LE IMMAGINI E GLI AUTORI MENO VISTI DEL '900. LE STORIE MAI RACCONTATE.
UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO
Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.
Erika Ludwig, classe 1903, tedesca di famiglia austriaca, ha attraversato la scena dell'arte come una meteora, bruciando in poco più 10 anni, tra il 1925 e il 1938 il palcoscenico europeo.
Giovane promessa della scuola d'arte di Monaco, grazie a una borsa di studio parte per Parigi, luogo di espressione libera e anarchica che finisce per esaltare il suo animo ribelle. E qui che deciderà vivere a lavorare, alternando la sua attività di artista con quella di disegnatrice di moda (ma anche di tessuti e di accessori), arrivando a realizzare collezioni di foulard sia per Dior che per Schiaparelli, collaborando anche Paul Selthenhammer (l'inventore del gonnellino di banane di Josephine Baker) nella realizzazione di costumi e bozzetti per il Paris Music Hall e poi per il Palast di Berlino.
Dopo un avvio post impressionista (paesaggi e scene di città) viene coinvolta nel clima delle avanguardie, e inizia a realizzare, alla fine degli anni '20, una serie di straordinari disegni ad acquarello, grotteschi e pre-surrealisti, popolati da un mondo di personaggi fantastici. Come in questo "odalisca", proveniente dal suo taccuino di appunti dispersi negli anni '80 a Parigi nel corso di un'asta che, paradossalmente, la fece riscoprire (lo stesso Jean Cocteau aveva acquistato alcuni dei suoi disegni) prima di tornare ad essere dimenticata per sempre.
Ma torniamo all'epilogo di questa storia, che mischia l'arte a una vicenda personale. Quando nel 1938 Erika sta iniziando ad affermarsi, la tragica fine di un amore, la morte del padre e la paresi della madre, la portano a dover abbandonare precipitosamente Parigi e a tornare in Germania, dove verrà travolta dalla guerra. Di lei non si hanno più notizie ufficiali e risulta dispersa nel corso del bombardamento di Dresda del 1945, dopo essersi rifiutata di lasciare da sola la madre, impossibilitata a muoversi. Anche tutte le sue opere sono andate disperse.
Marcello Scarano (1901-1962) è stato il maggiore pittore molisano del ‘900. Punto.
Nato a Siena, da un critico letterario, torna diciassettenne a Campobasso per frequentare i corsi di pittura di Nicola Biondi. Pensa di non tornarci più, e invece la vita, lo continuerà ad attrarre verse le sue radici.
A Pisa frequenta medicina che poi abbandona per trasferirsi a Roma nel 1922 dove frequenta gli artisti e i luoghi di ritrovo degli intellettuali.
La prima mostra personale risale al 1926, a Campobasso. Nel 1930 partecipa alla mostra del Sindacato Fascista di Belle Arti, quindi espone a Firenze. Premi e riconoscimenti diventano sempre più frequenti, e frequenti sono anche le sue partecipazioni ad esposizioni in Italia (Roma, Cremona, Milano, Napoli). Nel 1942 è invitato alla XIII Biennale di Venezia. Tornerà poi a vivere a Campobasso, dove rimarrà, in isolamento, sino al 1962.
La sua linea narrativa lo porta a lavorare su quattro temi: i ritratti, il paesaggio, il lavoro contadino, il sacro.
I paesaggi molisani gli daranno notorietà, tanto da vincere il premio speciale “Triennale di Milano” che porterà anche all’esposizione di Hannover. Ma è forse nel ritratto che Scarano riesce a dare il meglio di sé, come in questo toccante autoritratto dell’inizio degli anni ’50. data spartiacque anche per un certo modi di intendere la pittura. Una capacità retrospettiva che coniuga l'approfondimento psicologico con la ricerca sulla materia. Un ritratto che diviene specchio di una vita e manifesto di un modo di vivere e di intendere l’arte.
Così scrisse di lui al poeta Giuseppe Jovine, nel 1985, il critico Giulio Carlo Argan.
…il materiale fotografico che mi hai mandato non mi permette certo un’analisi approfondita ma mi ha dato una idea precisa della singolarità, del talento e anche dell’attualità dell’opera del pittore di Campobasso. Se non fosse vissuto così isolato nel suo Molise avrebbe certamente potuto trovare più di un punto di contatto con i movimenti artistici…. Anche così, tuttavia, la sua opera merita senza dubbio più che una rievocazione in ambito provinciale: mi pare quindi giusto ed opportuno che venga organizzata una sua ampia mostra in ambito nazionale. La sede più appropriata sarebbe naturalmente la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma… Come già ti ho detto non sarebbe soltanto un contributo alla storia dell’arte molisana ma italiana….
Chi avesse varcato le porte del Palazzo Reale di Milano in occasione della prima grande mostra dedicata all'artista in Italia, nel 2011 (la seconda rassegna in Europa dopo quella del Musée d'Orsay a Parigi), avrebbe scoperto che la storia dell'arte, se ancora avesse avuto dubbi, è stata scritta dai mercanti. Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (Varena 1875 – Pustelnik 1911) è stato un artista e un musicista raffinato e innovativo, morto troppo presto, troppo lontano dal cuore economico dell'Europa, ma che nell'arco di 5 anni, tra il 1904 e il 1909, ha fatto più lui per l'arte del '900 che 20 accademie rinomate.
Un artista etereo ed elegante, capace di osare l'astratto prima dello stesso Kandinskj e di codificare il simbolismo, a metà strada tra Nabis e avanguardie. Però era lituano, quindi, non contava praticamente nulla nel grande gioco dell'arte. Per comprenderne meglio la complessità, lasciamo un commento a Michele De Luca, che di lui ha scritto in occasione della mostra meneghina:
Ciurlionis è stato un grande pittore e musicista lituano; all'età di tre anni si trasferisce con la sua famiglia a Druskininkai, dove trascorre la sua infanzia. All'età di sette anni impara, per merito del padre musicista, a leggere la musica senza fatica, e intraprende la sua formazione musicale al Prince Oginsky's Orchestra School (dal 1882 al 1893), imparando così il flauto e altri vari strumenti, per poi studiare, nei successivi sei anni pianoforte e composizione al Conservatorio di musica di Varsavia e in questo periodo incomincia anche ad interessarsi a scienze naturali, storia e letteratura. Durante la sua permanenza al conservatorio, compone "De Profundis", una cantata per coro e orchestra sinfonica. Nella capitale polacca, scopre ben presto anche il suo forte interesse per la pittura e si iscrive, dapprima al Kauzik's Drawing School e poi all'Accademia di Arte. Fu molto importante, per le sue opere, la nuova visione che egli sviluppò per la Bibbia e, comunque, per tutte le religioni in generale.
Ben presto i suoi dipinti vengono esposti in importanti mostre, ma, nonostante che la sua popolarità cresca immediatamente e la sua arte desti grande interesse ed attenzione, non vede migliorare la sua condizione economica; questa situazione di quasi indigenza lo portò ad una crescente instabilità mentale che fu causa del suo internamento, nel 1909, in un manicomio. A ciò si aggiunse, al suo rilascio, anche uno stato di progressivo malessere fisico che lo portò ad una morte improvvisa il 10 aprile 1911. Ciurlionis è stato un singolare esempio di sinesteta suono-colore, perché aveva la qualità di riuscire a percepirli contemporaneamente, come è chiaramente dimostrato dalla sua carriera e dai nomi stessi che dava alle sue opere artistiche. Considerato nel suo paese uno dei fondatori dell'arte moderna, è pressochè sconosciuto nel resto del mondo, a eccezione della Francia che gli ha dedicato nel 2000-2001 al Musée d'Orsay una prima grande retrospettiva.
È merito dunque di una importante mostra al Palazzo Reale di Milano – la prima in assoluto nel nostro paese -, curata da Gabriella Di Milia e Osvaldas Daugelis (su iniziativa della Fondazione Mazzotta che ne ha curato anche il catalogo), dieci anni dopo dell'esposizione parigina, di riproporre questo eccezionale personaggio, esponendo un'ottantina tempere e pastelli su tela o cartoncino del maestro, oltre a trenta acquarelli, chine e disegni, fotografie e molti documenti (tra cui una raccolta di lettere inedite) provenienti da un tempio "segreto" dell'arte moderna, cioè il Museo Nazionale di Belle Arti di Kaunas in Lituania. "Un viaggio esoterico" - questo il titolo della mostra - viene dunque a colmare una lacuna, ma anche a saldare un debito verso un artista straordinario quanto insolito e misterioso per la sua pittura, per la singolarità delle sue visioni, dipinte «furiosamente, dimenticando se stesso, senza concedersi tregua». Condensata in soli sette anni (dal 1902 al 1909), la sua opera influenzò molti pittori a lui contemporanei e fu apprezzata da Stravinskij e dal Premio Nobel per la letteratura Romain Rolland, che nel 1930 ammirò le riproduzioni di suoi quadri sulla rivista russa "Apollon". A sua volta Kandinskij, colpito da alcuni dipinti di Ciurlionis esposti a San Pietroburgo, scrisse nel 1910 all'artista lituano per invitarlo alla mostra della Nene Künstlervereinigung di Monaco, ma la lettera giunse con tale ritardo che Ciurlionis perse l'occasione di farsi conoscere al di fuori del suo paese. Spirito solitario dell'arte, divenne famoso per le sue "visioni d'altri mondi", che pochi ebbero la fortuna di conoscere prima che venissero finalmente mostrate a Berlino durante il Festival d'autunno del 1979.
Un'opera di Frantisek Kupka, l'artista al quale più si avvicina.
A ben vedere l’Italia non ha avuto nel mondo della fotografia maestri dell’astrattismo. O forse sì. E può suonare strano ammettere che il maggiore fra tutti fotografi è stato un pittore: Pietro Melecchi, nato nel 1902 a Castelfranco Emilia, vissuto a Bologna dal 1903, trasferitosi a Roma nel 1927 per esercitare la professione di architetto. Un personaggio che a vederlo ricordava Gillo Dorfles e Montanelli, elegante, stempiato, sempre un po’ accigliato, che per poter seguire, libero da compromessi, la sua vocazione artistica, abbandona la professione di progettista e si dedica all'insegnamento.
Con quella testa lucida (in tutti i sensi) ha attraversato le diverse fasi del modernismo (partecipando a più Quadriennali, al Premio Marzotto, alla Selezione Esso) per poi approdare alla fotografia. Un gioco di luci e di richiami, di forme e suggestioni che ha come riferimento naturale Man Ray e le visioni dell’arte cinetica degli anni ’70. Ma anche il rigore si un suo quasi omonimo: Fausto Melotti. E’ morto a Roma nel 1996.
Questo ritratto a china, della fine degli anni ’40, riassume in sé la visione, la cultura e le contraddizioni del modernismo italiano. Un segno, appunto “moderno”, che potrebbe competere con la coeva esperienza di Oscar Kokoschka, ma che a differenza dei pittori “del nord” capaci di rompere con la tradizione fa trasparire un continuo riferimento alla tradizione classica italiana. Nella postura, nella forma e nel contenuto. Alla ritrattistica cinquecentesca, agli schizzi su carta dei pittori veneti, che utilizzano la guazza per creare spettacolo, atmosfera, psicologie. Un archetipo che ritorna nel soggetto scelto: una figura maschile reclinata, pensante, appena accennata nei lineamenti, forse assopita. O forse immersa in una visione interiore. Ed è in questo che Italia e Europa si confrontano senza mai trovarsi veramente e che il nostro provincialismo diviene DNA, ma anche l'elemento distintivo che permette di crescere e rigenerarsi in continuazione. Perchè è difficile sapere dove si va se non ci capisce da dove si viene,
Oscar Kokoshska, 1946
E’ negli anni ’50 che si compirà la parabola artistica di Ignazio Di Stefano. Finalista al Premio Marzotto, Quadriennale del 1955-56, Biennale. Poi, il boom economico e l'astrattismo gli toglierà la capacità di far sognare. Ma questo, il sognatore di questo schizzo, ancora non lo sa.
“Noi siamo perversi, o illusi incantati, o deserti. Sono solo. Dipingere è un togliersi di mezzo”.
Sebastiano Carta
Me lo ricordo, quando ero bambino,
in via Chiana, a Roma, angolo via Volsinio. Fumava, e parlava praticamente da
solo con un lungo cappotto scuro e i capelli bianchi e lunghi mossi dal vento e
uno strano berretto da un lato. Poi una volta finito di fumare, continuando a
parlare con mio padre, che lo conosceva da sempre, iniziò con la cicca a disegnare
sul muro di granito del palazzo una faccia stralunata che a me sembrava quella
di un nano con un cilindro.
Poi prese da terra un pezzetto di
qualcosa e disegnò in alto una stella cometa, scrisse una cosa tipo
“FIUUUUUUU!”, e mi sorrise, come se mi avesse regalato l’intera parate.
Era quasi Natale e quello era un Re
Mago. E quel giorno gli scappava di disegnare, a Seb, come in trance.
Ecco. Ci sono persone a cui le
cose vengono tutte facili. Altre che, per destino, o forse per scelta
in/consapevole, sono costrette a lottare tutta la vita per vedere riconosciuto
non solo il proprio valore e il proprio talento, ma anche la propria storia.
Come Sebastiano Carta pittore e poeta, tra una sigaretta, un bicchiere
condiviso con gli amici, e mille disegni lasciati sulla via. E in questo la memoria
digitale spesso aiuta, perché porta a ritrovare frammenti dispersi, che
magicamente possono ricomporsi e ridare vita a un volto, a un quadro, a una
storia.
Forse anche questo è stato il suo
destino, un futurista della prima ora, uno di quelli che Marinetti chiamò "...uno dei miei ascari più audaci...",
troppo spesso ignorato nelle grandi rassegne dedicate al movimento. E ancora
molto tempo ci vorrà prima di rivedere ristampate le sue fantasmagoriche
composizioni poetiche proseguite sino agli anni ’70 che lo pongono tra i
precursori della poesia visiva in Italia. E di ritrovare, e storicizzare, molte
delle sue opere dei primi anni, oggi di difficile reperibilità, dove sperimenta
ad esempio la macchina da scrivere per realizzare immagini in un percorso
visivo molto vicino a quello di Bruno Munari.
Nato il 4 Marzo 1913 a Priolo, in
Sicilia, arriva a Roma dopo il trasferimento del padre, poliziotto, per
stabilirsi al quartiere Trieste. Figurarsi come il padre come la prese quando
seppe che suo figlio si era messo in testa di voler fare il poeta e il pittore.
Tanto che, ventenne, va a far leggere le sue rime a Filippo Tommaso Marinetti
che apprezza il suo scritto “Sistemazione
Fisica” e lo coinvolge subito nel gruppo romano “…la poesia Parolibera, sintetica, astratta, frenetica, al Punto da
sembrare disperata…”
Già nel 1933 partecipa alle Parole Libere, legandosi a Carlo Belli e
ai fratelli Bragaglia per poi entrare negli anni '40 nel Gruppo comasco
futurista dei Valori Primordiali. NeI
1944, a Via Lariana, la casa di famiglia, fonda la “Casa Rossa”, gruppo di
cultura antiborghese soprannominato l’Antisalotto
Bellonci, che vede transitare Stradone, Ungaretti, Dorazio, Zavattini,
Guttuso, legandosi poi di amicizia con Roberto Melli, Mazzullo e Antonio
Marasco che, come lui, hanno scelto Roma come nuova città di elezione.
E con Guttuso, che è suo
conterraneo e ha appena due anni più di lui, che è tornato a Roma dopo il
settembre del 1944 superando a piedi la Linea Gotica, per attivare stremati e
affamati a casa della madre di Sebastiano al quartiere con i pantaloni
rattoppati, accolti come eroi.
Da quel momento la sua figura
diventa sempre più autonoma e la sua pittura sempre più personale. Egli vaga
nei suoi pensieri, sfiorando il surrealismo, esplorando gli angoli più
misteriosi dell’espressionismo. E’ uno dei quegli autori che, quando conosci le
sue opere, le riconosci sempre. E le riconosci subito. Dipinge e disegna su
qualsiasi foglio con qualsiasi materiale e con qualsiasi tecnica arricchendo la
composizione con parole e poesie. Tante volte, troppe volte, anche con feltro e
pennarelli, tecnica che esposta alla luce, oggi svanisce, come il suo ricordo,
azzerando molta della sua ultima produzione. Regalava i suoi disegni con la
stessa facilità con la quale poteva arrabbiarsi se una cosa non gli andava a
genio. Lo hanno anche truffato, come mi ha raccontato la figlia, quando
vendette le sue opere in blocco a un gallerista, che non lo pagò mai e che
probabilmente le ha svendute e disperse.
Autoritratto
Sebastiano Carta in un ritratto di Gianni Berengo Gardin
Ha partecipato a due Quadriennali, sviluppando una
pittura diversa da tutti i suoi amici e compagni di viaggio alcuni spariti,
come Guttuso, ormai troppo glamour per frequentarlo ancora.
Trova un impiego alla Banca d’Italia, che gli
garantisce stabilità e inizia a esplorare sin dagli anni '50 un astrattismo
concettuale che lo porta più vicino alla Bauhaus che alla pittura italiana,
spesso sconfinando in area espressionista. Con un approccio al lavoro quasi da
street artist ante litteram, tanto che lo scrittore Cesare Zavattini scriverà: "…quando stende davanti ai suoi amici i
grandi fogli di pittura, si ricomincia ad amarlo e a stimarlo. Ci aggiriamo
attorno a questi fogli, come alle figure che i pittori ambulanti fanno sui
marciapiedi…”. Un percorso da cavaliere solitario, in seguito aggravato da
difficoltà economiche.
La figlia Elisabetta, nel bel libro di memorie “Cuore di Scimmia”, scritto come per
molti figli d’artista, per indagare ed esorcizzare il suo rapporto con il padre,
così scrive:“Da piccola credevo che Sebastiano fosse un
orco, come quello delle favole, che mi era toccato per padre. La cosa non mi
dava molto pensiero, sia perché ero così abituata all’atmosfera delle favole da
confonderle con la realtà, sia perché gli orchi non erano poi così cattivi, tant’è
vero che spesso si redimevano, come quello de La bella e la bestia o come il
rospo che poi diventava principe. Pensavo che tutti ce la potessero fare a
vincere la propria natura oscura, e quindi anche a lui davo una possibilità…”.
Colpito da ictus alla Montagnola
dove abitava con la moglie nel 1973, e dove veniva chiamato “er pittore”, morirà tre giorni dopo a
Roma, ad appena 60 anni.
Autoritratto, 1939
"
Sebastiano Carta nel 1940, ritratto di Roberto Melli
Sebastiano Carta, Opera anni '30/'40' Sebastiano Carta, caduta libera, 1957
Sebastiano Carta,fuga di passaggio, 1970
IL FONDO DEL CRATERE
Odora di zolfo e d’acido ogni molle odissea di lava. Su uno specchio lentissimo di rosso ferree pinne galleggiano. Dolcissime leggende sul cristallo adombrato di purpureo sonno ove il deserto si fa più raro e le piriti signoreggiano il cristallo.
"La linea retta fa ammalare l'uomo perché non esiste in natura e lo espone, di conseguenza, a uno stimolo estraneo all'organismo. Questa linea è una minaccia creata dall'uomo stesso. Vi sono milioni di linee, ma una sola è portatrice di morte: quella tracciata con la riga".
Friedensreich Hundertwasser (Vienna, 15 dicembre 1928 – 19 febbraio 2000)
«Non
ho memoria di quando ho preso coscienza del mio linguaggio spastico...
La comprensione altrui era e rimane tuttora una chimera... E' difficile e
drammatico convivere con un linguaggio che non mi consente di esprimere
le mie potenzialità.»
Franco Valente, romano, classe 1954, è probabilmente il primo, o uno dei pochissimi disabili affetti da gravi problematiche neuromotorie collegate alla spasticità a operare come pittore, oltre che come intellettuale e studioso della sua stessa disabilità, tanto da laurearsi in lettere e a scrivere, con prefazione del linguista e professore universitarioTullio De Mauro, il saggio "La lingua legata" (Ed. Riuniti).
Un percorso complesso e doloroso, portato avanti tra mille difficoltà a partire dagli anni '70, quando ancora molta strada era da percorrere sulla via della libertà di espressione e della cultura della disabilità, grazie anche agli incoraggiamenti del maestro ed esperto di educazione visiva Enrico Accatino.
Nascono così tra gli anni '70 e gli anni '80 opere sicuramente limitate nel controllo del gesto e della forma, ma non nella capacità di esprimersi concetti e sensazioni. Opere a volte severe (dove il nero predomina). In altri casi, solari, per il rincorrersi di toni verdi, azzurri, rossi, dilavati dall'uso della tempera, della guazza o dell'acquarelo.
Un percorso mai esplorato che lo pone come un pioniere. Anzi, no. Come un artista vero, capace di trasmettere emozioni.
Con questo quadro Luigi D'Alessandro partecipa alla IX Quadriennale d'Arte di Roma, e il "Paese Sera" nel racconto critico della rassegna lo pone insieme a Burri, Capogrossi, Afro, Tano Festa tra più interessati tra i nuovi autori.
E' il 1965, e non ha neanche 40 anni. La sua opera incarna lo spirito del tempo, e pone come oggetto della natura morta i ferri e gli attrezzi di una officina meccanica. Anche lui affascinato dal rapporto uomo/macchina che tanto caratterizzò quel periodo. Un percorso che lo ha visto partire all'inizio degli anni '50 con il pittore pavese Mario De Paoli alla volta di Parigi per poi diplomarsi all'Acadèmie de La Grande Chauniere. E quindi debuttare a Roma a Via Margutta con il supporto critico di Marcello Venturoli.
Ecco, questo quadro rappresenta tutto questo. L'orgoglio, la speranza, la passione, il progetto.
Poi, dopo due mostre e sempre ottime recensioni, gli annuari ne perdono le tracce.
Un destino comune a molti artisti, perchè la storia nella sua crudezza ignora sempre pause, drammi umani, crisi creative, o il perdersi dietro alle mille difficoltà della vita.
Per questo l'opera sta oggi qui, su queste pagine digitali. Scoperta sul retro di una cartolina invito del 1965, che riportava sotto al nome dell'autore la dicitura: L'UOMO, LA MACCHINA, LA FOLLIA. DOVE STIAMO ANDANDO?
Forse non lo sapremo mai.
Roma, anni '50. D'Alessandro, seduto, Al centro della foto.
"La Casa Rossa", Roberto Melli, 1923. Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma, Sala 25, Valori Plastici.
Un
piccolo quadro, in parte dimenticato, di valore estetico assoluto, e
totalmente inedito per lo stile italiano. Un quadro che i visitatori
frettolosi della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma spesso ignorano, ma che preannuncia la pop art e
la pittura metafisica di Hopper che, proprio in quegli anni, aveva iniziato negli
Stati Uniti la sua ricerca in felice
solitudine. Un quadro del quale non era possibile sino a pochi anni fa
ritrovare traccia nel web, e che solo pochi storici dell'arte citano.
Al centro dello spazio una casa rossa su una collina che credevo potesse essere una casa del Lungotevere, a Testaccio, dove Melli abitava, e che ho scoperto poi essere Villa Strohl Fern,vista da via Flaminia Vecchia, all'epoca sede di numerosi studi d'artista (da Trombadori a Oppo, da Arturo Martino a Guidi), oggi invisibile per la crescita degli alberi.
La "casa" si staglia su un cielo azzurro, uno di quelli che i romani conosco bene, dipinto penso in estate, con l'aria un po' loffia del pomeriggio.
Il quadro poi si sviluppa con un taglio totalmente inedito e fuori dai tradizionali sistemi compositivi, con una linea diagonale che taglia e divide in due il formato quadrotto.
I fiori e la rete diventano una texture astratta.
La prospettiva è totalmente rispettata, ma lo spazio diventa addirittura metafisico. Tutto è immerso nel silenzio. Non ci sono persone. Non c'è nessun compiacimento paesaggistico. Non c'è il narcisismo di De Chirico. Non c'è più neanche lo "stile italico" del novecento classicista che imperava in quegli anni. Anzi, chissà perché, mi viene in mente l'immagine della casa della Signora Bates che sovrastava il motel di Psycho, che ho visto a Los Angeles negli studi della Universal e le pitture di quei pittori americani, che, non avendo altro, riprendevano silos e covoni.
Nel 1923, dopo aver attraversato il futurismo con dipinti e sculture di valore fondamentali (la donna con il cappello, una lama nella coscienza), appena due anni dopo la Marcia su Roma, due prima del quadro di Hopper, Melli (1885 -1958) aveva aperto una porta che gli italiani non erano stati in grado di vedere.
Edward Hopper - House by the railroad Oil on canvas 1925 MoMa New York
La casa di Hopper
La casa di Psycho, 1959 Universal Studio
OIL PAINTING: "Grain Farm" ~ John Rogers Cox, 30s
L'arte non rende il visibile. Ma rende visibile ciò che visibile, non è.
Days of Heaven (Regia di Terrence Malick) Sir Peter Siddell
(1935-2011) House and
Rocks (1971) Roberto Melli a sinistra e Renato Guttuso su tetto della casa di Melli a Testaccio Roberto Melli, i tetti di Testaccio dalla terrazza
Roberto Melli - Interno, 1919
Beppe Guzzi, la casa rosa, 1981
"La Casa Rossa", Roberto Melli, 1923. Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma, Sala 25, Valori Plastici.