LE IMMAGINI E GLI AUTORI MENO VISTI DEL '900. LE STORIE MAI RACCONTATE.
UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO
Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.
Una casa, un albero. Una casa, un albero. Un segno ripetuto e continuo nella pittura di Carlo Carrà (Quargnento, 11 febbraio 1881 – Milano, 13 aprile 1966) un pittore italiano che aderì al futurismo e poi alla corrente metafisica, ma che rimanse sempre legato a una visione personalissima e fortemente riconoscibile. E che fece proprio di questa cifra formale uno dei propri segni distintivi del periodo figurativo. Ce ne siamo accorti sfogliando la bella monografia "La matita e il pennello" e poi la sua autobiografia (dove in copertina ritorna ancora una volta l'immagine della casa e dell'albero), e poi andando a ricercare in rete immagini e riferimenti tra musei, aste e collezionisti. Ce ne siamo accorti per caso, ma quando abbiamo voluto approfondire il tema non abbiamo trovato che altre voci critiche abbiano sottolineato questa unica linea che unisce alcuni dei disegni giovanili (come qui sotto) ad opere simbolo del periodo metafisico (pino e mare del 1921, qui sopra), caratterizzando decine di pezzi.
Un rapporto forse spiegabile nell'unione simbolica del rapporto tra raziocino (edificio, dunque progetto e tecnica) e la natura (la forza della vita, irrazionale e anarchica). Oppure come ben ha analizzato la psicologia infantile, nel rapporto che i disegni dei bambini rivelano: la casa (vista come la madre) l'albero (letto come il padre). Un rapporto panico che abbiamo riscoperto anche nella pittura dei primitivi italiani (Giotto e Cimabue) che Carrà assunse come paradigma espressivo. Ipotesi che forse svelerebbe una pittura ancora più colta di quanto non vorrebbe apparire. Trasformando così ogni paesaggio in una dichiarazione inespressa.
Pochi momenti della storia sono stati così ricchi di talenti come nella Parigi di fine secolo. Forse nella Roma di Agusto e Michelangelo, nella Firenze dei Medici, nella Berlino degli anni '20.
Manuel Luque de Soria (Luque, come spesso si firmava) nato ad Almeria nel 1854 e morto a Parigi nel 1918 è stato un grande talento. Un pittore e illustratore spagnolo, naturalizzato francesce, che meglio di tanti riesce a sintetizzare un'epoca.Pittore impegnato, tanto da partecipare all’esposizione degli impressionisti del 1887. E quindi disegnatore satirico de “La Caricature”, la rivista fondata da Albert Robida che la dirigerà dal 1880 al 1992, ha prestato la sua matita geniale per “Charivari”, “Monde Parisienne”, “Le Figaro”, "Le rire".
Spirito giramondo e inquieto, amico dello stesso Lautrec (nelle memoires si citano 3 duelli e del grande amore per Eva Gonzales Luque era nato in Spagna per poi raggiungere Parigi nel 1881, città nella quale rimarrà per tutta la vita.E' sepolto nel cimitero di Pere Lachaise .
Nell’opera
di Federico Fellini, universalmente nota, esiste ancora un intero
continente parzialmente sconosciuto: la sua vastissima, eterogenea
opera giovanile, dove, nello stesso arco di tempo (1938-1950), il
futuro regista scrive narrativa umoristica, copioni, soggetti e
“battute” per l’avanspettacolo e la radio, sceneggiature per il
cinema. Ma soprattutto testi e disegni per i fumetti, l'arte che
all'inizio gli diede da vivere, e poi lo aiutò a sviluppare i suoi
sogni, disegnando i personaggi che avrebbero popolato i suoi film prima
ancora di affidarli ad attori o generici in carne ossa. Non a caso aveva
sempre accanto a sè un visualizer, come ad esempio il surrealista
Roland Topor con il quale lavorò su numerosi progetti, come la Città delle donne e il Viaggio di Mastorna.
Federico, dopo gli studi regolari, al liceo classico «Gambalunga» di Rimini rivela infatti il proprio talento nel disegno, che manifesta sotto forma di vignette e caricature di compagni e professori. Il suo disegnatore preferito era l'americano Winsor Mc Cay, inventore del personaggio «Little Nemo». Ispirandosi al celebre personaggio, nella sua camera da letto aveva costruito con l'immaginazione un mondo inventato, in cui immaginava le storie che voleva vivere e vedere al cinema.
Ai quattro montanti del suo letto aveva dato i nomi dei quattro cinema di Rimini: di lì, prima di addormentarsi, prendevano forma le sue storie immaginifiche. Già prima di terminare la scuola, nel corso del 1938 Fellini prova delle collaborazioni con giornali e riviste. La Domenica del Corriere gli pubblica alcune vignette nella rubrica Cartoline dal pubblico, ma la collaborazione più duratura è quella che riesce a instaurare con il periodico edito da Nerbini Il 420 per cui pubblica numerose vignette e rubrichette umoristiche, sino alla fine del 1939. Si trasferisce a Roma con la scusa di frequentare l'Università, ma per fare il giornalista, e inizia ad alternare vignette a piccoli copioni. Prima di scoprire la propria strada. In questa pagine due suoi autoritratti, il primo in veste di gaga, fine anni'40, primi anni '50. Il secondo negli anni '70. E poi la celebre tabaccaia, prima sognata e poi trovata.
Primo denaro - Il quadro ritrovato, rimasto anonimo in Argentina
È il 1928.
Il dipinto Dopo l'Orgia viene
rifiutato dalla commissione della Biennale
per soggetto, titolo e dettagli che rivelano, con sfrontata chiarezza (a
terra anche i polsini con il fascio littorio), la corruzione del fascismo.
Espressione quasi fotografica delle contraddizioni di un potere e di una
borghesia che voleva comunicare, sempre e comunque, perbenismo, fede in Dio e
nel Duce.
Cagnaccio
di San Pietro, di professione pittore, anarchico inconsapevole, morto
prematuramente a 49 anni nel 1946, è di fatto un cane sciolto nella pittura
italiana degli anni ’30.
Un illuso
che crede nell'impegno morale, per questo eccentrico rispetto all'ambiente artistico
del tempo, anche se la sua opera è formalmente vicina alle ricerche stilistiche
della Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit).
Cagnaccio spinge
però il realismo verso una dimensione metafisica, che si avvale di tagli, rese
cromatiche e punti di vista propri del cinema e della fotografia.
“Dopo l’Orgia” è parte di una trilogia
pesante come un cazzotto di Carnera, andata poi dispersa. Nel tempo, il destino e internet hanno saputo ridarci una pietra miliare
della pittura italiana come “Primo Denaro”,
tornato alla luce quando i proprietari della tela, emigrati in Venezuela, hanno
contattato via mail la gallerista Claudia Gian Ferrari, che è poi riuscita ad
acquisire l’opera e a presentarla al pubblico nel 2009. Nulla si
sa invece di “Zoologia”, forse conservata, anonima, in Germania. Uno dei tanti
capolavori che, speriamo, un giorno, riusciremo a recuperare.
Mi sembra
un buon inizio per riavvicinarsi a un grande e non sempre ricordato maestro del
Novecento: Cagnaccio di San Pietro, alias
Natale Bentivoglio Scarpa (Desenzano sul Garda 1897 - Venezia 1946). Autore poco esplorato, che quando si scopre, non
si dimentica. Un segno deciso come un colpo di bisturi e una composizione
che si appropria dello spazio in maniera diversa da qualsiasi altro. Colori
freddi e intensi. Un'aria rarefatta, tersa e gelida. E sa dipingere, con un
colore steso senza indecisioni. Cagnaccio è un grande pittore, ma non si limita
a rappresentare un mondo, lo ricostruisce.
Strano
destino per chi, come lui, era nato in una minuscola isola nella laguna veneta,
manifestando fin dall'infanzia una spiccata attitudine per il disegno. A Venezia segue i corsi di Ettore Tito all'Accademia di Belle Arti ed entra nella sfera
del futurismo. Suggestione che finirà
per abbandonare dopo la guerra, volgendo la sua attenzione al reale, iniziando a
firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio
con cui era conosciuto nell’isola di San Pietro, ricordo simbolico di un cane
randagio e mordace che aggirava intorno alla sua casa di bambino.
imoli. La vicenda drammatica della guerra segna una profonda linea di demarcazione tra un prima e un poi modificando definitivamente la sua visione del mondo, un'esperienza estrema che investe tutto l'ambiente artistico di quel periodo. Nel 1919 partecipa insieme a Gino Rossi, Casorati, Garbari, Semeghini alla mostra di Cà Pesaro a Venezia, esponendo Cromografia musicale e Velocità di linee-forza di un paesaggio, due opere di impronta futurista. Intorno al 1920 comincia a firmare i suoi lavori con il nome di Cagnaccio con cui era conosciuto nella piccola isola di San Pietro. E del 1920 La tempesta, tema che verrà ripreso e variato nel suo ultimo dipinto, La furia, del 1945.L'opera segna un momento importante nel percorso artistico di Cagnaccio che proprio in questi anni inizia a gettare le basi della propria originalità e impronta stilistica. La tempesta è il punto di partenza per l'evoluzione della sua ricerca che, ormai affrancatasi dall'esperienza futurista, si rivolge alla tradizione formale del Quattrocento, unendo all'attenzione per la realtà la forza trasfigurante dell'emozione. Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia La tempesta, le sue opere, che vengono inoltre esposte alle mostre di Cà Pesaro di quegli anni, saranno presenti nelle successive edizioni della Biennale fino al 1944 e oltre.
Il quadro "Dopo l'orgia" rifiutato da fascismo alla Biennale di Venezia
Nel 1922
espone alla Biennale di Venezia “La
tempesta”, opera che lo fa conoscere e apprezzare. E le sue opere continueranno
a essere esposte - con alterna fortuna - alle mostre di Cà Pesaro e nelle successive edizioni della Biennale sino al 1944.
Solo la malattia riuscirà a fermarlo. Solo la sua pittura, oggi, rimane a
ricordarlo.
Tra il 1910 e il 1920 o poco più, si credeva ancora che la tecnologia potesse salvare il mondo. Non migliorare, avete capito bene, proprio “salvare”. Anzi dare vita a una nuova generazione umana, integrata alla macchina, perfettibile e forse, anche immortale. Per dare forma a una vita che avrebbe potuto superare i limiti della biologia e che avrebbe reso tutti gli uomini uguali, invincibili e felici. Affidando a una moltitudine dirobota (termine coniato dal commediografo ceco Karel Capek per indicare uomini meccanici), il lavoro più duro.
Balletto triadico di Oskar Schlemmer una delle punte più alte e significative della stagione progettuale del Bauhaus.
Schlemmer concepì l’opera come una corrispondenza ‘matematica’ e ‘proporzionale’ tra uomo e spazio, con un ritmo che doveva servire ad un’ideale ‘riunificazione con il cosmo’.
Raul Hausmann Spirit of Our Time (Mechanical Head) - 1919 - Berlin
Un’utopia che s’incarna nel mito DADA, nelle visioni dell’espressionismo e del futurismo e del cubofuturismo russo.Con 5 grandi icone.
- la testa che Raoul Hausmann produce modificando un manichino di legno bidermaier, inserendo elementi ottici e meccanici. E che rimane una delle grandi icone e photo identity del ‘900
- la donna meccanica voluta da Fritz Lang per il suo capolavoro “Metropolis”, ritrovata abbandonata in un magazzino negli anni ’90 da un collezionista tedesco che l’acquisterà per poche migliaia di euro
- i disegni e i costumi teatrali di Fortunato Depero
- i disegni e i costumi teatrali dell’avanguardia russa, da Exter a Goncarova. - i costumi, i disegni, i progetti diOscar Schlemmer e della Bauhaus
Mechanische Kopf, 1, Hartmann, Berlin 1920
In questo scenario che, a sua volta continuerà a produrre immagini e riferimenti culturali (che troverete in coda all’articolo) si inseriscono queste tre enigmatiche e splendide Teste Meccaniche, presentate per la prima volta insieme.
Espressione di quelle avanguardie che, nell’arco di 25 anni, tra il 1905 e il 1930 cambieranno per sempre il modo di rappresentare il mondo e la nostra vita.
La prima, oggi in Italia, custodita per anni da Mr. Oselja, proprietario a Colonia, di una piccola galleria d’arte e antiquariato (Bijoux 66), la cui raccolta d’arte delle avanguardie verrà dispersa nel 1995.
La seconda, andata in vendita in Germania nel 2011 da una collezione privata che aveva acquisito l’oggetto proprio nel 1995, e forse dalla stessa fonte. La terza rivenduta in Germania, e anche in questo caso acquisita a Berlino, nel 1995. Una comunanza di date che fa pensare a una dispersione. letteratura:Dresslers Art Guide 1930 (pagina 373)Bauhaus di Boris Fiedewald (pagina 102)Archivio Bauhaus di Magdalena Droste (Pagina 200)The Bauhaus di Hans M. Wingler (Pagina 490 + 553)
Mechanische Kopf 2
Armoniose le proporzioni (40 cm x 29 cm x 29 cm) per la Mechanische Kopf, 1, con una struttura di legno policromo che interagisce con elementi di recupero e che ha come occhi le lenti di un binocolo.
Più complessa e articolata la struttura della Mechanische Kopf 2, che ospita elementi del domino e di assemblaggio e collage, con uno sviluppo più orizzontale e articolato.
La prima è firmata (HARTMANN 1920, Berlin), la seconda “Dr. Hartmann” e riporta la scritta Bauhaus.
Entrambe vengono qui oggi pubblicate per la prima volta insieme per dare un nuovo contributo allo studio di quegli anni che, evidentemente, permettono ancora scoperte e recuperi inaspettati, confermati anche da una analisi alla termoluminescenza, che oltre a individuare antichi restauro escludono successive manipolazioni.
La firma, il contesto, e l’epoca danno quasi per certa l’attribuzione a Georg(e) Hartmann, studente della Bauhaus, a sua volta assistente alla Bahaus di Berlino. Cosa che, spiegherebbe la dispersione negli anni successivi delle sue opere, in tempi nei quali questo tipo di espressività veniva definita come “arte degenerata”. Evento che aiuterebbe a comprendere quel velo di incertezze che ha ricoperto la sua biografia, reso più complessa anche della sovrapposizione con una omonimia ingombrante, quella con il Soprintendente della Bahaus in quegli anni: Georg Hartmann. Una terza testa, di bellissima fattura, è passata in asta su ebay, venduta nel 2013 a 3600 euro. Ecco la sua storia, che dà la risposta finale al tema, quando la casa Sotheby's nell'asta 20th Century Art – A Different Perspective
12 November 2014
| London la mette in vendita con attribuzione certa e una stima prudenziale di 15.000/20.000 sterline. Verrà venduta a 50.000 sterline. Illuminante la didascalia che la accompagna.
Sotheby's: Executed in 1928 whilst Georg Hartmann was a student at the Bauhaus, Mechanical Head perfectly
encapsulates the theories of the Bauhaus movement. This particular
sculpture is one of four in a series revolving around the human head,
clearly inspired by the Dadaist Mechanical Head (Spirit of our Time) of 1919 by Raoul Hausmannn (fig. 1).
In post-Great War Germany there was a general belief that the artist
could bring about better social conditions through the creation of new
visual environments. This theory initiated the Bauhaus philosophy that
technology was the answer to saving the world. It was from this hotbed
of utopian aspiration that Walter Gropius founded the Bauhaus in Weimar
in 1919. The Bauhaus school operated in three German cities until 1933,
when it was closed by the Nazis who considered it degenerate. Despite
being short-lived, its theories and teachings profoundly influenced the
direction of modern art, design and architecture. While attending the Dessau campus of the Bauhaus from 1927-29,
Hartmann was heavily involved with the theatre department as both a
performer and set designer. His interests with theatre are evident in
his sculptures, as he incorporates theatrical elements of detail and
mechanics into the human figure.
While the Bauhaus aimed to
improve the world by means of a joining of modern art and technology,
the preoccupation with robots or robotic figures in post-war European
visual arts and literature had an altogether darker side. Artists such
as Frantisek Foltyn (fig. 2), Josef Capek or film makers such as Fritz
Lang in his 1927 film Metropolis used the figure of the
humanoid robot to display an apocalyptic view of man's fate in the
machine age, which represents the creeping dehumanisation of the world
due to rapid industrialisation: the imperialism of metal and machine
over man. Hartmann's mechanical head, a figure half man, half machine,
in this context can also be read as an automaton bereft of its humanity.
In lieu of a heart, there is a playing card – the ace of spades.
Traditionally the highest card in the deck, in popular legend and
folklore the ace of spades is a symbol of death, challenges and change.
Ecco la sua storia.
Georg Hartmann, con gli occhiali, nel 1929, in una foto di T. Lux Feininger, oggi conservata nel laboratorio di teatro insieme a Karla Grosch.
Georg Hartmann, studente, lo possiamo invece vedere qui, nel 1929, in una foto del grande T. Lux Feininger, oggi conservata presso la Fondazione Getty, ripreso nel laboratorio di teatro, dove lavorò come scenografo, regista e costumista insieme a Karla Grosch.
Altre foto lo ritraggono con Naf(tali) Rubinstein, Miriam Manuckiam, Günter Menzel, mentre sappiamo che collaborò con Paul Klee nell’organizazione delle rassegne espositive.
E che Kandinskij, su invito del regista Georg Hartmann (sempre lui?), avrebbe disegnato le scenografie, e messo in scena nel 1928 al Friedrich-Theater di Dessau i “Quadri di un’esposizione” di Modest Petrovic Musorgskij.
Un artista grande che sembra ancora guardarci attraverso quelle lenti spesse e piene di mistero.
Una testa meccanica. Un oggetto simbolo di un'epoca, chiara espressione dello stile e della poetica DADA, della quale Raul Hausmann rappresenta il massimo esempio ed esponente. Tale da influenzare gli artisti della sua cerchia. Ma anche la storia dell'arte del costume, come rappresenta questa breve carrelllata di arte alta e bassa, popolare e colta, a cavallo tra il 1920 e il 1930.
l'ultima testa comparsa, trattata in Germania intorno ai 5000 euro nel 2020.
Lorenzo Viani (Viareggio 1882 - Lido di Ostia 1936). Pittore, disegnatore, scrittore, poeta (... suo libro si intitola: Scriverò un libro di poesie così tutti mi chiameranno poeta). Passato da ragazzospazzola di una barberia a genio a malato, tra i pazzi del manicomio.
Lorenzo Viani trascorre gli anni della sua infanzia nella Villa Reale di Viareggio,(suo padre era al servizio di Don Carlos di Borbone) e frequenta la scuola elementare ma solo fino alla terza classe: l'indole del ragazzino non era facilmente domabile, il carattere introspettivo faceva sì che molto del suo tempo lo passasse girando sulla spiaggia o per i boschi. Quando il padre viene licenziato, la famiglia Viani conobbe la miseria, condizione umana che non era sconosciuta al giovane Lorenzo: i suoi vagabondaggi per le zone di Viareggio più povere e derelitte avevano già profondamente impressionato l'animo sensibile del ragazzo.
Nel 1893 viene messo a lavorare nella bottega del barbiere Fortunato Primo Puccini, dove resta come garzone per diversi anni. Questo mestiere lo avvicina quotidianamente alla gente più disparata e gli permette "un apprendistato anatomico" del tutto particolare, dice lui stesso: "prima di averli disegnati questi visi acciabattati … li ho mantrugiati". E così Lorenzo si forma in una maniera del tutto personale e indipendente da qualsiasi schema, fino a quando non conosce il pittore Plinio Nomellini che incoraggia Lorenzo ad iscriversi all'Istituto di Belle Arti di Lucca, che frequentarà dal 1900 al 1903. Ma gli anni lucchesi sono anche assegnati alla politica, insieme ad un gruppo di anarchici Lorenzo conosce anche l’arresto ed il carcere.
Nel 1904 Viani viene ammesso alla scuola libera del nudo dell'Accademia di Belle Arti e frequenta anche lo studio del pittore Giovanni Fattori. Lorenzo aveva conosciuto il maestro intorno al 1901 grazie a Nomellini che l'aveva portato nello studio fiorentino di Fattori; questi mesi fiorentini sono molto stimolanti per il nostro, specialmente per gli incontri con diversi personaggi. Ritornato a Viareggio si stabilisce a Torre del Lago ed entra a far parte della "compagnia della Bohème", nel 1907 soggiorna per qualche mese a Genova e partecipa anche alla Biennale di Venezia, esponendo alcuni disegni. Questo è anche il periodo del primo soggiorno a Parigi dove resta più o meno un anno (gennaio 1908, primavera 1909), viaggio a lungo desiderato che però si rivela denso di difficoltà economiche e di solitudine, ma comunque positivo per le esperienze fatte e per i personaggi artistici conosciuti.
Gli anni che vanno dal 1911 al 1915 sono ricchi di lavoro e di viaggi in occasione delle mostre Personali tenutesi in parecchie località d'Italia; nel 1916 viene richiamato per la guerra poi congedato nel 1919; in questi tre anni, nei pochi momenti di tranquillità, continua incessantemente a disegnare, dipingere ed illustrare. Il 2 marzo del 1919 si sposa con la signorina Giulia Giorgietti e si trasferisce a Montecatini, dove la moglie lavorava come maestra elementare. Vi resta per circa due anni e poi ritorna a Viareggio: sono di questo periodo i teneri ritratti di bambini intenti a scrivere e a studiare. Dal 1920 al 1922 riprendono assiduamente le esposizioni a Bologna, a Lucca e a Roma, riprende anche la sua attività di scrittore e si dedica contemporaneamente, fino all'inaugurazione nel luglio del 1927, al Monumento ai caduti di Viareggio. Nel 1924 si stabilisce a Fossa dell'Abate (odierno Lido di Camaiore) e nell'anno successivo gli nasce il figlio Franco, successivamente riparte per un altro soggiorno parigino. Nel 1928 incominciano i primi attacchi di asma, malattia che purtroppo, con alti e bassi, non lo abbandonerà più. Lorenzo è in un momento felice della sua carriera è diventato un artista conosciuto in tutta Italia e le sue esposizioni sono luogo di incontro irrinunciabile per un pubblico colto ed internazionale.
Nel 1933 a causa dell'aggravarsi della sua malattia è costretto ad un lungo ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Nozzano, in provincia di Lucca. La sua attività in questi mesi bui di sofferenza non si interrompe, ma anzi una numerosa produzione di disegni testimonia questo periodo: i malati di mente attraggono Viani alla stessa maniera di quanto lo attraevano i derelitti di Viareggio: sono personaggi al limite, che vivono in uno stato di incoscienza totale e senza nessuna prova di appello; la malattia li rende dimenticati, indifesi e proprio per questo meritevoli di maggiore attenzione. Nel 1936 gli vengono commissionate una serie di pitture per il Collegio di Ostia e dopo un lavoro senza sosta di parecchi giorni non farà in tempo a partecipare all’inaugurazione, colpito da un forte attacco d'asma muore il 2 Novembre di quello stesso anno. Questa un suo scritto:
Il cipresso e la vite
Da Val di Castello a Bolgheri i cimiteretti sono tagliati in mezzo a floridi vigneti, un quadrato di cipressi presenta rigido le armi lanceolate. Dalla camera mortuaria alla prima tinaia non c'è che un tiro di schioppo. Sotto al muro che recinge l'isoletta dei morti, le radici della vite e del cipresso si stringono come mani di amici: