UN PROGETTO DI ALFREDO ACCATINO

Viaggio non scontato tra artisti e visionari da tutto il mondo, molto lontano dai soliti nomi. Non esisterebbero le avanguardie senza maestri sconosciuti alla massa (ma certo non a musei e collezionisti). E non si sarebbe formata una cultura del contemporaneo senza l’apporto di pittori, scultori, fotografi, designer, scenografi, illustratori, che in queste pagine vogliamo riproporre. Immagini e storie del '900 – spesso straordinarie - che rischiavamo di perdere o dimenticare.


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domenica 29 agosto 2010

PLINIO CODOGNATO. UN MITO DELLA PUBBLICITA'.

Bozzetto teatrale, da D'Annunzio, Miano 1910

Plinio Codognato (1879 - 1940) è stato uno dei più noti illustratori e cartellonisti pubblicitari italiani.  Allievo di Mosè Bianchi,  nel 1907 illustra con 29 tavole il romanzo fantastico L'aquila dell'Indostan. Nel 1913 realizza quello che probabilmente resterà il suo manifesto più celebre, il cartellone pubblicitario relativo alla prima rappresentazione dell'Aida a ll'Arena di Verona, mettendo a frutto la sua esperienza come costumista. Per circa vent'anni è stato il pubblicitario ufficiale della Fiat, creando, tra le altre cose, la Rivista Fiat.


Tra i suoi manifesti più significativi è possibile menzionare, oltre a quelli per Fiat, quelli per Pirelli, Atala, OM, Circuito di Cremona, Cinzano, Campari, Marsala Florio, Liebig e Grafofoni Columbia. Relativamente alle illustrazioni è possibile citare i lavori per la Lettura, L'Illustrazione Italiana e La Tradotta.

sabato 28 agosto 2010

RODRIGO PENALBA. ANIMA INDIA.

Nel 1939, Rodrigo Peñalba, oggi considerato il padre dell’arte moderna in Nicaragua, e uno dei maggiori pittori del Centro America, realizza il primo importante murale dall’era pre-colombiana.
Avviene nella Basilica di Diriamba, che con la Basilica di Santo Domingo a Managua ospiterà nel tempo sue importanti realizzazioni figurative (ciclo di Cocibolca).



Nato a León de Nicaragua, il 15 maggio 1908 e morto a San Pedro Sula, in Honduras, il 3 giugno del 1979 eredita da suo padre la passione per l’arte. Per studiare deve però abbandonare la sua terra e viene in Europa, dove frequenta l’Accademia di San Fernando de Madrid (1933-1937), l’Accademia de San Carlos de México (1937-1939), e la Regia Scuola di Belle Arti di Roma (1938-41), dove stringerà amicizia con Primo Conti, Renato Guttuso ed Enrico Accatino, e dove tornerà più volte nel corso degli anni ’50 e ’60, chiamato affettuosamente “l’amerindo”.

Tornato in America nel 1946/47, espone a New York e a Washington raggiungendo subito con la sua pittura espressionista di matrice fortemente india un grande successo di pubblico e di mercato.
Diviene così nominato, per acclamazione, direttore della Scuola Nazionale di Belle Art di Managua, ruolo che occupo per più di venti anni (1960-1973).
Rodrigo Peñalba, legatissimo all’Italia è così divenuto il simbolo di una nazione. Un artista vero, sincero e appassionato, capace di parlare direttamente al cuore con la semplicità e la forza della sua composizione pittorica.


Al centro, dietro, al caffè Greco

XAVIER SAGER, O DELLA BELLE EPOQUE.

SANDRO E ANTONIO VANGELLI. DUE FRATELLI CHE L'ARTE HA DIVISO.... E QUEL FOLLE DI EMIDIO ANTOCI.

Antonio e Sandro Vangelli a Roma e a Via Margutta furono una istituzione, per 50 anni, come artisti, progenitori di una famiglia di artisti che avrebbe prodotto anche il ramo Antoci, quel genio folle di Emidio Antoci (cugino) pittore abilissimo, che trasformò la sua casa di Trastevere in un antro famosissimo tra i romani, con le finestre invase da bambole appese e una cravatta appesa quando Emidio permetteva di entrare nella sua casa.

I Vangelli erano nati in una famiglia trasteverina, di origine romagnola, e aristocratica, colta, (Emidio Vangelli era stato achitetto e pittore) che contava illustri personaggi come il fisico Evangelista Torricelli e un Vangelli patriota nei moti risorgimentali del 1831.
Sandro, il primogenito (nato nel 1902 morto nel 1981), fu sicuramente penalizzato dal suo antifascismo, non riuscendo a trovare quel riconoscimento pubblico nel tempo che avrebbe sicuramente meritato, come disegnatore arguto del Becco Giallo e come artista.
Antonio, più social del fratello (1918-2003), anche lui artista di grande talento, fu amico di Marcello Piacentini, Giulio Aristide Sartorio, Armando Spadini sperimentando tecniche e modi, partendo dalla pittura della scuola roamana, arrivando poi all’astrattismo degli anni 60' e ’70 e ai collage polimaterici. Nel novembre del 2007 una grande mostra con dipinti e disegni fu organizzata al Complesso del Vittoriano di Roma con il patrocinio del Ministero dei beni e le attività culturali.


Antonio Vangelli, Campo de' Fiori, 1940



Sandro Vangelli, il Sor Capanna, anni '30


 Sandro Vangelli






Antonio Vangelli, figure, 1970

Antonio Vangelli, figure, 1970


Emidio Antoci




Sandro Vangelli, anni '70




 Emidio Antoci, anni '50

giovedì 26 agosto 2010

HUGO SCHEIBER, L'AMICO DELLE AVANGUARDIE. E DEL CAFFE' CHANTANT.

Filippo Tommaso Marinetti aveva un amico, che si chiama Hugo, Hugo Scheiber, ed è proprio grazie a lui che il futurismo scavalcò le Alpi, ad Est, e si diffuse da quelle parti come una grido di protesta. 
Hugo era ungherese di Budapest, città dove sarebbe nato nel 1950 e dove sarebbe tornato a morire nel 1950. 
E in mezzo? In mezzo c’è il finimondo, e un amore per le avanguardie che lo porta in Austria, Germania, Francia e Italia, muovendosi come un sognatore anarchico ma sempre con il sorriso sulle labbra. Frequentatore assiduo di Music Hall e teatri, varietà e Caffè Chantant. Intellettuale dunque, sì, ma poco serio  
Talentuoso sin dalle prime prove da autodidatta, in seguito allievo di Papp alla Scuola di Design, sperimenta la pittura parietale studiando e rielaborando tematiche popolari ungheresi. Parte quindi per Parigi e Berlino, che diventeranno in quegli anni le sue città adottive, contaminandosi con i nuovi momenti modernisti e i nuovi fermenti culturali come espressionismo e fauve, aderendo anche al movimento futurista, sviluppando in seguito un progetto mittle-europeo di cubo futurismo che influenzerà profondamente la cultura ungherese e slava. Nel 1923, proseguendo un percorso trasversale viene invitato da Herwath Walden, editore di Sturm ad esporre insieme al gruppo di Klee, Kandinski, Marc, Chagall.
È in questa occasione che conosce Katerine Dreier che lo introduce negli ambienti di New York, città che sembra fatta a sua misura, nella quale si afferma definitivamente, realizza due importanti personali, vendendo le sue opere anche al Brooklin Museum.
Tra i suoi temi preferiti, ovviamente, il mondo del teatro, del varietà, della vita notturna. Ma anche clown e saltimbanchi. Con colori vivi, sempre originali, che piacquero molto al mercato americano. In Ungheria è oggi celebrato come uno dei maestri del secolo. Ora tocca a noi.


mercoledì 25 agosto 2010

PRIMO CONTI, IL MOMENTO FUTURISTA DI UN PITTORE EUROPEO.


Artista grandissimo, con alle spalle 60 anni di attività ad altissimo livello, dal futurismo alla metafisica, Primo Conti (Firenze, 16 ottobre 1900 – Fiesole, 12 novembre 1988) è stato un maestro in tutti i sensi, promotore di tanti giovani talenti che a lui si rivolgevano, tra Roma e Firenze. Di grande importanza, per la qualità delle opere e per la loro influenza, i pochi anni di adesione al futurismo. Pittore, scrittore, ma anche compositore e scenografo. Un maestro che andrebbe riscoperto e valorizzato più di quanto non sia.


L'avvicinamento di Conti al futurismo, dopo l'impatto ricevuto nel 1913 dall'incontro con i giovani avanguardisti avviene, infatti, per tappe progressive, con lo spostamento in direzione della poesia. 
Troviamo forse qui la ragione del collegamento del futurismo di Conti con l'orfismo di Delaunay in Francia - più vicino a Balla ed al Futurismo che al cubismo. Sarà lui a presentare Marinetti a Thayaht e Ram, a svegliare la soporosa Firenze, per poi cambiare ancora una volta pelle.

Un rapporto che trova, come ben raccontato nelle memorie, un rapporto stretto, dialettico e continuo con Boccioni. 
E da qui che scaturiscono una serie di disegni, recentemente celebrati da due mostre monografiche, in Italia e in Svizzera, straordinari per il punto di congiunzione tra l'esperienza europea e il futurismo. Futuristi, ma diversi da tutti gli altri.
Piccole opere (nel formato) grandissime nei contenuti, poco interessate alla spettacolarizzazione della forma. Quasi appunti di uno scienziato alla ricerca della soluzione a un problema del mondo.
Opere che lo pongono al vertice della cultura europea del decennio per la capacità di sapere leggere l'evoluzione del disegno e delle teorie della visione. 


 
L'oste Burlone, 1919


Al futurismo segue poi dal 1925 un ritorno all'ordine. Ma un ordine sempre sopra le righe, nelle corde di un maestro decisamente sui generis a cui anche il termine metafisica e surrealismo starebbe un po' stretto.



 

GIULIO D'ANNA, FUTURISTA.

domenica 22 agosto 2010

SILVIO LOFFREDO, IL POST ESPRESSIONISTA CHE SORRIDE AL MONDO.

L’espressionismo è ancora vivo, dipinge ancora, si burla del mondo e ha 90 anni.
Si chiama Silvio Loffredo classe 1920, nato a Parigi Montaparnasse da una famiglia italiana di origine napoletana e si esprime con uno stile immediatamente riconoscibile, figurativo ma di chiara evoluzione post-espressionista nel quale troviamo a roteare nel cielo gatti e altri animali, battisteri, città, ritratti caratterizzati e un mondo ricco di humor e colore come difficile trovare nella pittura italiana.
A volte compaiono anche parole, poesiE, commenti, completando una carriera unica nel suo genere, che lo ha visto disegnare, scrivere, provocare, sempre con il sorriso sulle labbra.
 
 
Silvio Loffredo incontra Marino Marini, china

Suo padre Michele Loffredo è un pittore realista
emigrato nella capitale francese per seguire la propria arte e sarà proprio lui a insegnare al figlio i primi passi del difficile mestiere di pittore. Nasce così un artista anomalo, interessante, caotico, capace di dipingere su qualsiasi superficie (Montanelli lo chiamerà L’uomo Pennello) tra i primi grandi maestri della mail art (incredibili e ricercatissime le sue cartoline disegnate) ma anche regista di avanguardia negli anni ’50 e ’60, e oggi consacrato

Suo padre Michele Loffredo è un pittore realista
emigrato nella capitale francese per seguire la propria arte e sarà proprio lui a insegnare al figlio i primi passi del difficile mestiere di pittore. Nasce così un artista anomalo, i


come il maggior artista vivente di una città morente (Firenze).
Città che raggiunge dopo aver frequentato i corsi di nudo a la Grand Chaumière, e dopo essere venuto in Italia nell’immediato dopoguerra per studiare prima all’Istituto d’Arte di Siena e quindi all’Accademia di Belle Arti di Roma (allievo di Amerigo Bartoli) e di Firenze dove incontra Ottone Rosai e studia con Primo Conti, Ugo Capocchini e, soprattutto, Celestino Celestini. E proprio a Firenze che nel 1949 si ferma creando un ponte ideale tra Francia e Italia. Sperimentatore per scelta con il fratello Victor realizza strani film di ricerca, come Le Court-boullon, film collage, presentato alla mostra del Cinema di Venezia
Negli anni Sessanta frequenta Salisburgo e la Svizzera divenendo insieme a Sassone gli unici studenti italiani del grande maestro Oskar Kokoschka del quale diviene un erede naturale.
Ha partecipato con un’esposizione personale alla Biennale di Venezia del 1964 e a 3 edizioni della Quadriennale di Roma ed ha vinto il Premio Marzotto, il più importante riconoscimento per il mondo dell’arte di quegli anni. E’ stato inoltre titolare dal 1973 al 1990 della Cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Sue opere sono conservate presso la GNAM di Roma, Palazzo Pitti a Firenze, Galleria D’Arte Moderna di Firenze, il Centro Pompidou a Parigi.
Nel '56 ha ottenuto il primo premio internazionale del Museo di Philadelhia. Ha eseguito murali e gruppi di dipinti nella chiesa di St.Jeanne aux Charmilles, in Forster St. a Boston, al Museo di Storia della Scienza a Firenze. Nel 2001 il Museo ItaloAmericano di San Francisco ha inaugurato la mostra “il Maestro e gli studenti”, opere di Oskar Kokoschka, Silvio Loffredo, Marco Sassone. Nel 2003 la medaglia d’onore alla carriera dedicata all’arte.
Enrico Accatino e Silvio Loffredo (destra) a Parigi nel 1947. 


 




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venerdì 20 agosto 2010

CHI? SANDRO SIMEONI, QUELLO DEI POSTER?

Quasi 3000 manifesti per il cinema, dalle pellicole in peplo ai film di fantascienza splatter anni '50 sino alla serie stracult del Monnezza/Thomas Milian. 
Ma anche autentici film capolavoro come "La Dolce Vita" di Federico Fellini, che qui vedete nella versione definitiva di Simeoni e in un bozzetto a tempera scartato perché ritenuto troppo audace dalla produzione, come raccontò lo stesso Fellini nel suo diario di regia, sul cui fondo si legge un chiaro riferimento alla pittura informale. 
Questo è il lavoro che faceva Sandro Simeoni, uno di quelli che veniva coinvolto nel lavoro quando il produttore diceva "..qui ci vorrebbe proprio Simeoni".




Sandro Simeoni (SYM) - si firmava anche Symeoni è stato per 40 anni un grande e prolifico autore di manifesti cinematografici, di quelli adorati da Quentin Tarantino, ma anche di film d'autore come "Accattone" e "I racconti di Canterbury" di Pier Paolo Pasolini, per "Un americano a Roma" con Alberto Sordi, o per "Profondo Rosso" di Dario Argento. Prima che il computer e photoshop mettessero il suo lavoro definitivamente fuori scena (portando nell'oblio quello di altri maestri come Olivieri o Iaia). E pensare che voleva fare il pittore. Nato a Milano nel 1934 è morto nel 2007 senza che ci fosse una riga sui giornali. Forse era giusto ricordarlo, visto che alcuni suoi poster sono oggi battuti migliaia di euro alle aste di Bolaffi, e che l'arte non dovrebbe mai avere pre-giudizi.



I pittori di cinema hanno mescolato sapienza accademica a pura invenzione. Talmente bravi da essere chiamati a illustrare i film hollywoodiani. Manfredo Acerbo, che guarda all'espressionismo, passa dagli italianissimi Europa di notte e il Dio serpente ai bozzetti americani di Vera Cruz (Robert Aldrich), di diversi autori europei (Truffaut, Bunuel) fino alle commedie musicali dei Beatles. Tino Avelli lavora con Altman, Cimino, Ken Russel e per il David Bowie de L'uomo che cadde sulla terra.
Anselmo Ballestrer, nato a fine 800, fu il capostipite della pittura di cinema, fin dal mitico Ombre rosse di John Ford (1939), quindi le versioni italiane di diversi Chaplin, Hitchcock, Lang, Welles e dell'iconografia machista di Marlon Brando in Fronte del porto. Decisamente più delicato l'acquarello di Ercole Brini, autore del manifesto di Colazione da Tiffany che tanto ha contribuito al successo dell'immagine di Audrey Hepburn secondo Truman Capote, nonché di una tra le tante versioni del bacio tra Rhett Butler e Scarlett O'Hara in Via col vento.
Ogni pittore è una storia che si potrebbe raccontare ancora tante volte rimpiangendo quella materia di celluloide così preziosa e nostalgica. Tra le invenzioni per Un americano a Parigi con Gene Kelly che balla sullo sfondo geometrico alla Mondrian e Diabolik, horror italiano firmato Mario Bava, spicca il lavoro di Mario De Berardinis, morto prematuramente, e i suoi disegni per Addio, fratello crudele di Giuseppe Patroni Griffi (un capolavoro assimilabile a un fregio di Sartorio), per Banditi a Milano di Lizzani e Suspiria di Dario Argento.

 


The artist, “Sym”, is the extraordinary Sandro Simeoni (1934-2007), who would paint some 3000 movie posters in a career that spanned 50 years. He was equally at ease in all genres, ranging from Fellini’s La Dolce Vita (1960) to Dario Argento’s Profondo Rosso (1975), with westerns, gangster films, science fiction and romantic comedies in between. Simeoni — sometimes identified as “Symeoni” — worked from stills, and the Frankenstein poster was likely inspired by posed promotional shots of Michael Gwynn’s twisted, cannibalistic Monster menacing Eunice Gayson.
Simeoni typically showed characters in motion: Running, jumping and lunging at each other, with frequent dimensional effects of hands, guns or blades leaping out at the viewer. Here, in a typically dynamic composition, the artist cranked up the tension with swirling colors, overlapping credits, and the Monster’s claw raised out of frame. The purple in the Monster’s coat is picked up in the title and the woman practically leans out of the image in a bright yellow dress with black trim to emphasize the exposed shoulder and cleavage.