UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 9 gennaio 2011

ALEXEJ VON JAWLENSKY. PAZZO PER IL COLORE.

Vi guarda con occhi sgranati, da finta ingenua, mentre i colori accendono ogni lato del volto a svelare ingenuità e emozioni. E’ una visione a due dimensioni, ma in quei colori c’è il mondo, c'è la gioia e lo stupore di vivere, ma anche il riverbero di un pianeta che si sta incendiando, anche se la gente ancora non lo sa.
Se avete anche voi questa sensazione siete davanti a un’opera di Alexej von Jawlensky (Aleksej Georgievič Javlenskij: ‪Алексей Георгиевич Явленский 1864-1941) figura chiave per capire il rapporto tra avanguardie russe ed spressionismo. Tra arte e sogno.
Nato da una famiglia aristocratica russa, originaria della Germania, i cui membri maschili erano, da lunga tradizione, avviati alla carriera militare Alexej, su spinta del padre, si arruola nell'esercito sino a diventare addirittura "Capitano delle Guardie Imperiali di San Pietroburgo". Ma non è certo la sua vita. E una volta presa coscienza si congeda dall'esercito nel 1896 per seguire la sua passione: la pittura. Ha 32 anni e per i tempi è già un uomo maturo.
L'Accademia di San Pietroburgo, dove comincia a frequentare i corsi di pittura  dal 1889 lo lascia  insoddisfatto. Dopo la vita militare non tollera più in rispetto delle regole. Un nuovo modo di vivere l'arte, libero e sperimentale, si stava infatti sviluppando in Germania e soprattutto a Monaco, città dove, tra il 1890 e l'inizio del secolo, arrivarono da ogni parte d'Europa e dalla Russia giovani artisti che desideravano dedicarsi alla carriera artistica: Kandinsky, Kubin e Klee, che diventeranno suoi amici.
Libero di dedicarsi pienamente alla pittura, Jawlwnsky impiegherà gli anni successivi per viaggi in tutta Europa, soprattutto in Francia, dove rimarrà profondamente colpito dalla scoperta dell'arte post-impressionista di Van Gogh, Cezanne e Matisse. Su questi modelli anche la sua pittura troverà così un proprio linguaggio, orientandosi verso le modalità espressioniste: colori forti, puri, con audaci accostamenti, dalla forte connotazione psichica, stesi in larghe superfici unitarie racchiuse all'interno di spesse linee scure che, da semplici contorni, diventano così segni fortemente emotivi, in grado di delineare l'espressione di forze interiori. Le forme diventavano sempre più stilizzate, sempre meno descrittive. Una ricerca dell'essenzialità, della sintesi tra l'espressione della spiritualità e l'esteriorità del mondo reale.
Nel 1909 sarà tra i fondatori della 'Nuova Associazione degli Artisti', con il connazionale Kandinsky e la sua compagna Gabriele Münter, dimostrando di essere tra gli artisti più attivi presenti in città. Il nuovo gruppo porterà alla creazione del movimento del “Cavaliere Azzurro'” di cui, però, Jawlensky non farà mai parte espressamente, nonostante la sua influenza sui membri del gruppo, soprattutto sul più giovane Franz Marc. E’ in questo periodo che nascono le prime teste, come “Medusa” (oggi conservata al Museo di Lille) della quale in questa pagina vediamo uno studio preparatorio del 1912/1913.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, come tutti i cittadini russi residenti in Germania, sarà costretto a lasciare il paese in sole 48 ore e si rifugerà in un piccolo appartamento in Svizzera, a Saint-Pex, sul lago di Lemano, in ristrettezze economiche, con la moglie Helene, il figlio e la von Werefkin. Il forte impatto emotivo dovuto a questo evento traumatico lo condurrà ad una sempre più intensa spiritualità e meditazione interiore, che si rifletteranno anche nelle sue opere. Dimenticati i colori squillanti del periodo ligure, i quadri datati nello stesso anno, 1914, ed eseguiti nell'esilio svizzero, sono caratterizzati da un colore denso e trattenuto, da un' incombente cupezza, da una tavolozza scura ed opaca.
Sono gli anni in cui inizia a dipingere uno stesso soggetto in serie, cominciando dalle “Variazioni su un tema paesaggio”, prendendo spunto da ciò che si vedeva da una finestra di Saint-Prex, finestra che, egli ci dice, era l'unico spazio veramente 'suo' nel minuscolo appartamentino. Questa maniera ossessiva, ripetuta, di rappresentare un unico soggetto in serie, lo accompagnerà per tutta la vita. Dopo il paesaggio si dedicherà ad un altro soggetto, le celebri “Teste”, prima volti femminili (ecco che ritorna Medusa) sempre più scomposti nei loro elementi costitutivi fino a somigliare a composizioni astratte di linee e colori, poi viste come ripetizione del Volto del Cristo, e quindi spunto di riflessione e meditazione interiore. Jawlensky diventerà così il precursore della pittura seriale, eseguita soprattutto dopo la seconda guerra mondiale dagli artisti americani.
Jawlensky rimarrà in Svizzera, a Zurigo, anche dopo la fine della guerra. Tornerà in Germania solo nel 1921: le sue opere saranno esposte in varie città tedesche e, assieme a quelle di Kandisky, Klee e Lyonel Feininger, gli autori con i quali darà vita, nel 1924, al gruppo dei Quattro Blu, le sue tele saranno portate in America. Dal '33 anche le sue opere saranno definite 'arte degenerata' dal regime nazista, contribuendo a rafforzare il suo isolamento e il suo stato di meditazione interiore. Dal 1937 non sarà più in grado di dipingere perché paralizzato a causa di una forma acuta d'artrite che lo colpisce nel 1926. Morirà a Wiesbaden nel 1941.  E sarebbe interessante, un giorno, riuscire ad esplorare quello che può succedere nella mente di un genio com Jawlesky, impossibilitato a esprimersi.

QUANDO GLI OGGETTI SI INCONTRANO IN UN QUADRO.


L'arte polimaterica non è una tecnica ma – come la pittura e la scultura – un mezzo di espressione artistica…”  
(Enrico Prampolini, "Arte Polimaterica" - Roma 1944).

Kurt Schwitters

Limbswish, ca. 1917-1918. Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven
Wunderkammer, XVIII sec.

Lo puoi chiamare "polimaterico". Lo puoi chiamare "assemblage". Qualcuno le ha chiamate "aggregazioni". Ma è soprattutto un'incontro improbabile tra oggetti, materie e materiali. Tra cose che nel mondo reale forse non si sarebbero mai incontrate, nate per diventare parte del mondo tridimensionale, che poi finiscono per ritrovarsi in una nuova dimensione ad un solo orizzonte. In un luogo dove vernice, sabbia, rafia, legno, metallo e materiali plastici finiscono per trasformarsi in una sola cosa. E a dare vita a cose che nel mondo reale non esisterebbero proprio.

Claude Cahun, Object, 1936

Enrico Prampolini anni'30


C'è stato un inizio? Sì, forse in qualche wunderkammer settecentesca (stanza delle meraviglie)  dove in una scatola con una parete di vetro potevano dialogare tra loro conchiglie e scheletri di salamandra  (una stanza così, ad Amsterdam la aveva anche Rembrandt).

Ma è nel '900 che rinasce con il DADA (Kurt Schwitters, Marcel Duchamp, Johannes Baader), con il cubismo (Georges Braque, Pablo Picasso), nella Bahuhaus. Ne diviene un sofisticato produttore Enrico Prampolini negli anni '30 e in senso lato il cubofuturismo russo.

Johannes Baader, DADA BAUHUAS
Man Ray (Emmanuel Radnitzky), "Indestructible  Object (or Object to Be Destroyed),"
1964 (replica of 1923 original)

 Wilhelm Freddie, Sex-paralyseappeal, 1936
Lo adotta Man Ray e, infine, lo adotta Dubuffet (al quale si deve il nome di assemblage, utilizzato per una serie di collage di ali di farfalla titolate Assemblages d'Empreintes 1955 c.a).
Dubuffet, assemblage 1955

Nel 1961 l'esposizione The Art of Assemblage al Museum of Modern Art di New York ne sancisce l'effettiva consacrazione unendo tendenze e opere di Braque, Joseph Cornell, Dubuffet, Marcel Duchamp, Picasso, Robert Rauschenberg (che lo porta nella pop art americana), Man Ray e Kurt Schwitters. William C. Seitz, curatore della mostra, descrisse questa tecnica come "...un qualcosa di improntato sulla ricerca di materiali ed oggetti naturali o fabbricati ovvero non intesi comunemente come strumenti artistici".



Enrico Accatino, 1947





In Italia, dopo le bordate futuriste, a partire dagli anni '50 lo utilizzeranno gli italiani Baj, Roberto Crippa, Enrico Accatino. Robert Rauschemberg lo porterà nella pop art a mericana.

Una tecnica che diventerà, infine la bandiera del francese Arman (accumulazioni) e dell'apolide Daniel Spoerri  con le sue straordinarie tavole apparecchiate.

Robert Rauschenberg

Daniel Spoerri. tavola apparecchiata

L'assemblage attraversa quindi tutto il secolo. Non sembra nè fermarsi, nè esaurirsi. Ma rimane un genere a se stante. Quasi un ragionamento che alcuni artisti si trovano a fare con se stessi. Un'emozione per pochi.  
Perché se un assemblage è bello, comunica. E' come un segreto svelato

Eileen Agar, Angel of Anarchy, 1936
Hartmann Dada Bauhaus 1930 c.a.
Roberto Crippa, fine anni '60
Baj, multiplo, edizione Renault, 1978


sabato 8 gennaio 2011

PETER ALMA. IL COMUNISTA CON UN TOCCO DI DE STIJL.

 
Mondrian, Van Doesburg, Rietveld. 
Tre grandi maestri ai quali spesso si evita di accostare altri nomi eccellenti, come  quelli di Max Bill, Amedee Georges Vantongerloo e, appunto, Peter Alma. Artisti capaci di creare l’humus culturale e il confronto dialettico fondamentale per lo sviluppo di un fenomeno complesso come il movimento De Stjil.
Peter Amstel Alma (Indie Orientali Olandesi, 1886 - Amsterdam, 1969) è stato infatti un artista olandese, per alcuni anni collegato al movimento del Neoplasticismo, attivo nel partito comunista e nelle lotte del movimento operaio nel periodo compreso tra le due guerre mondiali.
Il percorso di studio inizia in Olanda presso l’Accademia di Belle Arti de L’Aia (1904-1906) per poi proseguire a Parigi l’Accademie Humbert (1907-1914) dove stringe amicizia con i pittori Fernand Léger, Henri Le Fauconnier e Piet Mondrian, aderendo alla fine del 1914 al neoplasticismo.
La sua militanza politica e il divorzio dall’amatissima moglie Brecht Willemse gli farà vivere dalla fine degli anni ’30 momenti di grande sofferenza che influenzeranno la sua pittura, sempre sospesa tra figurativo e astrattismo.
Alcuni suoi murales possono essere visualizzati nella Stazione Amstel dopo che la demolizione della vecchia piscina in Marnixstraat ha costretto a far spostare nella nuova location l’importante ciclo pittorico. Morirà ad Amsterdam a 83 anni. 

NEDDA GUIDI, CERAMISTA E ARTISTA CONTEMPORANEA.


Il materiale ceramico è tanto suadente da costituire una vera trappola per chi lo pratica. Si è sempre tentati di conservare le porosità e le screpolature al taglio del filo, di assecondare le venature occasionali, le striature della mano, le tracce delle cinque dita, gli strappi e le lacerazioni così affascinanti. E poi le affumicature del fuoco, i bei bruni-neri che rimandano alla fucina di un vulcano o ai primordi dellumanità. Si può parlare così di ritorno alle origini, ... di atto riconciliante con la terra, terra-madre come di un ventre in cui possano placarsi le angosce e le scissioni di un mondo al quale non possiamo chiedere le risposte ultime della vita. Ecco che la ceramica celebra i suoi fasti ... in una sorta di abbandono risarcente, nella piacevolezza di una alta cucina che soddisfa la parte più sensoria di noi. Ma la ceramica non è solo questo. Può anche essere idea e problema che si materializzano, nello spirito di precisione, attraverso una costante elaborazione del materiale grezzo di cui si decantano le virtualità più appariscenti, restituendo alla ceramica la funzione delloggetto artistico. Allora diventa limpida terracotta chiara e sonante come una campana, cotta al punto giusto, lascando al caso un margine molto ristretto dove inserirsi. E le tracce del manufare ridanno l’oggetto a se stesso, nel suo essere là, pronto a provocare e sollevare interrogazioni sul come e perché è stato fatto. (Nedda Guidi)

Nedda Guidi è nata a Gubbio nel 1927 ma ha operato a Roma sin dagli anni '50. Artista totale e schiva è considerata una delle più sensibili ceramiste italiane. Una maestra d’arte capace di far convergere artigianato e arte contemporanea. Operando, con Fontana e Leoncillo ha rivalutare una tecnica sino ad allora considerata provinciale e borghese.

Ha lavorato in workshops all'estero: Seoul, Hagueneau, Bechyné Cs, e ha esposto in Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Turchia, Giappone, portata dall'amico artista Hiroshi Nakaema.

Hiroshi Nakaema

PIET MONDRIAN E IL SEGRETO DELLA SCATOLA DI LATTA


Cosa voglio esprimere con la mia opera? 
Niente di diverso da quello che ogni artista cerca: raggiungere l'armonia tramite l'equilibrio dei rapporti fra linee, colori e superfici. Solo in modo più nitido e più forte. 
(Pietr Mondrian)

MONDRIAN TIN BOX


Come Fortunato Depero, come Dalì, come Andy Warhol, come Michelangelo Pistoletto, Julian Schnabel, Robert Rauschenberg, come Jeff Koons. Come loro, anche Piet Mondrian (vero nome Pietr Cornelis Mondriaan - Amersfoort, 7 marzo 1872 – New York, 1 febbraio 1944) ha ceduto, almeno una volta alla pubblicità o al design industriale. E lo ha fatto, incredibile a dirsi, per un'azienda milanese, tra gli anni '20 e gli anni '30 con cui aveva avuto una breve relazione commerciale. Una scatola con un paesaggio stilizzato siglata in basso. MD. Un piccolo segreto svelato da un collezionista di torino che ne conservava uno dei pochissimi esemplari ancora esistenti (pare solo 5) acquistata negli anni '80 dal figlio del lattoniere e poi ceduta. Un intervento di design e progettazione che a ben vedere rientra nello spirito dell'artista olandese, che aveva trovato nell'architetto Gerrit Rietveld la capacità di trasformare il neoplasticismo in cose (mobili e architetture).

Un segreto sino ad ora riservato ai collezionisti, e di cui ci piacerebbe sapere molto di più, che ci piace condividere con gli amici de "Il Museo Immaginario", per ribadire che l'arte e la vita di tutti i giorni dovrebbero avere maggiori  contaminazioni, e che un grande maestro del '900 può essere anche complice di una scatola di biscotti o di cioccolatini. 
Senza perdere lui minimamente in grandezza. E i biscotti in fragranza.
 
Le mitiche bottiglie di Dalì per Amarena Fabbri
La collezione Illy

L'ennesima auto personalizzata, questa volta da Jeff Koons

martedì 21 dicembre 2010

DANIELE FONTANA, LA PENNA SATIRICA CHE MISE LA CORONA ALL'ITALIA.

Daniele Fontana (Milano, 1900 – sala comacina 1984) è stato un disegnatore, illustratore e pittore italiano. Strana commistione, non rara all’epoca, tra il fatto di essere un “artista serio”, ma anche una delle penne più irriverenti del panorama satirico italiano, nonché uno dei pionieri del cinema di animazione.
Ma non solo. Fu anche il padre, misconosciuto, della raffigurazione iconica della "donna turrita" dell’Italia, per anni simbolo ufficiale del Governo e dello Stato italiano.




Nato a Milano ha lavorato spesso a Roma, dividendosi tra l’attività di disegnatore satirico e illustratore e quella di pittore figurativo e di genere. In queste vesti ha partecipato all’Esposizione Nazionale di Milano (1923, 1925), all’Esposizione Sindacale (1928, 1932), diventando ospite fisso alla rassegna de La Permanente.
Grande caricaturista ha collaborato a Il Travaso delle idee e con il Bertoldo, realizzando tra il 1930 e il 1935 insieme a Petronio e Braghi i primi cortometraggi a cartoni animato pubblicitari (!) come Cuor Contento.
Colpito da paresi, trascorre un lungo periodo di sofferenza. . Pochi mesi dopo, quasi tutta la sua produzione, nella ristrutturazione dei locai, viene gettata via. Destino comune a molti, e che ha portato a perdere la maggior parte della produzione satirica e pubblicitaria italiana di quegli anni.

lunedì 20 dicembre 2010

ALBERT CEEN L'AUSTRALIANO DE ROMA


Ci sono artisti che rimangono impressi nella memoria collettiva, non solo per le loro capacità, ma perché "proprietà" di una galleria o di collezionisti di fama, perchè capaci di creare una Fondazione o di motivare figli o amici. 
Nulla di quello che ha segnato il destino di Albert Ceen (Roma 1903-Roma 1976) pittore e scultore (soprattutto del ferro), molto noto negli anni ’60 a Roma, dove era arrivato nel dopoguerra e oggi quasi dimenticato.
Era nato Achille Coen a Roma il 1903. Nel febbraio 1939 fuggì per l’Australia assieme a sua moglie Flavia Cabib e due figli, Guido ad Allan, per evitare le conseguenze delle leggi razziali fasciste.Appena arrivato a Melbourne rinnegò la nazionalità Italiana, e cambio nome da Achille Coen a Albert Ceen. Nel 1941 con l'inizio della guerra col Giappone, si arruolò nel Esercito Australiano come non combattente.

Fu uno degli animatori della “dolce vita”, amico di Guttuso, Maccari, Zavattini, Accatino, Fanco Nonnis, Franz Borghese, collaboratore di Federico Fellini per il quale realizzò numerosi story-board e set design.
Un nome che esprimeva un'epoca e che ora emerge dai suoi taccuini di appunti, o dalle rare opere che passano tra gallerie e collezionisti, che magari ne storpiano la pronuncia, e poi dicono "Però bravo, questo."  Un nome che, oggi, tra tanti, ci piaceva ricordare.
Il suo archivio è conservato presso The State Library of New South Wales, Sydney.  Perchè era australiano, e non americano come credevano tutti.
Qualcuno ci ha detto che quando sorrideva, sembrava un giorno migliore.



Albert Ceen, Festa sulla Cassia, anni '60 - opera preparatoria per incisione

BELA KADAR IL PRE-AVANGUARDISTA.



Ungherese (e oggi gloria nazionale), Bela inzia ad operare attraverso la tradizione della pittura murale, studiando e rielaborando tematiche popolari magiare. 
Parte quindi per Parigi e Berlino, che diventeranno in quegli anni le sue città di adozione, contaminandosi con i nuovi movimenti modernisti. 
Nel 1923 viene invitato da Herwath Walden, editore di Sturm ad esporre insieme al gruppo di Paul Klee, Wassily Kandinsy, Franz Marc, Marc Chagall. E’ in questa occasione che conosce Katerine Dreier, la donna della sua vita, che lo introduce negli ambienti di New York, città nella quale realizza due importanti personali, vendeo le sue opere al Brooklyn Museum of Art.


Dopo la guerra torna in Ungheria dove viene finalmente ha prova tangibile del successo e della popolarità.
Perché è importante? Perchè ha attraversato quasi tutte le avanguardie storiche, conosciuto i più grandi maestri, mantenendo uno stile libero, irridente, giocoso, che lo rende assolutamente unico nel suo genere. Sembra poco? E' tantissimo.



domenica 19 dicembre 2010

SIMONETTA BARDI. CHINA E PAROLE.



Simonetta Bardi, animatrice dei salotti letterari romani, futura moglie dello scrittore e sceneggiatore Massimo Franciosa (Il Gattopardo, Le 4 giornate di Napoli), negli anni '50, aveva un anima ribelle. Figlia di stampatori ed editori aveva deciso  di non seguire le orme paterne, ma di fare la scrittrice e la pittrice. E indecisa sul da farsi, iniziò a prendere chine e fogli bianchi, e a tracciare linee, volti, ritratti, figure.
Sono queste le sue opere più belle, realizzato tra il 1952 e il 1958, grazie ai consigli di due amici del padre che avevano preso la giovane e  bellissima ragazza come una presenza alla quale non poteva dirsi di no. Si tratta di Maccari e di Guttuso, che sembrano rivivere nelle sue opere di quegli anni, nell'ironia del primo, nel vigore del secondo.
La sua strada sarebbe stata chiara e forte. Vicina al realismo e alla visione della scuola romana.Tanto che nel 1958 verrà invitata alla Biennale di Venezia con critiche importanti, da Lorenza Trucchi a Valerio Mariani.
Poi, il matrimonio, il successo del marito, il salotto, il mondo del cinema, l'avrebbero man mano condotta a una pittura più leggera, più di "genere", più mondana, più facile, che ebbe estimatori, ma a che noi, interessa meno.
Una lettura condivisa dai suoi stessi amici, tanto che Maccari scrisse, su di lei una nota critica rivelatrice: "


Simonetta Bardi, scrittrice, poetessa, pittrice, Roma 1928-2007 ha pubblicato 24 titoli, collaborando con poesie e disegni a «La fiera letteraria», «il Popolo», «il Giornale d’Italia», “Il vantaggio», "Epoca". Come pittrice, Simonetta Bardi ha tenuto con successo numerose Personali, sia in Italia che all’estero, dal 1954 al 2002, Invitata alla Biennale di Venezia nel 1958, alla Quadriennale di Roma nel 1960.
Sue opere figurano in collezioni private e in Enti pubblici come il Museo di Roma, il Comune di Venezia, la Banca Comunale ed il Comune di Farnese (Viterbo) che ospita una mostra permanente. 

In una lettera a Simonetta, Corrado Govoni scrisse: (2 giugno 1958) 
(…) In un mio quaderno segreto vado trascrivendo da alcuni anni le più belle liriche di poeti nuovi che mi capita di leggere qua e là. Al posto d’onore devo aver certamente copiato anche la sua delicatissima poesia, “Signore, fa ch’io non veda” che rileggo con straordinario piacere ed interesse nella raccolta “Il cantiere e la luna” … Se non lo conosce già, io sarò ben lieto di inviarle in controcambio una copia del mio recente “Stradario”. Vorrei intanto riprodurre, con il suo ambito consenso e la sua necessaria autorizzazione …, per la grossa antologia “Splendore della poesia italiana” …, la su nominata lirica insieme a “La spighetta” e “Il pino e la malcontenta” (…)


ENRICO ACCATINO. L'ARTIGIANO DEL '900 CHE VIVEVA PER ESSERE ARTISTA.

"...Il tipo nella foto, in un autoritratto del '43, era mio padre: Enrico Accatino. Nel corso di un incontro con giovani artisti nel 2001 raccontò, per la prima volta, come fosse nata la sua passione per l’arte. Non una passione come tante, ma una “necessità” dalla quale non avrebbe potuto sottrarsi.
Era figlio di contadini piemontesi, che poi avrebbero fatto fortuna nel commercio a Genova, del tutto privi di riferimenti culturali e di letture. In quell’ambiente così semplice, senza libri, tra vignaioli e capomastri, aveva iniziato a ritrarre i musi delle bestie nella stalla e le colline nella nebbia, con mezzi di fortuna e nessun riferimento formale se non i santini della chiesa.
Così a 14 anni, nel 1934, quando seppe che ad Alessandria era arrivato il famoso pittore Carlo Carrà, inforcò la bicicletta per cercare di conoscerlo, pedalando come un forsennato sotto la pioggia per scendere verso la piana. Carrà seduto nel bar in piazza, vedendolo zuppo, e ascoltando i suoi ragionamenti strampalati, lo prese un po’ in giro davanti agli altri notabili del posto. E per toglierselo di torno, gli diede anche qualche spiccio. Che mio padre, girato l'angolo - ci raccontò - gettò lontano. Da quel momento, come disse, fu ancora più convinto di fare il pittore. E di vivere di arte. Ma anche di non voler essere come Carrà, il signore col panciotto, e come molti dei pittori che avrebbe conosciuto negli anni a venire. Perché fare gli artisti, anche di successo, non sempre coincide con l'esserlo."  (Alfredo Accatino)

Enrico Accatino, 1950. Alle spalle il quadro "Gli affogati"finalista al Premio Roma


Autoritratto, 1947
Il suo studio sui tetti di via Chiana prima, e poi di Via Agri divenne un luogo di lavoro, mai un atelier. Un’officina dove si lavorava per produrre idee e visioni, un luogo dove le mani avevano lo stesso rispetto della mente. E anche per questo ebbe rispetto sempre per i più umili tra i lavoratori, che lui chiamava sempre “maestro”. Per questo, dopo aver fatto il pittore per tanti anni, decise, come ci disse, di dare nuovo vigore a una forma artigianale quasi in disuso come l’arte tessile, divenendone in pochi anni il maggiore esponente e promotore taliano.
Cosa non facile far emergere dall'artigianato e da una produzione sterotipata le maestranze. Fece così studiare i titolari delle manifatture inserendo poi l'arte tessile nel processo dei Corsi di Aggiornamento promossi dal Ministero della Pubblica Istruzione. La sfida fu quella di "aprirli" all’arte contemporanea e alle forme espressive aniconiche, suggerendo agli amici artisti (Cagli, Capogrossi) di utilizzare questo nuovo mezzo, così antico. Così ricco di potenzialità e ancora così inesplorato. Un prodotto italiano per eccellenza.

In questo percorso attraversò l'Italia in lungo e in largo alla ricerca delle manifatture più tecnicamente preparate e motivate. A Penne, in Abruzzo, a Castelmassa in provincia di Rovigo, a Sassari, ad Asti, in Puglia, a dimostrazione della trasversalità di linguaggi, tecniche e competenze. 

Enrico Accatino pittore, scultore, progettista e teorico dell’educazione artistica, nasce a Genova il 22 agosto del 1920 da genitori piemontesi. Allievo di Casorati, a Torino, tra il ’43 e il ’46 attraversa anni tumultuosi, che lo porteranno a vivere l’esperienza militare a Manduria, ma anche a lavorare come semplice pescatore nelle Mattanze del tonno di Carloforte.
Diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nel 1947 parte con Mino Guerrini per Parigi dove potrà scrollarsi la polvere del provinciale, e frequentare artisti come Severini, Giacometti, Laurens, Matisse, Pignon, Manessier. Andando letteralmente a ripercorrere i sentieri di Cezanne a Sainte-Victoire per rivedere il suo “punto di vista”.


Dal 1949 si trasferisce a Roma, che diventerà da quel momento la sua città di adozione. E dopo tanta fame (lavora addirittura come pittore operaio con Severini all'Eur) sino a fare la prima mostra, e a vincere il Premio Marzotto, all’epoca una sorta di Nobel Italiano delle arti.
Sino al 1957 la sua pittura si ispira ad una figurazione tratta da motivi sociali che distingue la sua opera dal realismo ideologico-politico imperante in Italia in questo dividendosi da Guttuso che, per primo, a Roma comprò alcuni suoi quadri. 
Quello che emerge dal suo linguaggio è un forte sentimento umano teso al riscatto del dolore e della miseria (cicli Pescatori, Mattanza, Madri) che ricerca il tema del lavoro, degli emigranti, delle case di tolleranza.
I primi quadri astratti, dalla forte caratterizzazione geometrica sostenuta dalle vibrazioni di colori controllati (grigi, bianchi, neri, bruni, rugginosi, azzurri), sono databili dalla seconda metà degli anni ’50.
Il motivo conduttore della sua produzione grafica, pittorica e tridimensionale sarà da allora la circolarità: cerchio, disco, ellisse, nelle loro plurime ed intersecate implicazioni. 



Attento studioso e teorico dell’arte, Accatino ha motivato in piú occasioni le sue scelte su categorie estetiche he fondamentali quali il colore, l’astrazione, la tridimensionalità.
Contemporaneamente all’attività artistica Enrico Accatino si è dedicato alla didattica delle arti visive. Dal 1960 al 1964 ha curato una nuova impostazione dell’insegnamento artistico in centinaia di trasmissioni televisive (RAI – Radio Televisione Italiana, Non è mai troppo tardi, Telescuola) con esperienze che egli stesso fece confluire nel primo programma di Educazione Artistica nella riforma della scuola media. Ha pubblicato numerosi e significativi testi di Educazione artistica e Storia dell’Arte, (forma colore segno tocco le 500.000 copie). Primo educatore a parlare apertamente di disabilità e di metodologie dedicate per bambini autistici, spastici, colpiti da sindrome di down o non vedenti.

Enrico Accatino nel 1966 nel primo corso organizzato in Italia di Arti Visive ed espressione artistica per docenti non vedenti.
 

Nel 1980 il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro gli ha conferito la medaglia d’oro quale “Benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte”. 
Colpito da una malattia debilitante, dopo la perdita improvvisa nel 2004 di sua moglie, la scrittrice e poetessa Ornella Angeloni Accatino, co-autrice di molte sue pubblicazioni, continuerà a operare sino agli ultimi mesi del 2006. Morirà a Roma il 16 luglio 2007.


A Parigi, nel 1947, con il pittore Silvio Loffredo (a sinistra)

composizione, arazzeria pennese, 1969

Enrico Accatino nel 2006 davanti al grande arazzo fatto tessere da Casa di Nepi in Nepal





Enrico Accatino, Casorati, italian master '900, kunst, san salvatore monferrato, premio marzotto, arazzi, tapisserie, incisione, arte astratta, infornale.