ma il titolare, colpito dalle sue innate capacità, lo spinge a studiare e a perfezionarsi. Dopo studi più o meno irregolari, e il servizio militare nella Croce Rossa (un obiettore di coscienza in partenza) nel 1925 si reca a Parigi, la città che diventerà la sua casa. Raggiunto dal fratello si stabilirà infatti a Montparnasse.

Cubista ? …nahhhh. Razionalista? Bah.
In un mondo di «ismi» e «neocose» Geer elabora un linguaggio assolutamente personale. Astrattista della prima ora, ma lontano da gesti eclatanti. Simbolo dell’avanguardia del ‘900, ma anche di una ricerca che lo riporta ai valori primi della pittura, quasi un «primitivo». 
Con un stile geometrico fortemente riconoscibile, che utilizza gamme cromatiche chiare e trasparenti, in una continua ricerca di equilibri compositivi. Più vicino a Morandi, come rigore, che ai Cubisti, o al De Stijl, secondo uno stile che lui stesso chiamerà «exploration-introspection» che vive nelle opere finité, come negli studi e nei bozzetti.


Divenuto amico di Samuel Beckett, che sull’opera dei due fratelli realizzerà un famoso saggio onirico, del quale abbiamo oggi presentato degli estratti, viene definitivamente lanciato dalla Galleria di Peggy Guggenheim e dalla Mostra londinese del 1938.
E’ l’inizio del successo, che lo portera a viaggiare per tutto il mondo, ottenendo importanti premi nelle maggiori rassegne internazionali, riconosciuto come uno dei massimi esponenti della Nouvele Ecole de Paris.
Con l’orgoglio di una sua retrospettiva, organizzata appena 46enne, nel 1944 proprio a casa sua, allo Stedelijk Museum in una Amsterdam appena liberata.
Morirà a Cachan nel 1977.
Sue opere sono esposte al Musée National d'Art Moderne di Parigi, al Museo di Arte Contemporanea di San Paolo, al Moma di New York.

martedì 22 novembre 2011

ROLAND TOPOR. RIPETETE. ROLAND TOPOR.

"Per guadagnare da vivere io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura...La realtà in sé è orribile, mi dà l'asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente un’immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano."
Roland Topor

Non ci sono mezze misure. Topor o si amava o si odiava. E a me,  da ragazzetto amante dell’arte, stava francamente sulle balle. Con quella sua faccetta tonda, quasi brachicefalo, e quei suoi modi sbruffoni. Almeno così mi sembrava quando disegnava con la luce, scimmiottando Picasso davanti al vetro.
Poi, nel tempo, ho iniziato a trovare su di lui frammenti, racconti e riferimenti. E ho iniziato a vedere tracce di genialità in immagini, grafiche, schizzi, racconti.
Ad esempio quando feci la tesi di laurea su Buzzati e su “Il Viaggio di Mastorna”, e parlando con Fellini, venni a sapere che era proprio Topor la fonte di molti suoi sogni. Il talent visionario che iniziava a buttar giù immagini esagerate e trasgressive ad ogni suo input, e che gli passava come macchina del pensiero, e che lui teneva chiuso nella stanza d’albergo a scarabocchiare (come ne "Il fantasma del Palcoscenico").
Poi parlai con Giovanni Gandini, fondatore di Linus, che mi regalò un poster di Topor e mi disse che era la persona più folle e imprevedibile che avesse mai incontrato nella sua vita. Come quando di rovesciò a un ristorante il tubo di ketchup in testa per raccontare un'idea di copertina.

Iniziai così a sfogliarlo, leggerlo, desiderarlo. Per poi scoprire
che dal suo romanzo "Le Locataire Chimérique" era stato tratto "L'inquilino del Terzo piano" opera simbolo di Roman Polanski, presente anche come attore: ...un giovane archivista, preso in affitto in una vecchio palazzo un appartamento nel quale inquilina precedente s'è uccisa buttandosi dalla finestra, ne assume a poco a poco l'identità….

E ora che Topor non c’è più, rimango sorpreso a vedere molti pochi lo conoscono. E quelli che lo conoscono, in realtà, non lo hanno mai conosciuto veramente.
Forse servirebbe una mostra, vera. Una mostra capace di ridare vita ai sui mostri, e a incubi attualissimi, trasgressivi e corrosivi ancora adesso. Forse anche di più.

Roland Topor (Parigi, 7 gennaio 1938 – Parigi, 16 aprile 1997) è stato uno scrittore, sceneggiatore e illustratore francese. di origine ebreo-polacca,  figlio del pittore e scultore Abram Topor.
Bambino, fugge da Parigi per poi trasferirsi in Savoia, dove la sua famiglia si nasconde per sfuggire all'occupazione nazista. Studia all'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e, dal 1961 al 1965, collabora alla rivista satirica mensile Hara-Kiri, dove si fa notare per un cinico humor nero, tipico dei suoi lavori. È tra i fondatori, nel 1962, del celebre movimento surrealista Panico, assieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky. Nel 1964, a 26 anni,  scrive il suo primo romanzo.

Nella sua eccentrica carriera artistica ha fatto di tutto: dalla pittura all'illustrazione, dal teatro alla fotografia, dall'incisione alla scultura, dal cinema d'animazione ai romanzi, dalla musica alla televisione. E tutto questo sperimentando nuovi linguaggi espressivi e rimanendo fedele alle sue convinzioni e ai suoi principi. Erede del nichilismo dadaista, è riuscito con la sua enigmatica arte a demolire qualsiasi forma di autorità precostituita, ridimensionando contemporaneamente sia il borioso sapere scolastico che la cultura ufficiale imperante. Illuminante il fatto che abbia frequentato la rinomata Accademia di Belle Arti del bar di fronte, come amava ricordare, rifiutando così di diventare un'artista/pollo di batteria come tanti altri. La sua immaginazione sadica e il suo tagliente umorismo nero hanno disvelato, senza mezzi termini, l'assurdità nascosta nel reale, regalandoci un intimo e perturbante brivido. I suoi esseri umani immondi e mostruosi, raffigurati in preda ai piaceri più sfrenati e aggressivi, fanno pensare alle fantasie devianti di un moderno Hieronymous Bosch.
Ha scritto Luca Sforzini. “Viviamo i dettagli angoscianti delle sue opere, fino quasi a sentirne l'acre odore e ad apprezzare, sconvolti, l'elasticità delle carni lacerate. Il mondo rivela la sua doppiezza, l'ipocrisia strisciante e l'artista, indignato, la mostra in tutta la sua repellente virulenza”
Da ricordare anche la sua collaborazione, in Italia, con la rivista satirica "Il Male” e il lungometraggio "Il pianeta selvaggio" nel 1973 premio speciale della Giuria di Cannes.

lunedì 21 novembre 2011

TOMMASO BUZZI. O DELLA SREGOLATEZZA.

Un'opera d'arte è soprattutto un'avventura della mente.
Eugene Ionesco 

L’indirizzo è questo: Umbria, Montegabbione, La Scarzuola. Un convento del 1200 trasformato dall'architetto e designer lombardo Tommaso Buzzi (Sondrio 1900 - Rapallo 1981), che acquistò il complesso nel 1957 per costruire la "città ideale" del ‘900.



Il recupero del convento fu il primo atto del progetto di Buzzi subito dopo passò ai giardini, trasformando gli orti dei frati in un fantastico impianto verd. dove, tra siepi di bosso, statue e pergolati, si rievoca il mito d'amore di Polifilo e della  ninfa.
Ultimato così il recupero della "città sacra", Buzzi passò ad edificare la sua "città profana", che chiamerà "Buzziana".
 Gli edifici sono collegati tra loro da zone teatrali vere e proprie 
(scene, gradinate, grandi vasche) realizzate sul rilievo del terreno e sostenute da poderosi muri di tufo. La Buzziana appare proprio una città profana, sovraccarica com'è di riferimenti e citazioni: ovunque vi sono impressi motti, monogrammi e simboli indecifrabili. Concepita in base ad un personalissimo neo-Manierismo, la cittadella presenta forme sconcertanti e complesse: vi abbondano scalinate, modi espressivi "alla rustica", bassorilievi di mostri, statuine, figure fitomorfe "alla Arcimboldi".
 C'è un affastellarsi di edifici e monumenti che ha del miracoloso: strutture circolari, osservatori astronomici, costruzioni zoomorfe e pozzi di meditazione, templi pagani con una torre di cristallo che pare il pinnacolo di una cattedrale. 

 
L'opera dell'architetto Buzzi rappresenta uno dei capitoli più interessanti ed ancora meno studiati della storia delle arti visive del XX secolo. Ebbe relazioni strette con il gruppo del Novecento Milanese (Muzio, Cabiati, De Finetti) ed iniziò con Gio Ponti una collaborazione lunga e fruttuosa, che si estese dall'architettura, all'urbanistica, al design, alla partecipazione con articoli ed interventi alle pagine di "Domus", la prestigiosa rivista fondata nel 1928 dallo stesso Ponti. Buzzi fu infatti uno dei protagonisti degli avvenimenti artistici più importanti di quegli anni e uno dei maggiori architetti italiani del novecento (membro fondatore del Club degli urbanisti partecipò ad esempio al famoso concorso per la sistemazione urbanistica di Milano con il progetto Forma urbis Mediolani); ebbe ruoli organizzativi di spicco in manifestazioni internazionali sulle arti applicate (Triennale di Milano, padiglioni dell'Enapi, Mostra Internazionale di Amsterdam, Mostra Nazionale dello Sport ecc.); tra i fondatori del Labirinto, ricoprì la carica di direttore artistico per la Venini di Venezia, collaborando con i principali artisti nel campo del vetro.




Le arti applicate costituiscono uno dei terreni privilegiati in cui si concretizza la fantasia creativa di Buzzi, che si occupò della progettazione di mobili, di ceramiche, di pizzi e merletti, lampade orologi ed ogni tipo di oggetti d'arredo. Gli interessi di Buzzi presero da subito una piega più originale - irriverente e insieme straordinariamente colta - rispetto agli altri personaggi della scena milanese, che lo rese forse meno conosciuto al grande pubblico (egli scelse anche un volontario isolamento e smise di pubblicare le proprie opere dalla fine degli anni '30), ma che gli valse l'ascesa ad architetto ufficiale della nobiltà ed alta borghesia italiana (ad es. casa Agnelli o Villa Volpi di Misurata a Sabaudia, nella foto in alto).


Straordinaria anche la produzione di schizzi, bozzetti e costumi teatrali (qui a sinistra, un bozzetto lirico per la Carmen dei primi anni ’50) che lo pongono in una dimensione eclettica ed europea. In quell'aurea di trasverslità che oggi sembra impensabile. E che, forse, lo era anche in quegli anni.

Tommaso Buzzi, a destra, in Brasile con il musicista Ottorino Respighi, fine degli anni '20